3 Ottobre 2017: il senso della memoria

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Il 3 Ottobre 2013 a largo delle coste di Lampedusa si verificava uno dei naufragi più letali della storia delle migrazioni recenti nel Mediterraneo centrale che avrebbe ucciso 368 persone e provocato un’ondata indignazione internazionale. Subito dopo fu avviata la missione Mare Nostrum che avrebbe salvato moltissime vite e messo in luce egoismi nazionali ed europei.

Mai più avrebbe dovuto verificarsi una simile tragedia.

Eppure, tutti i buoni propositi e le nobili intenzioni si sono rivelati lettera morta davanti all’inconfutabile evidenza della nostra incapacità ad affrontare una delle più grandi crisi di umanità della storia.

Il 3 Ottobre 2017 il Mediterraneo è una vasta fossa liquida in cui sempre meno organizzazioni sono impegnate nella ricerca e soccorso di chi sfugge alle maglie di accordi siglati sulla pelle dei più vulnerabili. Avvengono meno naufragi, è vero, ma a fronte di un numero sempre più esiguo di persone che lasciano l’inferno libico prendendo la mortale via del mare nella speranza di essere salvate in tempo.

Abbiamo deciso di abdicare alla nostra stessa umanità e di chiudere gli occhi dinanzi a una situazione che ci sembra troppo difficile da gestire, illudendoci di poterla eludere per sempre. Abbiamo scelto di barricarci dentro perimetri sempre più stretti, centimetri di presunta sicurezza strappati a discapito di molti altri i cui diritti vengono costantemente calpestati. Abbiamo voluto ignorare il prezzo pagato da chi si trova intrappolato in Libia dopo un viaggio infernale che avrebbe dovuto terminare con l’arrivo in un posto sicuro.

Quanto costa un giorno senza sbarchi a una donna vittima di tratta?

Quanto costa un giorno senza sbarchi a un uomo venduto in un mercato di schiavi?

Quanto costa un giorno senza sbarchi a un neonato nato in una cella lurida e desolata?

Quanto costa a noi e alla nostra umanità?

Costa moltissimo.

Ma ci costerà ancora di più quando finalmente capiremo che non esiste nessuna differenza fra noi e loro.

Noi siamo loro. Loro sono noi.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta, Lampedusa, Celebrazioni del 3 Ottobre 2016

Negando a chi fugge da situazioni disperate il diritto alla protezione e a una vita degna, neghiamo la nostra stessa tradizione di tutela dei diritti umani. Domani potremmo essere noi a svegliarci sotto un cielo di bombe o circondati da terreni sterili o inondati e non troveremmo nessuno a difendere il nostro diritto alla vita. Abitiamo lo stesso pianeta governato da leggi sconsiderate e insostenibili modelli economici che creano vite ridondanti ad un ritmo sempre più elevato. Nel nostro mondo globalizzato le merci circolano liberamente e le persone segnate da un crudele destino geografico rimangono in balìa delle frontiere.

Ricordare non può ridursi a un automatismo né limitarsi a qualche giornata durante cui celebrare ricorrenze di cui non capiamo il senso. La memoria ha senso solo come esercizio attivo, come capacità di andare oltre ciò che è stato per costruire ciò che sarà. La memoria ha senso solo se ci aiuta ad evitare di commettere errori già fatti.

E quindi oggi la memoria non dovrebbe soltanto ricordare un naufragio di quattro anni fa in cui persero la vita 368 persone colpevoli di sognare un futuro di pace al riparo dalla violenza. La memoria nel 2017 deve ricordarci che il peso specifico della vita è lo stesso per tutti, che il loro destino incerto è il nostro destino incerto, che le violazioni dei loro diritti sono le violazioni dei nostri diritti. Perché identica è la terra che abitiamo col medesimo diritto alla vita ad ogni latitudine.

Per questo oltre alla memoria dobbiamo esercitare la capacità di immedesimarci in chiunque subisca violenze o abusi e chiederci cosa faremmo noi al suo posto. Ma soprattutto dobbiamo domandarci se davvero pensiamo che sia giusto che ci siano vite più degne di essere vissute o protette.

Se fossimo noi ad avere fame o sete, a svegliarci sotto un cielo di bombe e desiderare di vivere, ad essere stuprati o venduti, non vorremmo che qualcuno si ribellasse e lottasse per noi? Se fossimo noi a dover lasciare la nostra terra senza la consolazione del ritorno, non desidereremmo almeno un’altra terra che ci accolga e ci inviti a chiamarla casa? O vorremmo forse vivere per sempre da esclusi in una società che non ci riconosce come suoi membri e ci costringe ai margini dell’esistenza stessa?

Chiediamocelo oggi, 3 Ottobre 2017, e proviamo per un attimo ad immaginare il freddo di un mare che ci inghiotte mentre milioni di altre persone al caldo delle loro case decidono di voltarci le spalle e ignorare la nostra morte.

Solo allora potremo veramente sperare che non succeda mai più.

di Maria Grazia Patania

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Storia di una sfida davvero pazzesca: Crazy for football

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Crazy for football si presenta essenzialmente come una finestra aperta sull’emozione. Questo concetto fa leva sul fatto che lo spettatore viene da subito messo in una condizione di “osservazione privilegiata” attraverso un punto di vista mai contaminato dal vezzo o dal virtuosismo, semmai guidato da una consapevole quanto rispettosa autorialità. De Biasi, infatti, utilizza l’obiettivo come una lente di ingrandimento attraverso cui passare al setaccio storie, emozioni ma soprattutto volti e lo fa con la delicatezza di un esperto d’arte che, indossati i guanti di velluto, sta attento a non compromettere la verità. Il più grande punto di forza del documentario vincitore del David di Donatello 2017, è proprio quel “cineocchio” caro al cinema d’avanguardia sovietico dei primi anni ’20, che rende De Biasi un moderno “uomo con la macchina da presa” alla ricerca non di una mera e asettica verità, quanto, mi verrebbe da dire, di una “estetica della realtà”. Quest’ultimo, infatti, rimane addosso ai protagonisti creando una composizione del cadrage funzionale alla narrazione: il continuo quanto simbolico gioco di spazi tra i loro volti racchiusi in claustrofobici primi piani e gli ampi campi da gioco che hanno il sapore di libertà, rimandano ad un sottotesto di isolamento/condivisione, esclusione/integrazione ma soprattutto solitudine/comunità.

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Crazy for football racconta la storia di un gruppo di pazienti psichiatrici provenienti da diversi dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, chiamati a disputare il campionato più importante: i mondiali per pazienti psichiatrici a Osaka, in Giappone. Accompagnati dallo psichiatra Santo Rullo, allenati da Enrico Zanchini e preparati dall’ex pugile Vincenzo Cantatore, il gruppo di pazienti affronta diverse sfide non solo per entrare ufficialmente a far parte dei 12 convocati ma soprattutto per tornare in Italia da campioni del mondo. Da anni Santo Rullo, presidente dell’Associazione italiana di psichiatria sociale, si batte affinché i pazienti affetti da disturbi mentali vengano reinseriti nella società. Proprio in quest’ottica il calcio diventa una via concreta per farlo. Già nel 2006 Volfango De Biasi aveva raccontato in Matti per il calcio l’esperimento del dottor Rullo, dieci anni dopo, con Crazy for football, porta sul grande schermo una storia di speranza in cui non c’è spazio per il pietismo: durante tutti i 70 minuti, la narrazione procede fluida virando in modo consapevole dal registro comico a quello emozionale. De Biasi sta lì, dietro la macchina da presa, eppure non se ne avverte quasi mai la presenza se non attraverso qualche breve e sporadica incursione della sua voce che pone una domanda. Questo approccio assottiglia del tutto la separazione tra narratore-fatti narrati-spettatore, arrivando quasi ad un punto di fusione tra le tre dimensioni catapultando lo spettatore al di qua dello schermo. Inoltre, la narrazione sembra non seguire alcuna traccia ma scriversi da sé momento dopo momento, inquadratura dopo inquadratura. Anche in questo sta la forza del documentario: la penna sapiente e delicata dello sceneggiatore Francesco Trento e dello stesso Volfango De Biasi, ha saputo cogliere il perfetto taglio di questa storia. Forse l’unico che potesse assumere per non perdere forza.

Ci sarebbero moltissime simbologie da cogliere all’interno di Crazy for football, che caricano ulteriormente la pellicola di senso: il campo da calcio, il gioco, la competizione, il ring dove viene intervistato Vincenzo Cantatore, il viaggio e soprattutto le maglie che ogni giocatore indossa con il proprio nome e numero simbolo di una identità rivendicata ed esibita tanto in campo quanto nella vita. Con molta incredulità questi ragazzi parlano di sogni: qualcuno abbassa lo sguardo con imbarazzo come se fosse un diritto a lui negato o non accessibile a tutti, altri hanno ancora il coraggio di immaginarsi, un giorno, come “qualcuno di importante”. È questa la vittoria più grande di un progetto come quello portato avanti da Santo Rullo, la tutela dell’identità. La meritata conquista dell’ambito David come miglior documentario segna la vittoria di un progetto ben più ampio che premia non solo il coraggio di Santo Rullo, di Zanchini, di Cantatore, di Volfango De Biasi e Francesco Trento che hanno dato prova di essere due fuori classe del cinema – di quelli che stanno in zona cesarini certi di mettere a segno una grande giocata, per rimanere in ambito calcistico – ma  soprattutto il bisogno di esserci di questi ragazzi. Esserci nel mondo. Esistere. Molti di loro, alla domanda qual è il tuo sogno, hanno risposto “questo qua, andare in Giappone”. Ecco la sintesi del perché proprio in apertura si parlava di finestra aperta sull’emozione.

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Il 21 Settembre esce il libro di Crazy for football firmato sempre da Francesco Trento e Volfango De Biasi. Come recita il sottotitolo: è la storia di una sfida davvero pazzesca.

Per approfondimenti: www. facebook.com/crazyforfootballillibro/

Di Claudia La Ferla

Go back to your country

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ITA

Go back to your country.

That’s the first thing that comes to my mind when I see you arriving here and when I look at the pictures of what we keep calling emergency but that has actually turned into a routine.

Go back to your country even if we destroyed it with our bombs and your lands have impoverished so much to deny you whatever mean of subsistence. Go back to your country even if someone will come at night and rape the women, kill the men and enlist the children.

Your life doesn’t concern us. Nor does your death.

By coming here, you force us to face our inability to deal with such a complex phenomenon which started far back in history. By coming here, you force us to face the plain truth which weakens our certainties.

With your houses destroyed under the bombs or burnt down by merciless men, you remind us that these walls, within which we create the illusion of safety, are in fact made of paper mache. You remind us that the codification of international law is a mere tinsel generating countless theories and very little action.

Unless someone monitors their implementation, words such as peace, freedom, democracy –which we study and use in our speeches with great pride- will turn into empty rooms in which the screams of tortured victims echo.

*Photo Copyright: Francesco Malavolta

You, with your ripped cloths and your journey of hope tattooed on your body, you bear witness to the atrocity the human race is capable of and you remind us that our certainties are illusionary.

You, with you university degrees in medicine, engineering, teaching…

You, with your past as farmers and memories of a long gone happy life…

You come here and want more than our compassion. Rather than being grateful for this miserable and fluctuant life we grant you, you insist on wanting to live your life to the fullest and with your hopes –for which you are willing to risk it all- you show us that we are inadequate for guaranteeing your rights which we turned into privileges.

Because, after all, besides rhetoric and political opinions, the only absolute truth is that we can see ourselves in your eyes. And you scare us by reminding us that both wind and human faith are very fickle.

These children are our children and the body of those raped women is the body of every woman. Their smiles of salvation when they touch land are like our smiles of celebration for every special days in our life: those days when you know that your life can change for the best. Among the toys collected for those children there are the sound of our kids’ laughter and the memories of our childhood: every human being has the right to a childhood and this right can not be denied.

But, at night, on my way back home the only thing that comes to mind is the fragile body of a newborn baby and her mum’s smile while she put her little girl in my harms, treating me as a friend. That little body and the unfathomable secret of this creature’s innocent breath reveal our failure as in-humans and hold the heartbeat of the entire world.

By Maria Grazia Patania

Translator F. Colantuoni

Volevamo (anche) le rose

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L’Etiopia è quel paese del Corno d’Africa che, nel 1935, venne annesso all’Africa Orientale Italiana conferendo a Vittorio Emanuele III il titolo di Imperatore.
Sotto la guida del Generale Badoglio (lo stesso che, il 9 settembre 1943, abbandonò Roma insieme ai Savoia per riparare a Brindisi), l’esercito italiano si oppose alla resistenza etiope e, in barba all’appello dell’Imperatore Haile Selassie nei confronti della Società delle Nazioni, entrò ad Addis Abeba nel 1936.
L’anno seguente (lo stesso 1937 dell’Incidente di Nanchino), gli italiani si macchiarono del massacro di trentamila etiopi in risposta all’attentato nei confronti del Viceré Graziani, detto “il macellaio del Fezzan”; soprannome che il generale si guadagnò per via delle sue azioni contro i ribelli libici i quali, durante l’omonima battaglia del 1929-1930, vennero perseguitati fin oltre il confine algerino.
Dopo la campagna dell’Africa Orientale negli anni Quaranta, in cui l’Impero Britannico conferì piena sovranità all’Etiopia, il paese venne convertito in regione confederata insieme all’Eritrea.
Nel 1974, a causa della morsa di carestia e siccità, il malcontento della popolazione sfociò in una serie di manifestazioni contro il governo e Haile Selassie venne destituito a settembre dello stesso anno da una giunta militare filo sovietica (Derg), guidata da Menghistu Haile Mariam. L’azione provocò disordini e insurrezioni finché, nel 1977, una coalizione formata da URSS, Cuba, Germania dell’Est, Yemen e Corea del Nord inviò quindicimila truppe da combattimento che contribuirono alla conta di mezzo milione di vittime.
La rinuncia della Russia alla costruzione di una forma di comunismo mondiale alla fine degli anni Ottanta, ridusse notevolmente gli aiuti economici di cui l’Etiopia poteva disporre fino a quel momento e le conseguenze di questo cambiamento a livello politico internazionale, contribuirono ad accrescere il malcontento e a inasprire le proteste finché Mengistu non fu costretto a chiedere asilo allo Zimbabwe, nel 1991.
La nuova Costituzione etiope venne redatta nel 1994 e, nello stesso anno, vennero istituiti un sistema bicamerale e un nuovo sistema giudiziario.
In Etiopia le prime elezioni multipartitiche vennero indette nel 1995.
Nonostante la persistente tensione con l’Eritrea a causa di un conflitto sui confini tra i due stati, il paese ha mantenuto una certa stabilità instaurando buoni rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti. Questi ultimi forniscono al paese cibo e armi con le quali, ad esempio, l’esercito etiope è intervenuto in Somalia nel 2007 contro le Corti islamiche ma senza molto successo, nonostante l’appoggio aereo americano.

L’Etiopia è il ventisettesimo paese più grande al mondo.
Con un territorio caratterizzato da vasti altopiani, il paese ha un clima tropicale monsonico che lo differenzia dagli altri territori della regione equatoriale.

etiopia

A meno di duecento chilometri a sud di Addis Abeba, sulla strada per Nairobi, la capitale del vicino Kenya, c’è Zuai: cittadina a 1600 metri sul livello del mare che negli anni Novanta contava ventimila abitanti e che, negli anni Duemila, ha più che raddoppiato la propria popolazione.
La ragione di un incremento tale è da ricondurre ad Afriflora Sher, una compagnia olandese che, sfruttando l’acqua del vicino lago Zuai, produce rose insieme a un centinaio di altre aziende di origine straniera, provenienti perlopiù da Olanda e Israele.
Sher si presenta come la più grande azienda produttrice di rose al mondo: le sue serre a Zuai si estendono per seicentocinquanta ettari (un metro quadro di fiori consuma 7 litri d’acqua al giorno), e la produzione giornaliera ammonta a tre milioni di rose già confezionate in bouquet pronti all’esportazione. La manodopera, quasi totalmente femminile, costituisce la metà della popolazione di Zuai.

L’azienda dichiara di utilizzare pesticidi biologici e, solo quando necessario, impiega anche prodotti chimici. Le acque raccolte al termine del processo produttivo vengono poi riversate nel lago Zuai che è la principale fonte idrica della regione.
Sher ha costruito un impianto sportivo completo di spalti, una strada, un locale per lo svago ma anche una scuola, una chiesa e un ospedale.
Nella scuola costruita e gestita da Sher, la metà dei posti disponibili è dedicata ai figli dei lavoratori dello stabilimento. L’istituto adotta un approccio laico e il servizio è totalmente gratuito. Le classi sono numerose e miste ma, come spiegato sul sito della compagnia, le bambine entrano in classe per prime così da insegnare ai maschi il rispetto delle donne sin dall’infanzia.
L’ospedale, costruito poco distante da Zuai, possiede un sistema di gestione delle cartelle mediche automatizzato mentre i dipendenti sono circa un centinaio. La struttura offre un servizio di pronto soccorso continuo, un’ambulanza, più di duecento posti letto, un dipartimento di cura e prevenzione dell’HIV, una farmacia, laboratori, due sale operatorie e altri servizi sanitari.
Uno dei partner di Afriflora è l’International Finance Corporation che recentemente ha consentito alla compagnia di usufruire di un finanziamento pari a 90 milioni di Euro al fine di incrementare la produzione, installare sistemi di depurazione delle acque e integrare la forza lavoro di migliaia di unità.
Ogni anno si celebra lo Sher Day durante il quale la compagnia offre un budget da impiegare per l’organizzazione dei festeggiamenti che hanno luogo a novembre e coinvolgono i lavoratori e le rispettive famiglie.
Grazie al supporto della Wilde Ganzen Foundation vengono inoltre realizzati progetti che offrono la possibilità di specializzazione al fine di trovare un impiego più facilmente e, possibilmente, all’interno della compagnia: Afriflora non si appoggia ad alcuna associazione o istituzione ma porta avanti i propri progetti in autonomia.

I poveri restano poveri.
Secondo la Banca Mondiale, negli ultimi dieci anni l’Etiopia ha registrato una crescita media del 10,9%: un dato impressionante se consideriamo la contrazione economica riconducibile alla siccità degli anni passati.
Resta però il fatto che il 97% del prezzo pagato al dettaglio per i fiori in Europa, non rientra in Etiopia.
Il governo etiope, nel 2001 ha avviato una riforma fiscale che prevede l’esenzione dal pagamento dei dazi doganali e delle tasse d’importazione per gli investitori stranieri durante i primi cinque anni di attività nel paese.
Gli spazi vengono affittati a costi irrisori: nel paese non esiste la proprietà privata e i terreni vengono affittati dallo Stato con vincoli temporali che possono arrivare anche fino ai 99 anni.
Il salario medio è inferiore a 30 dollari al mese ma, considerando il tasso di disoccupazione nel paese, i posti di lavoro nelle compagnie straniere sono tra i più ambiti anche se molti dei contratti sono stagionali e non garantiscono alcuna forma di tutela sindacale.
Oltre alla coltivazione e alla raccolta, all’interno delle serre (in cui le temperature sono insopportabilmente alte), il processo produttivo prevede controlli di qualità scrupolosi: le rose devono essere tagliate in misure precise, liberate dalle spine e confezionate, poi vengono conservate nelle celle frigorifere e, infine, a meno di un giorno dalla raccolta, arrivano in Olanda dove vengono smistate ed esportate in tutto il mondo.
Nonostante le certificazioni e i controlli, è innegabile lo stravolgimento che le compagnie straniere stanno causando alla biodiversità e all’economia nella zona del lago Zuai il cui livello si abbassa di anno in anno e che, purtroppo, non è più reso accessibile ai pescatori etiopi a causa della necessità di grandi quantità d’acqua per l’irrigazione delle serre. Anche la pastorizia subisce ingenti danni causati dalla perdita di capi di bestiame a causa del contatto con l’acqua inquinata del lago (ormai privo di fauna), o con le foglie ricoperte di pesticidi che vengono gettate nei terreni limitrofi.

Qual futuro per l’Etiopia?
Le infrastrutture che le compagnie europee e asiatiche stanno costruendo nei paesi dell’Africa resteranno in piedi come cattedrali nel deserto quando gli investitori, svincolati da qualsiasi obbligo, sceglieranno una nuova zona del mondo in cui sarà ancor più conveniente avviare il processo produttivo.
Basti guardare al vicino Kenya e, più precisamente, alle zone dei laghi di Naivasha e di Nakuru (a nord-ovest della capitale), le cui acque vengono impiegate per l’irrigazione dei fiori mentre il paese continua a ricevere donazioni di cibo dal World Food Programme. Negli ultimi cinquanta anni, le rive rigogliose dei laghi alimentati dalle acque perenni dei fiumi Gilgil e Malewa, hanno subìto una drastica sparizione di specie vegetali e animali con conseguenze drammatiche per la popolazione non impiegata nelle serre le cui fonti di sostentamento rimangono la pesca e l’allevamento.

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Nonostante le percentuali e le statistiche registrino un incremento nell’economia di alcuni paesi dell’Africa come l’Etiopia e il Kenya, il rapporto di disuguaglianza peggiora.
Gli abitanti del continente africano continuano a vivere in condizioni di povertà e precarietà che confermano, ancora una volta, il pensiero che “aiutarli a casa loro” risulti uno slogan odioso e abusato dal populismo dilagante, fomentato da deliri politici affini alle logiche dello spettacolo che considerano il proprio elettorato alla stregua di un pubblico da ammaestrare per alzare lo share e raccogliere voti.
La situazione etiope conferma quanto siano ancora profonde le ferite del colonialismo europeo e quanto ipocriti si rivelino i paesi occidentali, Europa in testa, che si ostinano a girare lo sguardo dopo ogni naufragio e che pretendono di gestire i flussi migratori con le stesse logiche con cui svuotano l’Africa di tutta la sua bellezza.

Di Cristina Monasteri

 

Memoria, Reminiscenza o Ricordanza?

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Memoria: da mèmor, che si ricorda; è la facoltà di ritenere e riprodurre i pensieri primitivi senza che ritorni l’occasione che li suscitò. Cosa data, lasciata o posta in contrassegno per ricordare.
A parlare propriamente, Memoria è la facoltà di ritenere; Reminiscenza la facoltà di richiamare alla mente le cose apprese e Ricordanza lo stato passivo della mente, alla quale senza sforzo e ricerca si presentano le cose altra volta apprese.

Avevo 8 anni.
Ricordo, stavo mangiando una cotoletta davanti alla tele. La nonna me l’aveva tagliata a pezzetti seminando nel piatto briciole unte di pan grattato. Stavo accucciata sul tappeto, annoiata dall’inizio improvviso del tigì, un gomito appoggiato al tavolino di vetro. La tele trasmetteva immagini che non comprendevo fino in fondo anche se avevo la netta sensazione che fosse successo qualcosa di grave.
Un incidente, doveva essere stato quello a bloccare la strada.
Dalle parole dei giornalisti capii che, no, non era stato un incidente.
L’attentato – imparai una nuova parola quel giorno – aveva causato la morte di molte persone.

“Capaci”, diceva il cartello.
Capaci di cosa? – mi chiedevo, masticando la carne ormai fredda.

Guardavo il retro di un’automobile bianca che stava ferma in mezzo alla carreggiata, sepolta e circondata di detriti. Pezzi di asfalto, polvere, pietre. Poi, altre auto con i vetri in frantumi e le lamiere bollate.
Tra i rottami vi erano uomini che si guardavano intorno: le facce incapaci di qualsiasi espressione, gli occhi sbarrati e lo sguardo disorientato di chi torna a casa e la trova rasa al suolo. Stavano in piedi sui pezzi di strada che, saltati in aria, erano atterrati uno sopra l’altro. I lembi d’asfalto, così mal disposti, mostravano un cratere di terra che si allargava fino ai terreni limitrofi, tra gli ulivi e i cespugli che crescevano alle porte di Continua a leggere

The Birth of Humanity

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ITA

One upon a time, in a land far, far away, there was a beautiful young girl who, in the prime of her life, fell in love with an old carpenter.
The good man loved her very much and, with the coming of spring, he could at last merry her. They had a big wedding and celebrated with the whole village.
Everybody considered the old man a poor devil who, sooner or later, would have had to deal with the exuberant young men longing for his beautiful bride.
Months went by and when the young bride told him that she was pregnant, the carpenter ran to the tavern of the village, shared with everybody the good news and offered everybody a drink. A kid asked him how it was possible for an old man like him to have babies. The kid reiterated his disapproval for the news adding that the old carpenter could have been his grandfather.
His happiness was greater than any offence and, after all, how could a kid understand the most important issues of life faced by a man? The wine spoke on his behalf and smiling he answered that, since having a child had always been his biggest wish, God had wanted to reward him by sending on earth an angel who blessed his wife’s womb.
People with a bad heart have always the same reaction when they see someone happy, they can only answer with envy and spite and, soon, the carpenter’s innocent answer was turned against him becoming reason for mockery and insults.
Happiness, precious balm to offences, protected him from malicious gossip only until his wife, who went to the fountain to get the water from the well every day, started being ridiculed, pointed at and humiliated by sniggers marking her way through the village.
Such a pure soul could not hide her pain and when her husband asked why she was so sad, she sobbed and only managed to say a few words implying that something had happened on the day of the announcement of the coming birth of his child.
They lived in a small village and rumours ran fast. The problem, when this happens, is that nobody simply passes on the news as heard it by their source. Each time it goes from mouth to mouth, it gains new details freely chosen by the messenger.
Within a few months, the newlywed bride couldn’t stand being seen around anymore and the melancholy made her sick. She felt targeted by the other women and couldn’t understand why the miracle of life was so despised by those who lived the same emotions when carrying their child in their womb.
Are there different kinds of mothers? She wondered heartbroken. Her husband didn’t know what to do to help her overcome that melancholy that was saddening her eyes, as if that child were a burden of guilt to carry. He decided to run away and when the day arrived, he got his wife on the back of a donkey and travelled towards the sea. They travelled for many days and many nights, went through hills then mountains and just when they thought they would have died of cold, they reached the desert.  There, in the hot spell, they wandered for many weeks and the woman felt like they were going in circles because the landscape never changed, it was like crystallised by the steam coming from the ground that made things look closer than they actually were. The couple spent the nights in a tent and when the first stars started giving way to the dawn, they began travelling again.
The carpenter didn’t feel tired, nor cold during the night or hot during the day. However, he did feel that his woman couldn’t put up with it all for much longer, her womb was far too big.

Ph. Copyright Francesco Malavolta

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Men Craving Women

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ITA

I met many men. I observed and listened to them in silence while with bloodshot eyes they bragged about their sexual adventures, beyond any comparison. The way they speak, even a porn star seems a newbie.

I heard them fighting with their partners or wives over the phone. They speak poisonous words while looking at their friends in search of approval, those enraptured friends who listen and incite them to carry on, to keep spitting venom. Not to mention that, once the phone call is over, the husband or partner of the unaware woman starts telling the picaresque parable of adventures outside the martial bed and saying that, if he had a little more courage, he would get rid of her and bury her six metres off the ground. Obviously under, ground. Continua a leggere

Perché tu possa ascoltarmi

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I dittatori

È rimasto un odore tra i canneti:
un misto di sangue e carne, un penetrante
petalo nauseabondo.
Tra le palme da cocco le tombe sono piene
di ossa demolite, di ammutoliti rantoli.
Il delicato satrapo conversa
tra coppe, colletti e cordoni d’oro.
Il piccolo palazzo luccica come un orologio
e le felpate e rapide risate
attraversano a volte i corridoi
e si riuniscono alle voci morte
e alle bocche azzurre sotterrate di fresco.
Il dolore è celato, simile ad una pianta
il cui seme cade senza tregua sul suolo
e fa crescere al buio le grandi foglie cieche.
L’odio si è formato squama su squama,
colpo su colpo, nell’acqua terribile della palude,
con un muso pieno di melma e silenzio.

Los dictadores

Ha quedado un olor entre los cañaverales;
una mezcla de sangre y cuerpo, un penetrante
pétalo nauseabundo.
Entre los cocoteros las tumbas están llenas
de huesos demolidos, de estertores callados.
El delicado sátrapa conversa
con copas, cuellos y cordones de oro.
El pequeño palacio brilla como un reloj
y las rápidas risas enguantadas
atraviesan a veces los pasillos
y se reúnen a las voces muertas
y a las bocas azules frescamente enterradas.
El llanto está escondido como una planta
cuya semilla cae sin cesar sobre el suelo
y hace crecer sin luz sus grandes hojas ciegas.
El odio se ha formado escama a escama,
golpe a golpe, en el agua terrible del pantano,
con un hocico lleno de légamo y silencio.

 

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Nel giorno della nascita di Pablo Neruda, il Collettivo Antigone lo ricorda con la poesia
“I dittatori” contenuta nella raccolta “Canto General” del 1950.
Il poeta, suddividendo l’opera in 15 sezioni per un totale di 231 poesie, ripercorre la
storia dell’America Latina in un ripetuto contrasto tra Natura e violenza dell’Uomo,
dalla dominazione europea fino alla più recente influenza statunitense che, per mezzo
delle proprie ingerenze ha contribuito a frenare il processo di emancipazione
del Sudamerica.
La grandezza di un’opera si traduce nell’universalità del messaggio veicolato attraverso la musica delle parole.
Ho scelto questa poesia perché la sento vibrare, nel presente, per mezzo di ogni suo verso.

R-esistiamo.

Collateral Damages

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Al-Mayadin*

On 26th May, the Syrian Observatory for Human Rights announced the number of people killed by the anti-ISIS coalition airstrikes led by the United States.
At least 106 victims.
About half of them were children and teenagers.
They were all Daesh fighters’ relatives, allegedly.
An utterly Western sigh of relief.
Or a minor collateral damage.
Or maybe both: a justifiable collateral damage in the economy of the war led by and in the name of (our) civilization against (their) jihadist barbarity which, anyhow, makes us breathe a sigh of relief because it indicates that we got rid of 100 potential terrorists.
On the one hand, terrorists, enemies, budding cut-throats.
On the other, our glorious civilization and us.
The very same civilization that signs conventions and celebrates Children Rights Day, the very same that produces tons of coloured plastic to make toys or limb prosthesis that replace their imagination and their legs devastated by grenades.
At least 106 lives swept away by a death anonymously dropped from the sky, as an undeserved punishment, and we hardly heard about it.

Photo Copyright: Alessio Mamo / MSF – This little girl, we don’t know her name, comes from Gaza. She is almost completely disfigured, she injured her limbs (especially her legs) in an explosion during the last severe attack by Israel on Gaza Strip in August 2014.
The nurse’s name is Ahmad, he is Jordanian, one of the most experienced nurses who has been working in the rehabilitation ward of the MSF hospital for some years.

We are far too busy licking our wounds after the absurd attack in Manchester and the Copts massacre in Egypt, we have no tears left for the alleged children and wives of the Islamic State fighters.
They’re there, we’re here.
We are shut in the exact perimeter of our sorrow, we build castles of indifference and we furnish them with a twisted sense of justice granted only to exclusive geographical areas and paid with acritical consensus to the noble cause of the democratic war that shall see the triumph of civilization on barbarity.

Yet, the collateral damage of the war – any war – is us.
Our humanity.
Our hearts shattered by the beat of the mortars.
The breath interrupted by the grenades.
The chest suffocated by the gas.

I am the collateral damage of the war.
My unattainable happiness on a planet that replaces skin with plastic.
My body withholds every desire, hidden under fear and terror.
My hands forget the taste of a caress and surrender to the rumble of future conflicts.
My discomfort living with men and women that tear each other to pieces without even savouring the sweetness of an encounter.

*Al-Mayadin is the name of the city where the massacre took place. In most Italian articles reporting the news there was no mention of it: a non-place easily neglected by our very personal geography of grief.

By Maria Grazia Patania


The Hospital of the Wars, a project by Alessio Mamo and Marta Bellingreri

Asma is wearing her favourite dress before walking out of her room on the 4th floor. Khawla, the nurse, runs between rooms visiting patients. Aisha’s father waits for her 7 years daughter outside the operating theatre while she undergoes a surgery. This is the daily life at the Reconstructive Surgery Hospital of MSF (Doctors Without Borders) in Amman, Jordan. 148 beds, about 200 patients treated every month and many more war victims on the waiting list. The effects of the wars and attacks in the Middle East are particularly evident here.  Children and adults from Yemen, Iraq, Syria and Gaza seriously injured by bombs, car bombs and several fires live in the hospital with a relative or friend and surrounded by medical staff offering precious support. The intimate perspective of the photographer, who visited the hospital every day for two months, tries to observe the violent consequences of the war, to build friendships and human relations with the patients: victims of war. While conflicts keep killing in the Middle East, this daily glimpse on the MSF’s hospital shows strength and resilience but also pain and frustration: it takes doctors 8 hours to rebuild a finger, while a bomb kills hundreds in a second.

 

Translator Francesca Colantuoni

“Non Dimenticherai”

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Sabato 8 luglio dalle ore 19:00 presso lo stabilimento elioterapico “ufficiali” nell’area di #PuntaIzzo, da moltissimo tempo demanio militare dello Stato, si inaugura una mostra intitolata Lighea-Il mito e la sirena. L’inaugurazione sarà ad ingresso gratuito, ma previa registrazione tramite mail “per via dei controlli d’obbligo trattandosi di M.M”, precisano gli organizzatori.

Il criterio per stabilire chi potrà entrare, però, non si conosce.

L’area di Punta Izzo è destinataria del massimo livello di tutela nel Piano Paesaggistico della Regione Siciliana alla luce della preziosa biodiversità che la caratterizza e del valore archeologico, storico e culturale di questi luoghi. Punta Izzo, inoltre, confina con le ex Saline Regina, un’importante area umida rifugio per l’avifauna, riconosciuta dall’Unione Europea come Sito d’Interesse Comunitario (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS).

punta izzo

La presenza della Marina Militare –che recentemente, per bocca del Ministero della Difesa, ha anche annunciato la possibilità di riattivare il poligono per esercitazioni con armi da fuoco- di fatto non solo contraddice i vincoli e gli obblighi di tutela ambientale, ma impedisce la fruizione del territorio da parte della popolazione locale. L’area, mai bonificata tanto che si possono trovare bossoli di piombo e cartucce di vario tipo e calibro (persino lacrimogeni al gas CS) a testimoniare esercitazioni e disprezzo per l’ambiente, è ad uso esclusivo della M.M. che, a propria discrezione, decide quali manifestazioni ospitare e chi farvi accedere.

#Augusta sorge in un’area fortemente militarizzata e drammaticamente inquinata. I danni dei petrolchimici sono sotto gli occhi di tutti ed è innegabile la necessità di salvare quel che caparbiamente la natura fa sopravvivere allo scempio quotidiano ai danni della nostra terra.
Una petizione firmata da oltre mille cittadini e cittadine, sostenuta anche dall’Amministrazione comunale, chiede la smilitarizzazione dell’area per poterne finalmente fruire liberamente nel rispetto dei vincoli paesaggistici di salvaguardia ambientale. Ma la voce dei cittadini pare non avere alcun valore di fronte al diniego del Ministero della Difesa che considera l’area di notevole interesse per la Marina militare.

Due interessi che si scontrano, dunque: quello del popolo augustano, che stando alla Costituzione è sovrano ma non viene preso in considerazione, e quello della Marina Militare, che l’attuale governo nazionale vuol far arbitrariamente prevalere. Nel mezzo c’è una normativa regionale e nazionale che, tutelando il paesaggio e la sua valorizzazione per fini sociali, sostiene pienamente le ragioni delle migliaia di cittadini e cittadine che, da oltre un anno, si mobilitano per la riconversione di Punta Izzo in un parco naturale e culturale aperto alla collettività.

Allora chiediamoci perché l’interesse legittimo della società civile finora sia stato volutamente ignorato. Perché in un territorio devastato da incalcolabili danni ambientali, non si può procedere alla bonifica e al recupero di un prezioso paesaggio di cui tutti i suoi abitanti vengono ingiustamente privati?
La mostra in questione rievoca Lighea, la sirena narrata da Tomasi di Lampedusa che, emergendo dalle acque di Augusta, ammalia il Professor La Ciura che si era ritirato proprio nel nostro paese. Quella sirena, prima di svanire nel nulla, ammonisce il Professore: “Non dimenticherai”.

E noi? 
Noi dimenticheremo ancora una volta la meraviglia dove siamo nati? 
Dimenticheremo quanto preziose siano queste rocce, questi scogli che accarezzano il profilo del mare dentro cui si perdono? 
Lasceremo nuovamente che di questo territorio si continui ad abusare in nome di interessi “superiori” e circoscritti che non tengono in considerazione il bene comune?

Coordinamento Punta Izzo Possibile; Collettivo Antigone


Abbiamo deciso di aderire alle istanze avanzate dal Comitato Punta Izzo Possibile che da circa un anno si impegna per la smilitarizzazione di una zona di altissimo valore archeologico e naturalistico. Come Collettivo Antigone, varie volte ci siamo occupat* di questioni ambientali e il luogo di nascita di Antigone, Augusta, sorge proprio su un territorio sventrato dall’arroganza di esseri umani accecati da false idee di progresso. Aggiungere ai gravi danni ambientali già presenti ulteriori scempi ci sembra francamente intollerabile e, dunque, sosteniamo con forza le richieste del Coordinamento.

R – E S I S T I A M O!