Danni collaterali

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Al-Mayadin*

Il 26 Maggio l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani riportava il bilancio di alcuni raid aerei condotti dalla coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti.
Almeno 106 vittime.
Circa la metà minori, fra bambini e adolescenti.
Tutti familiari di combattenti di Daesh, sembrerebbe.
Un sospiro di sollievo tutto occidentale.
O un banale danno collaterale.
O forse entrambe le cose: un danno collaterale giustificabile nell’economia della guerra condotta da e in nome della (nostra) civiltà contro la (loro) barbarie jiadhista che comunque ci fa tirare un sospiro di sollievo perché significa 100 potenziali terroristi in meno.
Terroristi, nemici, tagliagola in erba, da un lato.
Noi e la nostra sfavillante civiltà, dall’altro.
La stessa che firma convenzioni e dedica giornate ai diritti dell’infanzia, la stessa che produce tonnellate di plastica colorata a forma di giocattolo o protesi di arti che rimpiazzino la fantasia e le gambe devastate da una granata.
Almeno 106 vite vengono spazzate via dalla morte sganciata in modo anonimo dall’alto, come una immeritata punizione, e quasi non veniamo a saperlo.

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Photo Copyright: Alessio Mamo / MSF – Questa bambina, di cui non conosciamo il nome, viene da Gaza ed è stata quasi completamente sfregiata e ferita agli arti (soprattutto alle gambe), da un’esplosione nell’agosto 2014 durante l’ultimo pesante attacco di Israele sulla Striscia.
L’infermiere si chiama Ahmad ed è Giordano, uno degli infermieri più esperti che da diversi anni lavora all’ospedale di MSF al reparto di riabilitazione

Troppo presi a leccarci le ferite per l’assurdo attacco di Manchester e la strage di copti in Egitto, non restano lacrime per i presunti figli e le presunte mogli dei combattenti dello Stato Islamico.
Loro lì, noi qui.
Barricati nell’esatto perimetro del nostro dolore, edifichiamo castelli di noncuranza e li arrediamo con un distorto senso della giustizia concessa in esclusiva geografica e al prezzo di un acritico consenso alla nobile causa della guerra democratica per il trionfo della civiltà sulla barbarie.

Eppure, il danno collaterale della guerra -di qualunque guerra- siamo noi stessi.
La nostra umanità.
Il nostro cuore in frantumi sotto il battito dei mortai.
Il respiro interrotto dalle granate.
Lo sterno soffocato dai gas.

Sono io il danno collaterale della guerra.
La mia felicità impossibile su un pianeta che rimpiazza epidermide con plastica.
Il mio corpo che tace ogni desiderio, nascondendolo sotto la paura e il terrore.
Le mie mani che dimenticano il sapore di una carezza e si arrendono al rombo di conflitti all’orizzonte.
Il mio disagio nel vivere fra uomini e donne che si sbranano a vicenda senza nemmeno assaporare il dolce sapore dell’incontro.

*Al-Mayadin è il nome della città dove è avvenuto il massacro. Nella maggior parte degli articoli italiani che riprendevano la notizia non compariva nemmeno: un non-luogo facilmente trascurabile dalla nostra personalissima geografia del cordoglio.

di Maria Grazia Patania


Ferite senza frontiere, un progetto di Alessio Mamo e Marta Bellingreri

Asma indossa il suo vestito preferito prima di uscire dalla sua stanza al 4′ piano. Khawla, l’infermiera, corre da una stanza all’altra visitando i pazienti. Il padre di Aisha aspetta sua figlia di 7 anni fuori dalla sala operatoria mentre viene sottoposta ad un intervento chirurgico. Questa è la quotidianità nell’Ospedale di Chirurgia Ricostruttiva di MSF (Medici Senza Frontiere) ad Amman in Giordania. 148 posti letto, circa 200 pazienti curati ogni mese e molti altri feriti di guerra nella lista d’attesa. Gli effetti delle guerre e degli attacchi nel Medio Oriente sono particolarmente evidenti in questo luogo. Bambini e adulti provenienti dallo Yemen, dall’Iraq, dalla Siria e da Gaza gravemente feriti da bombe, autobombe e incidenti vari vivono nell’ospedale con un parente o un amico circondati da uno staff medico che offre grande supporto. L’intima prospettiva del fotografo, che si è recato ogni giorno per due mesi nella struttura, tenta di osservare le violente conseguenze della guerra, di instaurare amicizie e rapporti umani coi pazienti: i feriti di guerra. Mentre i conflitti continuano a uccidere in Medio Oriente, questo scorcio quotidiano sull’ospedale di MSF dimostra forza e resilienza, ma anche dolore e frustrazione: i medici impiegano 8 ore per ricostruire un dito, mentre una bomba stronca centinaia di vite in un secondo.

Portami Via, diario di una migrazione

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Da Tripoli a Via Tripoli! – scherza Jamal, padre e marito che, per fuggire alle persecuzioni di Assad, ha guidato la sua automobile dalla Siria al Libano per portare la sua famiglia lontana dalla persecuzione; poi dal Libano alla Turchia e infine l’Italia: Torino, dove il 13 giugno al cinema Lux è stato proiettato “Portami via”. Un viaggio nelle migrazioni e attraverso il percorso di una famiglia siriana,  dal Libano all’Italia. 

Prima del film è stato possibile approfondire la condizione dei rifugiati in Libano, dove un quarto della popolazione è costituita da migranti, grazie al lavoro di Jean-Claude Chincheré. Il progetto “Beirut e i rifugiati siriani in Libano”, mostra le condizioni in cui sono costretti a vivere i rifugiati a Tripoli e nei campi profughi di confine.

“Portami Via”, Il documentario di Marta Santamato Cosentino, è il racconto di un privilegio che dovrebbe essere un diritto: i Corridoi Umanitari, di cui poco si parla e che potrebbero invece essere la soluzione all’Olocausto del mare, alla crisi dei flussi migratori degli ultimi anni che ci ostiniamo a definire una emergenza da risolvere con misure temporanee, inadeguate e prive di rispetto per la dignità umana.

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Portami Via, regia: Marta Santamato Cosentino

Il lavoro di Santamato è il diario intimo e delicato di una migrazione che, attraverso le differenti età dei membri della famiglia, ricostruisce un quadro fatto di ricordi e aspettative, desideri e curiosità e voglia d’integrazione.
Chissà se a Torino c’è un mercato dove poter fare la spesa, chissà che ortaggi si cucinano in Italia, chissà come sono le persone lì; Milano, Roma. Torino, Juventus.
Si sono informati i Makawi e fanno l’inventario del contenuto dei bagagli mentre i ragazzi, eccitati per la partenza, ripetono numeri e frasi fatte che saranno utili per comunicare con gli italiani.

La famiglia Makawi guarda con malinconia le fotografie della vita prima della guerra: un terrazzo pieno di fiori, la luce del giorno e i sorrisi dei bambini, feste e compleanni, il salotto dove ricevere gli ospiti, l’Università, il lavoro.
Jamal, arrestato molte volte, è stato incarcerato per

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Oltre il fragile corpo. Una partigiana dell’anima.

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Tempo fa avevo parlato di una scrittrice senza rivelarne il nome per far sì che ci concentrassimo solo sulle sue parole, sul suo immortale messaggio di resistenza interiore.

Gli estratti scelti erano stati abbinati alle foto di Francesco Malavolta che aveva immortalato il disastro umanitario in corso a Idomeni in uno dei momenti di maggiore sovraffollamento.

Lei si chiama Etty Hillesum, è una mistica olandese uccisa barbaramente dai nazisti in quanto ebrea nel Novembre 1943. Molti dei suoi scritti, articolati fra lettere e diari, sono stati composti mentre si trovava nel campo di transito olandese di Westerbork dove quotidianamente assisteva all’industrializzazione dello sterminio.

*sappiamo bene che abbandoniamo le persone indifese e malate del campo alla fame, al caldo e al freddo, alla vulnerabilità e alla distruzione. […]. Che avviene qui, che misteri sono questi, in quale meccanismo funesto siamo impigliati?*

I suoi scritti sono sempre pacati e quasi sommessi: la sua parola è lucida, benché germogli nell’incomprensione di una realtà assurda dove si fa fatica a osservare come “gli altri fuori” accettino di buon grado lo sterminio degli ebrei.

In Etty lo sgomento si unisce alla paura e alla disfatta in un primo momento quando con lucidità disarmante comprende che “vogliono sterminarci tutti. Ormai lo so”. Ma poi emerge -fortissima e dirompente- la sua sete di vita. Una vita che lei reitera fra le parole e nei gesti: una resistenza interiore in cui cerca di strappare la propria anima alla barbarie che divora i corpi.

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*Il lamento dei neonati si gonfia, riempie tutti gli angoli e le fessure della baracca illuminata in modo spettrale, è quasi insopportabile. Nella mia mente affiora un nome: Erode*

Proprio dei corpi Etty osserva la miseria e il decadimento mentre aiuta le prossime vittime dei forni a raccattare i propri miseri resti per salire sui treni che li porteranno alla morte: nella sue mani concentra la gentilezza degli ultimi istanti. Etty comprende di vivere in un mondo spietato che, qualora non partecipi attivamente allo sterminio, si arrende ad esso con ineluttabilità e noncuranza. Pratica una sincera arte dell’ascolto, lasciando che il dolore altrui scavi dentro di sè ferite di ruscello dentro cui lei stessa potrebbe annegare. Eppure, è proprio lì che Etty trova il nucleo essenziale della Vita: nell’ingenua partecipazione al mistero umano, nell’esercizio costante di una empatia senza limiti che ribadisce senza esitazioni l’universalità dell’esperienza umana.

*Le liste dei deportati sono divulgate all’ultimissimo momento, ma certuni sanno in anticipo di dover partire. Una ragazzina mi chiama. E’ seduta nel suo letto, dritta come una candela e con gli occhi spalancati. E’ una ragazzina dai polsi sottili e dal faccino magro e diafano. E’ parzialmente paralizzata, aveva appena ricominciato a camminare tra due infermiere, passo dopo passo. “Hai sentito? Devo partire”, sussurra. “Come, anche tu?”. Ci guardiamo per un po’ senza riuscire a parlare. Il suo visino è svanito, è solo occhi. Finalmente dice con una monotona vocina grigia: “Che peccato, eh? Pensare che quanto hai imparato nella vita e stata fatica sprecata” e “Però come è difficile morire, eh?“*

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Negli scritti di Etty convivono il minuscolo ed il maestoso, l’ameno e il grandioso: si passa dalla miseria di una baracca divorata dalla sporcizia al sole che inonda di luce quel che resta della natura intorno benedicendo indiscriminatamente vittime ed aguzzini. La natura, i fiori, gli uccelli, il cielo nell’avvicendarsi delle stagioni sono il suo conforto: lì e nell’ingiusta miseria umana cui strenuamente cerca di porre rimedio Etty trova porzioni di quel Dio che non vuole mai dimenticare.

*Io guardo il Tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni – voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c’è posto per i bei sogni -, e continuo a lodare la Tua creazione, malgrado tutto!*

Etty rifiuta ogni rivolta, ogni violenza e ogni ribellione armata. Sceglie di diventare una partigiana dell’anima. La sua resistenza avviene dietro lo sterno, fra il respiro e il battito primordiale che vogliono portarle via a forza di stenti e camere a gas. Nel trionfo della miseria, fa risorgere la vita. Rifiuta categoricamente l’odio e sceglie di barricarsi nell’Amore puro e sconfinato che abbraccia qualunque essere umano. Anche i suoi aguzzini. Loro odiano, lei ama. Loro uccidono, lei moltiplica la gentilezza.

*Se noi salveremo solo i nostri corpi dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva*

Ho scelto Etty Hillesum per ricordare la Giornata Mondiale del Rifugiato e per continuare la riflessione che accosta l’olocausto nazista all’olocausto del mare che avviene ogni giorno davanti la fortezza Europa perché i suoi testi sono drammaticamente attuali: ignorare la tragica similarità fra gli attuali CIE e i passati campi di transito vanifica la sua morte e ci espone ad una irresponsabile cecità. Fingere di non comprendere l’affinità fra i campi di concentramento e i non-luoghi dove, celato allo sguardo, si consuma il dramma di chi giunge sulle nostre coste in cerca di una vita migliore è un atto di estrema codardia.

Ancora una volta, la storia ci chiede da che parte stare.

Ancora una volta, salvare solo i nostri corpi impoveriti non basterà a costruire un mondo migliore. Solo conservando e rinvigorendo la nostra umanità in un costante esercizio di empatia e solidarietà, potremo attingere ai pozzi della speranza e salvarci.

Tutti insieme.

*il mio cuore è la fornace ardente nella quale tutto deve essere sentito e sofferto con intensità*

Di Maria Grazia Patania

Photo Copyright: Francesco Malavolta

Cerchiamo pace in un mondo che urla guerra

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Troppo spesso le religioni vengono utilizzate, in maniera completamente errata, come presupposto per guerre e litigi. In realtà basterebbe tentare di avvicinarsi ad alcune di queste per capire che in realtà non è così. Con questo spirito si è svolto giorno 9 giugno presso i locali della chiesa di San Giuseppe Innografo, ad Augusta, un incontro dal titolo “Le religioni: persone e comunità a servizio della pace e della fraternità dei popoli”, il quale, nonostante sia stato ospitato da una chiesa cristiana cattolica, ha visto come protagoniste tante religioni diverse tra loro.

Ad aprire l’incontro sono state le parole del dott. Tati Sgarlata, operatore di Pace, e di Don Carlo D’Antoni, il quale ha paragonato ogni religione al ramo di un unico albero sul quale gli uccelli si vanno a poggiare quando hanno bisogno di riposarsi oppure per fare il nido. I rami accolgono qualsiasi tipo di uccello, non allontanano, né fanno distinzioni. Successivamente i rappresentanti delle varie religioni hanno pronunciato una preghiera sulla pace; ogni preghiera era tanto diversa quanto simile. Particolarmente significative sono state le parole dell’imam Mufid, rappresentante della comunità musulmana, che ha concluso la sua preghiera citando alcuni versetti del Corano nei quali Dio viene associato all’amore, alla pace e alla comunione tra fratelli. Oltre a lui hanno avuto la possibilità di parlare anche la Pastora Ioana Ghilvaciu, rappresentante della comunità battista, Padre Enzo Zagarella, frate francescano rappresentante della comunità cattolica. L’incontro è stato organizzato nell’ambito dei festeggiamenti per la Stella Maris e con l’aiuto del comitato 18 aprile. Il saluto iniziale e finale è stato dato da padre Mazzotta, il “padrone di casa”, che ha permesso materialmente la realizzazione di un incontro così importante. Infine, a chiudere l’incontro, sono stati i ragazzi di Italia Nostra con una preghiera.

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Per fare la pace – ha detto il papa – ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo”. Ci vuole, insomma, il coraggio di entrambi e, soprattutto, occorre mettere da parte lo spirito di rivalsa che è il peggior nemico perché una pace sia vera pace… insomma è difficile fare pace, ma poi è la strada migliore…

Credo fosse questa la volontà dei tanti presenti, che hanno accolto l’invito e partecipato con gioia all’incontro.  Importante la presenza, non solo di persone di diverse religioni, ma anche di diverse età: hanno ascoltato attentamente le varie preghiere uomini e donne anziani, ma anche bambini e ragazzi. A questo proposito occorre ricordare che “chi prega canta due volte” e con questo spirito hanno animato l’incontro la corale di bambini di San Giuseppe Innografo e la Gioventù Francescana di Augusta, aiutata dall’OFS e dai piccoli Araldini, bambini di età compresa tra i 6 e i 13 anni, che provano a seguire fin da piccoli l’esempio di San Francesco.

Una delle dimostrazioni di fratellanza e pace dell’incontro di ieri credo sia stata proprio data da questi ultimi e in particolare da due di loro che, senza pensare al colore della pelle o alla religione, hanno chiesto a un bambino musulmano presente di giocare e sedersi con loro. A loro non interessava se uno di loro indossasse il copricapo tipico musulmano e l’altro la maglietta con scritto “Araldini”, a loro interessava solo di aver trovato un nuovo compagno di giochi e un nuovo fratello a cui voler bene.

Lo scopo dell’incontro, in fondo, era anche questo. Se i nostri occhi e i nostri cuori saranno ritornati anche solo per una volta, anche solo per una singola azione, quelli puri di un bambino allora sapremo di essere sulla buona strada, sapremo di aver fatto qualcosa, di essere stati abbastanza ostinati da cercare la parola “pace” in mondo che urla “guerra”.

di Aurora Di Grande


Aurora ormai è diventata la zia più giovane di Antigone e il suo sguardo sulle cose che ci circondano è sempre un bellissimo dono per noi.

La pace è una scelta coraggiosa: una scelta dettata non solo dall’intima convinzione dell’inutilità assoluta della guerra e dei suoi burattinai e burattinai, ma anche dall’intima convinzione che siamo ad una svolta delicatissima. La pace è una necessità improrogabile e tutto ciò che va contro essa andrebbe eliminato.

La nascita dell’Umanità

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C’era una volta, in un paese lontano lontano, una fanciulla molto giovane e bella che, giunta nel fiore degli anni, s’innamorò di un vecchio falegname.
Il buon uomo la amava moltissimo e, quando finalmente giunse la bella stagione, poté sposarla e le nozze furono una festa per tutto il paese.
L’uomo, in là con gli anni, veniva considerato da tutti come un povero diavolo che, prima o poi, avrebbe dovuto fare i conti con i giovani scalpitanti che osservavano con bramosìa la sua bella sposa.
I mesi passavano e, quando la giovane moglie gli confidò di aspettare un figlio, il falegname corse all’osteria del paese per offrire un calice di vino a chiunque si trovasse nel locale e, mentre dava ai presenti la buona novella, un bambino gli chiese come fosse possibile che un uomo anziano come lui potesse ancora avere figli. Il bambino ribadì la sua contrarietà alla notizia aggiungendo che il vecchio falegname avrebbe potuto essere suo nonno.
La gioia era più forte di ogni offesa e, dopotutto, cosa poteva saperne un bambino delle questioni più importanti della vita di un uomo? Il vino parlò al suo posto e, sorridendo, rispose al fanciullo che, poiché avere un figlio era sempre stato il suo desiderio più grande, Dio aveva voluto premiarlo inviando sulla terra un angelo a benedire il ventre di sua moglie.
Si sa come reagiscono le persone col cuore sporco che alla gioia di qualcuno sanno rispondere solo con invidia e cattiveria e, presto, l’innocente risposta dell’artigiano, divenne motivo di sberleffo e, infine, ingiuria.
La felicità, caro balsamo contro le offese, lo poté proteggere dalle male lingue finché la sua compagna, che tutti i giorni si recava alla fontana per tirare l’acqua su dal pozzo, non cominciò a sentirsi derisa, indicata e umiliata da sottili risatine di scherno che segnalavano il suo passaggio per le vie del paese. Un animo così puro non riusciva a tener nascosto il suo dolore e, quando il marito le chiese quale fosse la ragione di tanta tristezza, dalle poche parole che lei riuscì a proferire tra i singhiozzi, comprese cosa doveva essere accaduto il giorno in cui annunciò la nascita di suo figlio.
Era un paese piccolo quello in cui vivevano e le voci correvano rapide di bocca in bocca. Il problema, in queste occasioni, è che nessuno si limita a riportare una notizia così come l’ha appresa dalla fonte. Ogni passaggio sulle labbra altrui porta con sé i particolari che più si adattano alle inclinazioni del messaggero.
Nel giro di qualche mese la sposina trovava ormai insopportabile farsi vedere in giro e si ammalò di malinconia. Si sentiva presa di mira dalle altre donne e non comprendeva perché il miracolo della vita fosse tanto disprezzato da chi aveva provato le stesse emozioni ospitando un figlio in grembo. Sono, forse, le madri diverse tra loro? Si chiedeva inconsolabile.
Suo marito non sapeva più cosa fare per guarirla dalla malattia che stava impoverendo il suo sguardo, come se quel bambino fosse un fardello di colpe da portarsi addosso.
Pianificò una fuga e, quando la data stabilita finalmente giunse, fece montare la moglie sul dorso di un asino e s’incamminò verso il mare.
Il viaggio durò molti giorni e molte notti, attraversarono colline, poi montagne e, quando pensavano che sarebbero morti di freddo, giunsero al deserto. Lì, sotto alla canicola, vagarono per molte settimane e alla donna sembrava che stessero girando in tondo per via del paesaggio immutato, cristallizzato sotto ai vapori che s’alzavano dal terreno e che facevano sembrare vicino ciò che era lontano.
Passavano la notte in tenda e, quando le prime stelle iniziavano a strizzare l’occhio all’alba, ripartivano.
Il falegname non sentiva la stanchezza, il freddo della notte, ne’ il caldo del mezzogiorno. Sentiva, però, che la sua donna non avrebbe retto ancora per molto, tanto era gonfio il suo ventre.

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Ph. Copyright Francesco Malavolta

La sera, prima di assopirsi, teneva una mano sul suo bambino che, dal mondo acqueo in cui viveva, lanciava segnali di impazienza per il mondo. Una notte sognò il mare: un mare nero, in tempesta, da quale zampillavano strane fontane di sangue. Il sangue schizzava sopra la schiuma bianca e ricadeva nel blu senza lasciare traccia. Se si avvicinava, quel blu altro non era che un’infinita distesa di mani. Mani di donne e uomini, mani di bambini. Quelle mani immobili e tese verso l’alto, i palmi aperti lo gettarono, al risveglio, in uno stato di incertezza. Non sapeva se ascoltare il suo istinto e ripiegare per un’altra destinazione raggiungibile via terra o se conservare il pragmatismo dell’artigiano.
Un sogno non è la realtà, Youssef.
Ma il sogno si ripresentò, notte dopo notte, a scompigliare le certezze dell’uomo che, infine, decise di uscire dal deserto e ripiegare nel paese più prossimo per poi proseguire nel Regno vicino, dove nessuno avrebbe gettato fango sulla sua famiglia.
Notte dopo notte, il sogno si arricchiva di immagini che, al mattino, restituivano all’uomo un senso di disagio e inquietudine.
Il mare di mani, il mare di sangue. Tutto quel sangue sgorgava dalla ferita nel costato di un agnello dalla lana candida, dal pianto di bambino.
Alla terza settimana di cammino, ormai lontani dalle dune battute dal vento, Youssef s’immaginava un figlio maschio anch’egli falegname come suo padre, accanto a lui in bottega e alla mensa del signore. Venne d’improvviso strappato dalla sue fantasie da un lamento antico.
La ricerca di un ricovero e di una levatrice si fece più difficile col calare della notte: alla fine, per evitare che suo figlio nascesse sul dorso di un asino, dovette occupare una vecchia stalla, al fondo del paese.
La notte era limpida e, quando le urla della madre si placarono, dopo poco più d’un istante d’immobilità, il primo vagito di una creatura benedetta dagli angeli si fece udire dai gatti appollaiati sotto ai carri dismessi, dalle civette a caccia di roditori e dalle famiglie dei contadini che vivevano nei paraggi.
Chi condivide pasti magri è più ricco d’un imperatore, si sa: prima le donne coi bambini, infine gli uomini si avvicinarono alla stalla.
Cibi, bevande, panni caldi e brodo di gallina portarono le une mentre gli altri si congratulavano.

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Photo Copyright Francesco Malavolta

 Nei giorni successivi ogni membro della comunità si adoperò affinché la vecchia stalla abbandonata venisse convertita in una dimora decorosa dove l’artigiano e la sua sposa potessero vivere in pace crescendo la propria prole secondo i principi del rispetto reciproco.

Vista l’abilità dell’artigiano nel riparare i danni della vecchia stalla, i notabili della città fecero visita alla nuova famiglia portando doni e auguri e richiedendo a Youssef di contribuire a bonificare tutte le case e i palazzi che lo necessitavano.

Il piccolo Yehoushua crebbe sano, forte e istruito e non dovette mai conoscere l’umiliazione della povertà e della guerra. Yehoushua divenne falegname, come suo padre e visse predicando l’amore tra tutte le creature di dio. Molte persone, colpite e ispirate dalla sua personalità e dal suo senso della giustizia, si trasferirono nella città dove lui viveva. La zona iniziò a prosperare grazie allo scambio di conoscenze tra i diversi popoli che entravano in contatto, grazie alla libertà di ognuno di visitare altri paesi.
Alla morte di Yehoushua che avvenne molto tardi,  il suo corpo venne sepolto sotto a un albero d’ulivo. La pianta divenne, così, simbolo di pace e fratellanza.
Da una storia di pregiudizio e intolleranza, il senso di fratellanza tra i popoli ha permesso di rinunciare al sacrificio dell’agnello.

di Cristina Monasteri

Solo Andata

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Notte di pazienza, il mare viaggia verso di noi,
all’alba l’orizzonte affonda nella tasca delle onde.
Nel mucchio nostro con le donne in mezzo
Un bambino muore in braccio alla madre.
Sia la migliore sorte, una fine da grembo,
lo calano alle onde, un canto a bassa voce.
Il mare avvolge in un rotolo di schiuma
La foglia caduta dall’albero degli uomini.
(Sola andata, Erri De Luca)

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*Photo Copyright: Francesco Faraci
Mi chiamano invisibile, bambino sperduto, numero con un volto, minorenne
migrante, rifugiato. Hanno paura di me, della mia pelle, del mio odore, dei miei
capelli, ma non capiscono che sono partito per sfuggire alla povertà, alla fame,
all’oppressione, al terrorismo, alle violenze.
Che male c’è a sognare una vita fatta di giochi, di spensieratezza, di frigorifero
colmo di cibo e casa piena d’amore?
Ho dei sogni, voglio studiare e farmi una cultura, voglio lavorare senza essere
sfruttato, voglio realizzarmi nella vita adulta, ma oggi, solo per oggi, voglio essere
un BAMBINO.

Di Simona D’Alessi

Carovane Migranti: il viaggio continua

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“Quando ti trovi in un posto straniero c’è sempre una sensazione che ti avvolge e ti convince che non è quello il tuo posto. Capita con una nuova classe, un nuovo ambiente lavorativo, una nuova casa. È capitato a me, quando sono entrato in quel locale dal tetto alto, con il lampadario di corda e I tavoli di legno, riempiti di persone che non conoscevo. Ma è stato proprio li, in quel locale dal tetto alto, con il lampadario di corda e I tavoli di legno che ho capito che la paura della novità che proviamo noi è molto più superficiale di quanto pensiamo. Lo capisci quando vedi questi ragazzi, dallo sguardo intenso, ma che sembrano volersi nascondere dietro i propri occhi. Lo capisci quando quei ragazzi li senti parlare e capisci che un motivo per rifugiarsi in se stessi lo hanno. Senti la loro voce, la ascolti e non puoi fare a meno di pensare che, in quel locale dal tetto alto, con il lampadario di corda, ti sei trovato di fronte a te stesso, un po’ meno individuo e molto più umano.” (Gabriele, 14 anni)

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Le parole di un quattordicenne sono spesso più sincere di quelle di un adulto. Non hanno un fine politico, non sono dette mai per accattivarsi una particolare simpatia, sono le parole più “limpide” che qualcuno si possa sentir dire. Per questo motivo ho fortemente voluto al mio fianco mio fratello per questa esperienza. Quando ho sentito parlare delle “Carovane Migranti” non avevo alcun dubbio sulla mia partecipazione, ma sentivo che era arrivato il momento di fare di più. Per capire o almeno provare a immaginare cosa vuol dire davvero essere “migranti” bisogna ascoltare con le proprie orecchie, non leggere, non sentire, ma ascoltare. Ascoltare implica anche guardare quegli occhi determinati e allo stesso tempo emozionati che tanto hanno passato e consapevoli che ancora tante ne passeranno. Eppure sono gli occhi di persone che credono davvero in ciò che dicono, che sanno già che non possono e non devono mai fermarsi. Gli stessi occhi che hanno colpito mio fratello. Usciti dal Lebowski, nonostante i quattro anni di differenza, la definizione che avremmo dato entrambi all’incontro era “Strano”. Lui non aveva partecipato mai a un incontro simile, io si, ma ogni incontro è “strano” in un modo differente. Per me lo è stato perché quasi ogni sabato vado al Lebowski per divertirmi ed è sempre strapieno di persone diverse. Mai mi è capito di pensare alla diversità delle persone presenti, perché stavolta si? Anche io sono diversa da mio fratello, ma di certo non è la prima cosa a cui penso quando lo guardo. La diversità invece la sentivo tanto con quei ragazzi provenienti da diverse parti del mondo, ma non era qualcosa che mi infastidiva. Al contrario, era come la certezza che quel giorno mi sarei arricchita con le loro storie, che sarei cresciuta e soprattutto che qualcun altro avrebbe potuto come me, vivere un’esperienza più unica che rara.

“Era una consapevolezza che nasceva dal sentire un mondo così diverso, lontano, ma che è sempre lo stesso nel quale viviamo noi. Dal Lebowski, quel pomeriggio, non si usciva più felici, non si andava a festeggiare e forse, in senso stretto, non è stato neanche piacevole. Ma un’esperienza del genere ti fa pensare, e forse, certe volte, è solo di questo che abbiamo bisogno.” (Gabriele)

di Aurora e Gabriele Di Grande


Avevamo già parlato dell’incontro con Carovane Migranti organizzato insieme a Gianmarco Catalano della Rete Antirazzista Catanese. Ma mancavano Aurora e Gabriele perché avevo chiesto che fossero loro stessi a raccontare la loro presenza. Aurora ci conosceva già per averci invitat* a scuola in vari incontri, uno di questi è avvenuto insieme a Francesco Malavolta. Da allora con Aurora è nata un’amicizia ed una collaborazione che mi fa sperare che ci sia ancora speranza di salvare questo mondo ed è stata lei a scegliere la foto fra le tante di Francesco che aveva visto fra i banchi di scuola..

Gabriele, invece, era la prima volta che si avvicinava alla nostra realtà e il suo sguardo insieme alle sue riflessioni sono un regalo prezioso per noi. Sono anche la testimonianza del fatto che la conoscenza e la comprensione siano due processi imprescindibili. Per questo, noi del Collettivo Antigone, continueremo a raccontarvele così le migrazioni: in tutta la loro disarmante umanità fatta di episodi buffi, tragici, dolorosi e pieni di gioia. Ve le racconteremo come si racconta la Vita stessa.

Ci è sembrato giusto, inoltre, inserire la loro voce durante questa programmazione dedicata ai bambini, ai minori.

Sicilian Ghost Story

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Chiodo Vincenzo durante l’udienza del 28 luglio 1998 ha raccontato le fasi dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, avvenuta la sera dell’11 gennaio 1996. Enzo Salvatore Brusca era arrivato verso le ore 21 a bordo di una Fiat Uno pilotata da un’altra persona che Chiodo, nascosto tra i cespugli a fumare una sigaretta, non aveva riconosciuto. Era sceso dalla macchina, aveva salutato il suo accompagnatore, che era andato subito via, ed era andato incontro al collaborante che frattanto era uscito allo scoperto.
Enzo Brusca lo aveva preso sottobraccio e gli aveva detto “figliolo, andiamo!”. Chiodo aveva prelevato la macchina nascosta in precedenza, ed insieme avevano raggiunto la casa di Giambascio. […] Appena davanti al cancello, Brusca gli aveva chiesto del bambino e un collaborante lo aveva rassicurato che stava bene e che quel giorno aveva mangiato delle uova che il ragazzo stesso aveva cucinato, avendo a disposizione un fornellino. Aveva manifestato contemporaneamente il desiderio di vederlo ed, avendogli egli fatto presente che aveva lasciato nella sua abitazione in paese il telecomando per azionare il saliscendi e le chiavi per aprire la porta di ferro, aveva detto di soprassedere sino all’arrivo di Giuseppe Monticciolo. Chiodo aveva così appreso che doveva sopraggiungere pure quest’ultimo.

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Scena tratta dal film Sicilian ghost story

Costui era arrivato poco dopo ed aveva esplicitamente comunicato che si doveva uccidere il bambino, senza specificare chi ne avesse impartito l’ordine; aveva contemporaneamente chiesto a Vincenzo Chiodo – il quale aveva già intuito la terribile sorte che stava per toccare all’ostaggio attraverso l’eccessivo interessamento dimostrato dal Brusca verso il ragazzo – se se la sentisse di farlo.
Enzo Brusca aveva mostrato una certa riluttanza e, nel vano tentativo di soprassedere, aveva fatto presente che Chiodo non aveva con sé il telecomando e in più occorreva prelevare l’acido presso tal “Funcidda” per dissolvere il corpo, la nafta per attivare il generatore di corrente elettrico ed altro.
Quando Monticciolo aveva, dunque, comunicato quella sera la suprema decisione, dopo che Enzo Brusca, avanzando difficoltà organizzative, aveva proposto che la macabra operazione fosse rinviata al giorno seguente e dopo che era prevalsa la linea oltranzista del Monticciolo medesimo, si erano un po’ consultati per distribuire a ciascuno il proprio compito, essendovi parecchia indecisione su chi dovesse materialmente uccidere il bambino. Munito dell’occorrente necessario, il collaborante era ritornato in campagna e poco dopo era tornato pure Giuseppe Monticciolo, portando due fustini di plastica di circa venti litri pieni di acido; aveva, quindi, prelevato da un capanno uno dei fusti utilizzati per conservare la nafta, lo aveva portato dentro casa e con scalpello e martello aveva provveduto a scoperchiare il fusto, cercando di fare il minor rumore possibile. Monticciolo, Chiodo e Brusca avevano portato giù nel bunker il fusto appena tagliato e i due fustini di acido, depositandoli davanti la porta della cella dell’ostaggio. Chiodo, nonostante Enzo Brusca avesse prima manifestato il suo dissenso a che egli intervenisse, si era fatto avanti in omaggio alla regola che più volte gli aveva ripetuto lo stesso Brusca: “Mai tirarsi indietro su qualsiasi eventuale occasione”. Era del tutto tranquillo, non lo impensieriva minimamente il fatto che dovesse uccidere un bambino: “… il dovere era più forte di questo, cioè perché lì non è che uno poteva rifiutare al momento questo, perché poteva succedere diciamo il peggio”.

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Scena tratta dal film Sicilian ghost story

Chiodo – così come gli era stato ordinato – aveva fatto appoggiare il bambino al muro con le braccia alzate, gli aveva messo la corda al collo, l’aveva tirata ed erano intervenuti gli altri. In pochi attimi il piccolo era rimasto soffocato. “…Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era.. come voglio dire, non aveva la reazione più di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente.. non lo so, mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si e` mosso più. Dopo averlo spogliato, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio, l’uno e l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra”.

Questo è il quanto mai atroce racconto di una vita spezzata, riportato alla luce, negli ultimi giorni, dal film Sicilian ghost story presentato al Festival di Cannes. La pellicola racconta i mostri di una terra magica in chiave fantastica, con orchi che letteralmente mangiano bambini nascondendoli, poi, dietro fantasmi immaginari.   Reale e fantastico si fondono e confondono in quanto, nella terra dei sequestri, gli orchi esistono veramente e le streghe mangiano davvero i bambini. E’ una favola dark che racconta la d’amore tra due bambini sporcata dall’orrore della mafia attraverso l’esplicito ricordo di Giuseppe Di Matteo figlio di un collaboratore di giustizia ed ex-mafioso rapito per far tacere il padre pentito e tenuto prigioniero per 779 giorni e notti, prima di essere strangolato e sciolto nell’acido nitrico.

Di Claudia La Ferla

Credimi

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Quando ero piccolo piccolo ed i miei genitori erano ancora con me mi ripetevano sempre “ricorda, i bambini buoni non dicono bugie, la verità vince sempre”. Ed io quelle parole le sento ancora chiare e forti nella mia testa. Io le bugie non le ho mai dette, non ne sono mai stato capace. Mi si vede in faccia quando nascondo qualcosa, rido, alzo gli occhi al cielo, mi mordo il labbro. Sono un pessimo bugiardo e questa cosa mi ha creato non pochi problemi.
Un giorno mi sono svegliato e mamma e papà non c’erano più, capii che dovevo crescere in fretta. Fortunatamente papà mi aveva insegnato a lavorare la terra e badare agli animali così riuscii a fare qualche lavoretto per un allevatore della zona.
Un giorno mi chiese di portare al pascolo le sue pecore. Mi sentivo già grande e, nella sfortuna, anche un po’ fortunato. Sì, ero rimasto solo e avevo dovuto lasciare la scuola ma avevo nonna e mia sorella e tanti zii che si prendevano cura di me.
Andai nel bosco con le pecore, la giornata era calda ed io mi godevo la pace ed i suoni degli alberi e degli animali. Mi sedetti a contemplare quel mondo bellissimo che mi circondava. Le pecore pascolavano tranquille ed io ero sereno. Poi il “capo” mi chiese di accendere un fuoco per preparare qualcosa da mangiare insieme mentre lui si allontanava per parlare con delle persone di cose da grandi.
Mi adoperai subito a cercare delle pietre e dei pezzetti di legno e dopo pochi minuti accesi un bel fuoco. Aprii la borsa, presi due patate e le misi a cuocere. Faceva caldo, l’erba era secca ed il terreno arido ma il paesaggio era comunque molto bello.
Andava tutto bene finché non si alzò il vento e qualcosa di inaspettato accadde. Il fuoco divampò e si estese su tutta la collinetta dove mi trovavo insieme alle pecore. Cercai di radunarle per portale via, correvo, urlavo, le chiamavo, invocavo aiuto ma ero solo, troppo isolato per essere sentito da qualcuno. Il fuoco divorò tutto quello che trovò sulla sua strada, inclusi quei poveri animali che presi dal panico non mi ascoltavano più. Piangevo ed urlavo, avevo tantissima paura, iniziai a correre con tutte le mie forze per trovare un riparo sicuro. Il “capo” vide il fuoco ed iniziò a cercarmi. Disse a tutti che mi avrebbe ucciso appena mi avrebbe trovato. Non scherzava.
Corsi a casa terrorizzato e raccontai tutto. Mia sorella allora mise insieme i pochi soldi che avevamo in famiglia e mi disse di scappare, di andare in Senegal dagli zii finché le cose non si fossero calmate. Io non volevo partire, volevo parlare con il capo e dirgli la verità, perché la verità vince sempre e volevo stare con lei e nonna ma avevo anche tanta paura. Ascoltai mia sorella e partii. Mi resi presto conto che tornare a casa sarebbe significato morire ed io non volevo morire.
In Senegal alcuni miei coetanei stavano organizzandosi per partire per l’Europa e mi chiesero se volessi andare con loro. Parlai con nonna e mia sorella, piangevano tanto ma mi dissero di andare. “Sei piccolo, per te c’è speranza. Scappa fratello mio, mettiti in salvo”. Ed io lo feci, scappai. Attraversai l’Africa, il Mediterraneo ed arrivai in Sicilia. Sul mio barcone c’erano tantissimi bimbi e ragazzini come me. Eravamo uno sull’altro, spaventati, affamati, assetati ma con la speranza nel cuore. Partimmo da Tripoli ma arrivati nel canale di Sicilia qualcosa andò storto ed il barcone affondò prima che arrivassero i soccorsi. Io non sono un bravo nuotatore e avevo poche forze perché non mangiavo da giorni. Cercai di aiutare i miei amici, urlavo, piangevo ma come per le pecore, non riuscii a salvare nessuno. Sopravvivemmo in pochissimi, 28 su 900. Fu allora che rincontrai la morte per la seconda volta, avevo 14 anni.

Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

Arrivato in Italia fui mandato ad un centro per l’accoglienza dei minori a Caserta. Non capivo nulla, c’erano tantissime persone. Nessuno mi spiegava cosa fare. Alcuni ragazzi come me decisero di andare a chiedere l’asilo politico, lo feci anche io. Tutti mi decidevano di inventarmi una storia plausibile ma io sentivo la voce di mamma e papà dire “i bambini buoni non dicono bugie, la verità vince sempre”. Deciso a rispettare i loro insegnamenti, mi presentai e parlai con un uomo che dopo avermi fatto qualche domanda ascoltò il motivo della mia richiesta. Mi guardava e scriveva, silenzioso, impenetrabile. Finché non si girò verso un collega e disse “Vengono tutti con la stessa storia. Tranne lui, la sua è proprio ridicola! Come si fa ad inventarsi una cosa del genere?!” Poi si girò verso di me e mi disse di andare via e che avrei ricevuto notizie. Le notizie arrivarono ma non erano quelle che speravo io. Avevano rifiutato la mia richiesta. Non capivo, avevo detto la verità! Avrei dovuto essere premiato non punito. Il panico mi divorò, non potevo tornare a casa, ero solo, non riuscivo più a dormire, cosa avrei fatto? Perché nessuno mi diceva cosa fare? Perché nessuno capiva che ero solo un bimbo ed avevo paura? 

Il Signore però mi deve aver ascoltato, fui trasferito in un nuovo centro con molti meno ospiti. Sono ancora lì, un’oasi felice in tanta oscurità. Finalmente posso essere di nuovo un bambino. Vado a scuola, gioco a calcio ho scoperto la passione per il teatro e sogno una vita migliore per me e la mia famiglia. Ho parlato tanto con gli assistenti, non so se mi hanno creduto ma mi hanno comunque aiutato a fare appello in tribunale dove io ancora una volta dirò la verità perché la verità vince sempre! Ed i bambini buoni non dicono le bugie! 

Anonimo

Cara figlia mia. Anno Domini 2040

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Cara figlia mia,

Ho deciso di scriverti per rispondere alle tante domande che fai. Preferisco evitare di parlarti perché le cose che mi chiedi sono ancora ferite aperte e l’emotività potrebbe rovinare il racconto.

Lo sapevo che sarebbe arrivato il momento della resa dei conti, il banco di prova e della vergogna e, pur sperando di evitarlo, in fondo credo sia profondamente liberatorio raccontarti cosa succedeva anni fa dal 2014 in poi, in modo particolare. Da sempre, in effetti.

Ci avevano tolto i sogni dal cuore e li avevano sostituiti con le pietre e i proiettili.

Ci avevano ammazzato l’ingenuità e rimasticavamo odio e rancore.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Dalle nostre pupille erano scomparse le lacrime, gelosamente custodite per pochi ed insignificanti eventi di vita privata. Guardavamo la gente morire in mare e non ci interessava.

Ti dirò di più: alcuni si compiacevano di quelle stesse morti, altri invocavano la chiusura delle frontiere che hanno frammentato quel che restava del sogno europeo, altri ancora aggredivano quei poveri diavoli che si salvavano dal mare e il loro calvario non finiva. Chi arrivava qui, in Europa, la patria dei diritti, come la chiamavavamo quando ero giovane, diventava parte di un ingranaggio infernale che li condannava ad essere -ancora una volta- nostri schiavi.

Mi chiedi come abbiamo potuto permetterlo. Mi chiedi come non ci siamo accort* di quello che succedeva. Perché non abbiamo reagito.

Non lo so. Me lo chiedo ogni giorno. Eppure, figlia mia, succedeva. E credimi… Succederà ancora.

Siamo animali bellicosi, noi umani. Siamo creature meravigliose, ma terribilmente crudeli. Dentro ognuno di noi ci sono l’inferno ed il paradiso. La salvezza e la condanna. Ma ricordati sempre del paradiso anche quando intorno a te imperversa l’inferno.

E non sentirti mai al sicuro. Mai. Non ti toglieranno mai tutto insieme: ti toglieranno la dignità a morsi piccoli e la velocità con cui te la divorano non dovrà mai superare quella con cui tu la ricostruisci.

Ti insegneranno a odiare i poveri, ma dovrai ricordarti di odiare la povertà e l’ingiustizia che la genera. Dovrai mantenere uno sguardo umano sempre e rifugiarti nei piccoli momenti di grazia che scoprirai disseminati lungo il cammino.

Presta attenzione alle parole e ai loro mutamenti: le prime violenze sono sempre verbali. Il linguaggio riproduce il mondo percepito e sdoganare parole violente significa seminare la violenza futura. La degenerazione ai miei tempi iniziò così: con la narrativa ridotta a statistiche, con le persone ridotte a numeri e foto segnaletiche di occhi vuoti, con masse informi e barcollanti esibite per confondere e scoraggiare chi osservava impotente dal divano di casa propria.

Li misero lontani così che nessuno potesse sfiorare il loro dolore e sentirlo così simile alla propria natura di essere umano. Li ammassarono in moderni lager che li nascondessero alla vista e lì proliferavano microcosmi infernali di violenza ed abusi tollerati di buon grado purché non sconfinassero dalle mura incaricate di proteggere la nostra sicurezza: prerogativa esclusiva dei padroni.

Criminalizzarono ogni forma di resistenza pacifica tramite la solidarietà e le parole frammentavano tutto. Si distinse fra migranti economici e rifugiati politici in fuga da guerre e persecuzioni, come se la fame non fosse essa stessa una guerra al nostro fragile corpo. Infine, ridussero la vita umana a numeri: Quanto costano? Quanti sono? Costano troppo. Sono troppi. E lo faranno ancora, figlia mia, fidati.

Ma quanto costa una vita? Come si misura il suo valore?

Non lo sappiamo, non lo sapremo mai ma abbiamo il dovere e il diritto di difenderla. Nessuno è illegale su questa terra e non esistono vite più meritevoli di essere tutelate. Benché tu sia per me quanto di più prezioso abiti il pianeta, non vali più di qualunque altra donna, uomo o bambino. E nemmeno io.

Ama, figlia mia. Non cedere mai all’odio. Conserva sempre fra le dita carezze e gesti gentili. Custodisci sotto la lingua sillabe di conforto e serba le lacrime per coloro che non vengono pianti da nessuno. Impara a sentire il freddo, la fame e l’umiliazione di ogni essere umano nell’angolo più puro del tuo cuore.

R.esisti. Nonostante tutto.

di Maria Grazia Patania


Quando abbiamo deciso di affrontare il tema dell’infanzia, stranamente l’ho immaginato da una prospettiva diversa. Una prospettiva molto intimistica. Ho immaginato che fosse una mia eventuale figlia a chiedermi spiegazioni di quanto viviamo oggi per capire meglio cose che in futuro potrebbero essere studiate sui libri di scuola.

Quando mi si chiede il perché di Antigone, rispondo sempre che, oltre all’obbligo della memoria storica, sento la necessità di oppormi alla narrazione dominante che criminalizza e umilia chi migra. Sono sicura che ci vergogneremo mortalmente per quello che stiamo o non stiamo facendo ai migranti e non avremo nemmeno la scusa del “non sapevo nulla”. Dovremo ammettere che sapevamo tutto, ma nonostante ciò ci aggrappavamo alle nostre piccole vite ordinate. E così ho immaginato di spiegare a questa figlia immaginaria che nessuno mai in nessuna epoca sarà mai veramente al sicuro dalle derive di una barbarie fratricida.

La giornata Internazionale del fanciullo fu istituita nel 1925 a Ginevra dalla Conferenza mondiale per il benessere dei bambini e, a partire da allora, molti paesi hanno riconosciuto questa ricorrenza, fissandola in differenti giornate nell’arco dell’anno.

A partire dal 1950, il 1° Giugno celebra lo “International Day for Protection of Children” in quasi cinquanta paesi tra cui Cina, Libano, Russia, Vietnam.

Il Collettivo Antigone vuole celebrare questa giornata con una programmazione fatta di racconti, contributi e testimonianze al fine di ribadire fermamente che è un obbligo morale difendere sempre la fanciullezza, l’innocenza, la vita.