Tanto vale l’Uomo, tanto vale la sua Terra

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La notizia è che la Gendarmeria francese avrebbe ricondotto in Italia alcuni migranti, varcando la frontiera senza autorizzazione e attuando di fatto una deportazione.  

La notizia, nonostante sia riferita a un particolare episodio risalente a fine 2017, purtroppo non è isolata.

Gli attivisti della Ong Rainbow4Africa avevano segnalato un’incursione della Gendarmeria nel centro migranti di Bardonecchia, avvenuta nel marzo del 2018. In quel caso la risposta dei diplomatici francesi alle polemiche sollevate da quella che sembrerebbe una grave violazione è stata la legge 824 del 20 giugno 1965 circa la “ratifica ed esecuzione della Convenzione tra l’Italia e la Francia relativa agli uffici a controlli nazionali abbinati ed ai controlli in corso di viaggio.

In aprile, invece, una famiglia era stata trascinata fuori dal treno su cui viaggiava per raggiungere la Francia da Ventimiglia. I gendarmi in quel caso non avevano avuto riguardi nemmeno per una donna incinta, portata di peso sulla banchina della stazione di Mentone.

A giugno è stato inoltre pubblicato il rapporto di Oxfam sulla situazione dei migranti al confine di Ventimiglia in cui vengono denunciate gravi violazioni dei diritti umani da parte delle autorità francesi.
Nel rapporto “Se questa è Europa” Chiara Romagno, responsabile per Oxfam del programma OpenEurope a Ventimiglia, dichiara che “I poliziotti francesi infieriscono…è anche questo che è inaccettabile…oltre a respingerli illegalmente, senza metter in atto nessuna delle garanzie pur previste dalla legge, li scherniscono, li maltrattano…a molti hanno tagliato la suola delle scarpe, prima di rimandarli in Italia”

La notizia, dicevamo, è che la Gendarmeria francese avrebbe ricondotto in Italia dei migranti, varcando la frontiera senza autorizzazione e attuando di fatto una deportazione.

Restiamo basite da come i giornali abbiano dato la notizia, concentrando l’attenzione sulla violazione territoriale e continuando a usare uno spiacevole verbo, con o senza virgolette.

XIX

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2018/10/16/ADC269AC-bardonecchia_scaricati_migranti.shtml

libero

fonte: http://247.libero.it/rfocus/36669204/1/migranti-scaricati-in-italia-francia-si-scusa-un-errore-vvox/

agi.png

fonte: https://www.agi.it/cronaca/migranti_francia_italia-4491355/news/2018-10-15/

giornale

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/macron-ci-scarica-i-clandestini-alta-tensione-italia-e-1588602.html

scaricare (poet. scarcare) v. tr. [der. di caricare, col pref. s– (nel sign. 1)] (io scàricotu scàrichi, ecc.). – 1. a. Togliere o far scendere un peso, un carico dal mezzo di trasporto su cui è caricato, dalla persona o dall’animale che lo trasporta: s. il granoil carbonegli operatori stavano scaricando dal camion i sacchi di cementos. cassette al mercato […] Nell’uso fam., liberarsi di una persona che si ritiene noiosa, sgradita e sim.: finalmente sono riuscita, con una scusa, a s. quel seccatore; anche, lasciare, piantare: il fidanzato l’ha scaricata. *

 Nell’epoca della Post Verità in cui il cambiamento climatico sarebbe una bufala, i flussi migratori sarebbero un’emergenza, il razzismo sarebbe declassato a goliardata, le donne non sarebbero a proprio agio con un libro in mano, i diritti civili non sarebbero universali; è il caso di ricordare che le parole sono importanti.

Restiamo Umani.

 

Cristina Monasteri


 

*http://www.treccani.it/vocabolario/scaricare/

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Portala via. Via da qui.

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È luglio e fa caldo sulla banchina del porto.
Lo sbarco dovrebbe avvenire intorno alle 16 e un’ora prima siamo già tutti pronti ad abbrustolirci sotto il sole. Tira un vento fastidioso che solleva polvere e zolfo, ma aiuta a non soffocare. D’un tratto ci viene comunicato che siamo sulla banchina sbagliata, prendiamo le macchine e ci spostiamo.
Intorno, facce stanche, preoccupate.
È il periodo della gogna mediatica contro le ONG impegnate in mare che improvvisamente sono diventate il nemico numero uno da combattere per fermare l’invasione che esiste solo nella mente di chi confeziona odio. È il periodo in cui si pesa ogni sillaba per timore di cadere nelle trappole della propaganda. È il periodo in cui la solidarietà diventa un crimine, salvare vite un atto di cui vergognarsi e restare umani l’unica sfida sensata.

La grande nave si profila all’orizzonte, inizia tutta la preparazione allo sbarco che lentamente comincia. Scendono le famiglie, le donne con bambini piccoli. Ce ne sono tre che sembrano pronti per l’asilo, non fosse per i piedi nudi e lo sguardo smarrito. Nell’afa del pomeriggio galleggiano i sorrisi di disagio e speranza fra questi sopravvissuti e noi che li aspettiamo in banchina sperando di essere utili.
C’è molto silenzio, ogni tanto un bambino ride, una donna viene fatta distendere su una barella e portata in ambulanza. Non è niente di grave per fortuna.

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Ph. Francesco Malavolta

Dopo un po’, finito lo sbarco di famiglie, donne e bambini, mi sposto dove c’è l’attendamento in cui si svolgono le operazioni di identificazione e alloggiano in prima battuta i nuovi arrivati: due tendoni molto grandi, dei container e uno spiazzo coi giocattoli per i bambini.
Quei giochi sull’asfalto bollente, quei colori sul grigio della strada sono uno schiaffo. Tanti bambini giocano, si rincorrono, ridono e sembrano felici. Ma è sbagliato: quello non è un posto per giocare, non è un posto dove trascorrere nemmeno un minuto della propria preziosissima infanzia.

Mi avvicino alla tenda più grande e noto un bambino di circa due anni in braccio al padre che mi guarda. Ci scambiamo un sorriso e lui si avvicina, me lo porge. Sono maliani, c’è anche la madre che batte le mani per incoraggiarmi a prenderlo in braccio. Il piccolo non è proprio contento e non perde di vista i genitori, ma nel frattempo si gode baci e carezze dell’estranea.
Facciamo una foto insieme: non fossimo al porto sotto il sole cocente dopo uno sbarco e un viaggio della speranza, sembreremmo una famiglia la domenica pomeriggio al parco.
Restituisco il bambino al padre, ci salutiamo ed entro nella tenda: mamme e bambini ovunque. Uno sembra il ritratto della serenità in braccio a sua madre che è bellissima e aggraziata in ogni gesto. Mentre sono impegnata a guardare loro, arriva una donna sulla quarantina, siriana, magra e accompagnata dalla nipote di 16 anni. Non parlano inglese, mi prendono in disparte e si toccano la pancia “Blood, blood. Please help”. Hanno le mestruazioni, servono assorbenti. Ne ho due in borsa per pura casualità, glieli do e ne vado a cercare altri, provando a dimenticare l’imbarazzo della donna che me li ha chiesti. Quando torno con un intero pacco, mi abbracciano e ridono.
Non basta affrontare un viaggio allucinante, ci manca solo il ciclo a peggiorare le cose.

Non ho il tempo di fermarmi a pensare che un gruppetto di ragazze somale mi fa cenno di avvicinarmi, hanno un fagottino in braccio: una bambina minuscola dentro una copertina rosa. Si sente il respiro sottilissimo. La mamma è avvolta in un velo azzurro, è esile, mi dice di avere 20 anni e di aver partorito in Libia 15 giorni prima. Nemmeno lei parla inglese, solo qualche parola per dirmi “beautiful”. Sì, la bambina è adorabile. Me la mette in braccio come fosse una bambola, si gira velocemente per controllare se qualcuno ci guarda e mi parla dritta negli occhi “Take her away. Away”.
Il suo sguardo corre oltre il limitare del campo, dove c’è la vita, la strada, la città. Dove non ci sono ghetti, file e documenti impossibili da ottenere. Una madre giovanissima che ha avuto quella figlia chissà dove e da chi mi chiede di portarla via con me.
Le spiego che non si può, che quella vita così leggera da tenere in braccio sarebbe un macigno burocratico. Le dico “no possible. All the best” mentre ci abbracciamo io e lei, la bambina in mezzo ai nostri due cuori.
Decido che per quel giorno può bastare. Salgo in macchina, esco dal porto, mi fermo poco dopo, su uno slargo da dove si domina tutta l’area. È quasi il tramonto e quei colori così belli rendono intollerabile la bruttezza del mondo in cui vivo.
Mia madre mi chiama per dirmi se vado a cena, rispondo sì con la voce più ferma che riesco a recuperare. Quando arrivo a casa, crollo e le racconto di quella madre, di quella bambina, di come per un momento me la sia immaginata coi cappellini e le copertine fatte a mano dalla zia, di come abbia pensato a papà che le canta le canzoni per farla addormentare e di come mi siano venute in mente le storie degli ebrei deportati che affidavano i figli a chiunque avesse il coraggio di salvarli.
Lasciamo perdere la cena. Ci è passata la fame. Torno a casa mia, ogni cosa è enorme, il letto troppo grande avrebbe potuto benissimo ospitare quella creatura e anche sua madre.
Mi aggrappo alla legge, alla burocrazia, alle regole per trovare delle scuse, ma non mi aiutano. Penso solo alla ragazza che mi chiede di salvare sua figlia che respira piano fra le mie braccia e a me che da allora ogni giorno mi domando se ho fatto bene a dirle di no.

di Maria Grazia Patania

Mediterranea, in mare per salvare la nostra umanità

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10 ottobre 2018. Ballaró, cuore antico di Palermo. Già dal nome si capisce che qui è passato tutto il Mediterraneo da secoli. Non poteva esserci altro luogo dove presentare alla città il progetto di Mediterranea e della nave Mare Jonio, la prima imbarcazione battente bandiera italiana che solca il mare a sud della Sicilia per una missione di monitoraggio, testimonianza, salvataggio e denuncia della situazione lungo la rotta del Mediterraneo Centrale.

Una follia necessaria, come raccontano gli uomini e le donne che hanno deciso di mettersi in mare, per riprendere parola e rompere un muro di silenzio e cattiveria che sembra essere l’elemento dominante di questi tempi bui.

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È proprio per riprendere parola che una vasta rete di associazioni ha deciso, semplicemente, che non bastavano più sit-in e manifestazioni ma che occorreva fare. Dare un contributo in prima persona nella battaglia navale che si combatte ogni giorno a pochi chilometri dalle nostre coste.

Così in pochi mesi, con passione e professionalità, l’idea è diventata azione. Un comitato di garanti, la disponibilità di banca etica, un fido di 700mila euro, la creazione di un equipaggio. E infine il mare.

Una volta salpata, la nave ha provocato una serie di effetti immediati fra cui attivismo nuovo della guardia costiera maltese, fine delle segnalazioni sulle imbarcazioni in difficoltà e dei soccorsi. Tutti gli attori governativi sono attualmente impegnati nel nascondere alla vista di Mediterranea quanto sta avvenendo, confermando quanta paura faccia la verità a governi e stati che hanno deciso semplicemente di volgere lo sguardo dall’altra parte rispetto alla tragedia continua che avviene in Libia e davanti alle coste di quel paese che qualcuno si ostina a considerare “porto sicuro” nonostante testimonianze, rapporti internazionali e prove concrete di trattamenti inumani, torture e stupri in veri e propri lager.

Mediterranea è, a tutti gli effetti, un pezzo di Italia. Un’Italia che ha deciso di non voltare le spalle alla sua storia e all’umanità. E così quella imbarcazione non salva solo uomini e donne che provano a scappare da mille orrori, ma salva anche noi. Salva l’onore di questo paese che vive un momento incerto e terribile ma che è ancora capace di agire e impegnarsi.

In pochi giorni oltre 100mila euro sono stati raccolti con una grande campagna di fundraising, ed è questa la migliore risposta a chi dice che non c’è più speranza.

Di Sergio Lima

Qui maggiori informazioni sul progetto e il link per le donazioni a sostegno della missione
Qui il diario di bordo di Valerio Nicolosi per TPI

Io posso farci tutto: insegnare italiano per resistere alla disumana burocrazia che regola le vite dei migranti

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Tutto è cominciato  a inizio febbraio, mentre ero in Portogallo. Tornando non ho trovato Alì e solo davanti all’evidenza della sedia vuota ho saputo la verità. Nessuno aveva avuto il coraggio di dirmelo mentre ero lontana. Alì, il gigante buono. Alì, col cappellino da super man che sorride sempre e impara velocemente. Alì che balla scatenato sul sagrato del Duomo di Augusta con l’inseparabile cappellino rosso e blu durante la festa di carnevale. Alì, 17 anni, maliano, è scappato per rincorrere il futuro per cui ha rischiato tutto.

Di nuovo ritorna la triste realtà degli addii a cui non ci si abitua mai. Questa volta però è lui a scegliere di andarsene. Senza dire una parola, un giorno parte e poco dopo scriverà dalla Francia. Come sia riuscito ad arrivare resta un mistero. Da quel momento le cose cambiano velocemente e ad aprile arriva il primo grosso trasferimento di neo diciottenni: ne vengono trasferiti dieci in un colpo solo. I corridoi diventano silenziosi, il morale è a terra e noi che siamo rimasti qui ci chiediamo chi sarà il prossimo. E quando.

La prima volta che sono entrata ad Albachiara era inizio gennaio ed era una confusione di voci, di musica, di ragazzi provenienti da vari paesi dell’Africa fino al Pakistan. La prima volta che ho provato a fare lezione sembravamo un gruppo di squinternati: loro numerosi e attentissimi davanti a me che avevo solo una piccola lavagna ad aiutarmi e nessun pennarello funzionante a disposizione. Da quella prima volta fino a giugno erano cambiate molte cose: avevamo creato 3 gruppi per vari livelli di conoscenza della lingua, altri volontari si erano uniti e, appena mi vedevano arrivare, i ragazzi si chiamavano a vicenda ripetendo “scuola, scuola!”

Ora è rimasto solo Cima ad Augusta, gli altri sono stati tutti portati via. Saryu è l’ultimo ad andare via. Lo sapevo che sarebbe successo, ma niente prepara a questo tipo di addii. Niente cancella questo terribile senso di ingiustizia. Quando mi scrive su whatsapp per dirmelo, piango. Ma gli chiedo solo se gli va di venire a cena dalla mamma. La mamma è la metafora di tutta la famiglia e la presenza più necessaria di tutte. La mamma è l’unica àncora di salvezza, l’unico riparo dal naufragio del cuore, l’unica medicina possibile di fronte alla malattia degli addii forzati.

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*Ph: Francesco Malavolta, agosto 2018 dopo la chiusura ufficiale del CPA Albachiara di Augusta

Dopo quattro anni di migrazione vissuta ogni giorno, in ogni angolo della mia vita ho capito che migrazione significa ingiustizia. Significa dolore, perdita, frustrazione. Ma soprattutto ingiustizia.

Io sono stanca di vedermeli portare via come pacchi. Sono stanca di inventare bugie e storie a lieto fine che tanto non si avverano. Sono stanca di dire “non preoccuparti” quando io sono terrorizzata perché fatico a riconoscere il mondo bestiale in cui vivo. Se quattro anni fa, avevo la speranza. Adesso a poco a poco mi stanno togliendo anche quella.

Questi figli li abbiamo curati, educati, inseriti in qualsiasi progetto potesse evitarne l’isolamento, abbiamo insegnato loro la nostra lingua nella speranza che imparassero a usarla in modo gentile. Io non ho insegnato italiano per pietà o per lavarmi la coscienza. Ho insegnato italiano perché credo che la conoscenza sia l’unico modo per salvarci tutti insieme: non rimanere ignoranti è l’unica speranza che ci resta. Far sì che loro riescano dove noi abbiamo fallito. Consegnare uno strumento potente come la parola affinché venga usata per costruire il mondo migliore che vedo allontanarsi ogni giorno, ma che con tenacia dobbiamo continuare a perseguire.

Non sono andata al centro di prima accoglienza per pietismo, buonismo o altre parole vuote. Sono andata da loro per un prepotente senso di ingiustizia che non si arrendeva nemmeno all’evidenza delle fughe volontarie dettate dalla disperazione o dai trasferimenti. Tre volte a settimana per mesi, sono stata con loro. Li ho rimproverati come fossero figli miei, ho ascoltato la voce delle loro madri dall’altro capo del telefono, ho pianto il loro dolore e assorbito il veleno dei loro racconti di torture e violenze. Mi sono illusa che la sera le loro famiglie potessero andare a dormire con un sorriso pensando che i loro figli stavano studiando. Mi sono illusa che saremmo durati insieme e che qualcosa di positivo l’avremmo fatta insieme. Come ogni storia di amore, quando inizia non si pensa mai alla fine. Non la si prende nemmeno in considerazione. Durerà, mi ripetevo. Questa volta durerà sicuramente. Ho fatto progetti, ho tentato di seguire un programma per far imparare la lingua italiana con meticolosità.

Non so se quelle lezioni siano servite per sciogliere la loro lingua, per aiutarli con le parole del paese dove vivono adesso. Ma so con certezza che quelle lezioni sono servite a me per salvarmi da un abisso di impotenza e dalla pericolosa gabbia del “io non posso farci niente”.

Io posso farci tutto.

di Maria Grazia Patania

Stealthing oltre le stelle

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La vacanza è quasi finita, Lucy ha scelto di restare qualche giorno in più da sola mentre gli amici sono dovuti rientrare per lavoro.

Fa caldo, il mare, sua fonte di energia, le da calma e serenità. Non teme gli sguardi curiosi di chi la vede sola per strada o a cena ma non è stupida e sa che la sua sicurezza viene prima di tutto quindi evita di inoltrarsi nel cuore della cittadina di notte.

C’è un ristorantino molto carino a due passi dal suo appartamento, decide di cenare lì, è vicino a casa e sufficientemente affollato da non farla sentire in pericolo o sola.

I camerieri sono gentili e il cibo fantastico. I commensali che la circondano fanno in varie lingue congetture su questa donna, seduta da sola nel mezzo del cortiletto dove sono disposti i tavoli già tutti occupati. Lei sorride, non sanno che li capisce.

Dopo cena decide di andare a prendere un gelato che si gode seduta su una panchina sul lungomare. La luna alta e grande circondata da miriadi di stelle si riflette sul mare calmo e scuro.

La serenità la pervade ma è ora di tornare a casa, domani è l’ultimo giorno di vacanze e Lucy vuole goderselo al massimo.

Il giorno dopo lo trascorre al mare, nota che ci sono diverse donne sole e si sente sollevata.

Arriva la sera, è affamatissima. Si prepara, indossa jeans, maglietta e sandali, sebbene le sere siano eccezionalmente calde non vuole dare nell’occhio. Esce, segue il suono della musica, c’è un concerto di una cover band locale. Cantano i Queen e altri grandi del passato, non è male, decide di fermarsi e ballare un po’. Ma è sola, gli occhi degli uomini iniziano a farsi pesanti sul suo corpo, decide di andar via.

Cibo, ok dove si va? È l’ultima sera, dovrei cercare un posto nuovo ma sono pigra. Vediamo se c’è posto al ristorante sotto casa.

Il posto c’è, anche i camerieri sono gli stessi, solo la hostess è cambiata.

Lucy viene accolta con un “ben tornata” che la fa sentire sicura e a casa. Ordina un bicchiere di vino bianco e gamberoni alla griglia.
Davanti a lei un tavolo con una coppia sulla 50ina. La moglie le da le spalle, il marito la nota e sornione la scruta durante tutta la cena attento a non farsi beccare dalla moglie. Lei evita di incrociare il suo sguardo, finisce di mangiare, chiede il conto, paga e va via senza né salutare né ringraziare, c’è troppa gente, i camerieri sono occupatissimi.

È l’ultima sera, non vuole tornare subito a casa, si addentra nelle stradine del centro storico, compra un gelato e si siede ai piedi di una statua a contemplare le antiche mura che la circondano. Passano pochi minuti e il primo uomo le siede accanto. Lei sorride e continua mangiare il suo gelato e ammirare tutto ciò che le gira intorno. Poi ne arriva un altro, poi dei ragazzi. La base della statua all’improvviso diventa claustrofobiaca. È tempo di tornare a casa.

Mentre percorre la piccola stradina adornata da tavoli e turisti, arriva davanti al ristorantino dove ha cenato e lì la ferma il cameriere che l’aveva servita. Lui, Daniel, è giovane e sorridente.

Sei andata via senza dire nulla, mi sono girato e non c’eri più.

Eravate così impegnati, non mi sembrava il caso di disturbare. Risponde Lucy.

Ti posso offrire da bere?

Ci pensa un attimo, la situazione sembra sicura, la strada è illuminata e c’è gente che va su e giù.

Perché no?

Lui sta per finire il turno, le riempie un bicchierino di liquore e torna a lavoro chiedendole di aspettarlo. Lei si siede, accende una sigaretta e aspetta.

Alla fine del turno le propone di andare in riva al mare con i suoi colleghi per una birra e due chiacchiere. Ci sono anche delle ragazze, Lucy è serena, le piace l’idea di finire così le sue ferie e decide di seguirli.
Arrivano su uno spiazzale dove c’è già un gruppetto di ragazzi che suona la chitarra e canta.

C’è ancora quella luna che occupa metà del cielo stellato, il mare è una tavola, la musica tradizionale in sottofondo crea un’atmosfera magica. Le sembra di essere nella scena di un film.
Si parla dell’Italia e del loro Paese, si rendono conto che sono più simili di quanto pensassero. Ci ridono su.

Lucy è seduta accanto a Daniel che la guarda sorridendo poi la stringe a se e la bacia. È un bacio dolce che la fa sorridere, lei ha 40 anni, lui poco più della metà.
Trascorrono un paio d’ore molto piacevoli poi lui la guarda e dice, andiamo a casa? Lei risponde di sì. Si baciano ancora.

Sul tragitto, dopo aver capito che nessuno dei due aveva preservativi, cambiano rotta e trovano un negozietto dove comprarli.

Tornano a casa, si abbracciano, si spogliano, si accarezzano e si scoprono. Lui mette il preservativo ma qualcosa non va. Si fermano, sorridono, parlano un po’ e poi ricominciano a esplorarsi. Il preservativo è sempre lì.

Lucy è quasi incredula, quante emozioni in una sola serata, non avrebbe potuto sperare in una fine di vacanza migliore. Daniel la penetra, si baciano, si girano e si rigirano sul letto circondati dai vestiti buttati sul pavimento.

Ma c’è qualcosa di strano, pensa Lucy, qualcosa che non la fa stare tranquilla e chiede, tu il preservativo lo hai ancora su giusto?

No.

Le si gela il sangue nelle vene. Lo spinge via e si copre con le lenzuola. Salta fuori dal letto e gli urla di andarsene.

Daniel si giustifica dicendo, credevo lo avessi capito, scusa non hai visto? Non hai sentito?

No, non ho visto, non ho capito! Credevo che chiederti di comprarli e fartelo mettere prima del rapporto fosse sufficiente per farti capire che senza non lo faccio. Esci da questa casa, ora!

Daniel si alza e si riveste, piano, come se volesse darle il tempo di cambiare idea. Lucy lo segue con lo sguardo da lontano ripetendo come un mantra, mi sono fidata, hai abusato della mia fiducia.

Ma tu lo sapevi, insiste Daniel.

Fuori! Urla Lucy, esci da questa cazzo di casa ora!

La porta si chiude, Lucy torna a letto ma non riesce a dormire.

Cretina, sei una cretina. Non ti dovevi fidare, non dovevi rischiare.

Si sente sprofondare nel letto come in quella famosa scena di trainspotting, ma non per estasi.

Appena torno a casa analisi del sangue ma non dirlo a nessuno. Mai. Punto. Faresti solo la figura della scema.

E così fa, al rientro non dice nulla, non va dal dottore, non ci pensa più. Fa finta che quella sera non sia mai avvenuta.
Passano quasi due mesi, sta bene, ha ripreso a lavorare e la vita procede serena. Finché un giorno trova un articolo di giornale sullo stealthing. Non ne aveva mai sentito parlare. Nel leggere si accorge che è esattamente quello che è successo a lei. È reato, dicono, equivale a stupro. Un uomo è stato condannato (in Svizzera).

La memoria la riporta in quella camera da letto, alle urla. FUORI, ORA!

La assalgono ansie e preoccupazioni, e se avessi contratto qualcosa?!

Inizia la ricerca spasmodica di un ospedale che le possa dare risposte e farle fare il test dell’HIV. Lo trova, telefona e va, sola.

L’accoglie un sorridente infermiere al quale racconta quello che le è successo. Non riesce a trattenere le lacrime, chiede scusa per la sua stupidità, si vergogna della sua stupidità.

Lui la rassicura dicendo che i casi di contrazione dell’HIV sono rarissimi, se non c’è stato rapporto anale o orale completo può stare tranquilla. Lei ha fatto il possibile, ha comprato i preservativi e si è assicurata che lui lo indossasse. Il resto non è colpa sua.

Anche il miglior conducente nulla può se gli arriva un tir addosso.

È vero pensa Lucy, ma non è sufficiente per calmare i demoni che le occupano il cuore e lo stomaco.

È colpa mia, è il mio corpo, avrei dovuto accorgermene. È solo colpa mia.

L’infermiere le poggia una mano sulla spalla e la fissa sorridendo.
Lucy si ritrova paralizzata sulla sedia, in lacrime.

Mica ci sta provando?! Non vede che piango, non capisce che sono sottosopra? Pensa mantenendo un sorriso di circostanza.

Lui inizia a farle dei complimenti, dai che ti porto a cena io, hai bisogno dell’uomo giusto.

Il tempo si congela, Lucy vuole solo uscire da quella stanzetta buia, salire in macchina e tornare a casa.

Lui insiste, ci vediamo sabato quando verrai a ritirare i risultati, ti porto fuori io!

Allibita, stanca, nauseata e arrabbiata va via.

Com’è possibile che anche davanti a una donna che sta attraversando un momento di fragilità l’uomo non arretra, non aspetta, non rispetta e non manca occasione di provarci?!?

Il test dell’HIV non è sufficiente, serve la prescrizione per epatite b e c. Non vuole andare dal dottore che conosce da 20 anni a spiegare di nuovo quello che le è successo ma non ha scelta.

Si siede e racconta, ma con meno dettagli questa volta e senza lacrime. La risposta del dottore la lascia basita.

Ma dai, voleva solo avere un contatto più intimo! Sorride malizioso.

Lucy si sente crollare il mondo addosso e con voce rotta ribatte, ma io ero stata chiara, avevo detto solo con preservativo.

Sei troppo ansiosa Lucy, capita, non è la fine del mondo, voleva solo godere di più.

Sí, ma contro la mia volontà, vorrebbe urlare lei.

Invece è ferma, sguardo basso, mani che tremano.

Con il cuore in gola si alza per andar via, grazie per la prescrizione e buona giornata.

Anche a te, e stai serena! A proposito, come sono andate le vacanze, dove sei stata?

Bene, sono andata oltre le stelle.

TerraMadre. Presentazione di “Permacultura, manuale di progettazione”

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La genialità dell’autore australiano Bill Mollison, visionario fondatore del movimento  conosciuto come Permaculture, oggi è finalmente tradotta in italiano nella sua più importante opera dal titolo “Permacultura, manuale di progettazione”.
Tutto merito di centinaia di supporter che hanno realizzato il progetto di traduzione e pubblicazione del manuale partecipando alla campagna di crowdfunding dell’associazione di promozione sociale MEDIPERlab, ovvero Laboratorio di Permacultura Mediterranea
Un momento storico per l’Italia dove la forza di gruppo traina il carro del cambiamento e porta il nostro Paese ad essere secondo al mondo ad avere il manuale tradotto. Un importante passo verso la sostenibilità e l’autosufficienza. Il libro infatti illustra come progettare insediamenti umani sostenibili e preservare e promuovere i sistemi naturali. A essere messe in discussione non sono soltanto le odierne pratiche agricole, ma la necessità stessa di un’agricoltura asservita all’industria agroalimentare, quando terreni incolti e smisurate aree verdi cittadine possono essere utilmente destinati alla produzione alimentare.
Urgono strategie che ripensino le politiche di investimento sociale e il quadro politico stesso, in vista di una autosufficienza su scala regionale o delle singole comunità. La speranza è che il manuale alimenti un inesauribile dibattito globale e orienti verso un futuro che garantisca ai nostri figli la possibilità di una degna esistenza.
“Permacultura, manuale di progettazione” verrà presentato al pubblico in occasione di TerraMadre, il 22 Settembre. L’evento avrà luogo presso la Casa dell’Ambiente di Corso Moncalieri, 18 a Torino.
Maggiori informazioni qui 

Where your heart is at peace

Home, definition:
The place where one lives permanently, especially as a member of a family or household. (Oxford Dictionary)

It means that ‘Home’ is where you are you, where you build your life, love and future. It’s not a ‘house’, it’s a ‘Home’, the only place that gives you a sense of belonging.

Does nationality have anything to do with the concept of home? No it doesn’t. And this comes from a fortunate white woman who has never had to suffer hunger or escape  war. Who has never had to beg for money or sleep on the street. I’ve been travelling for over 20 years and my homes have always been 2: whatever part of Italy my parents were and UK, where I was given a chance and eventually a respectful job, a future and people loving me. No walls or furniture define my “house” but only how I feel in that place because home is not your country of birth but rather the place where you build your life, family, career and future. This is  what I call Home with capital H.

So when I hear “their home is Africa” I just want to shout that NO, it isn’t! Home is where we are happy and feel respected, appreciated and loved!

And while over 600 people crammed on a rescue boat take 3 days to reach a safe port, I find myself yet again on the plane looking for something I don’t even know what it is. And I have a choice. I can pick anywhere I want, I can run away from my unhappiness and disappointment and start something new in another country. Be aware, I’m not running away from violence, war or poverty. I’m simply running away from my mistakes, my disappointment and my failures. And I’m comfortably sitting on a plane, flying above this EU that when I was a teenager made me dream and gave me hopes. It disgusts me now. This is definitely not what we had in mind when we, the Italians, lay the foundation for a shared solidarity and coexistence. Europe was meant to be everyone’s Home, not everyone’s house. A Home for all the people who were looking for a brighter future, for hope. And it didn’t matter whether you were back, white, yellow, red or pink.

Photo Copyright: Francesco Malavolta

The arrogance of those who govern today has destroyed that fraternity built by people like Altiero Spinelli, an unrelenting federalist, Alcide De Gaspari, an inspired mediator for democracy and freedom in Europe, or Jean Monnet, the unifying force behind the birth of the European Union and others. What would they say today? How would they feel knowing that those very countries that fought together to create harmony and peace in Europe are now playing with innocent people’s lives just to prove they have the biggest willy?!

We’ve turned this ambitious integration project into a battle against an imaginary enemy. We have forgotten that we call Home whatever place where our heart is at peace.

Pornografia di una strage

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Ricordo l’indignazione causata dai turisti dell’orrore che scattavano foto ricordo, in gruppo o in coppia ma anche da soli davanti all’azzurro mare d’Agosto, con la carcassa della Costa Concordia alle proprie spalle.
La nave da crociera su cui morirono trentadue persone in una delle prime notti del 2012.

Dopo la Costa Concordia me li aspettavo gli avvoltoi col bastone da selfie, in agguato pronti a partecipare alla morte annunciata come un corpo solo, incapace e disorientato. Ma non ero preparata. Non ci sia abitua a certe cose.

Questo popolo senza vergogna che arriva ad attaccare il Papa come aggredirebbe qualunque furbetto passato avanti nella fila in Posta: dopo cinquant’anni di DC (colei che non deve essere nominata ma che sopravvive al suo corpo impiantandosi nel fisico più debole che trova nei paraggi), gli attacchi al “Santo Padre” mi colpiscono più del vilipendio al Presidente della Repubblica, forse perché le orecchie sono più abituate dopo un Ventennio inflazionato da Berlusconi, instancabile (almeno in questo lo è stato) contro la magistratura e i principi democratici.

Senza vergogna.
Osservare le immagini dei funerali di Stato è stato penoso per le famiglie delle vittime che in un giorno di indicibile dolore si sono ritrovate nel pieno della Propaganda tra gli applausi e i sorrisi dei fan, le foto ricordo, le strette di mano.
Scene grottesche di isteria comandata.

Certo, i due dovevano pur entrare in quel salone.
Certo. Dovevano entrare: bastava non fermarsi, rimandare le strette di mano, tenere a bada le reazioni della gente, fare esercizio di decenza, avere rispetto del dolore.
Sono stufa ma dai due Vice non m’aspettavo nulla di meglio. Lo stile è sempre lo stesso.
Ma gli altri? Gente adulta “che ha lavorato tutta la vita”, “gente umile” che non s’arroga il diritto di vita e morte di pochi disperati alla deriva, io dico: non lo sapete cosa è il dolore?
Ci siamo scordati cos’è il lutto?

A suon di proclami e numeri illogicamente estrapolati da contesti inventati, a forza di dirvi che siete “stanchi di sopportare”, a furia di dipingervi come egoisti, aridi occupanti di un suolo definito da linee immaginarie vi hanno derubati di una cosa che non si compra su stileleganord.com o nello store del M5S tra le cover per smartphone e le tovagliette per la colazione. La dignità di un popolo non si compra con o senza 80 euro al mese, proclami irrealizzabili, promesse strampalate e vendette giurate o rivalse ridicole.

Le famiglie delle vittime hanno assistito agli applausi per due tronisti, hanno udito i fischi per l’opposizione, hanno visto i sorrisi allegri e la tristezza posticcia dei curiosi, gli sguardi bassi e gli occhi che cercavano mani da stringere come a un comizio.

Però era un funerale.

Sono morte 43 persone.

L’Italia è in agonia e degli italiani non v’è traccia, sono impegnati nel mettersi in mostra accanto al suo corpo martoriato: una carcassa da smantellare, alla deriva, incagliata, rovesciata e dilaniata mentre il Capitano osserva lo scempio da una scialuppa, puntando il dito contro lo scoglio.

R-esistiamo!

Viva l’Italia!
Viva Zena, la bella.

Tornate a casa vostra: Abdullah e il sogno di poter andare a scuola in Italia

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Ho lasciato la Guinea quattro anni fa per un problema in famiglia: la causa principale è stata la separazione dei miei due genitori quando avevo solo due anni. Dopo la loro separazione sono rimasto con mia madre e la sua famiglia per qualche anno. Poi mi sono trovato a casa di mio padre per andare a scuola nel 2007, ma nel 2013 sono stato cacciato via perché non potevo permettermela.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Nel frattempo mio padre si è risposato con una donna che viveva con noi da quando ero ritornato da lui. Questa donna era felice di stare con mio padre, ma non che ci fossi anche io perché non mi ha mai considerato figlio suo o di suo marito. Non mi dava nemmeno da mangiare e mi faceva lavorare tutto il giorno. Mio padre avrebbe potuto farmi andare a scuola, ma con la complicità della sua nuova moglie non ha fatto nulla per i miei studi. Verso la fine del 2013 ho deciso di allontanarmi dalla mia famiglia per raggiungere mia madre in Senegal dove si era risposata con un alto uomo. I figli del nuovo marito di mia madre non andavano d’accordo con me e mi trattavano come un bastardo, così mi sono deciso ad andare altrove. Sono andato da un mio amico pescatore che mi ha insegnato la pesca, ma non osavo avventurarmi in mare perché avevo paura. Così il mio amico ha cercato un lavoro per me come giardiniere e per due anni ho fatto questo mestiere molto pesante. Ho sofferto molto finché il mio amico mi ha detto di smettere perché mi avrebbe fatto male nel futuro dato che ero troppo piccolo per quel tipo di lavoro.

A quel punto, ho deciso di lasciare il Senegal per il Mali attraversando anche Burkina Faso, Niger e Libia, dove ho trascorso un anno prima di ritrovarmi in Italia. Grazie a Dio ho realizzato il più bel sogno della mia vita: essere sul territorio italiano. Arrivato al porto di Augusta, sono stato ben accolto e mi hanno portato nel centro dove vivo ancora adesso con delle persone che si occupano molto bene dei miei documenti e di tutto il resto.

Abdullah, 17 anni, Guinea (Conakry)


Abdullah durante le lezioni di italiano era uno dei più motivati, intelligenti e veloci nell’apprendimento. Il suo punto forte erano i verbi: era una scheggia a coniugarli. Ogni tanto non veniva perché aveva mal di testa e quando gli chiedevo come mai, mi rispondeva che aveva troppi pensieri dentro. Un modo come un altro per comunicarmi che è molto semplice parlare di scuola per chi ha una vita ordinata e un futuro che non fa paura davanti a sé.

L’effetto del disastro umanitario che stiamo consentendo ogni giorno anche sulla terraferma ha fra le conseguenze più penose il senso di disfatta che provano questi ragazzi man mano che si rendono conto che qui non c’è posto per loro. Potrei dirlo in molti modi, ma la realtà è questa: capiscono che il sogno che li ha mantenuti in vita finora è pura illusione. Alle prime lezioni erano tantissimi, poi col passare del tempo e degli esiti negativi delle commissioni la motivazione diminuiva. Sempre più hanno cominciato a sentirsi intrappolati in un limbo senza speranza che contagiava anche noi. Perché avrebbero dovuto imparare l’italiano se tanto qui non li vuole nessuno? Perché sforzarsi di imparare la lingua di un paese che fa capire loro in ogni modo di non essere graditi? A quel punto, siamo diventati sempre meno, alcuni sono andati via verso altri paesi nella speranza di avere più chance e noi siamo rimaste qui nella speranza di poter ancora essere utile a chi decideva di restare.

Di Maria Grazia Patania

Giornata del Rifugiato 2018: E se domani fossimo noi a fuggire?

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Diciassette anni fa, per la prima volta, è stata celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato al fine di sensibilizzare sulla situazione dei rifugiati a livello mondiale e far comprendere cosa significhi dover abbandonare la propria casa per motivi di guerre, persecuzioni, violenza diffusa e conflitti. In questa giornata si moltiplicano gli eventi mirati a far conoscere la condizione di rifugiati e sfollati interni nel mondo, ma nessuna di queste edizioni o iniziative sembra essere stata utile per evitare l’aumento esponenziale del livello di barbarie da parte dell’opinione pubblica.

Non solo siamo indifferenti alla sofferenza di milioni di persone costrette a lasciarsi tutto alle spalle nella speranza di sopravvivere, ma l’abbrutimento attuale rende quelle stesse persone il capro espiatorio perfetto per la massa di frustrati ed emarginati che preferiscono accanirsi sull’anello più debole di un meccanismo che in realtà schiaccia tutti e tutte.

In Europa in seguito all’intensificarsi dei flussi migratori in arrivo da Africa e Medio-Oriente a partire dal 2013, dopo una primissima fase in cui sembrava prevalere un approccio umano, si è passati alla più becera propaganda politica che ha trasformato le persone in numeri, i migranti in criminali o usurpatori del nostro benessere e ha annientato qualsiasi conquista realizzata in termini di diritti e tutele dal dopoguerra ad oggi. Il capolavoro dello sciacallaggio politico e giornalistico è stato quello di privare di un volto ciascuna delle persone in fuga, ammassandole in statistiche e numeri privi di contesto.

Non persone che hanno diritti e dignità, ma masse informi buone solo ad alimentare paure e stereotipi.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Tuttavia, arrivare dove siamo oggi non sarebbe stato possibile senza la complicità di ciascuno e ciascuna di noi. Fagocitati dalle nostre vite frenetiche, assorbiti dai problemi quotidiani e storditi dalla propaganda, rinunciamo a riflettere e a sentirci parte attiva di un sistema che sembra fluire indipendentemente dalla nostra volontà. Ed è li la vera vittoria di populisti, razzisti e xenofobi: il nostro silenzio, la nostra acquiescenza, la nostra inerme accettazione dello status quo e l’implicita rinuncia a combattere le ingiustizie.

Quando diciamo “non possiamo accoglierli tutti”, chi pensiamo di escludere? E poi… tutti chi? Chi sono tutti?

Quando diciamo “aiutiamoli a casa loro”, siamo solo ipocriti. Dov’è casa loro? Esiste? Lo sappiamo? Perché non troviamo almeno il coraggio di dire che vogliamo lavarcene le mani purché non vengano qui a disturbare le nostre vite?

Quando diciamo “accogliamo solo i profughi”, lo sappiamo che un profugo non arriva con lo status di rifugiato scritto sulla fronte ma deve sostenere una trafila legale che oggi sembra sempre più precaria? Lo sappiamo che cosa comporta fare domanda di asilo o richiesta di protezione umanitaria? Abbiamo idea di quanto tempo ci voglia? E che durante quel tempo le persone languono in un limbo burocratico che toglie loro ogni speranza? Ci rendiamo conto che questa stessa trafila è stata recentemente messa in discussione con tentativi di eliminare o abbreviare i ricorsi?

Quando dividiamo fra profughi e migranti economici, cosa stiamo dicendo esattamente? Stiamo dicendo che se scappi dalla guerra, forse ti accogliamo, mentre se a casa tua muori di fame, di sete o sogni un futuro migliore, a noi non importa nulla. La prerogativa dell’ascesa sociale è nostra. Noi possiamo spostarci e fare i cervelli in fuga, voi no. Voi non lo meritate perché siete nati nel posto sbagliato, lo stesso da cui verosimilmente attingiamo risorse da usare a “casa nostra” o che abbiamo eletto a discarica di ciò che ormai non ci serve.

Quando supportiamo tesi quali “apriamo dei centri in Libia e selezioniamo lì chi deve arrivare in Europa”, pensiamo forse a dei provini tipo Grande Fratello? Ci immaginiamo la Libia come un posto di sabbia dorata e dune punteggiate di palme rigogliose? Fino a che punto ci ostiniamo a ignorare in che condizioni versa il paese? Fin quando continueremo a esternalizzare le frontiere della Fortezza Europa sempre più a sud, facendo affari con qualsiasi dittatore ci capiti a tiro purché ci prometta di raggiungere l’obiettivo “sbarchi zero”. E cosa facciamo con le migliaia di uomini, donne e bambini bloccati in Libia che non passeranno il provino per l’Europa? Che ne sarà di loro?

Quando gioiamo di 629 sopravvissuti costretti a 10 giorni di navigazione per toccare terra in un porto sicuro, che tipo di vittoria stiamo festeggiando? In che modo abbiamo reso il mondo un posto migliore?

Quando assistiamo alla sistematica violazione dei diritti umani, perché non sentiamo la necessità di opporci in qualsiasi modo? Quand’è che ci sembrerà “troppo tardi” e ci sentiremo costretti a prendere posizione? Quando capiremo che in determinati momenti storici il silenzio, l’indifferenza e il menefreghismo sono precise scelte che connotano da che parte stiamo?

Quindi in questa diciassettesima edizione della Giornata Internazionale del Rifugiato abbandoniamo  categorie e fattispecie legali per concentrarci sull’unica essenziale verità: siamo esseri umani e ogni essere umano ha diritto a vivere in pace, a sognare un futuro migliore e a trovare ospitalità nel luogo in cui arriva. Esercitiamo la fantasia e proviamo a pensare a cosa faremmo noi se la nostra casa diventasse un luogo insicuro e mortale.

Fuggiremmo, questo faremmo.

di Maria Grazia Patania