Un tiepido raggio di sole a qualche minuto dalla riva

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Domenica 27 gennaio 2019 il sole si è infilato fra le nuvole e ha riscaldato la costa fra Augusta e Siracusa dove da giovedì staziona la Sea Watch 3 che ha qui cercato riparo dal maltempo in arrivo. Dopo un salvataggio in mare e il recupero di 47 persone (fra cui, dopo l’assenza di risposte sul da farsi e con l’avvicinarsi del maltempo, la nave ha deciso di avvicinarsi all’Italia nella speranza che il Diritto Internazionale fosse rispettato e venisse assegnato un porto sicuro per lo sbarco. Mentre le temperature si abbassavano, il vento ruggiva e la pioggia sferzava il ferro della nave, prendeva il via l’ennesima partita politica giocata sulla pelle delle persone.

A testimonianza del livello raggiunto dalla politica nazionale e locale, sono cominciate infinite beghe per nascondere i veri problemi della Sicilia e dell’Italia in generale. A dimostrazione di come tutto sia ridotto a disumani cori da stadio, appena il Sindaco di Siracusa Italia si è mobilitato per dire che “la città è pronta ad accogliere”, da Augusta è iniziato un rumoroso teatrino per nascondere il sole con la rete e scaricare responsabilità. Per l’intera giornata di venerdì, quando la società civile si organizzava per dimostrare solidarietà alle persone a bordo, da Augusta arrivava la solita caciara di polemiche e l’accusa di “fomentare un clima di odio” per celare un perfetto allineamento con la linea di questo governo. Dopo, il silenzio. Dal 25 gennaio, non una parola ufficiale è stata spesa per chiarire cosa si pensa di fare per queste persone, non una qualsiasi espressione di solidarietà o indignazione per il modo in cui vengono trattate.

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Ph. Francesco Malavolta 

Nel frattempo, gli alunni e le alunne della Fondazione Inda hanno dedicato dei canti a chi rimane sospeso su un assurdo limbo durante il presidio del sabato mattina in cui sventolavano palloncini, aquiloni e striscioni. Foto e video sono stati inviati a chi era a bordo e i migranti hanno preparato uno striscione con scritto “Grazie per la solidarietà”. Quegli stessi canti, però, sono stati oggetto di triste scherno da parte dell’amministrazione della città di Augusta nelle stesse ore in cui il governo nazionale irrideva i ragazzi a bordo della Sea Watch 3 che approfittavano del sole per rimanere sul ponte della nave e riscaldarsi.

Nella derisione dei canti e nella burla ai migranti è condensato il male del nostro tempo: l’incapacità di riconoscere la Bellezza e coltivare l’empatia. Un canto espressione di libertà, vicinanza e solidarietà può essere ridicolizzato solo da chi ha totalmente perso ogni traccia di umana pietas. Un raggio di sole -come metafora del calore umano- può diventare oggetto di propaganda solo per chi disprezza la vita umana. Che dignità c’è nel prendersi gioco di ragazzi e ragazze che sentono di voler esprimere col canto il proprio dissenso? Che dignità c’è nel deridere un gesto spontaneo come quello di approfittare del sole in un giorno d’inverno mentre sei abbandonato in mezzo al mare dopo giorni di maltempo? Nessuna.

Nella tragedia di Antigone, Emone ricorda che “Lo Stato non è di un solo uomo”, ma Creonte in risposta chiede “Come? Non appartiene a chi comanda?”. A quel punto, Emone precisa “Saresti un bel sovrano in un deserto”. Ed infatti solo nel deserto dove si è smarrita l’umanità possono trovare posto politicanti di questo tipo, solo in un quadro di sconcertante abbrutimento si può collocare una simile povertà emotiva. Invece di sottolineare la mancata tutela dei diritti umani, l’ingiustizia subìta da ciascun migrante in Libia, ci si prende gioco di loro e di chi dimostra solidarietà. Invece di mobilitarsi affinché quelle persone, a pochi minuti dalle nostre coste, siano fatte sbarcare tempestivamente, si insultano i cittadini e le cittadine che si sentono personalmente oltraggiate da questa violenza gratuita e cercano di porvi rimedio. Invece di battersi a tutela dell’essere umano, si protegge la propria sconfinata inettitudine, mentre le celebrazioni della Giornata della Memoria quest’anno più che mai sembrano solo un’ironica farsa.

di Maria Grazia Patania

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Augusta non rimanga in silenzio

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Il Collettivo Antigone si unisce all’appello già lanciato dall’ARCI  e sottoscritto da altre organizzazioni per un’immediata mobilitazione al fine di evitare un nuovo vergognoso stallo della Sea Watch, del suo equipaggio e delle persone a bordo scampate a un naufragio.

Come Collettivo Antigone, chiediamo che Augusta non rimanga in silenzio. Esprimiamo enorme preoccupazione per le condizioni psicofisiche di chi -dopo un viaggio infernale- è costretto a stazionare proprio a un passo da “casa nostra”, interrogando la nostra umanità con domande che nulla hanno a che fare con la politica.

Augusta ha il dovere di confermarsi città di pace, porto di speranza e simbolo indiscusso di solidarietà, ottemperando agli obblighi imposti dal Diritto Internazionale e a universali imperativi morali. È il momento di scegliere fra Antigone e Creonte, fra i diritti umani mai negoziabili e il mutevole opportunismo politico.

Certe di rappresentare una parte della cittadinanza che non rimane indifferente di fronte alla sofferenza di chi fugge da guerre e povertà estrema, chiediamo di conoscere la posizione dell’amministrazione in carica nella Città di Augusta.

Alle persone salvate in mare verrà garantito un luogo sicuro a prescindere dalla loro nazionalità, dal loro status o dalle circostanze in cui vengono trovate”, RESOLUTION MSC.167(78) (adopted on 20 May 2004) GUIDELINES ON THE TREATMENT OF PERSONS RESCUED AT SEA

Col sostegno di Cento Passi Augusta e Fondazione Famiglia Giuseppe Catalano Onlus

Cos’è successo quando i migranti si sono trasferiti nel paesino siciliano della mia famiglia

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Sutera in Sicilia. Fotografia di Alessio Mamo per il The Observer

I rifugiati stanno dando una nuova vita alla morente città natale del suocero di Lorenzo Tondo. Se solo la destra in ascesa riuscisse a capirlo.

Di Lorenzo Tondo
Sabato 27 ottobre 2018 – The Guardian

Ogni pomeriggio alla stessa ora, seduto sulla stessa panchina, mio suocero Rosario Buttaci, guarda in silenzio John Babalola Wale e la sua famiglia incamminarsi sul ripido sentiero del paesino di Sutera che porta da piazza Europa al vecchio quartiere arabo Rabato.

Ai tempi di Rosario, lo “straniero” che veniva in questo pittoresco paesino siciliano arrivava da Palermo, distante 100 km, o dalla vicina Agrigento. Ma Wale, 35 anni, viene dallo stato di Ekiti, in Nigeria e ha raggiunto Sutera quattro mesi fa dopo un viaggio lungo 6000 km. Ora vive con sua moglie e un figlio, come decine di africani richiedenti asilo arrivati dal continente per vivere qui.

“Il mondo sta cambiando”, dice Rosario, architetto in pensione di 65 anni nato, cresciuto e desideroso di invecchiare in questo paesino, come ha fatto la sua famiglia per generazioni. “E Sutera è parte di questo cambiamento”.

Alla fine degli anni ’50, quando Rosario era un ragazzo, a Sutera vivevano 5000 persone e c’erano 5 alimentari, 5 taverne, un calzolaio e un fabbro. “Al tramonto le strade si riempivano di minatori e contadini e le luci delle taverne restavano accese fino a tarda sera”, ricorda. “Sutera era viva, si aveva la sensazione che nulla avrebbe mai potuto cambiare quell’atmosfera gioiosa e accogliente”.

Ma il cambiamento arrivò. Le miniere di zolfo presenti nella valle chiusero e l’agricoltura industriale sostituì i muli e i contadini. La gente di Sutera iniziò ad emigrare in tutta Europa alla ricerca di lavoro, spesso nella cittadina di Dillingen in Germania, o a Woking nel Surrey, dove ancora oggi risiede una numerosa comunità Suterese. Così, Sutera è pian piano divenuta una cittadina fantasma.

“Il mondo sta cambiando”. Rosario Buttaci sulle strade del paesino dove è nato e cresciuto . Fotografia di: Alessio Mamo per il the Observer

Anche mio suocero aveva programmato il suo viaggio: sarebbe andato da suo padre, che l’anno precedente si era trasferito a Herrenberg a sud della Germania dove lavorava come muratore. Ma il 4 giugno 1963, solo qualche mese prima dell’arrivo in Germania di sua moglie e dei loro quattro figli, morì in un incidente sul lavoro. Rosario, che allora aveva 11 anni, non lasciò mai Sutera e fu costretto a disfare la valigia e attendere l’arrivo della bara di suo padre.

Oggi, dopo più di mezzo secolo, la popolazione di Sutera si è ridotta a 1200 abitanti. Mio suocero è uno di loro. Vi ha trascorso tutta la sua vita, ha assistito al graduale spopolamento del paesino che anno dopo anno rischia di scomparire dalla faccia dell’Italia. (Non è una rarità: secondo i dati forniti dall’Associazione Nazionale dei Comuni italiani, negli ultimi sei anni quasi 80.000 cittadini hanno abbandonato le cittadine italiane con meno di 5000 abitanti).

Eppure, la storia a volte si ripete in senso contrario. A ottobre 2013, un barcone pieno di migranti e rifugiati si capovolse nel Mediterraneo: morirono 368 persone e i loro corpi meritavano una degna sepoltura. Sutera, quasi completamente abitata da anziani, aveva già da tempo esaurito i posti al cimitero. Tuttavia, sebbene non ci fosse spazio per i morti, ve ne era molto per i vivi da ospitare nelle centinaia di case lasciate vuote da coloro che avevano abbandonato il paesino per andare all’estero alla ricerca di lavoro. Nel 2014, il sindaco di Sutera consentì che lo stato italiano sistemasse i richiedenti asilo nelle case vuote della sua comunità. Sutera entrò a far parte di un programma di reinsediamento che finanzia le città che ospitano un certo numero di migranti. Come Wale e la sua famiglia.

Famiglie dal Mali e dalla Nigeria a lezione di italiano nella scuola di Sutera. Fotografia di: Alessio Mamo per il The Observer

La scorsa settimana, nel tardo pomeriggio, ho fatto una passeggiata con il nigeriano proveniente da Ayede Ekiti. Appoggiato a una ringhiera, guardava un gruppo di anziani seduti su una panchina e mi diceva che se cinque anni fa qualcuno gli avesse detto che presto avrebbe vissuto in un piccolo paesino siciliano, lui gli avrebbe riso in faccia.

“Assolutamente! Pensavo che avrei vissuto tutta la vita nello stato di Eskiti. Non avrei mai immaginato che un giorno avrei lasciato la mia casa in Nigeria”. Poi, però, dopo la morte dei suoi genitori, non avendo più un posto dove vivere, Wale e la sua famiglia dovettero partire. Si trasferirono in Libia dove Wale lavorava. “Ma le cose non andavano bene in Libia, rischiavamo la vita tutti i giorni”, disse. “Ecco perché decidemmo di venire in Italia. Sono felice qui. Mi considero fortunato. Non vedo l’ora di iniziare a lavorare”.

Per Sutera, alle falde del monte San Paolino nel centro Sicilia, l’arrivo dei migranti è stato una benedizione. La scuola locale rischiava la chiusura perché c’erano solo pochi studenti ma, grazie ai figli dei richiedenti asilo, è rimasta aperta. Ora il paesino è modello di integrazione replicato in diverse città italiane, compresa Riace in Calabria. Qui, il sindaco della città, “Mimmo” Lucano, ha accolto centinaia di migranti i quali, in cambio, hanno portato investimenti nella città.

Il nigeriano John Babalola Wale con sua moglie e suo figlio nella casa a Sutera. Loro con altri migranti proveninti dall’Africa stanno aiutando a ripopolare il paesino. Fotografia di Alessio Mamo per il The Observer

Ma per la destra anti-immigrazione, queste comunità rappresentano la catastrofe del 21esimo secolo: la dispersione degli italiani causata dagli stranieri. Alcuni hanno subito approfittato per diffondere allarmanti storie sul presunto legame tra l’arrivo dei migranti e l’aumento di furti e omicidi. Il ministro degli Interni di estrema destra, Matteo Salvini, non perde mai l’occasione di evidenziare i crimini commessi dai richiedenti asilo sul suo profilo Twitter, ignorando quelli commessi dagli italiani stessi.

Ho pensato alla sua retorica dell’odio mentre guardavo Wale appoggiato al busto di marmo di un poliziotto locale, Calogero Zucchetto, ucciso dalla stessa mafia siciliana che l’Italia ha esportato in tutto il mondo. Ho anche pensato al boss mafioso di New York, Lucky Luciano, il quale non proveniva dallo stato di Ekiti ma da Lercara Friddi, a soli 30 minuti da Sutera.

La scorsa settimana, mentre passeggiavamo per il villaggio, Wale aspettava i documenti necessari per iniziare a cercare lavoro. Rosario ed io lo guardavamo giocare con il figlio in piazza. In quel momento ho capito che quel bimbo nigeriano di due anni aveva più cose in comune con mio suocero di qualsiasi altro italiano. Quel bambino, 50 anni fa, sarebbe potuto essere lui a Herrenberg – se una gru non avesse tolto la vita a suo padre.

Non ebbi il coraggio di chiederglielo ma vidi il suo sorriso mentre guardava il piccolo giocare con la palla. Per me, quel sorriso, valeva più di mille risposte.

 

Traduzione di Francesca Colantuoni

Il Giorno della Memoria è ogni giorno.

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*Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea.
[Primo Levi]

Qualcuno ha tentato di negare l’Olocausto, una delle pagine peggiori della storia dell’umanità. Certo, sarebbe un sollievo immaginare di essere stati ingannati e che, non solo nella realtà un tale male non si sia mai manifestato, ma soprattutto che un tale sentimento di odio possa non appartenere all’animo dell’essere umano.

Purtroppo non è andata così.

Purtroppo l’essere umano sa essere crudele e spesso incapace di discernere il bene e il male, per egoismo o solo (e questo forse è il suo peccato peggiore) per ignoranza.

Ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo mediocre, in cose spesso futili ed effimere. Intanto le persone sono morte e noi ne commemoriamo la memoria, impotenti di fronte a ciò che ormai è storia. In fondo noi neppure c’eravamo.

Eppure il mare ci dice che l’Olocausto non è mai finito. Il Giorno della Memoria non ci ricorda davvero qualcosa di atroce, perché se così fosse, un male così grande e così assurdo, non avrebbe mai dovuto ripetersi. Ma si ripete ogni giorno e ogni giorno dimentichiamo coloro che non ci sono più col nostro atteggiamento, ostile o inetto che sia.

Non sono solo io a dirlo, ma la voce di Liliana Segre, una donna che ha certamente tutta la consapevolezza che manca a noi che possiamo solo immaginare, ma non sapere; noi che leggiamo sui libri di storia, ma non abbiamo visto i volti, né sentito le voci di una dolore così inenarrabile che solo provare a metterlo in parole lo cambia, lo placa, lo allontana.
Il razzismo e l’antisemitismo non sono mai sopiti, solo che si preferiva nel dopoguerra della ritrovata democrazia non esprimerlo. Oggi è passato tanto tempo, quasi tutti i testimoni sono morti e il razzismo è tornato fuori così come l’indifferenza generale, uguale oggi come allora quando i senza nome eravamo noi ebrei. Oggi percepisco la stessa indifferenza per quelle centinaia di migranti che muoiono nel Mediterraneo, anche loro senza nome, e ne sento tutto il pericolo“.

Senza nome. Troppi morti senza nome.

Tra questi, alcuni di loro, sono rappresentati a Budapest dove, il 16 aprile del 2005, è apparsa lungo il Danubio, un’installazione intitolata Scarpe sulla riva del Danubio (in ungherese Cipők a Duna-parton).

(Foto da web)

Si tratta di un’opera realizzata dal regista Can Togay e lo scultore Gyula Pauer, in occasione della Giornata della Memoria ungherese, sul lato Pest della capitale: 60 paia di scarpe in ferro di vario tipo per sottolineare come l’Olocausto non abbia risparmiato nessuno e coinvolto uomini, donne e bambini.
L’installazione intende ricordare il massacro che ha visto vittime i cittadini ebrei ungheresi che, durante la seconda guerra mondiale, furono uccisi dai soldati del Partito delle Frecciate, la milizia ungherese che agiva in collaborazione con i nazisti. Dopo aver individuato gli Ebrei, la milizia decise di sterminarli direttamente nella loro città a colpi di pistola, portandoli sulla riva del fiume. Vennero legati tra loro in gruppi in modo che, fatto fuori uno, questo trascinasse gli altri con sé; i corpi vennero quindi gettati nel fiume, lasciando che fosse il Danubio a portarli via. Prima di sparare, però, tolsero loro le scarpe per poterle vendere al mercato nero durante la guerra.
Lungo l’installazione si trovano tre targhe commemorative, sempre in ferro, che riportano in lingua ungherese, inglese ed ebraica: “Alla memoria delle vittime gettate nel Danubio dai miliziani della Croce Frecciata nel 1944-45.”

(Foto da web)

Senza nome. Troppi corpi senza nome allora come ora.
Eppure noi non abbiamo più il deterrente del non sapere e del non vedere. Oggi noi tutti sappiamo, anche se ci voltiamo dall’altra parte. Gli Ebrei e il male che hanno subìto avrebbero forse potuto avere un senso se il mondo avesse imparato, se fossimo guariti dall’indifferenza, se fossimo diventati migliori come individui e come umanità. O forse no, forse il male senza senso rimane senza senso sempre e comunque, ora come allora.

In un futuro, probabilmente ancora troppo lontano, l’umanità ci guarderà con disprezzo e ci riterrà colpevoli di tutto ciò di cui siamo, direttamente o indirettamente, responsabili. Forse, così come il Danubio era considerato il “cimitero degli Ebrei”, il Mediterraneo sarà identificato con il “cimitero dei migranti” (ma la verità è che lo è già) e sulle coste italiane apparirà un monumento a ricordarci cosa è accaduto, quando ci credevamo civili ed evoluti, quando celebravamo il Giorno della Memoria per la Shoah, fingendo che i morti di allora fossero diversi da quelli di oggi.

Immagino tanti giubbotti di salvataggio in uno dei porti chiusi, a ricordare tutti quelli che potevamo salvare e che abbiamo lasciato morire. Allora nessun motivo che oggi riteniamo legittimo ci salverà dalla vergogna di aver lasciato che tutto ciò accadesse, non come italiani, né come Europa, ma semplicemente come esseri umani verso altri essere umani.

Photo copyright Francesco Malavolta

I morti sono morti, che i cadaveri siano portati via dal Danubio o dispersi nel Mediterraneo. Così come gli uomini sono uomini, con una memoria troppo spesso troppo corta.

di Alessia Alicata

*Tengo a precisare, a scanso di equivoci, che non intendo paragonare lo sterminio degli Ebrei alla condizione dei migranti e, a tal proposito, mi associo a quanto scritto da Cristina Monasteri. La mia intende essere una riflessione sull’indifferenza umana e sulla nostra assoluta mancanza di empatia verso chi subisce ingiustizie e atrocità.

Una piccola storia da Chivasso

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“Mi chiamo Amadou, ho 21 anni e vengo dal Gambia. Lì ho lasciato mia mamma, mio papà, mio fratello più grande e una sorellina più piccola. Sono partito perché non potevo più stare nella stessa casa di mio padre: lui è l’imam del villaggio e non gli piaceva il modo in cui mi comportavo. Abbiamo litigato più volte e, alla fine, io me ne sono andato. Non ho più avuto contatti con mio padre, a parte una volta in cui mi ha telefonato quando ero già arrivato in Italia per dirmi che dovevo tagliarmi i capelli. Ogni tanto sento mia madre e mia sorella, loro mi mancano molto.

Me ne sono andato da casa che avevo 15 anni; per un po’ sono stato da una mia zia e da una signora che mi ha ospitato. A febbraio del 2016 ho deciso di partire per l’Italia e sono arrivato sei mesi dopo”.

***

Incontro Amadou a scuola, durante un percorso di accoglienza e integrazione che abbiamo organizzato con i bambini della primaria. All’inizio non mi colpisce in modo particolare e faccio anche fatica a ricordarne il nome, che mi sembra uguale a quello di molti altri: Mamadou, Amadou, Mamoudou…

“Che ne dite, li portiamo i ragazzi in montagna?”: è bastata questa frase, e una giornata sul lago, per far sbocciare un rapporto che non saprei se definire di amicizia, affetto, stima o “mammitudine”.

Insieme al gruppo di volontari di cui faccio parte, decidiamo di organizzare una gita in montagna. L’obiettivo della giornata è quello di passare un po’ di tempo con i 12 ragazzi del CAS che ognuno di noi, a modo suo, segue: c’è chi dà ripetizioni di italiano, chi li allena a calcio, chi li segue dal punto di vista medico, chi li coinvolge in improbabili gite in giro per il Piemonte… Vorremmo conoscerci meglio, cementare il gruppo e condividere l’esperienza insieme alle nostre famiglie. È proprio in montagna che “mi accorgo” di Amadou: grande e grosso, con il cappuccio perennemente calato sulla testa e uno sguardo da cui, l’ho capito quasi subito, non sarei più riuscita a uscire. I suoi compagni mangiano, parlano, ridono, fanno un gran casino, mentre lui sta spesso in disparte, in silenzio.

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Mi avvicino io, con cautela, quasi chiedendo permesso e lui inizia a farmi qualche timida domanda: qual è mio marito, quanti anni ha mia figlia, come si chiamano… E tra una parola e l’altra (molto poche all’inizio) scopro che ama cucinare, che è una cosa che gli viene bene e che non gli pesa. Nonostante io sia una pessima cuoca, lo invito a casa con vari pretesti: una volta facciamo gli gnocchi, un’altra le lasagne, un’altra ancora i biscotti e sempre coinvolgendo amiche, figlia, amiche della figlia, amiche delle amiche, che si divertono come matte a devastare la cucina. Amadou non salta un invito, non dice mai di no ad alcuna delle proposte che gli facciamo: lo portiamo a sentire i cori in parrocchia, nonostante sia musulmano; andiamo al cinema a vedere i cartoni animati perché Beatrice, che ha 13 anni, decide per tutti; andiamo al circo; a trovare i miei genitori che abitano lontani; alle cene con gli scout… e allora, un po’ alla volta, capiamo che la sua è proprio “voglia di famiglia”.

Lo coinvolgiamo nelle attività del fine settimana, studiamo insieme, litighiamo quando capita e ci diciamo che ci vogliamo bene dopo che ci è passato il nervoso. Parliamo tanto, soprattutto la sera, quando la malinconia si fa sentire ed esce fuori la voglia di sputare quei rospi che, se rimangono dentro, sono veleno puro. Gli chiedo della sua mamma e guardiamo insieme i filmati che i suoi amici pubblicano su facebook. La domenica pomeriggio, quando il freddo è troppo pungente anche solo per pensare di uscire, stiamo sul divano a leggere: io gli propongo alcuni libri, lui sceglie e poi, fedeli a noi stessi, iniziamo un siparietto che sappiamo già come andrà a finire: “Amadou, ce lo leggiamo un libro?”. “Va bene, finiamo quello dell’altra volta?”. “Ok, ma leggi tu o leggo io?”. “Leggi tu, mamma, che io mi stanco subito”.

A distanza di un anno e poco più, Amadou è diventato una presenza costante in famiglia: il venerdì sera arriva con il suo zaino, si sistema in quella che è diventata la sua camera e, per due giorni alla settimana, resta con noi. Si occupa della spesa, cucina, discute con la sua sorella italiana sulla ricetta migliore per preparare i biscotti, litiga con la gatta vecchia e brontolona e ride, ride tantissimo di me, delle stupidaggini che riesco a dire, degli sbagli che faccio quando cerco di parlare in fula e di questa famiglia italiana che ha una “casa piccola, ma bellissima”.

Durante questi mesi ci siamo preparati per l’esame di licenza media litigando a più non posso (“Amadou! Porca miseria! Ripassa ‘ste tabelline o prendo il mestolo di legno!”), abbiamo affrontato insieme la commissione territoriale che ne avrebbe valutato lo status, abbiamo imparato a togliere il cappello nei luoghi chiusi e a fidarci un po’ di più delle persone. È stato un periodo intenso, impegnativo, ma anche molto divertente.

Spesso i suoi compagni del CAS vengono a trovarci e anche con loro si ride, si parla e si discute delle stranezze degli europei, delle differenze tra il nostro modo di vivere e quello degli africani, dei loro sogni e delle speranze…

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Tra qualche mese, grazie al nuovo decreto legge, il progetto di accoglienza terminerà per lui, come per molti altri ragazzi nella sua stessa condizione, e non potrà venire accolto in uno SPRAR, possedendo “solo” un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ne abbiamo discusso a lungo, con lui e con la Cooperativa che lo sta seguendo tutt’ora: Amadou ha chiesto di poter venire a stare da noi, almeno fino a quando non sarà riuscito a trovare un lavoro fisso e si sarà sistemato. A me, Mauro e Beatrice sembra ovvio sostenere questa sua richiesta… Ma tutti gli altri ragazzi costretti ad abbandonare un’abitazione, gli amici e le famiglie che li hanno supportati fin qui, che fine faranno?

Nota: Il CAS di Chivasso, gestito dalla Cooperativa Mary Poppins, ospita 12 richiedenti asilo provenienti da 6 diversi paesi dell’Africa sub-Sahariana: Senegal, Gambia, Mali, Costa d’Avorio, Ghana e Guinea. I 12 ragazzi hanno un’età compresa tra i 20 e i 35 anni.

 

Chivasso, 30 Dicembre 2018                                               Daniela Mussano


Questo pezzo ha atteso più del dovuto per uscire perché serviva trovare la migliore delle collocazioni possibili. Daniela segue il Collettivo Antigone da un po’ finché lo scorso novembre, mentre io continuavo a rimandare il messaggio da mandarle, mi ha scritto lei. Voleva dirmi che si rivedeva nelle nostre parole, che sua figlia Beatrice piange quando lei le fa leggere quello che scrivo e che a volte serve trovare un “luogo” anche virtuale dove riposarsi dalle asperità della vita quotidiana. Ci siamo sentite al telefono e le ho chiesto se le andasse di condividere qui la sua esperienza. Ed eccoci qui con Daniela, Beatrice, Mauro e soprattutto Amadou ad allargare la famiglia e costruire nuove stanze. Lo abbiamo sempre fatto, ma speriamo di farlo ancora di più in futuro: chiunque volesse raccontarci la propria esperienza nel mondo della migrazione, ci scriva, ci contatti. Siamo qui.

La casa capi sempre quantu voli a patruna (La capienza della casa la decide sempre la padrona)

MG

Non è la stessa cosa

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Tante, troppe volte abbiamo paragonato le morti in mare all’Olocausto.
Un nuovo Olocausto, l’Olocausto del mare come spesso abbiamo scritto su Antigone, sbagliavamo: non esiste un Olocausto del mare.

Le parole sono importanti, lo dico almeno una volta al giorno.
Olokautosis, in greco “bruciato intero”, deriva dal rituale del holokautein durante il quale la vittima sacrificale veniva arsa al fine di ingraziarsi gli dèi.
È evidente come quello del mare non sia un Olocausto visto che non vi è alcuna pianificazione dell’eliminazione fisica; non è stata decretata alcuna Soluzione Finale perciò non possiamo parlare di Olocausto.
Se l’assetto democratico della comunità europea continuerà a subire attacchi quotidiani tramite il ribaltamento di ogni significato attraverso la propaganda, aizzando le fasce più deboli della popolazione contro un nemico “altro”, allora non escludo che i posteri potranno titolare quest’epoca come prodromo all’Olocausto del mare.
Ora no, non si può dire perché non è la stessa cosa.
I campi in Libia non possono essere paragonati ai campi di concentramento nazisti: non ci sono tatuaggi sulle braccia dei prigionieri ma segni di elettrochoc e bruciature di sigaretta, stupri, frustate, digiuni e ogni tipo di tortura fisica e psicologica. Non ci sono file di baracche di legno in mezzo al fango, solo gabbie o celle o filo spinato (ma quello c’era anche nei lager). Non ci sono le SS coi cani e i fucili e i loro ordini urlati senza tregua, ci sono solo trafficanti di schiavi e una guardia costiera farsesca finanziata per impedire all’umanità di attraversare il mare.
Non possiamo parlare mica di Olocausto se non c’è eliminazione fisica pianificata, se non c’è sterminio degli indesiderabili.
Noi non possiamo parlare di Olocausto e forse non potranno farlo i posteri visto che non resterà traccia: non ci sarà la conta delle valigie ne’ delle scarpe o dei capelli che vediamo nelle teche di Oswiecim. Oggi lasciamo fare il lavoro sporco alla Natura matrigna e nessuno ci chiederà cosa facevamo, dove eravamo, cosa dicevamo perché mancheranno le prove fisiche per incriminarci.
La storia semplifica, così oggi tendiamo a identificare i nazisti e i fascisti coi militari in divisa ma non ci rendiamo conto che in un regime totalitario tutti sono nazisti e fascisti per mancanza d’alternative o per fede.
I revisionisti esistono persino laddove le prove sono evidenti: le camere a gas esistono, ci sono entrata e anche i forni crematori stanno lì, cosparsi ancora di quella cenere sottile che somiglia alla cipria ma non è cipria e Arbeit Macht Frei si legge ancora sulla Porta Infernale; figuriamoci con quanto zelo rinnegheremo questo non-Olocausto, d’altronde ci limitiamo al non-salvataggio, alla non-accoglienza e alla non-integrazione. Mica li deportiamo, sgomberiamo soltanto. Mica li rimpatriamo, lo urliamo tante volte finché non sembra vero.
Durante questo non-Olocausto facciamo rimbalzare ogni responsabilità da un confine all’altro dell’Europa, Unione che è preda di un bipolarismo le cui parti, seppur avversarie, sembrano fare l’una il gioco dell’altra mantenendo di fatto uno stallo insopportabile il cui prezzo viene pagato in vite umane.
In questo contesto che vede i nazionalisti apertamente xenofobi contrapporsi agli europeisti, l’Italia strizza l’occhio ai primi definendo a dir poco vantaggiosi i rapporti con il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca) che, per la cronaca, deve il suo nome a un accordo economico tra Boemia, Polonia e Ungheria risalente alla prima metà del 1300. Continua a leggere

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. La memoria nel 2019.

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“Qualche giorno fa ero sul treno per Siracusa e mentre guardavo il mare me lo immaginavo pieno di morti. Per la prima volta ho realizzato che sta cambiando il mio modo di guardare il mare”, a dirmelo è una cara amica che ha il pregio di mettere a fuoco le cose in maniera semplice e ordinata. Senza fronzoli, senza sentimentalismi. “Di fatto, è pieno di morti. Muoiono ogni giorno probabilmente, solo che ormai manco lo sappiamo”, rispondo.

Chi nasce sul mare sviluppa un legame intimo ed inesprimibile con quella distesa azzurra che ti segue ovunque, mancandoti in molti modi. La scorsa estate, quando lasciammo per quasi una settimana la nave Diciotti ancorata al porto di Catania a cuocere sotto il sole implacabile e a inzupparsi sotto i rivoti estivi, guardare il mare mi dava la nausea. Di quei giorni ricordo un furore rabbioso che abitava me e tante altre persone: ci sentivamo personalmente oltraggiati perché questo scempio avveniva a casa nostra. L’idea di lasciare lì sospesi in bilico sulla barbarie 137 esseri umani ci disgustava e lo abbiamo dimostrato a modo nostro: dai presidi con gli arancini alla manifestazione del 26 agosto dove ci siamo sgolati per ribadire che “siamo tutti antifascisti”. Quel pomeriggio, molte delle persone che erano lì volevano semplicemente che i migranti non si sentissero soli. Ecco: speravamo in qualche modo di riscattare la figura miserabile che il governo nazionale imponeva alla nostra terra indomita e orgogliosa. Forse stavamo chiedendo scusa, forse volevamo solo esserci per esprimere il fatto che non fossimo allineati con gli sciacalli.

Non sapevamo che avremmo potuto vivere anche di peggio. Nessuno avrebbe immaginato di mangiare il cenone e il pranzo di Natale col veleno dell’ingiustizia in bocca, nella consapevolezza di una festa ipocrita se si scartano regali davanti al caminetto mentre in mare degli esseri umani sono abbandonati alla loro sorte. Fra uno show natalizio e una pubblicità scintillante, dominano le immagini di un’Europa vigliacca e pusillanime che gioca a fare un pietoso scaricabarile sulla viva carne degli ultimi. Noi di quell’Africa che abbiamo spolpato all’osso, dandole il contentino della libertà con una finta decolonizzazione, non vogliamo sapere nulla. Noi ci meritiamo la pace, la democrazia, i diritti umani, le convenzioni di Ginevra e l’eredità di Norimberga (di cui per inciso non sappiamo che farcene nel nostro delirio guerrafondaio). Gli altri affogassero pure in silenzio.

Moonbird - Flying Over the Rescue in the Mediterranean

*Ph. Alessio Mamo, giugno 2017, a bordo del Moonbird operato da Sea Watch e Humanitarian Pilot Initiative. Il velivolo sorvola la rotta migratoria più letale al mondo per individuare imbarcazioni in pericolo, chiedendo di metter fine alle morti in mare e consentire a chi fugge di arrivare in Europa senza rischiare la vita

In mezzo, il mare che raccoglie le vite indesiderate, le culla e le conserva sui suoi fondali, risvegliando in noi isolani paure e timori irrazionali che contagiano anche chi sull’isola non ci è nato. “L’estate scorsa sono stata a Marettimo, siamo andati in barca a fare un lungo giro con un pescatore. Quando mi sono tuffata, ho provato una sensazione orribile. Come se qualcosa mi stesse toccando. Ho pensato ai morti e sono uscita subito”, questo me lo racconta una amica a Roma. E mi vengono in mente i pesci. Penso ai pesci di cui ci preoccupiamo per via dell’inquinamento senza considerare che – in una perfetta metafora di come l’umanità passi il tempo a sbranarsi- anche loro mangiano noi. I più sfortunati ovviamente. Non noi noi. Noi loro. Quelli che dovevano crepare a casa loro.

Dal 2014 al 18 gennaio 2019, lungo la rotta del Mediterraneo Centrale sarebbero morte quasi 15.00 persone. Nei primi 19 giorni di gennaio ne sono morte almeno 200. Più di 10 al giorno. Sulle sponde libiche, le onde impietose restituiscono corpi devastati che smascherano le truffe politiche che ci vengono propinate ogni giorno. Tre superstiti aggrappati a una zattera di salvataggio hanno visto morire almeno altre 117 persone prima dell’arrivo dei soccorsi troppo lenti e troppo tardivi ora che sono scomparse le navi umanitarie. A queste vittime se ne aggiungono altre 53 di un altro naufragio e 47 sopravvissuti miracolosamente recuperati da Sea Watch 3. Poco dopo, altre 100 persone in pericolo hanno invano chiesto aiuto per ore finché la GCL ha mandato un cargo battente bandiera del Sierra Leone a recuperarli e riportarli indietro. Nel frattempo, dal Viminale si esprimeva soddisfazione per il buon funzionamento della collaborazione con la Libia e si annunciava che “143 sono stati riportati a Tripoli, 144 a Misurata, 106 ad al-Khoms”. Tuttavia, Nils Melzer, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, ha chiaramento affermato che “Se i paesi dell’UE stanno pagando la Libia per impedire deliberatamente ai migranti di raggiungere la sicurezza della giurisdizione europea, parliamo di complicità in crimini contro l’umanità, perché è noto a tutti che queste persone vengono rinchiuse in campi in cui lo stupro, la tortura e l’omicidio regnano sovrani”.

Moonbird - Flying Over the Rescue in the Mediterranean

*Ph. Alessio Mamo, giugno 2017, a bordo del Moonbird operato da Sea Watch e Humanitarian Pilot Initiative. Il velivolo sorvola la rotta migratoria più letale al mondo per individuare imbarcazioni in pericolo, chiedendo di metter fine alle morti in mare e consentire a chi fugge di arrivare in Europa senza rischiare la vita

Tuttavia, oltre ogni tentativo di ricostruzione di dati e fatti, il quadro rimane incompleto perché il mare non si divide in compartimenti stagni e dunque nulla esclude che i fondali della rotta centrale non ospitino anche qualcuno degli almeno 1.322 morti lungo la rotta occidentale dal Marocco alla Spagna o qualcuna delle 1532 vittime della rotta orientale dalla Turchia alla Grecia. Inoltre, la triste verità è che nessun accordo coi dittatori e i torturatori libici, nessuna intesa con la Turchia riuscirà a fermare chi è in fuga. Nessuna delle menzogne che ci raccontiamo per tacitare gli ultimi grammi di coscienza rimasti eviterà l’ennesimo naufragio. Chiudere una rotta significa aprirne un’altra verosimilmente più pericolosa come dimostra l’esponenziale aumento dei decessi sulla rotta occidentale dove solo nel 2018 sono morti in oltre 800 a fronte dell’anno precedente quando le vittime furono 224.

C’è chi muore con la pagella in tasca e il cuore pieno di sogni. C’è chi muore gridando il proprio nome per non essere dimenticato e chi piange pensando a sua madre. C’è chi muore con la sorpresa scritta negli occhi sbarrati e la speranza tradita. E ci siamo noi che aspettiamo sulle banchine vuote, mentre il vento si infila fra la pelle e i vestiti tormentandoci con mille domande. Avranno freddo. Avranno fame. Avranno paura. Dove sono tutti. Saranno sul fondale del mare. Quanti sono in Libia, quanti morti in acqua. Così, lentamente, anche noi paghiamo il prezzo del quieto vivere. Anche noi scontiamo la nostra pena mentre il mare -un tempo balsamo di consolazione- comincia a farci paura e ribrezzo proprio come chi causa tutto questo.

di Maria Grazia Patania


La prima edizione della programmazione sulla Giornata della Memoria risale al 2016 e in quell’occasione parlammo di Olocausto del Mare. L’espressione destò scalpore e indignazione in qualche caso, ma molti dei pezzi di quella settimana entrarono nelle aule scolastiche, fra i banchi di scuola, grazie ai tanti e alle tante insegnanti che ci seguono e che, lontani da ogni intento polemico, li usarono come spunti di riflessione. Parlammo del coraggio e dell’adamantina lucidità di una ventenne tedesca, Sophie Scholl, che insieme alla Rosa Bianca preferì morire piuttosto che cedere alla brutale ideologia nazista. La sua colpa erano le parole, la sua condanna decretata da un volantino all’Università dove si incitava la gioventù tedesca a resistere. Parlammo di Shlomo Venezia e della sua atroce esperienza nel Sonderkommando ad Auschwitz, dell’Arte della Memoria e di Felix Nussbaum (artista vittima dello stermino nazista). Yacob, arrivato dal mare ad Augusta e partito dalla Costa d’Avorio, parlò della sua personale visione dell’Olocausto. Da quel momento, ogni anno, abbiamo cercato di mantenere il filo rosso fra ieri e oggi, fra ciò che è stato e ciò che è e che può ancora barbaramente essere.

Quest’anno io ho deciso di lasciar perdere la Storia. Parliamo di noi. Oggi. Parliamo di cosa siamo diventati. Parliamo di come accettiamo che la gente muoia. E non si muore mica solo in mare dove sentiamo il ribrezzo assalirci mentre nuotiamo. No. Si muore anche dove noi le persone non le vediamo: si muore nel deserto in numeri quasi doppi rispetto al mare, si muore lungo le rotte migratorie che facciamo finta di chiudere pagando chiunque millanti di toglierci la seccatura dell’umanità in cammino. Si muore nei lager libici dove le donne, gli uomini e i bambini vengono oltraggiati da criminali cui forniamo aiuti strategici ed economici. Si muore. Ma a noi non interessa, purché non ci disturbino. Purché non arrivino qui a ricordarci che cosa può succederci domani stesso se qualcuno decidesse che siamo le pedine da sacrificare sul suo scacchiere. Purché non ci tocchi ammettere ineludibili colpe nei confronti di un intero continente che usiamo come bacino di schiavi e risorse o pattumiera per ciò che non ci serve più. Pensare che l’Africa non ci riguardi è pura ed ipocrita illusione, così come pensare di poter rimanere estranei ed indifferenti di fronte all’oltraggio nei confronti di qualsiasi essere umano. Siamo umani e nulla di ciò che è umano può essere considerato estraneo a noi*.

* Terenzio

Il figlio di Saul: la salvezza dell’anima

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Il cinema, dice Godard, come tutte le arti, di fronte alla Shoah ha smarrito la propria missione: «la fiamma si è spenta definitivamente ad Auschwitz». Così come Charlie Chaplin che ne Il grande dittatore, film che sotto la maschera della parodia denuncia le barbarie nazi-fasciste, sembra dire “Cos’è rimasto dell’umanità? Esiste ancora dopo Auschwitz? Che fine abbiamo fatto? Forse, abbiamo perso tutti qualcosa, l’unica cosa davvero importante.

Il cinema ha riflettuto, con diverse pellicole, sull’orrore consumatosi dentro ai campi di sterminio portando sul grande schermo immagini intrise di dolore, di colpa, di strazio e di vergogna. Quella vergogna che rimane indelebile nella memoria come una ferita destinata a non rimarginarsi più. Immagini che non possono sicuramente replicare la realtà di quell’orrore ma che ci restituiscono il senso di ciò che non può essere dimenticato. Come violenti pugni allo stomaco ci percuotono mostrandoci la nostra stessa immagine, perché “tutti coloro che dimenticano il proprio passato sono condannati a riviverlo” (Primo Levi).

Così fa il film Il figlio di Saul, pellicola del 2015 del regista ungherese László Nemes, ci percuote con una durezza a volte insostenibile, portando sulla schermo una cruda battaglia emotiva attraverso la quale, dietro la morte, si sviluppa una storia di vita e di speranza. Il film si apre con un lungo piano sequenza sul volto del protagonista, Saul Auslander, indugiando sulla sua espressione che non lascia spazio ad alcuna parola. Lunghi istanti muti ma non sordi di quello strazio che permea ogni singola immagine. La parola è morta sembra dirci il film nei suoi primi minuti, perché forse niente potrà mai spiegare cosa abbiano davvero visto gli occhi di Auschwitz e di chi da lì non è più tornato. Così, l’angoscia che caratterizza la fruizione è la stessa generatrice di rabbia e dolore che si prova ascoltando i racconti dei sopravvissuti, leggendo le poesie e i libri di chi ha perso la vita, l’orrore dei documentari che mostrano un inferno che è passato da massacro a genocidio ad olocausto a Shoah… in ogni caso colpevole morte dell’umanità . Saul, il cui nome rimanda da un lato al personaggio biblico e dall’altro alla parola inglese soul, anima, è un uomo che all’interno di quell’oblio di umanità rivendica, con forza, il senso della parola salvezza. L’unica vera via per la liberazione dall’assuefazione all’orrore è poter combattere, anche da solo all’interno del proprio piccolo mondo, per la salvezza di un’anima, come se questo gesto potesse, anche solo simbolicamente, rappresentare il riscatto di tutte le altre. “Chiunque salva un vita, salva il mondo intero” (Talmud).

saul1Scena tratta dal film Il figlio di Saul

Il film, ambientato ad Auschwitz sul finire del 1944, racconta la storia di Saul Auslander, un ebreo ungherese membro di uno dei sonderkommando, gruppo di deportati che in cambio di condizioni di vita migliori si occupano della pulizia delle camere a gas e dei forni crematori. Quando si chiudono le porte di queste stanze della morte, le urla disperate delle vittime diventano protagoniste assolute dell’inquadratura con uno slittamento dal piano dell’immagine a quello puramente sonoro. Tornato l’ancora più assordante silenzio, non resta che pulire da quei poveri corpi nudi e lasciare tutto pronto per una nuova operazione, privando le nuove vittime degli abiti e dei pochi oggetti di valore che posseggono. Ma un giorno, quando Saul vede uccidere un ragazzo sopravvissuto alla camera a gas crede che possa essere suo figlio e da quel momento cerca in ogni modo di strappare il cadavere alla cremazione. A rischio della sua vita va alla ricerca di un rabbino in modo da garantirgli una degna sepoltura come se questo rappresentasse per se stesso, per quel ragazzo ma anche per tutte le vittime di Auschwitz un pezzo di umanità in mezzo ad un arido deserto.  Per tutto il film, il regista mostra con una crudezza forse mai vista prima, i corpi delle vittime all’interno dei campi di concentramento trattati come oggetti da assemblaggio, come parti di un terrificante ciclo produttivo. Tanto che i tedeschi si riferiscono ai cadaveri chiamandoli “stück”, ovvero “pezzi”, privandoli così di ogni forma di dignità umana e relegandoli a mera “merce” di un campo organizzato con la precisione e il rigore di una fabbrica.

László Nemes tratta, tra l’altro, l’interno di Auschwitz nell’unico modo possibile, quello del “non detto”. Lascia, infatti, lo sfondo sempre sfocato, confuso, a differenza del protagonista che è sempre nitido e chiaro. Lo spettatore riesce a leggere, infatti, durante tutto il corso del film, il dolore del protagonista, il suo dramma, così come restano a fuoco le persone che interagiscono con lui. Tutto quello che sta dietro, invece, sembra rimanere intrappolato in una impalpabile nebulosa. L’annullamento della profondità di campo rende perfettamente un concetto chiave: Auschwitz non può essere descritto. Nessuna immagine può replicare quell’orrore, nessun fotogramma può travestirsi dell’orrore di quel campo di sterminio. È qualcosa che non può essere ne’ mostrato ne’ compreso nel profondo. Il film usa, quindi, lo sguardo smarrito privo perfino di lacrime, del protagonista per concentrarsi su un punto che appare quanto mai essenziale: il processo di disumanizzazione che ha caratterizzato l’intero Olocausto, lasciando, in ultima analisi, allo spettatore il duro compito di immedesimarsi con quello sguardo e fare i conti con il suo stesso dolore.

Saul 3.pngScena tratta dal film Il figlio di Saul

Il figlio di Saul, film rivelazione a Cannes dove si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero e vincitore dell’Oscar come miglior film straniero, parte dalla storia della famiglia del regista László Nemes sterminata ad Auschwitz nei campi di concentramento. Mentre stava girando in Corsica come assistente alla regia, durante una settimana libera, trovò in una libreria Des voix sous la cendre (La voce dei sommersi), che raccoglie gli scritti di alcuni membri dei Sonderkommando di Auschwitz. Prima della loro rivolta del 1944, nascosero queste pagine clandestine sotto terra; furono ritrovate solo molti anni dopo la fine della guerra. Si tratta di una testimonianza straordinaria – dice Nemes – descrive i compiti quotidiani dei Sonderkommando, l’organizzazione del loro lavoro, le regole con cui veniva gestito il campo e lo sterminio degli ebrei, ma anche come questi uomini riuscirono a creare una certa forma di resistenza. È così che è nata l’idea de Il figlio di Saul.

I membri Sonderkommando erano scelti dalle SS, accompagnavano gli ignari prigionieri alle camere a gas, dopo averli rassicurati e fatti spogliare: “Dopo la doccia avrete il tè”. Assistono da indiretti spettatori alla loro morte attraverso il suono straziante delle loro urla e infine puliscono il pavimento dai loro corpi e si liberano delle loro ceneri con l’intento di cancellarli dalla storia. Tutto ciò era eseguito a gran velocità, in quanto Auschwitz-Birkenau funzionava come una vera e propria fabbrica di morte a ritmi industriali – racconta ancora Nemes – gli storici stimano che nell’estate del 1944 migliaia di ebrei fossero sterminate ogni giorno. Gli Sonderkommando avevano qualche privilegio per il loro lavoro: potevano tenere il cibo trovato nei treni e avevano una minima libertà di movimento ma ogni tre-quattro mesi venivano uccisi per evitare che vi fossero testimoni. Il figlio di Saul ricostruisce anche un tentativo di rivolta dei prigionieri attuato nel 1944, l’unica rivolta armata della storia del campo, dove alcuni membri dei Sonderkommando scattarono delle foto a testimonianza dell’orrore che si stava consumando. Dice ancora Nemes: Anche il tentativo di scattare delle foto è realmente accaduto. Grazie a una macchina fotografica fatta arrivare ai Sonderkommando di Birkenau dalla resistenza polacca, quattro foto furono realizzate per testimoniare al mondo esterno quello che succedeva nei campi. Ho potuto vederle alla mostra del 2001 Mémoire des camps e mi hanno colpito profondamente.

Aver concepito ed organizzato i Sonderkommandos è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. (Primo Levi).

Di Claudia La Ferla

Foto prese dal web

La poesia è una scuola di umanità. Per non dimenticare

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Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro – diceva Adorno nel 1949 – e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie. La frase è passata alla storia perché pone l’importante questione della rappresentabilità dell’orrore. Ma Paul Celan, che l’orrore dei campi di concentramento l’aveva vissuto sulla propria pelle e che per tutta la vita se lo era portato cucito addosso, rispondendo proprio ad Adorno, ha scritto che una poesia è possibile anche ad Auschwitz. La poesia – diceva Celan – in virtù della sua essenza, e non della sua tematica, è una scuola di umanità vera: insegna a comprendere l’altro in quanto tale e cioè la sua diversità; invita alla fratellanza e contemporaneamente al profondo rispetto dell’altro, anche là dove questi si manifesta come deforme o con il naso adunco.

Se questo è un uomo di Primo Levi (1947)

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

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Ph. Francesco Malavolta

15 luglio 1944

Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà.

È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione.

Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte il rombo l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità.

Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili.

La tua Anna

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Ph. Francesco Malavolta

Un paio di scarpette rosse di Joyce Lussu (1944 circa)

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio di scarpette infantili

a Buckenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo

chi sa di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini li possiamo immaginare

scarpa numero ventiquattro

per l’eternità

perché i piedini dei bambini morti non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse

a Buckenwald

quasi nuove

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole.

Siria 1

Ph. Francesco Malavolta

Testo trovato in un Ghetto nel 1941

Da domani sarà triste, da domani.

Ma oggi sarò contento,

a che serve essere tristi, a che serve.

Perché soffia un vento cattivo.

Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.

Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.

Forse domani splenderà ancora il sole.

E non vi sarà ragione di tristezza.

Da domani sarà triste, da domani.

Ma oggi, oggi sarò contento,

e ad ogni amaro giorno dirò,

da domani, sarà triste,

Oggi no.

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Ph. Francesco Malavolta

La fredda indifferenza

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Migliaia di civili sono intrappolati nel sud-est della Siria, dove persistono i combattimenti tra Isis e forze curdo-siriane sostenute dagli Usa. È questo l’allarme lanciato dall’Onu, secondo cui nella zona di Hajin, vicino al confine con l’Iraq, vi sono molte donne e bambini tra le persone che hanno urgente bisogno di aiuto umanitario. L’allarme più straziante arriva, infatti, dall’Unicef: 15 bambini sono morti nelle ultime settimane a causa del freddo e della mancanza di cure mediche, 13 di loro avevano meno di un anno. Otto di loro sono morti nel campo di Rukban per le temperature rigide, mentre altri sette sono morti nella fuga dal bastione jihadista di Hajin. Le gelide temperature e le dure condizioni di vita a Rukban, al confine sud occidentale della Siria con la Giordania, stanno sempre più mettendo a rischio le vite dei bambini che si trovano in campi improvvisati, dove le organizzazioni internazionali non arrivano. La situazione è drammatica anche nel vicino Libano con 66 campi in piena emergenza – si tratta delle foto delle tende di Arsal girate sul web negli ultimi giorni per creare una fake news sui terremotati del Centro Italia – anche se è in Siria che lo scenario diventa davvero devastante a causa dell’isolamento in cui sono costretti a vivere da anni gli sfollati.

In un solo un mese almeno 8 bambini, la maggior parte con meno di 4 mesi e il più piccolo nato da solo un’ora, sono morti, spiega in una nota Geert Cappelaere, direttore regionale dell’Unicef in Medioriente e in Nord Africa, aggiungendo che senza servizi di assistenza sanitaria solidi e accessibili, protezione e rifugi, molti altri bambini moriranno giorno dopo giorno a Rukban, Deir-Ez-Zor e in ogni altro luogo in Siria. Gli ultimi aiuti umanitari, portati da convogli dell’Onu solo dopo un estenuante negoziato, sono entrati all’inizio di novembre. I rifugiati vivono in mezzo al nulla, abbandonati a se stessi tanto che qualche giorno fa una donna ha tentato il suicidio dandosi fuoco con i figli per la disperazione. Lo scenario è desolante e disumano: tende portate via da vento e pioggia e pochi averi distrutti dall’acqua.

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Ph. Francesco Malavolta

Le vite dei bambini – denuncia l’Unicef – continuano ad essere stroncate da condizioni di salute che potrebbero essere prevenibili o curabili. A Rukban, dove l’80% delle circa 45.000 persone sono donne e bambini, il freddo intenso e la mancanza di cure mediche per le madri prima e durante il parto e per i neonati, hanno acuito le già difficili condizioni di vita per i bambini e le loro famiglie. Allo stesso tempo – spiega ancora l’Unicef – nella Siria orientale le dure violenze ad Hajin, nell’area di Deir-Ez-Zor, hanno causato lo sfollamento di circa 10.000 persone dallo scorso dicembre. Le famiglie alla ricerca di un luogo sicuro devono affrontare diverse difficoltà nel lasciare la zona di conflitto e rimangono al freddo in attesa per giorni senza rifugi o aiuti di base. L’UNICEF chiede a tutte le parti in conflitto e tutti coloro che esercitano un’influenza su di loro di garantire passaggi sicuri a tutte le famiglie alla ricerca di un luogo protetto fuori dalle aree di scontro e di facilitare l’accesso all’assistenza medica salvavita per i bambini ad Hajin e ovunque in Siria. I bisogni di assistenza a Rukban sono più che urgenti, sono estremamente gravi e iniziano a diventare una questione di vita o di morte.

I civili in fuga dagli scontri e dai raid USA ancora in atto nonostante l’annuncio del ritiro, arrivano ad Hajin, nel governatorato di Deir Ezzor, nei campi a nord gestiti dai curdi, a piedi sotto la pioggia torrenziale e la neve. Ci impiegano giorni a raggiungere un riparo, sfiniti e denutriti. Oppure arrivano nella provincia di Idlib, dall’altra parte, a ovest dove, secondo quanto denuncia l’Unhcr, almeno 11.000 bambini e le loro famiglie si sono ritrovati senza riparo a causa delle piogge che hanno colpito la zona e le temperature scese sotto lo zero. Le tende sono distrutte e non ci sono più coperte disponibili. Il numero di persone che si sono spostate a Idlib nel corso dell’anno è enorme – dice Caroline Anning di Save the Children – e c’è il rischio che altre ne arrivino. Arrivano, però, dove di aiuti ce ne sono ben pochi: mancano strutture mediche e la tempesta ha reso irraggiungibili molte aree della provincia.

Siria 2

Ph. Francesco Malavolta

Dall’inizio del conflitto sono morti migliaia di bambini, non solo per le armi, ma anche per malattie e malnutrizione in campi profughi come quelli colpiti dall’alluvione durante i giorni di Natale. Le tende dei campi di Idlib e Aleppo, infatti, sono state spazzate via dalla pioggia e dal fango nel più drammatico allagamento dall’inizio della guerra. In alcune zone l’acqua arrivava alle ginocchia sommergendo tutto ciò che i rifugiati possedevano. Anziani e bambini sono stati portati via a braccia pur di strapparli alla morte.

In Siria, tra gennaio e settembre, le Nazioni Unite hanno verificato l’uccisione di 870 bambini, il più alto numero di sempre nei primi 9 mesi di ogni anno da quando il conflitto è scoppiato.

La storia ci giudicherà per queste morti che avrebbero potute essere evitate – Geert Cappelaere.

Di Claudia La Ferla