Tornate a casa vostra: Abdullah e il sogno di poter andare a scuola in Italia

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Ho lasciato la Guinea quattro anni fa per un problema in famiglia: la causa principale è stata la separazione dei miei due genitori quando avevo solo due anni. Dopo la loro separazione sono rimasto con mia madre e la sua famiglia per qualche anno. Poi mi sono trovato a casa di mio padre per andare a scuola nel 2007, ma nel 2013 sono stato cacciato via perché non potevo permettermela.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Nel frattempo mio padre si è risposato con una donna che viveva con noi da quando ero ritornato da lui. Questa donna era felice di stare con mio padre, ma non che ci fossi anche io perché non mi ha mai considerato figlio suo o di suo marito. Non mi dava nemmeno da mangiare e mi faceva lavorare tutto il giorno. Mio padre avrebbe potuto farmi andare a scuola, ma con la complicità della sua nuova moglie non ha fatto nulla per i miei studi. Verso la fine del 2013 ho deciso di allontanarmi dalla mia famiglia per raggiungere mia madre in Senegal dove si era risposata con un alto uomo. I figli del nuovo marito di mia madre non andavano d’accordo con me e mi trattavano come un bastardo, così mi sono deciso ad andare altrove. Sono andato da un mio amico pescatore che mi ha insegnato la pesca, ma non osavo avventurarmi in mare perché avevo paura. Così il mio amico ha cercato un lavoro per me come giardiniere e per due anni ho fatto questo mestiere molto pesante. Ho sofferto molto finché il mio amico mi ha detto di smettere perché mi avrebbe fatto male nel futuro dato che ero troppo piccolo per quel tipo di lavoro.

A quel punto, ho deciso di lasciare il Senegal per il Mali attraversando anche Burkina Faso, Niger e Libia, dove ho trascorso un anno prima di ritrovarmi in Italia. Grazie a Dio ho realizzato il più bel sogno della mia vita: essere sul territorio italiano. Arrivato al porto di Augusta, sono stato ben accolto e mi hanno portato nel centro dove vivo ancora adesso con delle persone che si occupano molto bene dei miei documenti e di tutto il resto.

Abdullah, 17 anni, Guinea (Conakry)


Abdullah durante le lezioni di italiano era uno dei più motivati, intelligenti e veloci nell’apprendimento. Il suo punto forte erano i verbi: era una scheggia a coniugarli. Ogni tanto non veniva perché aveva mal di testa e quando gli chiedevo come mai, mi rispondeva che aveva troppi pensieri dentro. Un modo come un altro per comunicarmi che è molto semplice parlare di scuola per chi ha una vita ordinata e un futuro che non fa paura davanti a sé.

L’effetto del disastro umanitario che stiamo consentendo ogni giorno anche sulla terraferma ha fra le conseguenze più penose il senso di disfatta che provano questi ragazzi man mano che si rendono conto che qui non c’è posto per loro. Potrei dirlo in molti modi, ma la realtà è questa: capiscono che il sogno che li ha mantenuti in vita finora è pura illusione. Alle prime lezioni erano tantissimi, poi col passare del tempo e degli esiti negativi delle commissioni la motivazione diminuiva. Sempre più hanno cominciato a sentirsi intrappolati in un limbo senza speranza che contagiava anche noi. Perché avrebbero dovuto imparare l’italiano se tanto qui non li vuole nessuno? Perché sforzarsi di imparare la lingua di un paese che fa capire loro in ogni modo di non essere graditi? A quel punto, siamo diventati sempre meno, alcuni sono andati via verso altri paesi nella speranza di avere più chance e noi siamo rimaste qui nella speranza di poter ancora essere utile a chi decideva di restare.

Di Maria Grazia Patania

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Giornata del Rifugiato 2018: E se domani fossimo noi a fuggire?

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Diciassette anni fa, per la prima volta, è stata celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato al fine di sensibilizzare sulla situazione dei rifugiati a livello mondiale e far comprendere cosa significhi dover abbandonare la propria casa per motivi di guerre, persecuzioni, violenza diffusa e conflitti. In questa giornata si moltiplicano gli eventi mirati a far conoscere la condizione di rifugiati e sfollati interni nel mondo, ma nessuna di queste edizioni o iniziative sembra essere stata utile per evitare l’aumento esponenziale del livello di barbarie da parte dell’opinione pubblica.

Non solo siamo indifferenti alla sofferenza di milioni di persone costrette a lasciarsi tutto alle spalle nella speranza di sopravvivere, ma l’abbrutimento attuale rende quelle stesse persone il capro espiatorio perfetto per la massa di frustrati ed emarginati che preferiscono accanirsi sull’anello più debole di un meccanismo che in realtà schiaccia tutti e tutte.

In Europa in seguito all’intensificarsi dei flussi migratori in arrivo da Africa e Medio-Oriente a partire dal 2013, dopo una primissima fase in cui sembrava prevalere un approccio umano, si è passati alla più becera propaganda politica che ha trasformato le persone in numeri, i migranti in criminali o usurpatori del nostro benessere e ha annientato qualsiasi conquista realizzata in termini di diritti e tutele dal dopoguerra ad oggi. Il capolavoro dello sciacallaggio politico e giornalistico è stato quello di privare di un volto ciascuna delle persone in fuga, ammassandole in statistiche e numeri privi di contesto.

Non persone che hanno diritti e dignità, ma masse informi buone solo ad alimentare paure e stereotipi.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Tuttavia, arrivare dove siamo oggi non sarebbe stato possibile senza la complicità di ciascuno e ciascuna di noi. Fagocitati dalle nostre vite frenetiche, assorbiti dai problemi quotidiani e storditi dalla propaganda, rinunciamo a riflettere e a sentirci parte attiva di un sistema che sembra fluire indipendentemente dalla nostra volontà. Ed è li la vera vittoria di populisti, razzisti e xenofobi: il nostro silenzio, la nostra acquiescenza, la nostra inerme accettazione dello status quo e l’implicita rinuncia a combattere le ingiustizie.

Quando diciamo “non possiamo accoglierli tutti”, chi pensiamo di escludere? E poi… tutti chi? Chi sono tutti?

Quando diciamo “aiutiamoli a casa loro”, siamo solo ipocriti. Dov’è casa loro? Esiste? Lo sappiamo? Perché non troviamo almeno il coraggio di dire che vogliamo lavarcene le mani purché non vengano qui a disturbare le nostre vite?

Quando diciamo “accogliamo solo i profughi”, lo sappiamo che un profugo non arriva con lo status di rifugiato scritto sulla fronte ma deve sostenere una trafila legale che oggi sembra sempre più precaria? Lo sappiamo che cosa comporta fare domanda di asilo o richiesta di protezione umanitaria? Abbiamo idea di quanto tempo ci voglia? E che durante quel tempo le persone languono in un limbo burocratico che toglie loro ogni speranza? Ci rendiamo conto che questa stessa trafila è stata recentemente messa in discussione con tentativi di eliminare o abbreviare i ricorsi?

Quando dividiamo fra profughi e migranti economici, cosa stiamo dicendo esattamente? Stiamo dicendo che se scappi dalla guerra, forse ti accogliamo, mentre se a casa tua muori di fame, di sete o sogni un futuro migliore, a noi non importa nulla. La prerogativa dell’ascesa sociale è nostra. Noi possiamo spostarci e fare i cervelli in fuga, voi no. Voi non lo meritate perché siete nati nel posto sbagliato, lo stesso da cui verosimilmente attingiamo risorse da usare a “casa nostra” o che abbiamo eletto a discarica di ciò che ormai non ci serve.

Quando supportiamo tesi quali “apriamo dei centri in Libia e selezioniamo lì chi deve arrivare in Europa”, pensiamo forse a dei provini tipo Grande Fratello? Ci immaginiamo la Libia come un posto di sabbia dorata e dune punteggiate di palme rigogliose? Fino a che punto ci ostiniamo a ignorare in che condizioni versa il paese? Fin quando continueremo a esternalizzare le frontiere della Fortezza Europa sempre più a sud, facendo affari con qualsiasi dittatore ci capiti a tiro purché ci prometta di raggiungere l’obiettivo “sbarchi zero”. E cosa facciamo con le migliaia di uomini, donne e bambini bloccati in Libia che non passeranno il provino per l’Europa? Che ne sarà di loro?

Quando gioiamo di 629 sopravvissuti costretti a 10 giorni di navigazione per toccare terra in un porto sicuro, che tipo di vittoria stiamo festeggiando? In che modo abbiamo reso il mondo un posto migliore?

Quando assistiamo alla sistematica violazione dei diritti umani, perché non sentiamo la necessità di opporci in qualsiasi modo? Quand’è che ci sembrerà “troppo tardi” e ci sentiremo costretti a prendere posizione? Quando capiremo che in determinati momenti storici il silenzio, l’indifferenza e il menefreghismo sono precise scelte che connotano da che parte stiamo?

Quindi in questa diciassettesima edizione della Giornata Internazionale del Rifugiato abbandoniamo  categorie e fattispecie legali per concentrarci sull’unica essenziale verità: siamo esseri umani e ogni essere umano ha diritto a vivere in pace, a sognare un futuro migliore e a trovare ospitalità nel luogo in cui arriva. Esercitiamo la fantasia e proviamo a pensare a cosa faremmo noi se la nostra casa diventasse un luogo insicuro e mortale.

Fuggiremmo, questo faremmo.

di Maria Grazia Patania

 

Il mondo dopo la Grande Bomba.

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Da quando anche le scuole clandestine sono chiuse vado col vecchio a raccogliere carta e cartone. Ci pagano in semi di zucca e legumi secchi, sempre troppo pochi. Raccogliamo anche oggetti che possono essere riutilizzati: vecchie scarpe, pezzi di coccio, contenitori di plastica. Magari una macchina da cucire può diventare una piccola màcina, una canna da pesca può farsi stampella e una caffettiera, con qualche sapiente modifica, potrebbe essere utile a distillare un po’ d’alcol dalle radici che ancora crescono in questa terra dura, piena di sale e polverosa.
Questa infinita landa rossa è l’unica cosa che si vede dalle poche alture della regione.
Terra e polvere a perdita d’occhio mentre io e il vecchio alziamo piccole nuvole intorno ai nostri piedi scalzi.
Rame non se ne trova più da anni. È come l’acciaio ma di un colore tra l’oro e il marrone, dice.

Com’è l’oro?

Oggi dobbiamo andare a prendere l’acqua, ché è finita. Abbiamo sistemato le taniche di plastica e i bottiglioni e i fiaschi sul carretto arrugginito.
Dice che l’ha fatto suo padre assemblando pezzi di un Continua a leggere

Nessun Uomo è un’isola

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Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

John Donne

 

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Photo Copyright: Michelangelo Mignosa – Poveri Cristi

 

L’abbiamo scritto in più occasioni ma è il caso di ribadirlo: i flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente coinvolgono i paesi Mediterranei a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento e cioè dalla caduta del Muro di Berlino. Non si tratta di un’emergenza bensì di una situazione che non può continuare a essere ignorata nascondendosi dietro le linee immaginarie dei confini, senza considerare che ogni Stato appartiene a un contesto globale fatto di interconnessioni e di equilibri economici, sociali e culturali in continua trasformazione proprio alla luce delle strategie politiche di ogni paese.

I confini esistono proprio perché nessun paese è una zattera alla deriva nello Spazio. Perché non iniziare a considerarli come “giunture” piuttosto che barriere?

I flussi migratori non cesseranno ora, ne’ nei prossimi anni perché nel Mondo esistono conflitti che causano milioni di sfollati.
Non si può però pensare alla guerra come all’unico “motivo valido” per fuggire dal proprio paese. Le altre cause di migrazione massiva sono i disastri naturali causati dalla deforestazione, i terremoti e gli tsunami che da decenni colpiscono i paesi asiatici e quelli africani; le carestia e le condizioni di estrema povertà (Sudan e Sud Sudan, ad esempio); le persecuzioni religiose (ricordiamo la tragedia vissuta dal popolo Rohingya ); le numerose dittature e le forme di governo autoritarie che privano la propria popolazione dei diritti umani o che obbligano all’arruolamento forzato.

 

Tutta l’Africa in Italia non ci sta.

Nel settembre del 2015, il Consiglio europeo per la Giustizia e gli Affari Interni, ha adottato nuove misure per la ridistribuzione dei richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia. Tra il 2015 e il 2018, l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM) ha assistito alla ricollocazione in altri paesi europei di quasi 35 mila persone bisognose di protezione internazionale, poco meno di 600 tra loro sono i minori non accompagnati.

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Fonte: IOM – sezione Relocated

 

La tratta*

La presenza di conflitti o disastri ambientali nel paese di partenza (non necessariamente è il paese di origine), rende i migranti più vulnerabili al traffico di esseri umani durante il viaggio verso l’Europa, soprattutto sulla route del Mediterraneo centrale, rispetto alla route balcanica.
Quando parliamo di tratta, di traffico di esseri umani, intendiamo in primis le condizioni di detenzione e schiavitù in cui versano le persone in stallo nei campi libici: spesso i trafficanti tengono uomini, donne e bambini in ostaggio e, solo quando le condizioni di salute sono tanto critiche da impedire ulteriori sfruttamenti, vengono imbarcati e lasciati alla deriva in mare. Molte donne subiscono violenze sessuali: è questo il motivo per cui ci sono molte donne incinte a bordo delle imbarcazioni recuperate dalle ONG e dalla Guardia Costiera.

Libia e Turchia, porte verso l’Occidente?**

La Libia è uno tra i paesi di transito e la situazione politica attuale la rende uno degli stati in cui i migranti sono maggiormente vulnerabili allo sfruttamento e al traffico di esseri umani.
Molti rifugiati dichiarano di essere stati imbarcati con la forza, altri con l’inganno di una prospettiva lavorativa, altri ancora con proposte di matrimoni combinati. I minori non accompagnati sono le vittime più comuni della tratta.

La Turchia ha rappresentato, negli ultimi decenni, un paese di passaggio per le popolazioni dell’Asia provenienti soprattutto dal Medio Oriente, ma rappresenta anche una destinazione per molti di loro: secondo il DGMM (Direzione Generale Turca per le Migrazioni), quasi 4 milioni di migranti sono presenti nel territorio turco, la maggior parte di loro proviene dalla Siria, dall’Iraq, dall’Iran e dall’Afghanistan.

 

Al di là della propaganda elettorale e delle notizie parziali o addirittura false, al di là delle ridicole moltiplicazioni tra il numero di persone in arrivo e i fantomatici trentacinque euro al giorno, al di là della cattiva fede di un Governo che tiene in ostaggio più di 600 persone in mare aperto in condizioni disumane perché poco avvezzo alla diplomazia e alle pratiche democratiche nel rispetto della legge e degli accordi siglati, ci chiediamo come poter estirpare il germe d’odio che soffoca gli italiani.

Soprattutto, ci chiediamo come persone con due gambe e due braccia, soprattutto due occhi e una testa, persone che vivono intorno a noi, che amano i propri figli, che amano gli animali, persone stese in spiaggia accanto a noi, in fila alla posta con noi, persone in coda alla cassa del supermercato, persone che preparano i nostri pasti, che ci vendono gli abiti, persone che ci aggiustano i telefonini o che ci consegnano la pizza a casa; ci chiediamo come sia possibile per queste persone cedere alla faciloneria di assenteisti e ipocriti piuttosto che fare seriamente propri i valori cristiani fondativi della nostra civiltà.

Possibile che i protettori della cultura cattolica si battano per un crocifisso e non per un povero Cristo?

 

 

R-esistete


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http://migration.iom.int/docs/Migrant_Vulnerability_to_Human_Trafficking_and_Exploitation_Brief_November_2017.pdf

 

** http://migration.iom.int/docs/DTM%20Libya%20Round%2018%20Migrant%20Report%20(March%202018).pdf

http://migration.iom.int/docs/Flow_Monitoring_Surveys_Analysis_Report_Turkey_May_2018.pdf

Tornate a casa vostra: Aliou, storia di un sarto in fuga dal Gambia

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Ho 17 anni, mi chiamo Aliou e vengo dal Gambia. Sono partito per avere un futuro migliore e speravo di andare in Niger, ma non avevo soldi per il viaggio e quindi prima mi sono fermato in Burkina Faso dove ho vissuto un periodo durissimo: in quel paese non conoscevo nessuno, ero completamente solo e senza soldi. La vita era durissima e ho dovuto chiamare la mia famiglia per chiedere aiuto, ma a casa non avevano denaro da mandarmi. Così ho atteso che mio fratello mi desse i soldi necessari per arrivare in Niger, ad Agadez, dove sono rimasto per molto tempo. Un mio cugino era a Tripoli, in Libia, e conosceva un trafficante che mi ha fatto entrare nel paese, ma una volta arrivato ho dovuto lavorare duramente per poter guadagnare e continuare il viaggio. Sono rimasto nove mesi a Sabha: la Libia è un posto indescrivibile, ci sono giorni in cui lavori tutto il giorno ma alla fine non ti pagano o ti picchiano. Ho vissuto così, nel terrore, per nove mesi.

Quando alla fine avevo raccolto i soldi per pagare il trafficante che da Sabha mi avrebbe portato a Tripoli, glieli ho consegnati, ma invece di portarmici mi ha derubato. Con immenso dolore sono rimasto lì e ho continuato a lavorare lo stesso per pagare un altro trafficante. Questa volta il trafficante mi ha fatto partire, ma il viaggio verso Tripoli è stato terribile: di solito durerebbe qualche ora, ma noi ci abbiamo messo due settimane e, siccome in quel periodo d’era il Ramadan, non potevamo bere o mangiare. Per tutto il viaggio verso Tripoli abbiamo praticamente bevuto solo acqua quando riuscivamo. Arrivato in città, la mia avventura è continuata e ho ricominciato a lavorare per pagarmi il viaggio sulla barca: era quello l’unico modo per non morire. Dalla Libia si può uscire vivi solo salendo su una barca e sperando di toccare terra.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta, 2018

Dopo aver pagato, un nuovo trafficante ha portato me e altre persone a mare, lasciandoci lì ad aspettare che arrivasse il nostro turno per imbarcarci: io ci ho provato due o tre volte a salire su una imbarcazione in partenza, ma ogni volta non ci riuscivo perché erano in troppi a bordo. L’attesa è stata lunghissima e non avevamo cibo o acqua: siamo sopravvissuti grazie a Dio e abbiamo bevuto acqua salata fin quando non siamo riusciti a imbarcarci. Dopo qualche ora dalla partenza, è arrivata una grande nave italiana che ci ha salvati e da quando siamo saliti a bordo è cominciata una nuova vita. Abbiamo avuto da mangiare e da bere, è cambiato tutto. Per tre notti siamo rimasti sulla nave, poi ci hanno fatti sbarcare a Catania dove ci è stato dato altro cibo e altra acqua fin quando non è arrivata la macchina che ci ha presi e portati qui ad Augusta dove vivo adesso.

Appena sono arrivato al centro, mi sono lavato e ho incontrato delle persone meravigliose che mi vogliono bene e si prendono cura di me. Da quando sono arrivato non mi è mai mancato nulla e ci sono tante persone che si preoccupano per me. Il mio sogno è tornare a fare il sarto, come facevo nel mio paese, e nel frattempo studio italiano e vado a scuola. Non avrei mai immaginato di venire in Italia: il mio piano era di andare in Libia per lavorare lì, ma è impossibile sia viverci che tornare indietro. Non avevo idea di cosa mi aspettasse e non vorrei che qualcun altro facesse lo stesso viaggio che ho fatto io.

Abarakà: grazie


Aliou è uno dei ragazzi del gruppo intermedio cui insegno italiano. È fra i più volenterosi e motivati a imparare la lingua. Credo non sia mai mancato a una lezione, nemmeno con la febbre a 38. Stiamo cercando di realizzare il suo sogno di diventare sarto o quantomeno di valorizzare il suo talento e speriamo di riuscirci presto. In ogni caso, per adesso, siamo felici che sia stato selezionato per un tirocinio nel settore agricolo al termine di un periodo di formazione professionale. Qualunque cosa gli riserverà il futuro, noi speriamo di camminare al suo fianco.

di Maria Grazia Patania

شكرا! Grazie: il dono del tempo insieme

شكرا!

Ieri ho imparato la mia prima parola in arabo: una parola breve, che sembrava semplice ma che non riuscivo proprio a pronunciare correttamente. “Shokran”. Vuol dire “grazie”.

Ogni volta che torno a casa dopo essere stata al centro, mi sento sempre un po’ più felice, ma ieri mi sentivo più “ricca”.

Quando vado, parlo sempre con loro in italiano e in inglese, ma ieri mi hanno voluto fare questo regalo. Dopo aver risposto correttamente a una mia domanda, ho esclamato “bravissimi” e loro mi hanno risposto in una maniera incomprensibile, che a me, in realtà sembrava, un po’ una parolaccia. Vedendo la mia faccia strana, sono subito scoppiati a ridere e mi hanno spiegato che mi stavano ringraziando in arabo. Quando ho provato a ripetere quello che mi avevano detto, si sono invertiti i ruoli: io ero diventata l’alunna curiosa che voleva imparare e loro i maestri attenti e desiderosi di trasmettermi qualcosa. E come si impegnavano! Io non riuscivo a ripetere una parola così piccola e loro in pochissimi mesi hanno già imparato il passato prossimo, l’imperfetto e persino il futuro. Tornando a casa pensavo alla loro forza, alla loro determinazione e alla loro voglia di integrarsi in una città completamente nuova. Quello che ogni volta mi sorprende è la loro voglia di imparare.

“Subito dopo aver imparato l’italiano, voglio fare lezioni di informatica”, mi ha detto l’altro giorno uno di loro.

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Stare con loro per una o due orette mi dà sempre una carica in più. Arrivata a casa, inizio a parlare e a parlare e non finisco più. Racconto alla mia famiglia di chi si prepara al Ramadan, di chi quel giorno non è venuto o di chi mi sembrava triste o stanco; delle loro facce arrabbiate a causa delle tante eccezioni grammaticali ma anche dei loro sorrisi quando capiscono le regole; degli abbracci, delle loro curiosità, delle loro continue domande sull’università, sui miei studi e sugli esami. Ogni volta mi aprono una piccola finestrella sul loro mondo e mi permettono di dare una sbirciata.

Abbiamo lo stesso sangue rosso, sogni e speranze molto simili, due braccia, due gambe e due occhi. Eppure siamo diversi. Ma diverso, non vuol dire brutto, incompatibile o cattivo. Diversità è ricchezza. Io ti racconto qualcosa di me, tu mi racconti qualcosa di te ed entrambi siamo più ricchi.

di Aurora Di Grande

Donne-madri

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«Aveva mia madre quella sua natura così lieta, che investiva ed accoglieva ogni cosa, e che di ogni cosa e di ogni persona rievocava il bene e la letizia, e lasciava il dolore e il male nell’ombra, dedicandovi appena, di quando in quando, un breve sospiro.»

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963

Mi ritrovo, per motivi professionali, a leggere un libro* sulle dinamiche psicologiche che intervengono nella mente del bambino durante l’apprendimento. Dopo poche pagine sono già in crisi. Perché (e c’era da aspettarselo) esiste una profonda analogia tra rapporto madre-bambino e docente-allievo.

Leggono questo libro alcune madri, mie colleghe, e ci ritroviamo a discuterne insieme. Loro sono chiaramente più in crisi di me: chi ha già figli adolescenti, chi è in attesa, chi ha un marito o dei nonni presenti e disponibili, chi si è trovata improvvisamente a dover essere sia madre che padre.

Mi confidano di temere di aver sbagliato tutto e di avere la percezione di quanto sia facile commettere errori con i figli; lentamente, vengono fuori tutte le loro ansie e preoccupazioni. Sono donne nella quotidianità, donne diverse tra loro, ma “come tante“, che sembrano non fermarsi mai, che cercano di fare il loro meglio affinché i loro figli siano e si sentano sani, felici, amati.

Photo Copyright Francesco Faraci

Eppure, in queste eroine silenziose, sembra covare anche una fragilità assoluta quando si fermano a pensare alle implicazioni che concretamente comporta l’essere responsabile di un essere umano che sentono parte di loro, ma che è a loro esterno. Si chiedono che tipo di uomini e donne saranno un giorno i loro figli, soprattutto si preoccupano della capacità che questi bambini-futuri-adulti avranno nell’affrontare l’altalena emotiva congenita nel processo di crescita. Certo, una madre sa che il figlio ha bisogni necessari fisiologici, sa che deve prendersi cura del bambino affinché cresca sano e forte, vorrebbe essere sempre infallibile e sentirsi una madre perfetta. Ma qual è il modo giusto per garantire, oltre che un corpo, una mente emotiva e relazionale sana, una volta che il figlio andrà solo per il mondo?

Ed è qui che il “mestiere” di madre diventa difficile. Se ci sono istruzioni su quanti millilitri di latte dare e ogni quanto, non ci sono regole esatte e assolutamente infallibili che garantiscano di aver fatto la cosa giusta per contribuire in modo positivo alla formazione dell’individuo.

Ed è crisi. Perché il bambino, in quanto figlio, ha diritto ad avere un’emotività che si forma e si trasforma, ma la madre? La madre come fa con la sua emotività? Come fa a gestire ciò che comporta il suo essere diventata madre?

Ciò che percepisco confrontandomi con queste donne-madri è proprio la difficoltà ad essere madri sempre, imponendo a se stesse scelte che comportano il loro continuo mettersi in discussione, in un precario equilibrio tra il voler essere all’altezza del compito e il timore di non riuscirci. Lo dicono a voce bassa, hanno paura di essere giudicate o, peggio, di sentirsi loro stesse madri snaturate o inadeguate.

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Photo Copyright: Francesco Faraci

Leggendo il libro, invece, viene fuori che l’eventuale senso di inadeguatezza derivante dall’essere diventata madre è, non solo legittimo, ma va riconosciuto ed affrontato, sia per ricostruire la propria identità, inevitabilmente modificata dal nuovo ruolo genitoriale, ma soprattutto per instaurare un più sano legame e poter contenere le frustrazioni del bambino.

«Se la mamma può accettare i propri vissuti di inadeguatezza, anziché proiettarli sul bambino vissuto come figlio inadeguato e persecutore ingrato, permetterà il prevalere della fiducia nelle proprie risorse e in quelle del bambino, contribuendo al formarsi di quelle ipotesi e pensieri che costituiranno le premesse per il normale sviluppo cognitivo del bambino.»*

Una donna-madre non può ignorare se stessa perché il rischio è che, non solo non sia abbastanza forte da contenere le spinte emotive del figlio, ma possa involontariamente e inconsciamente riflettere sul figlio le proprie frustrazioni negate.

Certo, una madre mette sempre il figlio al primo posto, ma non può trascurare sempre la propria emotività, anche quando serve coraggio per guardarsi allo specchio e accettare il fatto che non c’è nulla di sbagliato nell’essere fragile, nulla di inadeguato nel desiderio di continuare a sentirsi un individuo legato, ma anche staccato e diverso da quel figlio che altro da sé.

L’amore per i figli non vacilla, non si placa, non si assopisce, non si altera, eppure non si smette di essere donna perché si diventa madre. Queste donne-madri sono straordinarie. Sono quelle che riescono a rispettare e indirizzare le spinte naturali di quei figli che troppo spesso si vorrebbe fossero come i genitori; sono quelle che riescono a dare ai figli gli strumenti di discernimento affinché trovino il loro modo di stare al mondo; sono quelle che accettano la diversità del figlio senza dimenticare la propria e continuando a scoprirsi sempre nuove e capaci di trovare la forza anche quando credono di non farcela. Sono tutte le madri che lavorano dentro e fuori casa e che sembrano non stancarsi mai; quelle che non si lasciano sopraffare dalle ansie, ma imparano a gestirle e a contenere quelle dei figli.

«La funzione genitoriale può aiutare il bambino a trasformare e attenuare la sofferenza psichica dell’apprendere a relazionarsi con il mondo esterno, anziché annientarvisi, nella misura in cui la stessa madre può trattenere e trattare nella sua mente le proprie angosce e difficoltà e rimanere, nel contempo, in contatto con il bambino quando questi evidenzia modalità e ritmi relazionali incomprensibili o, per lei, negativi e difficili da accettare.»*

Leggendo questo libro mi sono sentita profondamente colpevole per aver capito troppo tardi che avrei potuto fare a mia madre una carezza in più, per non aver compreso che lei ci ha provato come poteva e che spesso le circostanze l’hanno costretta a fare anche scelte, suo malgrado, dolorose. Eppure, vedendo quanto ero attaccata alla sua gonna, ha deciso di non trattenermi, dandomi l’occasione affinché imparassi a camminare con le mie gambe e scoprissi chi sono, costruendo la mia identità. Lei mi dice che alcune mie scelte, a suo avviso, sono state coraggiose. Io, invece, tremo al pensiero di fare ciò che ha fatto lei e di ciò che fanno queste meravigliose donne-madri. Sono io in realtà ad invidiare il loro coraggio che, purtroppo, a volte viene quasi dato per scontato, come se fosse tutto facile e naturale.

Adoro queste donne-madri che, quando piangono, lo fanno nel silenzio e senza drammi, che sanno chiedere aiuto se serve, che capiscono e comprendono, sia se stesse che i propri figli, con cuore aperto; ma adoro soprattutto la magica intimità negli sguardi che si scambiano con i loro figli e il loro linguaggio complice, come se avessero un luogo segreto tutto loro nel quale sanno di potersi sempre ritrovare.

*G. Blandino, B. Granieri, La disponibilità ad apprendere. Dimensioni emotive nella scuola e nella formazione degli insegnanti, 1995.

di Alessia Alicata

Ph. Francesco Faraci

Simply Mothers

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ITA

*I know that giving your child up is the most gracious and risky form of love that exists. Because your child is yours for ever while a foster child cannot be.* [Page 132]

[“The sea hides the stars.” Original title “Il mare nasconde le stelle” by Francesca Barra]

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I was about to land when I read this sentence which gave me the idea of talking about motherhood with Collettivo Antigone.

I decided I would speak about those mothers – they are many – who welcome creatures they haven’t given birth to. Those mothers who interpret motherhood in a wider and more inclusive sense. Those women who feel a strong responsibility towards Life, even if they didn’t generate it.

The “issue of migrants” is often dealt with inadequately and impersonally. In particular, we do not pay due attention to unaccompanied minors. And it is this very fact that seems to be even more complicated and less understandable. I am often asked: “What mother would allow her child to face a boat trip after crossing the desert and having lived in a prison? How can they separate from their children?”. They do not consider that when confronted by extreme situations, the solutions cannot be otherwise.  It almost seems an accusation….As if those mothers were less motherly than the others. As if those mothers didn’t carry their creatures for nine months like any other mother.

As a woman, while reading Remon’s story, I thought about Marilena who welcomed him in her house, she learnt to know him and accepts to share his heart with his biological mother and knows that he could fly away any minute. I tried to imagine her anguish, the doubts that can torment a woman who receives with open arms a new life. But the only thing I managed to do is to admire her greatly. As I admire other special mums I know and who have honoured me by deciding to share their feelings. These women often pursue such a drastic choice on their own, abandoned by the silent and indifferent institutions, stigmatized by the surrounding environment.

I also thought about Francesca, the author of the book, who accepted this enormous challenge and become the voice and the pen of such a dramatic story. She understood the importance of creating a memory for this act of courage and opened her heart to Remon, Marilena, her husband Carmelo and, in a way, to Augusta. Once you have listened to the stories of those coming from the waves, you can never turn back: accepting these creatures’ pain, making it yours, interiorising it and living with it changes everything.

Therefore, I dedicate this Mother’s Day, which is indefinitely celebrated, to these Women who are the only ones who can truly save us from the brutality of all times. And to those mothers who for whatever reason had to part with their creatures.

I also dedicate it to my Mother, who never told me off for going back home for my holiday and yet never seeing her. She never complained when, in order to spend some time with me, she had to come to the “scuole Verdi” (TN school where the author gives Italian lessons to the minors arriving in Augusta). Eventually she only said, “Let me know how many of you are coming for lunch. We have to make a good impression.” She understood that it was crucial for me that she widened her arms even more and made space for these children who are not hers. She is a Mother, always.

It’s also for my aunt who resolves all my interior conflicts and geopolitical ramblings with a authoritative solution: “I don’t care about anything. The kids must eat well.”

One thing is sure: In my house, we measure love in kilos.

By Maria Grazia Patania

Translator F. Colantuoni

 

Sono una madre e vorrei che i miei figli fossero bambini, bambini come gli altri

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Il ruolo delle tante donne e madri siriane, in questi anni di conflitto, si è ridefinito del tutto. Le madri siriane, infatti, si trovano a rivestire il ruolo di capo famiglia assumendosi la responsabilità della tutela e del sostentamento di essa, perché rimaste in una condizione di solitudine. I mariti gravemente feriti in battaglia o peggio uccisi o in altri casi impegnati nei combattimenti o fatti prigionieri, non possono più adempiere al loro compito e spetta, pertanto, alle donne provvedere autonomamente ai bisogni dei propri figli.

Questo ha permesso loro, da un lato, di rivestire posizioni di maggior peso e credibilità all’interno delle proprie comunità per lo più maschiliste ma al contempo le ha esposte a pericoli e ingiustizie atroci, facendole diventare facile bersaglio di ribelli estremisti e non solo. Costrette a uscire di casa per lavorare o per procurare il cibo ai propri figli, le donne siriane devono quotidianamente affrontare una vera a propria battaglia per difendersi. Uno studio di Human Rights Watch, intitolato “We Are Still Here: Women on the Front Line of Syria’s Conflict,” (“Siamo ancora qui: donne sul fronte del conflitto siriano”), sostiene che in tutto il paese, le donne vengono “arbitrariamente arrestate e detenute, abusate fisicamente, molestate e torturate a causa del conflitto, sia da forze governative, che da milizie fedeli al regime, che dai gruppi di opposizione.” I racconti che arrivano dalla Siria sono drammatici, disumani, quanto del tutto inaccettabili: i cecchini, per noia o semplicemente per ricordare alle comunità locali chi comanda, prendono di mira i bambini che escono di casa mano nella mano con la propria madre, colpendoli a morte e risparmiando, invece, la donna solo con l’intento di lasciarla sola e farla convivere fino alla fine dei suoi giorni con il dolore della perdita del proprio figlio. Questo vuol dire essere madri in Siria, subire atrocità al di fuori da ogni contesto umano. Sì, perché qui l’umanità muore ogni istante nel silenzio assordante del resto del mondo.

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Ph. Francesco Malavolta

Il conflitto in Siria ha genera donne sole, sole nel ruolo di madri e sole nell’affrontare la maternità. Circa il 64% degli ospedali del paese sono danneggiati, ad Aleppo restano soltanto pochissimi medici a garantire soccorso. La Siria fa gravare su di noi il peso di storie che si materializzano come insostenibili macigni di vergogna: donne che avrebbero dovuto recarsi in ospedale per un normale controllo della gravidanza, non riescono ad affrontare la strada per via dei pericoli che le caratterizzano, piogge di proiettili, posti di blocco che non permettono di proseguire oltre, sono solo alcuni esempi del calvario che una madre siriana si trova ad affrontare quotidianamente. Save the Children ha pubblicato un dossier sulle condizioni di vita delle madri nel mondo delineando una situazione sempre più preoccupante. Le madri in Siria, costrette a partorire in casa, non sanno cosa ne sarà di loro e del proprio bambino e solo le più fortunate riescono a ricevere gli aiuti di alcune ostetriche che si trovano nelle vicinanze. Non vi sono cure per chi decide di affrontare una gravidanza così come non esiste il ciclo prenatale-parto-postnatale. Ma la testimonianza più atroce arriva da un chirurgo britannico, David Nott, che per anni ha lavorato negli ospedali siriani. Secondo quanto riferisce, i cecchini individuano le donne incinte e sparano su di loro, sui loro ventri, estraendo poi da quei corpi neonati di sei, sette, massimo otto mesi. Innumerevoli donne arrivano, infatti, in ospedale con ferite allo stomaco. Nott sottolinea come in più di vent’anni di volontariato in zone di guerra, non si sia mai trovato davanti a un simile accanimento verso le donne e la maternità definendolo un vero e proprio attacco alla vita.

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Ph. Francesco Malavolta

Vorrei, tra l’altro, riportare di seguito la testimonianza di una madre raccolta tra le pagine de L’Espresso:

“Potete immaginare cosa significhi vivere in un rifugio ascoltando ogni momento, per ore e poi per giorni questo frastuono, sapendo che il minuto dopo può toccare a te di morire?
I quartieri sono spettrali, non c’è pane, non c’è acqua.
La gente si nasconde sottoterra senza acqua e senza elettricità, senza sapere se vedrà la luce del giorno successivo. Ho visto i barili bombe cadere sulle case della gente. Perché sulla gente? Perché sui civili?
Se penso ai prossimi giorni, pernso che peggiorerà, non può che peggiorare.
E il mondo non sta facendo nulla per noi. Dov’è l’Onu, dove sono gli aiuti per la gente che sta morendo? Dove sono le medicine per curare i feriti?
Di quale diplomazia sono capaci i governi occidentali?
Nessuno fa nulla per fermare questo massacro, nulla per fermare Assad.

La comunità internazionale sta assistendo a questo genocidio senza fare agire, senza fare niente per salvarci.
Noi siamo qui, in mezzo a un genocidio, di fronte a tutto il mondo.

Devono permettere ai civili di scappare da questo inferno.
Siamo terrorizzati, siamo nascosti e non possiamo uscire da dove ci troviamo.
Ho fame, ho sete. Sono nascosta in una stanza sottoterra con i miei figli da ieri e da ieri i miei figli non mangiano e non bevono.
Non possiamo scappare. Scappare per andare dove? Non ci sono vie d’uscita, ci muoviamo come topi solo per nasconderci.
Hanno fame e sete i miei figli, sono nascosti qui con me e non so come sfamarli.
I dolori delle madri sono dolori uguali ovunque, in tutto il mondo.
Come possono le madri del mondo che assistono a questo massacro non sentire un dolore come il mio pensando di non poter sfamare i propri figli, o di sapere che non dormono, mai, perché hanno paura di morire?
Siamo sotto assedio da anni, se dovessi descrivere a un’altra madre la vita di mia figlia direi: fame, fame e fame.
A volte ho pensato che sarebbe meno doloroso per me vederli morire sotto le bombe che morti di fame.
Le madri vogliono vederei figli crescere e sorridere, le madri di Ghouta stanno vedendo i propri figli diventare scheletrici o peggio, cadaveri.
E non possiamo fare niente. Nulla è nelle nostre mani sotto questo inferno di bombe.
Come si descrive il dolore di una madre che sa di non poter salvare i propri figli? Non si descrive.
Lo sa il mondo che i bambini di Ghouta non mangiano, non si lavano e non sanno più cosa significhi giocare, da anni? Che i bambini di Ghouta hanno dimenticato cosa significhi aprire un libro? Imparare una parola nuova?
Sono una madre, vorrei che i miei figli fossero bambini, bambini come gli altri.

Di Claudia La Ferla

Ph. Francesco Malavolta

Il Futuro è un sogno che s’avvicina o di come la Mamà Grande partorì il Nuovo Mondo

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Màdre – Trae dalla radice sanscrita “MA” l’idea di preparare, formare sicché per madre varrebbe bene “la misuratrice”, “la curatrice”, “la ordinatrice”.

Femmina che ha partorito, genitrice. Ciò da cui una cosa procede. Ciò che produce, che contiene e quindi, in generale, Origine, Sorgente, Causa, Principio, Fondamento di una cosa.

Màmma – connesso al latino mamma, mammella, sembra sia semplicemente ripetizione della sillaba “ma”, una delle prime che il neonato impara a pronunciare ma è anche possibile che si confondesse questa voce con “magma” (da qui “mamma”), la materia che rimane da una sostanza spremuta.

La Mamà Grande aveva imparato a leggere da sola facendo affidamento su mezzo volume di una vecchia enciclopedia francese. Aveva poi tradotto nella sua lingua ciò che aveva imparato.
Poiché la sua lingua veniva tramandata solo in forma orale, capì che ciò che aveva fatto fino ad allora non sarebbe bastato per salvare il suo popolo.
Raccolse le rappresentanti di tutte le città, di tutti i villaggi e, insieme, si chiusero nella grande Moschea Celeste.
Gli uomini non si opposero perché dio era ormai un lontano ricordo, un contenitore vuoto; quasi nessuno lo ricordava e in pochi si domandavano ancora se fosse mai esistito.

Le donne rimasero chiuse nella moschea per anni.
Nessuno poteva entrare, disturbare in qualche modo l’azione costituente di cui si erano fatte carico.
Finalmente, un mattino, il grande portone venne spalancato.

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