La lunga strada verso la Libertà condivisa

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Oggi celebriamo la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne e sembra di vivere in un mondo meraviglioso fatto di grandi proclami, scintillanti promesse e incondizionato sostegno.

La verità, amara e sconsolante, è che viviamo in un mondo sempre più becero dove gli uomini troppo spesso perdono il confine della decenza e moltissime donne si allenano nell’arte di puntare il dito. Non voglio parlare degli uomini che ammazzano, stuprano, offendono, violano la privacy con meschini ricatti da miserabili. Non voglio parlare degli uomini che dicono di amarci e poi violentano centimetri della nostra libertà, fotografando i nostri diari privati, le nostre poesie e la nostra anima declinata fra sillabe per poi sbattercele in faccia come colpe per aver osato essere libere. Non voglio nemmeno parlare di quelli che si sentono in pace con se stessi pur imponendo la loro sgradita presenza in vari modi. Sono miserabili e le loro tristi vite possono riscattarsi a fatica.

Parlo delle donne. Le donne che accusano, le donne che dicono “io no, io mai”. Quelle ferree e intransigenti che fortunatamente sono state abbastanza forti da saper dire no quando era il momento di farlo. Quelle che non hanno nemmeno dovuto chiedersi cosa fare perché hanno percorso come me un cammino seminato di gentilezza e uomini che portavano vento alle loro ali desiderose di scoprire nuovi orizzonti Quelle che fomentano la caccia alle streghe misurando i centimetri di pelle scoperta quando qualcuna denuncia una violenza, quelle che con lo sguardo arcigno e il cuore di pietra sussurrano che se l’è andata a cercare. Quelle che fingono di capire chi vende il proprio corpo per poco e per costrizione, ma si accaniscono con parole di lama contro la ragazzina che vuole fare la modella o l’attrice e cede all’orco.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Ecco, io sto dalla parte di chi non ha saputo o voluto dire no. Sto con chi ha subito una violenza che non avrebbe dovuto esserci. Perché il punto fondamentale non è quanto io sia desiderosa di ottenere un risultato lavorativo e professionale né quanto sia competente e preparata per ottenere un posto di lavoro. E nemmeno quanto io decida di accorciare le distanze fra me e la meta ricorrendo a trucchetti antichi quanto il mondo.

Il punto è che fra me e la mia realizzazione di femmina, in carriera o meno, non deve frapporsi un maschio che pretenda da me qualcosa che non voglio dargli in cambio. MAI. Fra me e la mia porta di casa non deve frapporsi un maschio che interpreta la mia disinvoltura, il mio rossetto rosso, la mia minigonna troppo corta e l’andatura alticcia come un invito a sbranarmi. Io non sono solo carne, non sono un pasto da consumare. I miei piedi devono essere liberi di percorrere ogni centimetro di questo mondo senza che qualcuno si senta autorizzato ad aggredirmi, come se la mia libertà fosse una colpa e la sua violenza la giusta punizione.

In quattro anni trascorsi in Germania, ho viaggiato da sola, sono andata a concerti da sola, ho cenato in molti tavoli apparecchiati per me soltanto e sono sempre tornata a casa sana e salva. Proprio perché sulla mia strada non ho mai incontrato qualcuno intenzionato a farmi del male. Ho viaggiato in macchina con sconosciuti che, invece di aggredirmi, mi hanno consigliato libri, canzoni e luoghi da visitare. Semplicemente perché non ero la loro preda, ma un essere umano con cui scambiare una conversazione piacevole durante un viaggio con mete diverse per ciascun viaggiatore e ciascuna viaggiatrice.

Questa giornata la dedico a chi non ha saputo o voluto dire no, a chi non ha trovato la forza per imporsi e poi se n’è pentita. La dedico anche a chi poi ha trovato quella forza per ribellarsi e nessuna spalla che la sostenesse. A chi ha pagato il proprio coraggio con la lapidazione mediatica e a chi avrebbe voluto comprensione, ma ha trovato sguardi come saette.

E la dedico alle migranti e alle rifugiate che sono nostre sorelle e pagano un prezzo altissimo per i loro sogni di libertà. Un pensiero speciale lo dedico, infine, alla madre di un nostro figlio della fortuna che ha lasciato questo mondo senza la consolazione di poter riabbracciare il proprio figlio partito nel 2014 ed arrivato ad Augusta dove ho avuto il privilegio di conoscerlo. E a mia madre che sa piangere le lacrime di ogni madre e di ogni donna, obbedendo all’unica grande legge di questo universo: l’Amore.

di Maria Grazia Patania

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26 Impronte di Dolore

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“Noi celebriamo una morte difficile da comprendere e da giustificare ma celebriamo anche una vita che va oltre la morte. Di fronte a queste ragazze che non abbiamo conosciuto, noi diciamo che sono nostre sorelle. Dobbiamo farci carico di questa morte. Noi siamo chiamati a fermarci, guardarci intorno, prenderci cura di ognuno e far sì che ognuno ritrovi la condizione vera della vita, la pace nel cuore e la pace nei confronti degli altri”. A dirlo mons. Luigi Moretti, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, nel corso dei funerali delle ventisei migranti, tenutisi al cimitero monumentale di Salerno. La preghiera musulmana recitata, invece, dall’imam Abderrhmane Es Sbaa è stata: “Preghiamo Dio che abbia misericordia per queste anime. Ci rivolgiamo tutti allo stesso Dio, che è Dio di pace.”

Questa è la fine di un viaggio che doveva condurre a una vita migliore. Questo è l’epilogo di storie di cui, forse, non sapremo mai nulla ma che tutto sommato possiamo provare ad immaginare. Speranza, questa è la parola con cui si può riassumere un concetto talvolta così effimero come il sogno. E questa speranza si è dissolta nel nulla, tra le onde di un mare troppo freddo e troppo profondo.

I funerali delle 26 giovani migranti recuperate dalla nave spagnola Cantabria, arrivata a Salerno lo scorso 5 novembre, si sono svolti la mattina del 17. L’imbarcazione aveva a bordo 401 migranti soccorsi in quattro diversi search and rescue a largo delle coste libiche. Secondo la Procura di Salerno, le 26 donne sono morte per annegamento.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Si chiamava Marian Shaka una delle prime donne riconosciute. Era nata in Nigeria il 7 febbraio del 1997, aveva solo vent’anni. Prima che il marito Sule Shaka la riconoscesse, nella disperazione più totale, la ragazza era stata identificata solo da un cartellino che la indicava come la numero 2. Insieme a lei un’altra donna è stata strappata dall’anonimato, la salma numero 8, riconosciuta dal fratello. Si chiamava Osato Osaro, era nigeriana e aveva, anche lei, 20 anni.

Durante la funzione gli studenti della Consulta provinciale hanno deposto rose bianche su ogni bara. Sulla bara di Osaro, però, le rose erano 3: una rosa bianca e due più piccole di colore rosa e celeste per il bambino che portava in grembo, ancora troppo piccolo per poterne riconoscere il sesso. Sulla bara di Marian è stata, invece, deposta una rosa celeste per ricordare quel maschietto che non conoscerà mai il mondo. Per lui, immagino, Marian aveva deciso di affrontare quel viaggio e sicuramente i suoi sogni come le sue speranze erano aggrappate al nome e al futuro di quel bambino. Così diventa consequenziale chiedersi, quale madre non lo farebbe? Non è facile rispondere a un dilemma che oscilla tra la vita e la morte quando si è adagiati su una vita confezionata come il miglior pacco di Natale.

Altre ragazze, intanto, non sono più soltanto un numero attaccato su una bara. Contattando dei numeri telefonici che le giovani avevano nascosto tra i vestiti si è potuta scoprire l’identità di Ugechi Fawour Omba, 29 anni, Loveth Jonathan di cui non si conosce l’età, Ozuoma Okpara, 24 anni.

Vestite come una qualunque ragazza, in jeans e maglietta, diventano specchio della morte di un pezzo di ognuna di noi. Alcune indossavano due pantaloni, due slip, due t-shirt, presumibilmente come ricambio da portare con sé. Altre, invece, non avevano la parte di sopra degli indumenti, probabilmente deterioratasi durante il naufragio. Nessuna di loro porta addosso tracce di recenti violenze. Alcune erano state infibulate in tenera età. Altre presentano segni, vecchie lacerazioni e mutilazioni a testimonianza di un dramma che nessuna di loro potrà, purtroppo, più rivelare.

Non c’è spazio per le lacrime. E’ il momento del dolore, sordo come un pugno sferrato allo stomaco, come il tonfo della terra che si apre senza lasciare appigli. E’ il momento delle colpe. Le nostre. Nessuno, nessuno escluso. Siamo tutti testimoni immobili di speranze dissolte, di sogni lacerati, di destini barbaramente negati alla vita. Il mare, qualche volta, ci restituisce i corpi di questa incalcolabile tragedia per permetterci di specchiarci nella nostra stessa vergogna. 

“Se è vero che l’acqua ha memoria, si ricorderà sicuramente anche di questo”.

Di Claudia La Ferla

 

Da Artemisia ad Asia. L’Italia che giudica.

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Femminicìdio s. m. – Termine con il quale si indicano tutte le forme di violenza contro la donna in quanto donna, praticate attraverso diverse condotte misogine (maltrattamenti, abusi sessuali, violenza fisica o psicologica), che possono culminare nell’omicidio. Questo tipo di violenza affonda le sue radici nel maschilismo e nella cultura della discriminazione e della sottomissione femminile: le donne che si ribellano al ruolo sociale loro imposto dal marito, dal padre, dal fidanzato vengono maltrattate o uccise.

Enciclopedia Treccani – Lessico del XXI Secolo

Sul caso Weinstein si sono ormai espressi tutti, dal mondo del giornalismo a quello del bar Sport: chiunque ha fornito opinioni, molti hanno ceduto alle insinuazioni, tanti si sono spinti oltre la decenza.
L’impressione è che la pretesa di ulteriori “prove” nei confronti di chi ha denunciato abbia avuto un peso maggiore rispetto al riconoscimento di un sistema malato e degli stessi colpevoli.
L’indignazione, soprattutto al di qua delle Alpi, non è esplosa in tutto l’auspicabile fragore perché parliamo di una consuetudine accettata e considerata accettabile per via di un supposto compromesso che agisce sulle dinamiche del mondo dello spettacolo (e non solo). L’indignazione è stata soffocata dalle illazioni, dalla “denuncia alla luce di chi la sporge” ma anche “alla luce di chi la riceve”.

“Perché non hanno denunciato prima? Perché aspettare vent’anni?”
Siamo sicuri che, se gli abusati avessero denunciato prima, l’opinione pubblica sarebbe stata in grado di reagire in modo sano?
Siamo proprio sicuri che, se gli orchi non fossero stati potenti, l’opinione pubblica (e parte del mondo dell’informazione e della politica), avrebbe reagito allo stesso modo?

Continuo a pormi queste domande e, visto il mio amore per la Storia, non fanno che tornarmi alla mente alcuni nomi.

Nomi di donne che testimoniano quanto il sistema di delegittimazione delle vittime sia antico, consolidato e proprio di una società maschilista che giuridicamente si è evoluta solo alla fine del Novecento ma che conserva, generalmente, una inclinazione alla colpevolizzazione del più debole.

Artemisia Gentileschi, pittrice romana contemporanea di Caravaggio, fu introdotta alle Belle Arti dal padre Orazio, anch’egli pittore, che ne riconobbe da subito il talento affidandola diciottenne agli insegnamenti di Agostino Tassi che l’avrebbe seguita nello studio della prospettiva.  Continua a leggere

La verità delle donne

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Erano diversi giorni che radio, televisione, giornali e social media parlavano delle violenze subite da numerose attrici straniere da parte del famigerato produttore americano. Non ne avevo parlato con nessuno né avuto tempo e voglia di leggere dichiarazioni sugli eventi e sulle vittime. Poi un’attrice italiana ha raccontato di essere stata anche lei una delle sue prede scatenandosi contro un mondo di “te lo sei cercato” e “ma che ti aspettavi”. E io continuavo a chiedermi, come avrei reagito? Avrei reagito? Sarei scappata, mi ripetevo. Cosciente del fatto che non tutti la pensano come me, una sera tarda, mi ritrovo a parlare con 3 amiche, donne di origini diverse, con esperienze diverse ma stessa grinta e intelligenza e passione per la vita, con cui posso parlare di tutto perché ogni esperienza è conoscenza e ogni pensiero ascoltato è capito anche se non necessariamente condiviso.  Non si giudica, si parla, non ci sono vincitori né vinti, sono così le donne. Questo mi ha dato la serenità di trattare quell’argomento che mi aveva perseguitato per giorni e che avevo evitato per paura, perché è un tema difficile e richiede tatto.

Spiego che da donna non riuscivo a capire come non sia scattato nelle vittime l’istinto di sopravvivenza che è innato e particolarmente acuto nel sesso femminile. “Io avrei girato le spalle e sarei scappata oppure l’avrei mandato semplicemente a fare in culo. E pazienza se la carriera finisce lì!”
Per dare supporto alle mie parole condivido quasi con leggerezza una storia che mi è accaduta diversi anni fa, “Mi è successo tante volte, una sera alla fine di una cena di lavoro il capo mi ha detto “adesso però me lo succhi, lo so che lo vuoi” ovviamente ce l’ho mandato. Ma è capitato a tutte, no? Non mi dite che a voi non è mai successo?!”

Foto presa dal web

Guardo i loro volti stupiti e disgustati. La risposta è un secco NO seguito da un breve silenzio.
In quel momento capisco che ne sto parlando come se fosse normale e mi chiedo come sia potuto succedere che la vita mi abbia insegnato che è “normale” essere costanti bersagli del desiderio del sesso opposto.
Allo stesso tempo però mi ritengo fortunata, perché a me il famoso vaffanculo è bastato per salvarmi da queste situazioni che prima giudicavo “spiacevoli” ma che da quella sera vedo per quello che sono, ignobili, ingiustificabili e inaccettabili.

Non siamo tutte uguali, non si può mai predire come reagiremo in quel preciso momento. L’aria si gela, il respiro si ferma, il corpo non reagisce ma subisce. Si trema.

Ma perché non l’hanno detto prima?! viene da pensare. Avrebbero potuto evitare che tante altre donne subissero tali abusi. Invece no, sbaglio. Mi viene giustamente fatto notare che nel 2017 abbiamo assistito ad una gogna mediatica verso qualsiasi donna vittima di violenze e non, figuriamoci cosa sarebbe successo se avessero parlato 20 o 30 anni fa.

Quindi non solo la situazione non è cambiata, non è neanche migliorata.

È duro accettarlo. Mi arrabbio, con tono agitato dico che bisogna insegnare alle nuove generazioni di donne ad uscire da una stanza se non sono a loro agio, devono capire che purtroppo siamo considerate prede e come tali dobbiamo essere in grado di difenderci. Non c’è altra soluzione. Siamo noi che dobbiamo fare la differenza. È assolutamente inutile sperare nell’aiuto dei predatori. Facciamocene una ragione.

Di F. Colantuoni

 

Dove sono i nostri figli?

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Come spesso accade qui nel Collettivo Antigone si aprono filoni che pian piano prendono forma e cominciano a vivere di vita propria. Nascono da un’idea, da una riunione o semplicemente dall’esigenza condivisa di scrivere per raccontare, tramandare, spingere alla riflessione. Abbiamo osservato sgomente l’inasprirsi della violenza sociale che si infiltra ovunque, lo scadere del dibattito politico ridotto alle sue forme più elementari e violente, alla celebrazione della barbarie assoluta codificata tramite accordi siglati col sangue degli innocenti, alla quasi normalizzazione degli abusi sulle donne fatte passare per complici. Abbiamo faticato ad orientarci in questo mondo dai connotati sempre più rudi e ci siamo chieste come avremmo potuto esprimere il nostro disagio nella speranza di liberarci da un lato e di invitare alla riflessione dall’altro.

E allora ognuna di noi ha scelto di raccontare qualcosa che le sta a cuore, un’esperienza personale o un sogno di speranza. Di sicuro, anche quando racconteremo di altre donne parleremo di noi stesse e nel loro disagio emergerà il nostro disagio. Il loro dolore diventerà nostro e nelle nostre parole speriamo di far riecheggiare la loro voce per chiedere giustizia o offrire consolazione alle nostre sorelle. Nel tempo racconteremo di madri che cercano i figli, di nonne che non si arrendono, di donne che hanno rinunciato alla maternità per accogliere una esperienza universale e condivisa di amore verso tutti i figli e le figlie della Terra.

Si aprirà oggi il coro di voci a cui speriamo se ne aggiungano anche di esterne e alterneremo pezzi nuovi ad altri di archivio che fanno da eco a quanto sentiamo. Si aprirà con un tema caro al Collettivo Antigone: la maternità universale e condivisa che ci fa sentire responsabili verso creature che non hanno abitato il nostro corpo nella semplice ed inconfutabile certezza che nessuna madre è più madre di un’altra. Nella sicurezza che ogni figlio o figlia della terra sia stato partorito da una donna con dolore e speranza e nessuno può ignorare il dolore e la speranza di una madre.

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IL VALORE DEL SAPERE

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Ci insegnano che lo studio è importante, ma non fine a se stesso, serve ad aiutarci a capire il mondo, a formulare idee e opinioni. Cresciamo con l’incubo/ambizione del “pezzo di carta” da appendere alla parete ed aggiungere alla lista di titoli sul nostro indispensabile CV europeo. E io ci ho creduto, in parte ci credo ancora, ma a malincuore ho dovuto constatare che, spesso, lo studio non è una priorità.

Mi ritrovo a dire a un ragazzo di 18 anni che parla 5 lingue e che ha fatto esperienze e visto cose che io non vedrò mai, pur essendo 20 anni più grande, “Ti prego prendi la licenza liceale! Hai detto che vuoi fare l’elettricista, vai a scuola e impara il mestiere. Vai a scuola perché è luogo di integrazione e cultura”. Io e le mie inutili perle di saggezza ci schiantiamo contro un muro fatto di intolleranza e razzismo. “Frank, non ci vado più al liceo, ero l’unico nero. I miei compagni, più piccoli di me, non mi lasciavano in pace. Io ho provato a spiegare che non volevo problemi ma loro non ne volevano sapere. Tu mi conosci, io sono tranquillo ma poi….si arriva a un punto in cui si reagisce e io non voglio reagire.” Mentre lo dice, me lo immagino entrare a scuola con il suo zaino sulle spalle, un po’ disorientato ma fiero e sorridente come sempre. Immagino i ragazzini ignoranti che lo scherniscono fino a farlo sentire solo come un cane, inutile, nero, odiato.

“Io volevo solo imparare a fare l’elettricista”.

Non è lui a piangere ma io. Gli chiedo scusa, mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno della nostra intolleranza e ignoranza. Mi chiedo come si possa vedere nella libertà guadagnata a fatica da un ragazzino di 18 anni un limite alla propria agiata esistenza di ragazzino bianco, figlio di bianchi, in una società bianca che insegna che il nero è male. Mi chiedo quanti di quei compagni di classe parlano 5 lingue, se conoscono l’Italia bene quanto lui conosce l’Africa, se vanno a scuola con il desiderio di imparare, con il peso di una famiglia lontana che ripone in loro tutte le speranze di una vita migliore.

Ma io insisto, “devi far sì che ne sia valsa la pena, non hai attraversato l’Africa ed il Mediterraneo per fare il lavapiatti!”
*Photo Copyright: Francesco Malavolta

“Frank, ma sono 5 anni! Come faccio? Come lo spiego a casa? Loro contano su di me. Io sono qui per la mia famiglia, penserebbero che sto pensando solo ai fatti miei. Non capirebbero. Devo lavorare“.

Non capirebbero, parole che mi rimbombano nella testa e a cui cerco di dare un senso. Io che sono cresciuta sentendomi dire esattamente il contrario quando a 18 anni ho lasciato l’università per fare la cameriera all’estero. Era una vergogna per la famiglia perché lo studio viene prima di tutto. La dignità, la saggezza e il rispetto sono figli del sapere e dalla cultura.

Eppure lui mi hai dimostrato con tanta semplicità che l’onore, il rispetto e la dignità vanno ben oltre il possesso di un diploma o laurea. L’umanità che mostra anche dopo aver subito abusi e soprusi e la sua voglia di vivere onestamente per aiutare la sua famiglia vale mille volte di più del pezzo di carta che ho appeso sul muro di casa. E chiedo scusa a lui e a tutti i nostri fratelli africani e non, perché purtroppo quest’Italia ha seppellito tanti valori che un tempo ci hanno reso uno dei Paesi migliori del mondo. Vi chiedo scusa perché non vi stiamo aiutando e capendo accecati da quello che potreste “toglierci”, arrabbiati perché respirate la nostra aria e calpestate la nostra terra. Vi chiedo scusa perché, a quanto pare, anche gli adulti di domani vi emargineranno e insegneranno ai loro figli che lo straniero è male e che senza il pezzo di carta non si è degni di rispetto.

Di F. Colantuoni

L’Italia ripudia la guerra

Oggi 4 Novembre come ogni anno si celebra la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate cui parteciperanno le autorità militari e l’amministrazione comunale oltre ai rappresentanti delle scolaresche della città di Augusta.

La ricorrenza celebra la fine della Grande Guerra e ricorda la data in cui si raggiunse l’unità nazionale del nostro paese insieme al “sacrificio dei soldati caduti in guerra per difendere la patria”. In un momento storico come il nostro, segnato dal divampare di conflitti a varie latitudini e da uno scenario geopolitico sempre più instabile, crediamo che la retorica militarista andrebbe finalmente archiviata per scegliere un reale impegno a favore della pace.

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Non capiamo la necessità di organizzare simili celebrazioni coinvolgendo anche le scolaresche che, invece di essere indottrinate con una retorica della guerra come strumento di difesa della pace quanto mai irrealistica, andrebbero accompagnate in percorsi di educazione alla pace, alla cittadinanza attiva e alla risoluzione non violenta dei conflitti. Quella stessa unità nazionale celebrata dalla manifestazione sembra poi estremamente a rischio sotto i colpi di irresponsabili egoismi e fratture provocate dalle stesse forze politiche che a parole la celebrano.

La nostra costituzione all’articolo 11 ribadisce a chiare lettere che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e riteniamo inopportuno celebrare chi imbraccia le armi, soprattutto a fronte della strutturale mancanza di genuini percorsi dipace. Ogni guerra porta con sé un intollerabile bilancio di morte e distruzione che in nessun caso può essere considerato una vittoria. In nessuna guerra ci sono vincitori, ma l’intero genere umano ne esce irrimediabilmente sconfitto.

Inoltre, proprio Augusta, primo porto di sbarco e soccorso per chi fugge da guerre e persecuzioni, dovrebbe lanciare un messaggio forte e chiaro di integrazione e apertura, invece di ripiegare su una superflua esaltazione delle Forze Armate.

Siamo fermamente convinti che non esistano guerre giuste e che ogni morto su un campo di battaglia impugnando le armi sia un morto che non abbiamo saputo evitare costruendo un percorso alternativo di dialogo e comprensione che conduca alla pace.

Bella da morire

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Vlada Dzyuba aveva 14 anni quando è morta dopo essersi accasciata su una passerella e aver trascorso due giorni in coma.

Vlada Dzyuba avrebbe compiuto 15 anni l’8 Novembre, ma non ha fatto in tempo a crescere abbastanza da superare un’adolescenza di sogni infranti.

Vlada Dzyuba era martoriata dalla stanchezza che aggravava una meningite cronica che non poteva farsi curare perché priva di assicurazione sanitaria, nonostante l’obbligo per la sua agenzia di moda di sottoscriverne una. Aveva sfilato per 13 ore consecutive e non aveva smesso nemmeno quando le era salita la febbre alta. Era stanca, stanca da morire, tanto che alla madre raccontava disperata al telefono il desiderio di dormire. “Voglio solo dormire”. Ma non poteva concedersi pause di riposo se voleva veramente raggiungere il suo sogno di sfilare a Shangai, un sogno che inseguiva da bambina e che cercava di far diventare realtà da quando a soli 12 anni aveva iniziato la trafila d’obbligo.

Se n’è andata via semplicemente accasciandosi sfinita mentre calcava l’ennesima passerella della giornata, mentre affrontava un carico di ore di lavoro quattro volte più alto di quello previsto da contratto. In silenzio si è defilata dalla vita, lasciando interrogativi e indagini aperte.

Lo sfruttamento nel mondo della moda, soprattutto in Cina, è noto ormai da tempo e le condizioni assurde cui sono sottoposte le modelle sempre più giovani non sono un mistero per nessuno. Eppure persiste una patina ingannevole che continua a rendere attraente un mondo spietato e spesso misogino che, oltre a proporre irrealistici canoni di bellezza, mette a repentaglio la salute di milioni di donne al mondo.

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Photo Copyright: Francesco Faraci

Perché i suoi effetti devastanti non riguardano solo chi fa parte del mondo della moda, chi ci lavora o chi sogna di lavorarci. No, riguarda tutte noi, riguarda i nostri occhi e la nostra capacità di guardarci con amore e onestà allontanandoci da modelli assurdi di presunta bellezza costruita a colpi di centimetri da eliminare. Una corsa alla sparizione forzata della carne che trascura come in ogni centimetro del nostro corpo si celi la vita. Unica ed irripetibile.

Nonostante i timidi provvedimenti per tutelare la salute delle modelle in alcuni paesi fra cui Francia e Israele che impongono alle agenzie di moda il rispetto di determinati indici di massa corporea, sono sempre più numerose le denunce di ex modelle stanche di essere vessate ed ossessionate dal peso. Come sempre accade, non ti tolgono tutto insieme. Ti tolgono un centimetro alla volta: si comincia coi famosi tre kg da perdere per essere “perfette” (qualunque cosa voglia dire) e si finisce per smettere di mangiare, ingurgitare cotone imbevuto di succo d’arancia, assumere lassativi e sonniferi per sfidare fame e stanchezza.

E questa corsa alla sparizione non si ferma dentro i confini dell’industria della bellezza, ma transita in vario modo dentro ognuna di noi.

Non ricordo di aver mai conosciuto una donna totalmente a suo agio nel proprio corpo: sguardi critici, pelle strizzata per far emergere la buccia d’arancia, rotolini intrappolati con odio fra le dita. Ognuna di noi probabilmente potrebbe raccontare la propria battaglia più o meno silenziosa, più o meno invasiva contro la propria immagine riflessa nello specchio. Ognuna di noi verosimilmente ha nascosto il proprio corpo dagli sguardi altrui e continua a farlo in modo apparentemente spontaneo. E allora andare al mare, cenare con gli amici, fare l’amore con un uomo, comprare un vestito nuovo smettono di essere momenti di gioia per trasformarsi in piccole gabbie d’acciaio che imprigionano la nostra stessa libertà.

Quotidianamente esposte a immagini artefatte di corpi perfetti quanto falsi, perdiamo di vista le proporzioni del nostro corpo: guardando spietatamente le nostre cosce troppo abbondanti, dimentichiamo che molte di quelle propinate dalle pubblicità sono tagliate e ritoccate. Sono finte, insomma. Ma il disagio di milioni di donne e ragazze, i disturbi alimentari che colpiscono un numero allarmante di persone sono verissimi.

Eppure, oltre ai pericoli per la salute e ai disagi vissuti nel quotidiano da ciascuna di noi, mi spaventa il cortocircuito che si crea rincorrendo la perfezione di un corpo replicabile all’infinito, uguale a migliaia di altri corpi altrettanto artefatti. Eliminare fianchi, cosce, glutei, polpacci ritoccando le foto significa eliminare con un colpo di mouse la vita che ci sta dietro, ignorare la gioia del cibo condiviso e puntare soltanto al corpo come involucro di uno spazio vuoto. Nessuna cura per la propria salute, nessuna attenzione per la dieta seguita per nutrire il proprio corpo che si riduce ad un guscio vuoto.

Nei miei kg di troppo, nella mia cellulite, nella mia imperfezione c’è l’amore di mia madre che cucina il mio piatto preferito, c’è una cena con le amiche per condividere confidenze e progetti, c’è un bicchiere di vino bevuto al tramonto con chi amo, c’è un compleanno festeggiato al chiaro di luna. Nella mia imperfezione ci sono io: i miei sogni, i miei desideri, il mio piacere nell’assaggiare una pietanza nuova, le ore trascorse sperimentando ricette nuove e assaggiandole ad ogni passaggio, i miei centimetri distribuiti in modo unico e irripetibile che non risponde a nessun canone e metro preconfezionato.

Custodita dentro il mio corpo, c’è la mia anima. E quella nessuno può farla a pezzetti per entrare in una taglia 0.

di Maria Grazia Patania

3 Ottobre 2017: il senso della memoria

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Il 3 Ottobre 2013 a largo delle coste di Lampedusa si verificava uno dei naufragi più letali della storia delle migrazioni recenti nel Mediterraneo centrale che avrebbe ucciso 368 persone e provocato un’ondata indignazione internazionale. Subito dopo fu avviata la missione Mare Nostrum che avrebbe salvato moltissime vite e messo in luce egoismi nazionali ed europei.

Mai più avrebbe dovuto verificarsi una simile tragedia.

Eppure, tutti i buoni propositi e le nobili intenzioni si sono rivelati lettera morta davanti all’inconfutabile evidenza della nostra incapacità ad affrontare una delle più grandi crisi di umanità della storia.

Il 3 Ottobre 2017 il Mediterraneo è una vasta fossa liquida in cui sempre meno organizzazioni sono impegnate nella ricerca e soccorso di chi sfugge alle maglie di accordi siglati sulla pelle dei più vulnerabili. Avvengono meno naufragi, è vero, ma a fronte di un numero sempre più esiguo di persone che lasciano l’inferno libico prendendo la mortale via del mare nella speranza di essere salvate in tempo.

Abbiamo deciso di abdicare alla nostra stessa umanità e di chiudere gli occhi dinanzi a una situazione che ci sembra troppo difficile da gestire, illudendoci di poterla eludere per sempre. Abbiamo scelto di barricarci dentro perimetri sempre più stretti, centimetri di presunta sicurezza strappati a discapito di molti altri i cui diritti vengono costantemente calpestati. Abbiamo voluto ignorare il prezzo pagato da chi si trova intrappolato in Libia dopo un viaggio infernale che avrebbe dovuto terminare con l’arrivo in un posto sicuro.

Quanto costa un giorno senza sbarchi a una donna vittima di tratta?

Quanto costa un giorno senza sbarchi a un uomo venduto in un mercato di schiavi?

Quanto costa un giorno senza sbarchi a un neonato nato in una cella lurida e desolata?

Quanto costa a noi e alla nostra umanità?

Costa moltissimo.

Ma ci costerà ancora di più quando finalmente capiremo che non esiste nessuna differenza fra noi e loro.

Noi siamo loro. Loro sono noi.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta, Lampedusa, Celebrazioni del 3 Ottobre 2016

Negando a chi fugge da situazioni disperate il diritto alla protezione e a una vita degna, neghiamo la nostra stessa tradizione di tutela dei diritti umani. Domani potremmo essere noi a svegliarci sotto un cielo di bombe o circondati da terreni sterili o inondati e non troveremmo nessuno a difendere il nostro diritto alla vita. Abitiamo lo stesso pianeta governato da leggi sconsiderate e insostenibili modelli economici che creano vite ridondanti ad un ritmo sempre più elevato. Nel nostro mondo globalizzato le merci circolano liberamente e le persone segnate da un crudele destino geografico rimangono in balìa delle frontiere.

Ricordare non può ridursi a un automatismo né limitarsi a qualche giornata durante cui celebrare ricorrenze di cui non capiamo il senso. La memoria ha senso solo come esercizio attivo, come capacità di andare oltre ciò che è stato per costruire ciò che sarà. La memoria ha senso solo se ci aiuta ad evitare di commettere errori già fatti.

E quindi oggi la memoria non dovrebbe soltanto ricordare un naufragio di quattro anni fa in cui persero la vita 368 persone colpevoli di sognare un futuro di pace al riparo dalla violenza. La memoria nel 2017 deve ricordarci che il peso specifico della vita è lo stesso per tutti, che il loro destino incerto è il nostro destino incerto, che le violazioni dei loro diritti sono le violazioni dei nostri diritti. Perché identica è la terra che abitiamo col medesimo diritto alla vita ad ogni latitudine.

Per questo oltre alla memoria dobbiamo esercitare la capacità di immedesimarci in chiunque subisca violenze o abusi e chiederci cosa faremmo noi al suo posto. Ma soprattutto dobbiamo domandarci se davvero pensiamo che sia giusto che ci siano vite più degne di essere vissute o protette.

Se fossimo noi ad avere fame o sete, a svegliarci sotto un cielo di bombe e desiderare di vivere, ad essere stuprati o venduti, non vorremmo che qualcuno si ribellasse e lottasse per noi? Se fossimo noi a dover lasciare la nostra terra senza la consolazione del ritorno, non desidereremmo almeno un’altra terra che ci accolga e ci inviti a chiamarla casa? O vorremmo forse vivere per sempre da esclusi in una società che non ci riconosce come suoi membri e ci costringe ai margini dell’esistenza stessa?

Chiediamocelo oggi, 3 Ottobre 2017, e proviamo per un attimo ad immaginare il freddo di un mare che ci inghiotte mentre milioni di altre persone al caldo delle loro case decidono di voltarci le spalle e ignorare la nostra morte.

Solo allora potremo veramente sperare che non succeda mai più.

di Maria Grazia Patania

Storia di una sfida davvero pazzesca: Crazy for football

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Crazy for football si presenta essenzialmente come una finestra aperta sull’emozione. Questo concetto fa leva sul fatto che lo spettatore viene da subito messo in una condizione di “osservazione privilegiata” attraverso un punto di vista mai contaminato dal vezzo o dal virtuosismo, semmai guidato da una consapevole quanto rispettosa autorialità. De Biasi, infatti, utilizza l’obiettivo come una lente di ingrandimento attraverso cui passare al setaccio storie, emozioni ma soprattutto volti e lo fa con la delicatezza di un esperto d’arte che, indossati i guanti di velluto, sta attento a non compromettere la verità. Il più grande punto di forza del documentario vincitore del David di Donatello 2017, è proprio quel “cineocchio” caro al cinema d’avanguardia sovietico dei primi anni ’20, che rende De Biasi un moderno “uomo con la macchina da presa” alla ricerca non di una mera e asettica verità, quanto, mi verrebbe da dire, di una “estetica della realtà”. Quest’ultimo, infatti, rimane addosso ai protagonisti creando una composizione del cadrage funzionale alla narrazione: il continuo quanto simbolico gioco di spazi tra i loro volti racchiusi in claustrofobici primi piani e gli ampi campi da gioco che hanno il sapore di libertà, rimandano ad un sottotesto di isolamento/condivisione, esclusione/integrazione ma soprattutto solitudine/comunità.

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Crazy for football racconta la storia di un gruppo di pazienti psichiatrici provenienti da diversi dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, chiamati a disputare il campionato più importante: i mondiali per pazienti psichiatrici a Osaka, in Giappone. Accompagnati dallo psichiatra Santo Rullo, allenati da Enrico Zanchini e preparati dall’ex pugile Vincenzo Cantatore, il gruppo di pazienti affronta diverse sfide non solo per entrare ufficialmente a far parte dei 12 convocati ma soprattutto per tornare in Italia da campioni del mondo. Da anni Santo Rullo, presidente dell’Associazione italiana di psichiatria sociale, si batte affinché i pazienti affetti da disturbi mentali vengano reinseriti nella società. Proprio in quest’ottica il calcio diventa una via concreta per farlo. Già nel 2006 Volfango De Biasi aveva raccontato in Matti per il calcio l’esperimento del dottor Rullo, dieci anni dopo, con Crazy for football, porta sul grande schermo una storia di speranza in cui non c’è spazio per il pietismo: durante tutti i 70 minuti, la narrazione procede fluida virando in modo consapevole dal registro comico a quello emozionale. De Biasi sta lì, dietro la macchina da presa, eppure non se ne avverte quasi mai la presenza se non attraverso qualche breve e sporadica incursione della sua voce che pone una domanda. Questo approccio assottiglia del tutto la separazione tra narratore-fatti narrati-spettatore, arrivando quasi ad un punto di fusione tra le tre dimensioni catapultando lo spettatore al di qua dello schermo. Inoltre, la narrazione sembra non seguire alcuna traccia ma scriversi da sé momento dopo momento, inquadratura dopo inquadratura. Anche in questo sta la forza del documentario: la penna sapiente e delicata dello sceneggiatore Francesco Trento e dello stesso Volfango De Biasi, ha saputo cogliere il perfetto taglio di questa storia. Forse l’unico che potesse assumere per non perdere forza.

Ci sarebbero moltissime simbologie da cogliere all’interno di Crazy for football, che caricano ulteriormente la pellicola di senso: il campo da calcio, il gioco, la competizione, il ring dove viene intervistato Vincenzo Cantatore, il viaggio e soprattutto le maglie che ogni giocatore indossa con il proprio nome e numero simbolo di una identità rivendicata ed esibita tanto in campo quanto nella vita. Con molta incredulità questi ragazzi parlano di sogni: qualcuno abbassa lo sguardo con imbarazzo come se fosse un diritto a lui negato o non accessibile a tutti, altri hanno ancora il coraggio di immaginarsi, un giorno, come “qualcuno di importante”. È questa la vittoria più grande di un progetto come quello portato avanti da Santo Rullo, la tutela dell’identità. La meritata conquista dell’ambito David come miglior documentario segna la vittoria di un progetto ben più ampio che premia non solo il coraggio di Santo Rullo, di Zanchini, di Cantatore, di Volfango De Biasi e Francesco Trento che hanno dato prova di essere due fuori classe del cinema – di quelli che stanno in zona cesarini certi di mettere a segno una grande giocata, per rimanere in ambito calcistico – ma  soprattutto il bisogno di esserci di questi ragazzi. Esserci nel mondo. Esistere. Molti di loro, alla domanda qual è il tuo sogno, hanno risposto “questo qua, andare in Giappone”. Ecco la sintesi del perché proprio in apertura si parlava di finestra aperta sull’emozione.

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Il 21 Settembre esce il libro di Crazy for football firmato sempre da Francesco Trento e Volfango De Biasi. Come recita il sottotitolo: è la storia di una sfida davvero pazzesca.

Per approfondimenti: www. facebook.com/crazyforfootballillibro/

Di Claudia La Ferla