Guerra o pace, dove va la scuola pubblica?

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La militarizzazione dell’offerta formativa scolastica nell’esempio di Augusta

Una volta c’erano le visite ai musei, ai centri storici delle città, alle aree archeologiche e alle riserve naturali. Ora ci sono gli open days nelle basi militari. E ci si è ormai abituati a sapere di studenti guidati dai loro professori a spasso tra caserme, aeroporti, navi e aerei da guerra. Purtroppo si tratta di un fenomeno in crescita, il segnale di una preoccupante deriva in senso militarista nella didattica e nella cultura scolastiche.

La scuola che ripudia la guerra e forma cittadini educando alla pace. Oppure la scuola che forgia soldati e sudditi suscitando la passione per le armi, gli eserciti, la disciplina militare, la gerarchia e l’obbedienza all’ordine costituito come unici orizzonti di sicurezza in un mondo diviso in alleati e nemici. Cos’è, o meglio cosa sta diventando, la nostra scuola pubblica? E’ la domanda che emerge osservando la presenza, sempre più insidiosa, delle forze armate e dell’industria bellica nell’offerta formativa e nelle attività educative degli istituti scolastici italiani. Le città e regioni a esserne più interessate, non a caso, sono quelle ove maggiore è la presenza di basi, porti e strutture militari italiane, Nato o statunitensi.

Si prenda ad esempio la Sicilia e in particolar modo Augusta, dove l’intreccio tra scuola e ambienti militari risale ai tempi di Mussolini, se non di Cavour e Giolitti, ed è considerato un fatto normale per una città che è sede del Comando Marittimo di Sicilia nonché uno strategico polo navale Usa-Nato al centro del Mediterraneo. Nelle scuole di Augusta, in accordo con presidi e amministrazioni comunali, la Marina militare organizza manifestazioni culturali, sportive, concorsi a premi, e spesso sopperisce, con le proprie strutture militari, alla mancanza di impianti sportivi scolastici e comunali.

Così, per fare educazione fisica, le scuole sono costrette a bussare alle caserme. A dirla tutta, ultimamente, qualche difficoltà economica s’incontra persino per ritinteggiare le pareti e curare i giardini, tant’è che una volta ci hanno dovuto pensare i marines americani di stanza a Sigonella. E’ successo per alcune classi del 1° Istituto comprensivo “Principe di Napoli”, grazie alla mediazione di un club service. Anche se, va detto, i marines ad Augusta si sono dimostrati pure degli abili operatori ecologici. Lo ricorda bene la Commissione prefettizia, insediatasi in città dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia, che dei militari statunitensi si è giovata per ripulire uno dei beni confiscati al clan Santapaola. Un terreno di una ventina di ettari bagnato dal mare di Baia d’Arcile che, ironia della sorte, i boss mafiosi avrebbero voluto destinare a residence proprio per gli operosi soldati a stelle e strisce.

istituto arangio ruiz, visita sigonella

*foto proveniente dal web

Non può stupire allora, benché amareggi, la notizia degli studenti del 2° Istituto superiore “Arangio Ruiz” condotti dai loro docenti, mercoledì scorso, a visitare la base militare di Sigonella, nell’ambito – particolare curioso – di un progetto destinato al contrasto della dispersione scolastica e all’inclusione dei ragazzi caratterizzati da particolare fragilità. Ma quali fini e valori educativi possono aver ispirato una siffatta “gita d’istruzione”? E, poi, che tipo di “inclusione” si è inteso promuovere per gli studenti in condizione di fragilità, mostrando loro cacciabombardieri e pattugliatori? 

Analoghi interrogativi erano stati sollevati, la scorsa estate, in occasione della festa della Marina militare ad Augusta, quando gli alunni dei principali istituti scolastici megaresi, accompagnati da genitori e docenti, erano stati chiamati dall’Ammiraglio Nicola De Felice a intonare cori e canzonette, direttamente all’interno della base di Terravecchia. All’evento dall’imbarazzante sapore balilla, aveva partecipato anche l’Assessore comunale alla Cultura, su delega del Sindaco, che ebbe così modo di ascoltare da un gruppo d’ignari bambini il seguente motivetto, tratto dall’Inno dei sommergibilisti di Mario Ruccione, l’autore di Faccetta nera: Andar pel vasto mar, ridendo in faccia a Monna Morte ed al destino! / Colpir e seppelir ogni nemico che s’incontra sul cammino! / E’ così che vive il marinar nel profondo cuor del sonante mar! / Del nemico e dell’avversità se ne infischia perché sa che vincera![1]

Tornando agli studenti del Ruiz, chissà se durante la visita militare a Sigonella, tra un aneddoto e l’altro, sia stato loro spiegato quali programmi e missioni di guerra vedono coinvolta – oggi – la Naval Air Station in uso agli Stati Uniti d’America. E chissà se nel corso della spiegazione sia venuto fuori pure qualche riferimento al “programma droni” del Pentagono e allo schieramento, proprio a Sigonella, dei famigerati aerei a pilotaggio remoto che innumerevoli crimini internazionali continuano a commettere in Paesi come il Pakistan, dove dalle bombe sganciate da questi velivoli, tra il 2004 e il 2014, sono stati uccisi oltre 3800 civili, di cui almeno 200 bambini[2]. Ecco, forse il comandante italiano della base avrà riferito che, grazie a un accordo tra Roma e Washington di cui nel febbraio del 2016 ha dato notizia il Wall Street Journal[3], questi droni armati – dietro formale autorizzazione dello stesso comandante – possono adesso decollare da Sigonella verso i teatri di guerra africani e mediorientali. Così come è probabile che sia stata descritta l’istallazione completata nell’ottobre dello scorso anno, sempre a Sigonella, della Joint Tactical Ground Station[4], una stazione terrestre della Us Army che ha la funzione di intercettare gli strikes di missili balistici e trasmettere le relative istruzioni d’attacco alle forze schierate in assetto operativo. E infine, vista la provenienza degli studenti, si sarà parlato anche del ruolo strategico di Augusta[5], considerata dal Pentagono come parte del complesso aeronavale di Sigonella, per rifornire di munizioni e carburante la Sesta flotta della Us Navy e i suoi sottomarini a propulsione e capacità nucleare che, per le loro comunicazioni, si servono anche della stazione Muos di Niscemi e del relativo sistema satellitare.

C’è da dubitare fortemente che tutto ciò sia stato raccontato. Ma se così fosse, gli studenti avrebbero adesso qualcosa di molto importante e gravoso intorno a cui riflettere, discutere, studiare, agitarsi, maturare. E in tal caso quella scuola avrebbe davvero promosso una “gita d’istruzione” in aderenza al proprio compito costituzionale: educare cittadini liberi, consapevoli e non indifferenti.

di Gianmarco Catalano

*Questo articolo è uscito venerdì 19 gennaio in versione cartacea per la rivista culturale La Civetta di Minerva

[1] Per guardare il video dell’accaduto: https://www.youtube.com/watch?v=6Ya4K8y0cTA ; e leggere la notizia pubblicata dal quotidiano MeridioNews: http://meridionews.it/articolo/55802/augusta-il-coro-della-scuola-intona-canzone-fascista-si-dovrebbero-insegnare-pace-e-rispetto-dei-popoli/

[2] Sui crimini dei droni Usa su scala globale e sul ruolo giocato da Sigonella, di recente si è tenuto a Catania un incontro, organizzato dal Comitato No Muos – No Sigonella in collaborazione con il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali di Berlino (ECCHR), che ha visto la partecipazione di giuristi di fama internazionale: https://nmenzulastrada.blogspot.it/2017/12/litalia-ripudia-la-guerra-convegno.html.  Sulle vicende pakistane, si guardi in particolare l’intervento di Shahzad Akbar, avvocato e direttore del Centro per i diritti umani in Pakistan:             https://www.youtube.com/watch?v=14VpgmgC6xI

[3] Rinvio all’articolo: https://www.wsj.com/articles/italy-quietly-agrees-to-armed-u-s-drone-missions-over-libya-1456163730

[4] Per saperne di più, si legga l’inchiesta del giornalista Antonio Mazzeo:              http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2017/12/sigonella-base-operativa-per-le.html

[5] Per un focus sulla presenza militare nel Siracusano e sul rischio radiologico nella città megarese, si veda quanto relazionato in occasione della conferenza svolta ad Augusta, nel maggio dello scorso anno, dal titolo Augusta, porto nucleare nella Sicilia avamposto di guerra: https://www.youtube.com/watch?v=_56o2kpowFU

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Decoro urbano e ipocrisia anti-migranti: l’intollerabile degrado morale di un paese che guarda alle cose e dimentica le persone

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Etimologicamente decòro viene dal latino decorum e indica “dignità nell’aspetto, nei modi, nell’agire”. In riferimento all’urbanistica, il decoro urbano fa riferimento a criteri sia estetici che igienici, definendo la bellezza e la dignità dello spazio soprattutto nelle parti di uso collettivo. Benché solitamente eventuali provvedimenti relativi al decoro urbano riguardino cose o comportamenti da evitare per non compromettere l’integrità del luogo oggetto del provvedimento sempre più spesso si rivolgono alle persone. Da tempo, infatti, in Italia chi rimane ai margini della nostra società, caratterizzata da un consumismo galoppante e spietato, viene accusato di alterare il decoro urbano. Al pari della spazzatura o dei rifiuti ingombranti, i senzatetto urtano la nostra sensibilità e la loro povertà ci infastidisce. Non ci disturba, però, il fatto che siano costretti a vivere in condizioni degradanti per un essere umano, non ci interessano le cause che hanno ridotto quelle persone all’indigenza assoluta e nemmeno di essere governati da amministrazioni incapaci di dare risposte concrete alle esigenze dei più vulnerabili, rispettando i diritti umani fondamentali. Ci disturba la loro presenza lì a ricordarci che nessuna certezza è mai assoluta, che nessuna sicurezza è mai definitiva nemmeno se ci rintaniamo nel nostro piccolo egoismo. Ma soprattutto quelle persone ci infastidiscono ancora di più se non sono dei “nostri”. Come se un italiano meritasse maggior rispetto e attenzione di un migrante tagliato fuori da eventuali percorsi di accoglienza. Come se non fossero entrambi persone da tutelare.

Ogni angolo della città di Augusta è invaso da sacchetti di spazzatura, i rifiuti si moltiplicano ovunque divorando i pochi angoli verdi e rovinando scorci suggestivi, eppure adesso ci accorgiamo che delle persone vivono accampate all’aperto nell’androne di un palazzo in disuso. Non una parola sul perché di una simile scelta (se di scelta si può parlare quando non esistono alternative), né un cenno di preoccupazione per il loro stato di salute fisica o emotiva. Ad Augusta, da anni ormai, questa situazione va avanti, ma ora salta agli occhi dei cittadini inorriditi per questa immagine di “intollerabile degrado” sottolineato in un articolo che pone domande fra l’insidioso e il ridicolo. Insidiose quando avanzano pericoli per la salute pubblica (la nostra, ovviamente) e ridicole perché si sa benissimo che a vivere lì sono dei migranti e non dei “clochard nostrani”, benché una tale distinzione risulti pretestuosa ed incomprensibile.

Che differenza farebbe? Forse gli esseri umani non hanno diritti umani universali validi in ogni luogo e in ogni tempo? E proprio quello alla salute non è uno di questi come sancito dall’Art. 32 della nostra Costituzione secondo cui “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”?

La verità è che da anni ormai il peggior degrado che affligge la nostra città è etico, morale e culturale. A parte poche iniziative degne di nota, c’è un deserto di menefreghismo e propaganda contro i migranti ritenuti la fonte di tutti i mali. Il porto non funziona? È colpa dei migranti che arrivano, degli sbarchi che paralizzano il nostro commercio potenzialmente fiorente. L’economia non decolla? Colpa di chi specula sui migranti che vengono a rubarci il lavoro e il futuro, come se i migranti traessero beneficio dall’essere sfruttati da chi si arricchisce sulla loro pelle. La città vive nel degrado? Colpa dei migranti che si accampano dove possono disturbando il senso estetico ad intermittenza della cittadinanza che però non ha remore a imbrattare la sua stessa città. Da anni siamo abituati alle inesattezze di chi ci governa e dipinge i migranti come potenziali terroristi che gravano sui nostri bilanci, decurtando preziose risorse che potrebbero essere usate per il “nostro” territorio. Non una parola viene spesa per ricordare che quegli elementi di degrado in realtà sono persone, esseri umani cui spettano diritti e tutele specifiche sancite dal Diritto Internazionale. In nessuno degli interventi recenti provenienti dal mondo politico o del giornalismo ci si è preoccupati di fare le uniche domande sensate: perché stanno lì? Cosa ne è dei loro diritti e della loro dignità? Che alternative abbiamo loro offerto come collettività per evitare che si ritrovassero a vivere per strada? Da cosa sono fuggiti e cosa sperano per il proprio futuro?

Fra poco sarà la Giornata della Memoria e si moltiplicheranno iniziative per ricordare la liberazione di Auschwitz e l’olocausto degli ebrei durante il nazismo. Invece di reiterare promesse vuote, sarebbe ora di comprendere come si arriva a certi orrori, riconoscendo che ogni violenza fisica parte dalle parole che seminano odio, divisione e abusi. Ricordiamoci che le prime vittime dell’olocausto furono i disabili, ritenuti un onere per le casse del Reich. Ricordiamoci che la prima a cambiare fu la narrazione degli eventi convertita in propaganda per denigrare e sminuire la vittima, privandola dei suoi connotati umani. Ricordiamoci che anche la comunità dei sinti e dei rom venne liquidata in quanto disturbava il decoro e la purezza della razza ariana da proteggere ad ogni costo. Ricordiamoci che dietro ogni migrante, dietro ogni persona in difficoltà c’è un essere umano come noi che merita il nostro rispetto e la nostra fattiva solidarietà per non rimanere escluso. Ma soprattutto ricordiamoci che i diritti umani non sono opinabili, né sono privilegi da centellinare a piacimento secondo la convenienza o il decoro del momento.

di Maria Grazia Patania

*Questo articolo è stato pubblicato il 19 gennaio in versione cartacea sulla rivista culturale La Civetta di Minerva

A scuola con Antigone

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Omar ha 17 anni, ma ne mostra almeno 3 in meno con la sua figura esile e lo sguardo timido da pettirosso. Ha gli occhi buoni, le dita affusolate e una voce sottile che è quasi un sussurro. È il primo che incontro nel corridoio e mi sorride mentre gli chiedo il nome e l’età. Mi rendo subito conto che non parla italiano tranne qualche parola stentata. Nel frattempo arriva Sekou che ho già conosciuto una sera in cui sono passata dal centro per salutare MB e Doumbia e ho chiesto se ci fosse qualcuno da aiutare coi compiti. Quel qualcuno erano Sekou,15 anni, e Luis, 17 anni. Il primo del Costa d’Avorio, il secondo della Nigeria. Ci sediamo in uno studio e Sekou mi mostra il suo quaderno coi verbi coniugati: in rosso il significato francese, in blu l’italiano coniugato al presente. In un’altra lista ha un elenco di parole: parole che sente, che vede, che gli danno a scuola. Mi colpisce la sua voglia di imparare e studiare. Sta tutto il giorno in camera a studiare, mi dicono, e quando gli chiedo se gli piace andare a scuola, mi risponde solo “Oui, j’aime l’école”. Gli piace e il giorno dopo torno per fare lezione.

Alle scuole verdi ero quella che puliva e li obbligava a tenere le camere in ordine. Qui sono “la scuola”, un bel progresso, direi. Una cosa che non ho ancora imparato è misurare tempo e reazioni in modo diverso: succedeva così anche alle scuole verdi, avevo sempre paura che non venisse nessuno alle lezioni che organizzavamo, ma alla fine erano in tanti. Qui è lo stesso: sono quasi tutti in classe, una cosa mai successa, e alla spicciolata qualcuno continua arrivare anche quando abbiamo cominciato.

Iniziamo con le presentazioni e frasi semplici che per noi sono scontate possono essere difficili per chi è arrivato da poco e ancora non ha potuto essere inserito a scuola per l’alfabetizzazione. A turno mi dicono il nome, il paese, l’età, da quanto tempo sono in Italia e dove vivono. Ogni volta c’è un dettaglio da spiegare, una lettera da correggere, una domanda a cui rispondere. Non ha importanza da dove arrivino, né cosa abbiano fatto prima di giungere in Italia, siamo tutti lì per imparare: io a interpretare i loro sguardi per vedere se hanno veramente capito, loro una lingua che può renderli liberi.

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Ph. Valentina Tamborra / Moira, Lesbo, Grecia, dicembre 2017: Provare coi colori a dipingere un mondo migliore

Alla fine della lezione scrivo sui loro quaderni le frasi che abbiamo ripetuto, domanda e risposta, con la raccomandazione di scriverle almeno 20 volte. Ridono, dicendo che sono matta, ma il giorno dopo lo hanno fatto e vengono in fila a farmi vedere i compiti. Vogliono imparare e il fatto di essere lì per loro è importante, è un regalo di tempo che decidiamo di passare insieme. Omar ha bisogno di un aiuto in più, sia perché è arrivato da pochissimo sia perché alcune cose vanno spiegate meglio in inglese quando la classe –per lo più francofona- ha terminato. Allora lui aspetta paziente che arrivi il suo turno e cerchiamo insieme di mettere ordine fra le parole e le idee, gli riscrivo tutto chiedendogli di ricopiare i verbi, di costruire le frasi e di chiedermi ciò che non capisce. Tutto chiaro, ci salutiamo, mi abbraccia e mi dice grazie. Grazie a te, Omar.

Il giorno dopo torna col suo quaderno aperto e un sorriso disarmante: ho fatto i compiti. Sai, io in Pakistan andavo a scuola. Secondo te potrò andarci anche qui? Certo che ci andrai. Devi solo avere pazienza. Ti piace studiare, vero? Abbassa lo sguardo e, timidamente, mi dice: Sì, mi piace tanto. E nel frattempo ripassa l’alfabeto, inserisce lettere mancanti nelle schede che ho portato per chi è indietro. Un albero, un fuoco, un taxi, un kiwi, un due. Accanto a me sulla destra, Yacob che a scuola non ci è andato mai e la sua mano va guidata per costruire le linee che formano le lettere, mentre lui ti guarda con tutta la fiducia del mondo. Non si sa nemmeno come sia arrivato qui, forse venduto, forse imbarcato a forza. Lui non sapeva  che colore avesse il mare e che sapore avesse la paura liquida di annegare. Di fronte a me Araf, egiziano, parla solo arabo e, se non c’è Yousef che gli traduce la lezione dal francese, trascorre il tempo nel tentativo di capire quello che dico mentre io mi arrovello per capire come fare. Poi c’è Ibrahim che ripete mille volte le parole sotto voce e inciampa nelle sillabe mentre Mohammed cerca di aiutarlo. Anche lui mi dice che nel suo paese andava a scuola, però poi ha dovuto smettere.

Forse sembrerà ingenuo o utopistico, ma in quella stanza finché dura la lezione ho la sensazione che un mondo più umano sia ancora possibile. Insegnando l’italiano a questi figli della fortuna mi illudo di poter parzialmente compensare tutto ciò di cui la vita li ha privati, di poter restituire loro centimetri di libertà grazie allo studio. In quella stanza insieme siamo veramente tutti fratelli e sorelle mentre ripeto per l’ennesima volta che tutto quello che hanno dentro la testa e dentro il cuore è loro per sempre e nessuno potrà portarglielo via. E intanto spero che abbiano una famiglia a cui raccontare che studiano, una madre che magari quella sera andrà a dormire col cuore un po’ più leggero, cercando un senso al vuoto terribile che ha lasciato la partenza di quel figlio tanto amato.

di Maria Grazia Patania

*I nomi dei ragazzi sono stati modificati


Per una fortunata coincidenza, Valentina Tamborra è da poco rientrata dalla Grecia dove ha potuto vedere coi propri occhi la terribile realtà dei campi per richiedenti asilo dove languono migliaia di persone di cui avevo scritto qualche giorno fa. Con questo primo scatto, le diamo il benvenuto qui sul Collettivo Antigone.

Compagni di speranza

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Entro in associazione in ritardo. Ho un po’ di ansia perché è il primo giorno e sono preoccupata che la mia esperienza da animatrice nel mio paese del Sud Italia non sia sufficiente. L’imbarazzo dura pochi minuti perché vedo subito il responsabile venirmi incontro ad accogliermi. Dopo le dovute presentazioni cominciamo. I ragazzi presenti, la maggior parte adolescenti, sono pochi, ma sono già stata avvisata che, tra di loro, molti hanno alle spalle situazioni difficili.

Vedo tanti volti diversi, fisionomie diverse. Mi guardo attorno e chiedo intanto i loro nomi (spero di ricordarli tutti). D’un tratto noto lui. Ci sono alcuni ragazzi di colore, ma lui mi appare subito come il gigante buono: silenzioso, timido, incerto nel parlare perché la lingua italiana ancora non gli appartiene. Vengo avvisata che si tratta di un ragazzo arrivato come minore non accompagnato (non l’unico) che, per fortuna, ora ha una famiglia che si prende cura di lui. Mi dicono che non ha mai parlato con nessuno della sua esperienza.

Passano le ore e i giorni. Insieme proviamo a trascorrere qualche ora di svago per aiutarli a ritrovare il senso e il piacere della sana e reciproca compagnia. Insieme parliamo di libri, film, giochiamo. Così, pian piano, imparo a conoscerli tutti. Hanno tutti una storia difficile alle spalle. La classica idea di “famiglia” si perde in decine di storie diverse che hanno in comune solo il fatto di essere complicate.

Penso a quanto erano diversi i miei 13 anni nella mia parrocchia, dove andavo con gioia per condividere un pezzetto della mia giornata con amici che conoscevo da sempre, quando vivevo in una famiglia che, per quanto in difficoltà, era una famiglia. Penso a come era semplice per me, a 20 anni, essere responsabile del gruppo di adolescenti della parrocchia, tutti bambini che avevo visto crescere e con i classici disagi da adolescenti. Qui e ora, in una realtà così diversa, temo di non essere all’altezza e di non avere l’empatia necessaria ad entrare in sintonia con loro e guadagnarmi la loro fiducia.

Silvia attira subito la mia attenzione. Lei e Omar scherzano spesso tra loro. Lei, piccola e agile, gioca con quel gigante buono che se ne lascia fare di tutti i colori. Io devo stare attenta che non si facciano male e dico: “Silvia, ma quante gliene combini? Omar ma tu te ne fai fare di tutti i colori!”

Alessia, non gli faccio male” dice Silvia. “Tranquilla, non mi fa niente” ribadisce Omar.

Basta che state attenti” dico io.

So che Silvia non può fargli male. Come potrebbe mai uno scricciolo così fare male ad un ragazzo grande e grosso come Omar? Ciò che vedo io, in realtà, è tutto il contrario del male.

Omar sta spesso in disparte e sono gli altri ragazzi a cercarlo. Mi colpisce il suo distacco: gli altri approfittano del primo momento possibile per allontanarsi da noi adulti e si racchiudono nei loro gruppetti. Lui, invece, rimane lì seduto. Spesso disegna.

Un giorno decido che voglio provare a parlargli: “Da dove sei arrivato? “ domando. “Dalla Libia” mi risponde. Non era quello che volevo sapere, ma probabilmente mi sono espressa male io, soprattutto verso un ragazzino che non sa bene l’italiano, anche se è uno dei pochi che azzecca i congiuntivi. Così mi spiega che è nato in Camerun e che è arrivato in Italia passando dalla Libia, “come quelli lì che si vedono in televisione”. Lo dice con un tono e un’espressione che tendono a sminuire la questione, come per dire che è uno tra tanti, come se la sua storia non sia solo la sua, ma sia una realtà talmente sentita e risentita da essere normale. D’altra parte in associazione non è il solo arrivato dalla Libia. Non si sente né eroe né vittima.

Stupidamente gli chiedo quanto tempo è rimasto lì e lui mi dice che non lo sa. Mi sento una cretina. Certo che non lo sa. Come si fa a scandire il tempo in un posto dove vivi ad istanti?! Mi dice che lì era bruttissimo e che ancora ricorda tutto, “ma prima o poi dimenticherò”. Gli racconto del Collettivo Antigone, forse leggendo quel blog può sentirsi meno solo. Gli spiego che se vuole può anche scrivere, magari può aiutarlo parlare in un luogo dove è al sicuro dietro uno schermo e tra persone che sicuramente sono pronte ad ascoltarlo. Gli lascio il link scritto su uno dei suoi fogli da disegno e lo saluto. Non so se leggerà mai il blog e, dopo averglielo detto, penso che è meglio che non lo faccia e impari a dimenticare: ha già davanti agli occhi troppe storie uguali alla sua.

É un gigante buono Omar. Ammiro il suo ottimismo e spero che abbia ragione lui. Spero che dimenticherà.

Per oggi basta così. Il pomeriggio è passato così in fretta.

Passa un altro giorno e un altro ancora. Torno in associazione e lui è sempre lì, seduto in disparte con i ragazzi che tentano di avvicinarsi e parlargli. Lui a volte si lascia coinvolgere, altre rimane lì, concentrato sul suo foglio, e dice semplicemente “Ci vediamo dopo”.

Io andrò via e mi chiederò se potevo fare di più, ma preferisco avvicinarmi in punta di piedi perché forse ho più paura di lui ad affrontare la sua storia. Temo di non essere in grado io stessa di capire. Ho paura di dire la frase sbagliata o fare una domanda inopportuna. Ho paura dei suoi ricordi e dei suoi pensieri, della sua storia.

Però lo osservo e lo vedo circondato da amore. Io sono la responsabile del gruppo ed è giusto che lui ricostruisca se stesso partendo dall’affetto dei suoi coetanei. Non sono le sue parole a darmi speranza, ma la convinzione che sono solo gli adulti a porsi un problema di integrazione che, in pratica, è già risolto.

Guardo questi ragazzi e mi rendo conto che per loro non c’è mai stata una realtà diversa da questa meravigliosa diversità. Cresceranno insieme come se lo fossero sempre stati. Il colore della pelle, il taglio degli occhi o il luogo di nascita diventano insignificanti.

Silvia e Omar sono già amici, lo sono diventati spontaneamente, senza porsi domande. Magari un giorno Omar sarà pronto a sviscerare la sua storia e aprirà il suo cuore a Silvia.

Sono loro la mia speranza.

di Alessia Alicata

 

 

E il naufragar è atroce in questo mare

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8 cadaveri recuperati, fra cui i corpi senza vita di 6 donne.

86 persone tratte in salvo dopo ore di disperazione nell’anticamera della morte, aggrappate ai tubolari del gommone che avrebbe dovuto portarle in salvo, ma che ha iniziato a imbarcare acqua.

25 presunti dispersi che potrebbero essere molti di più visto che, dalle prime ricostruzioni, potrebbero essere state imbarcate fino a 150 persone su quel gommone.

Mentre la comunità di fedeli cristiani celebrava l’Epifania, ricordando i Tre Magi in visita al neonato Gesù partorito in un giaciglio di fortuna dentro una stalla durante la fuga della sua famiglia perseguitata, in mare si moriva. Mentre politici e istituzioni si compiacciono per la diminuzione degli sbarchi e per le motovedette fornite alla Guardia Costiera Libica, la gente muore annegando nel mare della nostra noncuranza.

Nel 2017 si sono registrati 3116 decessi di migranti lungo la rotta del Mediterraneo che rimane la più letale al mondo, stando ai dati ufficiali. È infatti impossibile ricostruire il numero esatto delle persone che perdono la vita durante il pericoloso viaggio verso la loro terra promessa: sulle rotte migratorie attraverso l’Africa, nei campi di detenzione libici, a bordo di imbarcazioni fatiscenti le persone muoiono senza lasciare traccia.

naufragio 2018

Photo Copyright: Francesco Malavolta / Novembre 2016, Mar Mediterraneo

Nonostante il notevole calo rispetto ai decessi del 2016, quando si è avuto un picco di oltre 5000 morti in mare, la situazione non è affatto migliorata: sono infatti diminuite le morti, ma anche gli sbarchi e in proporzione meno persone hanno lasciato la Libia. Ciò significa che il vero risultato ottenuto dai nuovi accordi con la Libia è l’escalation di abusi e violenze commesse impunemente in una terra di nessuno in cui si perde la vita per un’inezia. Inoltre, se le persone non lasciano la Libia, significa che sono bloccate nell’arcipelago dei campi di detenzione dove in molti casi nessuna organizzazione umanitaria può accedere. Se fra maggio e giugno si stimava che ci fossero circa 800mila migranti bloccati in Libia, dobbiamo chiederci che fine abbiano fatto. Né gli arrivi sulle coste italiane o i corridoi umanitari verso l’Europa, né le evacuazioni dal paese o i ritorni volontari effettuati da UNHCR e OIM sono sufficienti a rendere conto del destino di chi è intrappolato nel paese.

Il 2017 è stato l’anno in cui la vergogna ha toccato una nuova vetta: un razzismo rampante e incontrastato continua ad avvelenare i pozzi; gruppi di estrema destra scendono in piazza, commettendo impunemente anche atti di violenza e intimidazioni; la solidarietà diventa un’onta e un crimine. Dall’estate 2017, dopo mesi di macchina del fango ai danni delle ONG impegnate nelle missioni SAR definite “taxi del mare” e accusate di legami coi trafficanti libici, il mare ha cominciato a svuotarsi e la Guardia Costiera Libica ha preteso di estendere la propria area di ricerca e soccorso, riportando indietro le imbarcazioni intercettate e riconsegnando le persone salvate all’atroce realtà della prigionia, della schiavitù e dello sfruttamento. Il 2017 ha dimostrato che siamo disposti a tutto pur di nascondere la verità, che i diritti umani sono facilmente barattabili col nostro quieto vivere e una deliberata cecità verso i più vulnerabili e che nessuna conquista di civiltà è mai al sicuro per sempre.

E il 2018 ha atteso solo 6 giorni per metterci di fronte all’ennesimo naufragio e ricominciare conteggi e statistiche per provare a definire un fenomeno che sta connotando la nostra epoca e che ci farà vergognare per sempre. L’Europa, dopo aver depredato un intero continente e aver lasciato un’eredità di conflitti sanguinari e schiavitù, è così codarda da pensare di poter eludere le migrazioni coi suoi politici inetti che speculano sulla pelle degli ultimi per nascondere la propria incapacità a trovare soluzioni concrete, mentre i suoi cittadini cedono a xenofobia e razzismo fomentati da ignoranza e falsità.

Eppure, con quelle persone annega anche la parte migliore dell’Europa e dei suoi valori fondanti e ogni vita spezzata è una imperdonabile sconfitta per l’umanità intera.

Di Maria Grazia Patania

*Oggi 8 gennaio 2018 sono arrivati a Catania sia i sopravvissuti che i cadaveri di chi non ce l’ha fatta. Auguriamo ai primi di trovare un’accoglienza degna di questo nome e ai secondi di trovare la pace che cercavano invano sulla terra.u

2017: l’utopia della pace in un mondo di guerre

171.239 persone sono arrivate via mare in Europa fino al 29 Dicembre 2017.

3.081 sono morte o disperse nel tentativo di raggiungere un porto sicuro.

16.500 minori, vale a dire il 16% del totale degli arrivi, sono stati registrati in Italia, Grecia, Spagna e Bulgaria nei primi sei mesi del 2017. Fra loro il 72% non era accompagnato da familiari.

Le nazionalità più comuni sono: Nigeria, Siria, Guinea, Costa d’Avorio, Marocco, Bangladesh

A Dicembre, inoltre, è stato pubblicato il report relativo allo sfollamento interno in Africa del 2017 in riferimento ai dati raccolti durante l’anno precedente. Dalla prima mappa emerge chiaramente un elemento che abbiamo sottolineato varie volte: la correlazione fra abbandono forzato del proprio paese e cambiamento climatico. Sono due, infatti, le cause individuate e considerate ai fini del report per spiegare lo sfollamento nel continente africano: violenze e conflitti armati e disastri naturali. Conflitti e violenze hanno causato solo nel 2016 2.8 milioni di nuovi sfollati e a fine anno il numero totale di sfollati interni costretti alla fuga per questo motivo era 12.6 milioni. Di contro, disastri e catastrofi naturali hanno provocato 1.1 milioni di nuovi sfollati, ma non si conosce la cifra totale a fine 2016. A livello mondiale, invece, l’anno scorso si sono registrati 65.6 milioni di persone sfollate a causa di violenze e confitti.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

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Natale 2017: e se Gesù oggi venisse dall’Africa o dal Medio-Oriente?

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“[..] “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25, 37-40))

E’ la festa della famiglia, dei regali, della gioia, della serenità: è Natale. Gesù rinasce dopo più di duemila anni: si fa di nuovo carne e torna nel mondo. Il bambino che nasce nella povertà, in una mangiatoia, scaldato da un bue e un asinello, rappresenta il vero significato di questa festa.

Maria e Giuseppe erano stati costretti a viaggiare a causa del censimento indetto da Cesare Augusto, nonostante le precarie condizioni della donna. Non erano riusciti a trovare un posto in cui stare. Così il Salvatore nasce in condizioni misere, semplici, ma viene adorato da tutti: ricchi e poveri, donne e uomini, senza distinzioni di razza, di sesso o di religione.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Poi, dall’estremo Oriente, ecco arrivare i re Magi: sapienti, scienziati, uomini importanti, che partono dal lontano Oriente per adorare colui che è nato. Erano di tre età diverse: un giovane, un adulto e un anziano. Rappresentano i popoli del mondo (allora conosciuto) che recano omaggio a Cristo.

E se Gesù oggi venisse dall’Africa o dal Medio-Oriente? Ci comporteremmo come i magi e lo andremmo a visitare? Ci comporteremmo come i pastori e lo andremmo ad adorare? O sarebbe semplicemente uno dei tanti sbarcati nei nostri porti, e lo lasceremmo nell’indifferenza? Non preferiremmo acquistare gli ultimi sudati regali piuttosto che andare a trovare un bambino che per noi non conta nulla? Che magari puzza, che forse ha qualche malattia, che comunque non devo sempre pensare io a tutto.

Eppure l’evangelista Matteo chiude il capitolo 25 con una forma “alternativa” del comandamento dell’amore: il re dice che ogni volta che ci prendiamo cura, amiamo o aiutiamo un fratello è come se facessimo queste cose a lui.

Io credo sia questo il vero messaggio d’amore del Natale: il bambino Gesù torna tra noi e ci ricorda che l’amore deve essere il vero protagonista di questa festa. E come direbbe Francesco, autore di questo scatto, “Buon Miracolo a tutti”!

di Aurora Di Grande

Punta Izzo Possibile, un anno dopo – Conferenza Stampa

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Esattamente un anno fa il progetto del Collettivo Antigone veniva presentato per la prima volta nella città in cui ha avuto origine, Augusta, supportato da testimonianze ed una mostra fotografica che univa gli scatti di chi ci aveva accompagnate nel percorso fatto fino a quel momento. Contemporaneamente siamo venute a conoscenza della campagna per la smilitarizzazione e la tutela di Punta Izzo che abbiamo deciso di sostenere viste le affinità con la natura e le tematiche del Collettivo.

Punta Izzo è una vasta area che percorre il Golfo di Augusta e col suo promontorio e la sua lussureggiante natura regala un magnifico spettacolo grazie all’azzurro del mare che incontra l’orizzonte e alla scogliera interrotta dal verde della vegetazione. Nonostante il riconoscimento del suo valore dal punto di vista storico, naturalistico e paesaggistico che la rende particolarmente degna di tutela, Punta Izzo è da moltissimo tempo usata come area logistico-addestrativa oltre che ludico-ricreativa dalla Marina Militare, la cui presenza caratterizza tutto il territorio di Augusta. Questa presenza implica alcuni elementi, fra cui il fatto che alla cittadinanza venga preclusa o fortemente limitata la fruizione di un’area che le appartiene e che andrebbe tutelata, oltre all’identificazione della stessa area con gli ambienti militari. La presenza di un poligono di tiro, inoltre, rafforza la caratterizzazione di questo luogo: dismesso ufficialmente dal 1983, non è mai stata effettuata una seria bonifica del terreno e si prospetta una sua riapertura. Si tornerebbe, dunque, ad esercitarsi alla guerra in un mondo che ha disperatamente bisogno di pace.

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Le ragioni per cui vogliamo sostenere la causa della smilitarizzazione e della tutela di Punta Izzo sono molteplici. Le tematiche ambientali ci sono sempre state a cuore, tanto da aver creato una sezione specifica del progetto strettamente connessa alla questione del petrolchimico che avvelena da anni la zona circostante il polo industriale. Proprio l’ambiente oggi più che mai è divenuto l’elemento determinante di molte migrazioni: il cambiamento climatico sta alterando l’ambiente in modo irreversibile, costringendo milioni di persone a lasciare la propria casa perché viverci è diventato impossibile. Sempre più persone muoiono letteralmente di fame e di sete, le altre migrano in cerca della salvezza. I risultati sono davanti ai nostri occhi: guerre, conflitti, persecuzioni e catastrofi ambientali costringono a viaggi spesso mortali, i cui sopravvissuti sbarcano sulle nostre coste con terribili traumi fisici e psicologici.

Augusta nel 2016 e nel 2017 è stata il primo porto di sbarco per le persone salvate in mare, eppure la questione migratoria continua a rimanere nell’ombra quando non viene usata per strumentalizzazioni politiche. I migranti rimangono fantasmi sullo sfondo delle nostre vite quotidiane e, al di là delle iniziative di alcune scuole o parrocchie, la sensibilizzazione della cittadinanza è praticamente nulla. Essendo le migrazioni il punto di partenza del Collettivo Antigone e vista l’innegabile connessione fra alterazioni ambientali, guerre e flussi migratori, abbiamo voluto sostenere una causa dall’innegabile valore pratico oltre che simbolico.

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Simbolicamente, infatti, l‘impegno per ottenere la smilitarizzazione e la tutela di Punta Izzo incarna la volontà di un popolo, della società civile a riprendersi i propri spazi per farne luoghi di pace, di scambio culturale e di valorizzazione territoriale. Significa assumersi la responsabilità di immaginare un futuro diverso da quello che abbiamo ora e diventare artefici del destino che si sceglie e si costruisce insieme. Significa rifiutare la retorica della pace ottenuta con le armi reiterando la guerra, recuperare l’identità e la memoria di un luogo che custodisce la nostra storia, proteggere la natura in un territorio devastato da scelte irresponsabili dettate da un falso mito del progresso. Un territorio in cui la resilienza della natura che resiste andrebbe incentivata e protetta, non ulteriormente mortificata.

Ma, soprattutto, significa incentivare un ruolo attivo della comunità che, consapevole dell’inestimabile valore della propria terra, si impegna concretamente a difenderla, recuperando una memoria che guarda al futuro e apre le braccia per accogliere i suoi nuovi abitanti. Come ribadito dalla Convenzione Europea del Paesaggio del 2000, infatti, “il paesaggio rappresenta un elemento chiave del benessere individuale e sociale, e la sua salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione comportano diritti e responsabilità per ciascun individuo”.

Per questo, tutt* noi ci auguriamo che a Punta Izzo nel prossimo futuro si possa tornare ad ascoltare il canto della sirena Lighea resa immortale da Tomasi di Lampedusa invece del rumore degli spari di chi si esercita per fare la guerra.

Qui l’evento facebook

La lunga strada verso la Libertà condivisa

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Oggi celebriamo la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne e sembra di vivere in un mondo meraviglioso fatto di grandi proclami, scintillanti promesse e incondizionato sostegno.

La verità, amara e sconsolante, è che viviamo in un mondo sempre più becero dove gli uomini troppo spesso perdono il confine della decenza e moltissime donne si allenano nell’arte di puntare il dito. Non voglio parlare degli uomini che ammazzano, stuprano, offendono, violano la privacy con meschini ricatti da miserabili. Non voglio parlare degli uomini che dicono di amarci e poi violentano centimetri della nostra libertà, fotografando i nostri diari privati, le nostre poesie e la nostra anima declinata fra sillabe per poi sbattercele in faccia come colpe per aver osato essere libere. Non voglio nemmeno parlare di quelli che si sentono in pace con se stessi pur imponendo la loro sgradita presenza in vari modi. Sono miserabili e le loro tristi vite possono riscattarsi a fatica.

Parlo delle donne. Le donne che accusano, le donne che dicono “io no, io mai”. Quelle ferree e intransigenti che fortunatamente sono state abbastanza forti da saper dire no quando era il momento di farlo. Quelle che non hanno nemmeno dovuto chiedersi cosa fare perché hanno percorso come me un cammino seminato di gentilezza e uomini che portavano vento alle loro ali desiderose di scoprire nuovi orizzonti Quelle che fomentano la caccia alle streghe misurando i centimetri di pelle scoperta quando qualcuna denuncia una violenza, quelle che con lo sguardo arcigno e il cuore di pietra sussurrano che se l’è andata a cercare. Quelle che fingono di capire chi vende il proprio corpo per poco e per costrizione, ma si accaniscono con parole di lama contro la ragazzina che vuole fare la modella o l’attrice e cede all’orco.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Ecco, io sto dalla parte di chi non ha saputo o voluto dire no. Sto con chi ha subito una violenza che non avrebbe dovuto esserci. Perché il punto fondamentale non è quanto io sia desiderosa di ottenere un risultato lavorativo e professionale né quanto sia competente e preparata per ottenere un posto di lavoro. E nemmeno quanto io decida di accorciare le distanze fra me e la meta ricorrendo a trucchetti antichi quanto il mondo.

Il punto è che fra me e la mia realizzazione di femmina, in carriera o meno, non deve frapporsi un maschio che pretenda da me qualcosa che non voglio dargli in cambio. MAI. Fra me e la mia porta di casa non deve frapporsi un maschio che interpreta la mia disinvoltura, il mio rossetto rosso, la mia minigonna troppo corta e l’andatura alticcia come un invito a sbranarmi. Io non sono solo carne, non sono un pasto da consumare. I miei piedi devono essere liberi di percorrere ogni centimetro di questo mondo senza che qualcuno si senta autorizzato ad aggredirmi, come se la mia libertà fosse una colpa e la sua violenza la giusta punizione.

In quattro anni trascorsi in Germania, ho viaggiato da sola, sono andata a concerti da sola, ho cenato in molti tavoli apparecchiati per me soltanto e sono sempre tornata a casa sana e salva. Proprio perché sulla mia strada non ho mai incontrato qualcuno intenzionato a farmi del male. Ho viaggiato in macchina con sconosciuti che, invece di aggredirmi, mi hanno consigliato libri, canzoni e luoghi da visitare. Semplicemente perché non ero la loro preda, ma un essere umano con cui scambiare una conversazione piacevole durante un viaggio con mete diverse per ciascun viaggiatore e ciascuna viaggiatrice.

Questa giornata la dedico a chi non ha saputo o voluto dire no, a chi non ha trovato la forza per imporsi e poi se n’è pentita. La dedico anche a chi poi ha trovato quella forza per ribellarsi e nessuna spalla che la sostenesse. A chi ha pagato il proprio coraggio con la lapidazione mediatica e a chi avrebbe voluto comprensione, ma ha trovato sguardi come saette.

E la dedico alle migranti e alle rifugiate che sono nostre sorelle e pagano un prezzo altissimo per i loro sogni di libertà. Un pensiero speciale lo dedico, infine, alla madre di un nostro figlio della fortuna che ha lasciato questo mondo senza la consolazione di poter riabbracciare il proprio figlio partito nel 2014 ed arrivato ad Augusta dove ho avuto il privilegio di conoscerlo. E a mia madre che sa piangere le lacrime di ogni madre e di ogni donna, obbedendo all’unica grande legge di questo universo: l’Amore.

di Maria Grazia Patania

26 Impronte di Dolore

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“Noi celebriamo una morte difficile da comprendere e da giustificare ma celebriamo anche una vita che va oltre la morte. Di fronte a queste ragazze che non abbiamo conosciuto, noi diciamo che sono nostre sorelle. Dobbiamo farci carico di questa morte. Noi siamo chiamati a fermarci, guardarci intorno, prenderci cura di ognuno e far sì che ognuno ritrovi la condizione vera della vita, la pace nel cuore e la pace nei confronti degli altri”. A dirlo mons. Luigi Moretti, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, nel corso dei funerali delle ventisei migranti, tenutisi al cimitero monumentale di Salerno. La preghiera musulmana recitata, invece, dall’imam Abderrhmane Es Sbaa è stata: “Preghiamo Dio che abbia misericordia per queste anime. Ci rivolgiamo tutti allo stesso Dio, che è Dio di pace.”

Questa è la fine di un viaggio che doveva condurre a una vita migliore. Questo è l’epilogo di storie di cui, forse, non sapremo mai nulla ma che tutto sommato possiamo provare ad immaginare. Speranza, questa è la parola con cui si può riassumere un concetto talvolta così effimero come il sogno. E questa speranza si è dissolta nel nulla, tra le onde di un mare troppo freddo e troppo profondo.

I funerali delle 26 giovani migranti recuperate dalla nave spagnola Cantabria, arrivata a Salerno lo scorso 5 novembre, si sono svolti la mattina del 17. L’imbarcazione aveva a bordo 401 migranti soccorsi in quattro diversi search and rescue a largo delle coste libiche. Secondo la Procura di Salerno, le 26 donne sono morte per annegamento.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Si chiamava Marian Shaka una delle prime donne riconosciute. Era nata in Nigeria il 7 febbraio del 1997, aveva solo vent’anni. Prima che il marito Sule Shaka la riconoscesse, nella disperazione più totale, la ragazza era stata identificata solo da un cartellino che la indicava come la numero 2. Insieme a lei un’altra donna è stata strappata dall’anonimato, la salma numero 8, riconosciuta dal fratello. Si chiamava Osato Osaro, era nigeriana e aveva, anche lei, 20 anni.

Durante la funzione gli studenti della Consulta provinciale hanno deposto rose bianche su ogni bara. Sulla bara di Osaro, però, le rose erano 3: una rosa bianca e due più piccole di colore rosa e celeste per il bambino che portava in grembo, ancora troppo piccolo per poterne riconoscere il sesso. Sulla bara di Marian è stata, invece, deposta una rosa celeste per ricordare quel maschietto che non conoscerà mai il mondo. Per lui, immagino, Marian aveva deciso di affrontare quel viaggio e sicuramente i suoi sogni come le sue speranze erano aggrappate al nome e al futuro di quel bambino. Così diventa consequenziale chiedersi, quale madre non lo farebbe? Non è facile rispondere a un dilemma che oscilla tra la vita e la morte quando si è adagiati su una vita confezionata come il miglior pacco di Natale.

Altre ragazze, intanto, non sono più soltanto un numero attaccato su una bara. Contattando dei numeri telefonici che le giovani avevano nascosto tra i vestiti si è potuta scoprire l’identità di Ugechi Fawour Omba, 29 anni, Loveth Jonathan di cui non si conosce l’età, Ozuoma Okpara, 24 anni.

Vestite come una qualunque ragazza, in jeans e maglietta, diventano specchio della morte di un pezzo di ognuna di noi. Alcune indossavano due pantaloni, due slip, due t-shirt, presumibilmente come ricambio da portare con sé. Altre, invece, non avevano la parte di sopra degli indumenti, probabilmente deterioratasi durante il naufragio. Nessuna di loro porta addosso tracce di recenti violenze. Alcune erano state infibulate in tenera età. Altre presentano segni, vecchie lacerazioni e mutilazioni a testimonianza di un dramma che nessuna di loro potrà, purtroppo, più rivelare.

Non c’è spazio per le lacrime. E’ il momento del dolore, sordo come un pugno sferrato allo stomaco, come il tonfo della terra che si apre senza lasciare appigli. E’ il momento delle colpe. Le nostre. Nessuno, nessuno escluso. Siamo tutti testimoni immobili di speranze dissolte, di sogni lacerati, di destini barbaramente negati alla vita. Il mare, qualche volta, ci restituisce i corpi di questa incalcolabile tragedia per permetterci di specchiarci nella nostra stessa vergogna. 

“Se è vero che l’acqua ha memoria, si ricorderà sicuramente anche di questo”.

Di Claudia La Ferla