I bambini lo sanno che il mare porta regali bellissimi

Tag

, , , ,

“Maestra! Ci racconti ancora la storia del mare e dei figli che ti ha portato in regalo?”

(Elia, quarta elementare)

Sono un’insegnante e, come ogni maestra di scuola primaria, ho a che fare con gli esseri più curiosi e spietati dell’universo: i bambini. I bambini sanno benissimo cosa chiederti, quando farlo e in che modo. Sono perfettamente consapevoli di ciò che ti farà commuovere o arrabbiare, e sarà proprio lì che andranno a “colpire”. I miei alunni sanno che il mio punto debole sono “i figli del mare”, e quando sono un po’ più stanchi, annoiati o semplicemente vogliono cambiare argomento mi chiedono di loro, di quei ragazzi arrivati da lontano.

“Maestra! Ma è vero che Mamoudou era un po’ monello e che, quando pioveva, a scuola non ci andava? Senti, non possiamo fare anche noi così?”. “Non ci pensate nemmeno! Voi non dovete fare 4 chilometri a piedi, come faceva lui, per arrivare a scuola”.

“Maestra!  Ma è vero che in Costa d’Avorio i bambini raccolgono il cacao nelle piantagioni? E non lo mangiano nemmeno… Ma come fanno?”.

Queste e altre decine di domande mi vengono riproposte ogni giorno. Oltre alle curiosità dei bambini, ci sono anche loro a farmi compagnia, i figli e le figlie del mare. Perché, tutte le volte che riesco, io me li porto anche a scuola. O meglio, per essere precisi, è la scuola che all’inizio ha aperto le porte (potremmo dire i porti, se fossimo sul mare) a chi vive sul nostro territorio, e lo ha reso cittadino a tutti gli effetti. Tre anni fa, insieme a un gruppo “magico” di colleghi, abbiamo deciso di proporre alcune attività didattiche che coinvolgessero gli stranieri presenti sul territorio: genitori, richiedenti asilo, amici… Insomma, tutte quelle persone che avevano voglia di condividere con noi un pezzetto della propria cultura, della storia personale e delle tradizioni. Ci eravamo resi conto che il clima di razzismo che respiravamo fuori dalla scuola stava avvelenando anche le menti e i cuori dei nostri alunni.

foto laboratori sommario 2

Abbiamo deciso di fare qualcosa che permettesse di aprire varchi, intessere relazioni, costruire ponti. E così è stato: laboratori di musica, danze e filastrocche; raccolta di interviste, racconti, immagini e, soprattutto, tanta voglia di stare insieme. Una voglia così grande che, sebbene gli incontri pattuiti con gli operatori della cooperativa avrebbero dovuto essere limitati nel tempo, in realtà si sono moltiplicati. E abbiamo perso il conto di tutte le partite a carte, delle chiacchiere, delle risate e dei cartelloni colorati insieme. C’è anche stato il tentativo di coltivare un orto ma, in questo caso, il risultato non è stato quello sperato… Non possiamo essere sempre splendidi…

“Maestra! Quand’è che torna Sane, che dobbiamo finire la sfida a briscola?”

“Maestra! Lo sai che ieri ho incontrato Frank per la strada, e che prima di conoscerlo mi faceva paura perché è nero e adesso invece non mi fa più paura e mi è simpatico?”

“Maestra! Ma Sunday ce lo porti anche quest’anno? Perché io devo chiedergli ancora un po’ di cose sulla festa di Wherewhere e sul suo Paese…”

E da lì, dopo aver aperto le porte della scuola, si sono aperte anche quelle di casa. È stato inevitabile. E da lì a diventare mamma di tutti il passo è stato breve, anzi brevissimo. Nonostante siano uomini grandi e grossi per me rimangono, sempre e comunque, dei figli di cui preoccuparmi: avranno mangiato abbastanza? Si saranno vestiti un po’ di più che sono sempre raffreddati? Fanno attenzione quando escono di sera? Sono neri, in bici non si vedono, rischiano di farsi investire…

I bambini lo sentono se tu ami qualcuno. I bambini lo sanno che puoi voler bene a un figlio che non ha il tuo stesso colore: lo sanno, perché passi le tue giornate a pulire i loro nasi, a raccoglierne le lacrime e ad ascoltarne le proteste; i bambini vogliono capire se anche tuo figlio, portato dal mare, si becca i cazziatoni come qualunque altro ragazzo; vogliono sapere se mette in ordine la sua stanza o risponde male alla sua mamma come, a volte, fanno anche loro. E io racconto. Racconto delle volte in cui Beatrice e Amadou si mettono d’accordo e mi prendono in giro perché, sui sentieri di montagna, cammino più lenta di loro; di quando preparano insieme la cena facendo una confusione pazzesca e sporcando 12 pentole; o di quella volta che non ne volevano sapere di venire in gita con me perché c’era il vento e loro avevano freddo e hanno protestato per tutto il pomeriggio.

Io racconto e loro ascoltano, con gli occhi sbirluccicanti: perché i bambini lo sanno che non è la buccia a fare il frutto e che siamo noi grandi a perdere tempo dietro cose inutili.

I bambini lo sanno che il mare porta regali bellissimi, o forse, come direbbe Amadou, non è il mare… ma va bene lo stesso. “Tu dici che è il mare che mi ha portato da te, ma secondo me è stato Dio che ci ha fatto incontrare”.

di Daniela Mussano

 

La falsa dicotomia fra rifugiati e migranti economici, Anne Althaus

Tag

, , , , ,

La comunità internazionale è alle prese con una situazione tragica e complessa. Conflitti, disastri naturali, degrado ambientale e una ripartizione sfacciatamente diseguale delle risorse hanno spinto milioni di persone a partire. Questo livello di mobilità senza precedenti ha portato a dibattiti nel mondo politico, nei media e nella pubblica arena sulla terminolgia appropriata per definire i vari schemi migratori e le varie tipologie di migranti. In queste discussioni, la nozione di “rifugiato” è quasi sempre contrapposta ai “migranti economici”. Tuttavia, questa dicotomia non è solo infelice, bensì inaccurata.

Migrante economico: una ambigua (non)-espressione

Il termine “migrante economico” è privo di definizione legale. Non viene menzionato in nessuno strumento della giurisdizione in materia di migrazione. “Lavoratore migrante” è utilizzato nella Convenzione delle Nazioni Unite sulla Protezione di tutti i Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie per indicare una persona impegnata in una attività remunerata in uno stato di cui non è cittadino. D’altra parte, “migrante” è un termine neutro che implica qualcuno che liberamente si sposti o si sia spostato oltre una frontiera internazionale – o in un Paese diverso dal luogo di residenza. Una persona può quindi essere un migrante a prescindere dal suo status legale (con o senza documenti) e dal fatto che abbia scelto deliberatamente o meno di spostarsi. Eppure, “migrante economico” viene comunemente usato nel dibattito pubblico con un’infelice connotazione derogatoria. Di frequente implica che il migrante abbia liberamente di spostarsi col solo scopo di migliorare la propria situazione finanziaria, detto altrimenti per “convenienza personale”. Nella sua accezione peggiore, si allude al fatto che i “migranti economici” si spostino per “rubare” i lavori e i vantaggi sociali del Paese dove si recano.

2

Ph. Antonio Parrinello / Foto Parte di un Progetto su Migrazione e Antimafia: https://collettivoantigone.wordpress.com/2019/03/20/collettivo-antigone-migrazione-legalita-e-antimafia-2/

Migrazioni miste: una realtà complessa

La grossolana dicotomia “rifugiato” – “migrante economico” crea due categorie ben distinte e dà l’ingannevole impressione che solo i rifugiati meritino protezione legale e diritti a livello internazionale, ma la realtà è ben diversa e ben più complessa. Nei movimenti migratori ci sono vari tipi di migranti con esigenze di protezione specifiche anche qualora non fuggano da persecuzione e conflitti. Fra loro rientrano i bambini migranti accompagnati e non, le vittime di tratta, i migranti che cercano di ricongiungersi con le proprie famiglie e quelli colpiti da disastri naturali o degrado ambientale come conseguenza del cambiamento climatico.

Altri migranti lasciano il paese di origine perché non hanno accesso ai diritti sociali, quali diritto alla salute e all’istruzione. Inoltre, molti migranti partono perché il sistema sanitario nel loro Paese è così carente che se i loro figli si ammalano di malattie comuni quali la malaria il rischio di morire è molto alto. C’è inoltre chi fugge da trattamenti disumani, come il lavoro forzato, e che andrebbe protetto secondo il principio del non-refoulement in base al quale non si può riportarli nel loro Paese di origine anche se non rientrano necessariamente nella definizione di rifugiato. I migranti non possono essere ridotti a migranti economici o rifugiati perché è molto difficile isolare un’unica causa di migrazione. Pertanto, mentre “migrazione forzata” viene debitamente usato la comunità internazionale per indicare movimenti di rifugiati o sfollati interni, si tenga a mente che anche ad altri tipi di migranti non resta che partire e non per convenienza personale. Per questo motivo il termine migrante economico andrebbe evitato, preferendovi piuttosto il termine neutro “migrante” o il termine legale già esistente “lavoratore migrante” quando applicabile.

Tutti i migranti hanno diritti.

I rifugiati beneficiano di un regime legale specifico che dà loro protezione internazionale, con riferimento alla Convenzione del 1951, che consente loro di ottenere l’asilo nel Paese di destinazione. Gli altri migranti, tuttavia, hanno diritti umani nei Paesi di origine, transito e destinazione, fra cui il diritto alla vita, alla salute, all’integrità fisica, alla non-discriminazione e al lavoro. Se da un lato gli stati hanno le loro leggi e procedure relative all’immigrazione, hanno sempre l’obbligo di rispettare le norme internazionali cui si sono vincolati, anche quando si confrontano con sfide migratorie e timori legali alla sicurezza. L’uso corretto della terminologia legata alla migrazione e la corretta applicazione del Diritto Internazionale sulla Migrazione non sono questioni di beneficienza, ma si tratta piuttosto di proteggere la dignità umana e quindi la stabilità e l’ordine pubblico a beneficio di tutti noi.

Traduzione di Maria Grazia Patania

Original IOM article available here

Un anno di scuola con Antigone dalla Giordania all’Africa Occidentale, passando per la Sicilia in attesa di Siria e Iraq

Tag

, , , , , , ,

Era il 24 febbraio 2018 quando sono entrata per la prima volta nell’allora IV A della scuola primaria dell’istituto comprensivo Orso Mario Corbino. Ero in attesa che arrivassero Alessio Mamo e Marta Bellingreri che ci avrebbero spiegato cosa significhi essere una giornalista e un fotografo oggi e guidati in un intenso viaggio in Giordania. Prima del loro arrivo ho approfittato per spiegare cosa fosse il Collettivo Antigone e perché fossi lì quella mattina. Anna, capelli lunghi lisci, carnagione chiarissima, voce sottile, alza la mano e mi dice “Ma chi te l’ha fatto fare?”. Al suo tono serissimo seguono una serie di assensi in sottofondo ed è palese che la sua domanda non ha nulla a che vedere col classico “Ma cu tu fici fare” degli adulti.

La differenza era lì: Anna in quella domanda aveva messo tutta la serietà del caso. Quella bambina di nove anni mi stava chiedendo cosa mi avesse portata a considerare la migrazione affar mio, ad “impicciarmi” di questa cosa che in tv va avanti per numeri e cifre con volti anonimi facili da dimenticare. Abbiamo ricordato le scuole verdi dove conobbi nel 2014 Ibrahim che sarebbe diventato fratello di Letizia la quale ora mi scruta coi suoi grandi occhi verdi, soddisfatta per questa presenza in comune. Abbiamo parlato del senso della memoria e della necessità di comprendere il cuore degli altri, tendendo mani e fornendo appigli.

Subito dopo arrivano Marta e Alessio che in quei giorni aveva appreso di essere finalista World Press Photo con la foto della piccola Manal sfigurata dalla guerra a Kirkuk, in Iraq. Attraverso questa bambina di 11 anni, Alessio e Marta hanno spiegato il lavoro dell’ospedale di tutte le guerre che a Amman in Giordania il team di MSF porta avanti per ricucire esseri umani fatti a brandelli da interminabili conflitti. Il bianco e nero a rappresentare le ferite, il dolore. I colori a simboleggiare la ripresa, la guarigione o il percorso verso di essa. Dopo aver smontato qualsiasi retorica sulle guerre giuste con l’evidenza delle loro conseguenze più drammatiche, ci siamo salutati con la speranza che un giorno sia Manal stessa a venirci a trovare per “colorare insieme”.

Meno di due mesi dopo, è venuto da noi Luca Pistone, fotoreporter e giornalista in zone di conflitto per l’agenzia di stato messicana Notimex ed esperto di Africa Occidentale. Luca era appena tornato dal Congo e ci ha raccontato cosa significhi vivere in un Paese dove la violenza fa storicamente parte della quotidianità dei suoi abitanti con pesanti ripercussioni soprattutto per le donne. Il centro dell’incontro, però, sono stati i visti e i documenti per muoversi in questi Paesi. Luca ha spiegato cosa deve fare prima di partire e risposto alla domanda “Ma perché i migranti vengono senza documenti?”. Perché glieli neghiamo, costringendoli a rivolgersi ai trafficanti che aumentano tratta e criminalità. Ma la parte che ricordano tutti e tutte con maggior precisione è stato il viaggio in Vespa che Luca ci ha fatto fare attraversando vari Paesi dell’Africa Occidentale dal Senegal al Mali, al Gambia, alla Guinea Bissau grazie al progetto che cura con Andrea De Georgio.

Dopo una lunga pausa, ci siamo rivisti a novembre insieme a Sergio Lima, portavoce del Presidente della Commissione Antimafia all’Ars e capo dell’ufficio legislativo 100Passi all’Ars. Con Sergio abbiamo parlato di mafia, illegalità e buone pratiche per contrastarla. “Immaginate di andare ogni giorno in un parco giochi che vi piace tanto e d’improvviso arriva qualcuno che vi impedisce di entrare o vi chiede denaro per farlo. Ecco questo è un atteggiamento mafioso”. La domanda che ricorreva più spesso riguardava il motivo per cui qualcuno scelga deliberatamente di fare male ad altri e cosa si possa fare nel proprio piccolo per evitare questi abusi. Inevitabile parlare di caporalato, di sfruttamento, di schiavitù nelle campagne siciliane dove silenziosamente si ammassano centinaia e centinaia di braccianti agricoli privi delle tutele più elementari. Erano i giorni delle discussioni sul cosiddetto decreto sicurezza e abbiamo anticipato il disastro umanitario che si sarebbe concretizzato di lì a poco. Di fronte alle immagini di Cassibile con le sue povere baracche di migranti abbandonati a se stessi, i bambini e le bambine faticavano a credere che fossero state scattate “dietro casa nostra”.

image2 (1)

Proprio grazie a Sergio a marzo siamo andati in visita all’ARS, visitandone la sede e assistendo ad una seduta d’aula per insegnare che la democrazia non è una fantasia astratta, ma una realtà da coltivare ogni giorno nelle nostre azioni. Tuttavia, la parte più entusiasmante della giornata è stata senza dubbio la visita all’osservatorio astronomico dove i bambini hanno visto strumenti antichissimi e filmati modernissimi della via Lattea realizzati proprio per far loro conoscere una parte di cielo. La partenza alle 6:30 del mattino e il rientro la sera tardi non hanno scalfito minimamente le loro energie. Tuttavia, era impossibile non pensare che, se fossimo stati in Siria, a Gaza, in Iraq e in mille altri luoghi, avremmo potuto essere un danno collaterale, un bersaglio o degli scudi umani per guerre di cui non avremmo capito nulla.

A gennaio sono tornata da sola per raccontare il Burkina Faso, la lotta delle madri che strappano i figli alla malnutrizione, i tramonti impossibili, il cielo stellato visto per la prima volta e i bambini che si guastano la salute nelle miniere d’oro informali. Con la foto di Maurice, 9 anni, loro coetaneo abbiamo discusso di lavoro minorile, diritto all’istruzione e dovere di rimediare alla strutturale ingiustizia senza abituarsi mai ad essa. Il filo rosso che teneva unite le nostre parole era Raoul, alunno di questa classe e unico privilegiato ad esser nato in Burkina Faso prima di arrivare ad Augusta anni fa con la sua famiglia adottiva. Il 15 marzo abbiamo parlato di Greta Thunberg, ambiente e cambiamento climatico per accennare ai fattori climatici come cause dirette o indirette dell’esodo di massa di milioni e milioni di persone. Ambiente e inquinamento in un territorio come quello di Augusta non sono effimera speculazione teorica, ma drammatica quotidianità fra tumori, malformazioni e degrado ambientale.

image1 (3)

Meno di due settimane dopo, la classe ha incontrato Francesco Malavolta che -emozionatissimo- ha spiegato il suo lavoro e mostrato le sue foto, raccontando le storie dei tanti bambini ritratti. Cosa significa essere un bambino o una bambina costretta a migrare? Quali sono gli ostacoli che incontra? Come si vive in un campo profughi abbandonato ai margini dell’Europa fra sporcizia e violenze? Cosa possiamo fare noi per rendere meno traumatica la loro esperienza? Ancora una volta, nel nostro dialogo, tornano Letizia e suo fratello Ibrahim che viene dal Gambia e che con me ha mangiato il suo primo arancino in un bar vicino le scuole verdi che lo ospitavano all’epoca.

Ma l’anno non è ancora finito e lo chiuderemo in bellezza con Sara Manisera e Arianna Pagani che verranno a trovarci dal 3 al 6 maggio per raccontarci cosa significhi essere donne oggi al di là dei confini geografici, delle etichette e degli stereotipi. Per noi del Collettivo Antigone, sarà un momento speciale perché finora avevamo ospitato solo una donna, Marta Bellingreri, e invece così bilanceremo le presenze. Sara e Arianna saranno il nostro “regalo” di fine anno affinché ogni bambina possa trovare in loro un modello, una fonte di ispirazione. Affinché Anna, Letizia, Brenda, Alexandra e le altre sappiano che il mondo non è una prerogativa degli uomini. Affinché Valerio, Aldo, Michele, Salvatore, Raoul e gli altri imparino a fare squadra con le loro coetanee nel pieno rispetto delle loro capacità.

Un grazie speciale lo dobbiamo alla dirigente del secondo istituto comprensivo O.M. Corbino, Maria Giovanna Sergi, che ci ha dato la fiducia e il coraggio necessari per intraprendere questo percorso. Alle maestre Antonia Zoncheddu e Antonietta Lanzarone che sono sempre pronte ad accoglierci a braccia aperte, preparando in modo impeccabile la classe. Ma soprattutto ai bambini, alle bambine e alle loro famiglie che sono il cuore di questi incontri in un continuo scambio di dare e avere.

Una cosa è sicura: in quest’ultimo anno io sono cresciuta moltissimo grazie alla loro spontanea irruenza, alle loro battute e alle loro infinite domande. Soprattutto sono felice che, superata la diffidenza iniziale, sono ormai diventata un misto fra una zia giovane e l’amica stramba che frequenta persone interessanti.

di Maria Grazia Patania

Il filo rosso del Sud: lavoro, dignità, migrazione

Tag

, , , , , , ,

“Anche noi di pelle nera siamo lavoratori e vogliamo essere visti come lavoratori o giovani in cerca di occupazione. Ci chiamate extra-comunitari, a volte anche clandestini.”, Lamin in una sola frase riassume buona parte delle contraddizioni della nostra società. Il suo vivo corpo testimonia ciò che la politica nega per eludere la propria incapacità: migrazione, sfruttamento travestito da lavoro, diritti e questione occupazionale.

Sono dei migranti ad aprire il corteo svoltosi a Siracusa sabato 13 aprile per chiedere lavoro e dignità, per risolvere la strutturale carenza di lavoro e superare una visione di sviluppo incompatibile con l’ambiente che danneggia il territorio e chi lo abita. In prima fila anche i rappresentati istituzionali dei comuni della provincia siciliana durante un corteo che restituisce speranza nel futuro.

Padre Carlo d’Antoni -storicamente impegnato nell’accoglienza e nella lotta al caporalato- è chiaro come sempre nell’individuare il cuore della questione: siamo arrivati al punto di dover ribadire concetti che dovrebbero essere assodati e scontati quali lavoro e dignità. La disoccupazione non è una piaga astratta. È il nostro mancato pane quotidiano, la spina nel fianco che ci incattivisce ogni giorno, aizzandoci gli uni contro le altre a beneficio dei padroni che sfruttano tutti. Per anni abbiamo volutamente ignorato il potenziale devastante del capitalismo, parole quali fabbriche e operai sembravano superate e obsolete per noi immersi nel turbinio di sviluppo e tecnologia. Nel frattempo, il proletariato si sbriciolava, frammentandosi dentro una vasta costellazione dello sfruttamento.

image1 (2)

Gli operai hanno smesso di credere nel ruolo dei sindacati che non si sono dimostrati sufficientemente in grado di tutelarne gli interessi e di rappresentarne le istanze. Affascinati dal progresso, abbindolati dalla conseguente ricchezza ci siamo sentiti al riparo dai soprusi delle fabbriche di inizio 900. Le nostre conquiste erano ormai assodate, l’economia avanzava a grandi passi e tutto sarebbe andato bene. Certo, qualcuno andava ancora via per trovare lavoro, ma il petrolchimico assorbiva migliaia di lavoratori avvelenandoci ogni giorno e ricompensandoci col denaro che ora manca.

Non si toglie mai tutto insieme. Qui ad esempio il futuro ce lo hanno sbranato un morso alla volta in una terra che -come ricorda Lamin- ha saputo dare il meglio nell’incontro con le altre culture da cui è nato il mosaico che ci compone. La Sicilia non la spieghi. La Sicilia la vivi con tutte le sue contraddizioni e il suo oscillare fra estremi impensabili. Siamo la terra della mafia e del caporalato, ma anche quella dell’accoglienza e della solidarietà più commuovente. In piazza sono molti i giovani migranti che sventolano bandiere, sorridono, tengono striscioni, cercano un contatto e un dialogo con chi affolla la piazza. Fra loro incontro Yussuf, profugo sudanese conosciuto a giugno 2018 a Cassibile dove viveva su una tenda fissata su due pallet di cui era particolarmente soddisfatto.

Mi torna in mente la Germania quando, oltre alla lingua e al lavoro, imparavo cosa vuol dire essere una risorsa e non un ostacolo. Arrivata senza spiccicare una parola, ignara di cosa avrei dovuto fare, in perenne lotta col programma gestionale della ditta che mi aveva assunto, mi scoraggiavo spesso chiedendo al mio capo tedesco perché avesse preso proprio me che dovevo imparare tutto. “Perché sei un investimento. Mentre impari, hai occhi nuovi e ti accorgerai delle cose storte che per noi sono diventate scontate. Noi abbiamo fatto sempre così, ma tu troverai il tuo modo. E magari sarà quello giusto”. Mentre tentavo di sopravvivere alle ore in ufficio, ai corsi di tedesco la sera, ai verbi irregolari da mandar giù 20 per volta in attesa degli esami alla fine di ogni mese, mi ripetevo quelle parole. Occhi nuovi. Investimento.

Nel 2014, due anni dopo il mio arrivo, l’azienda era molto cambiata, i clienti aumentavano e io riuscivo a comunicare decentemente con loro che nel frattempo si erano affezionati al mio accento italiano e al vizio di ripetere i numeri per essere sicura di non scombinare unità e decine. Occhi nuovi. Occhi che trovano modi alternativi di superare inghippi vecchi. Investimento a lungo termine.

Tornata a casa in ferie, nel mese di maggio, quegli occhi li ho trovati nelle decine e decine di minori non accompagnati del centro di prima accoglienza improvvisato nella mia ex scuola elementare ad Augusta. La mia determinazione ad imparare, la mia risolutezza nel farmi valere, la mia irremovibilità nel riuscire a conquistarmi una posizione lavorativa dignitosa e ben retribuita le ho trovate in Youba che, coi primi 5€, ha acquistato un piccolo dizionario francese-italiano.

Nei tanti adolescenti conosciuti ho trovato la mia paura della terra straniera, in MB ho trovato un amico saggio che mi dice di avere pazienza ogni volta che io scalpito e vorrei distruggere il mondo intero per ricostruirlo a misura di umanità. Nella solitudine dei migranti, ho riconosciuto la mia solitudine. Nelle nostre telefonate la sera ci siamo raccontati la speranza, la nostalgia di casa, la paura che il futuro non realizzi i nostri desideri e abbiamo rimasticato il sapore acre della delusione.

La mia terra li respingeva dopo averli accolti dal mare allo stesso modo in cui aveva respinto me dopo avermi partorita, costringendomi alla fuga in un Paese estero. Solo che io ero un cervello in fuga, mentre loro erano gli schiavi necessari al nostro benessere. “Non solo hanno da mangiare. Pure si lamentano. Ma perché non se ne tornano a casa loro?”. Questi erano i commenti più diffusi, come se la loro vita e la loro dignità venissero gentilmente concesse da noi magnanimi benefattori. Come se l’accoglienza giustificasse le nostre angherie e i nostri soprusi. Come se il lavoro dovesse per forza significare oltraggio ai diritti.

La nostra terra è arida per tutti e gli occhi nuovi dei migranti e delle migranti sono lo sguardo necessario per plasmare un futuro libero da padroni che affamano tutti. Non a caso erano in apertura, non a caso erano compatti e lucidi nel chiedere lavoro, dignità, diritti. Per tutti, anche per noi comodamente a casa o aggrappati ai nostri lavori precari. Anche per chi affonderebbe i barconi, vota sciacalli in cambio di bugie sulla sicurezza e vorrebbe cancellarli dalla faccia della terra. Non a caso sono convinta che siano loro la vera speranza per ricostruire casa nostra. Tuttavia divisi non caveremo un ragno dal buco. Solo uniti e indivisibili potremo “osare inventare l’avvenire”.

di Maria Grazia Patania

Prima le donne e i bambini. Buon viaggio, umanità.

Tag

, ,

Le donne a bordo della Alan Kurdi sono ancora intrappolate sulla nave coi loro figli mentre continua il ripugnante braccio di ferro fra gli Stati europei e dopo l’augurio di “buon viaggio” fatto dal governo italiano. Preso atto del rifiuto di abbandonare mariti e compagni sbarcando a Lampedusa senza nessuna garanzia di rivederli presto, dovremmo chiederci cosa significhi l’espressione abusata “Prima le donne e i bambini”.

Niente, non vuol dire niente. È solo l’ennesima espressione vuota a cui ci ha abituati l’attuale classe politica fatta di personalità ciniche e abiette. Il governo dei taxi del mare, della pacchia, della violenza sdoganata ad ogni livello, del machismo traboccante riesce a superare costantemente il limite della decenza fra gli applausi del popolo italiano.

6N7A1396

Ph. Francesco Malavolta

Da anni ormai ci siamo abituati a dubitare di tutto, a mettere sotto accusa la solidarietà, ad allungare pesanti ombre sulla società civile che si adopera per colmare le scandalose lacune lasciate da uno stato negligente ed incapace. Abbiamo smesso di contare le morti in mare, di preoccuparci dei dispersi, di tutelare diritti e doveri, abbiamo ceduto a un livore ottuso che stordisce senza lasciare spazio al ragionamento.

Cosa significa prima le donne e i bambini in un contesto come quello del post-soccorso sulla Alan Kurdi dove 64 persone sono costrette da giorni a vivere in condizioni di promiscuità e disagio? Cosa significa permettere -quasi per gentile concessione- lo sbarco di donne e bambini, lasciando ad un destino incerto il resto dei naufraghi?

Significa mostrare il volto più miserabile del patriarcato con un razzismo vagamente edulcorato per non urtare eccessivamente la sensibilità di un’audience sempre più disumana. Nonostante si sia ormai persa qualsiasi empatia, si cerca maldestramente di salvare le apparenze, mandando messaggi ambivalenti. Le donne e i bambini sono deboli, ce li prendiamo. Gli uomini palestrati non ci riguardano. In questo modo, con una sola miserabile frase, si ribaltano decenni di conquiste e la donna torna ad essere una cosuccia insignificante da proteggere a convenienza secondo precisi calcoli politici. I bambini, tenuti al freddo per giorni, diventano pedine della propria scacchiera con cui mascherare la barbarie. Gli uomini, i ragazzi possono essere facilmente sacrificati perché “rubano, spacciano, violentano, sono palestrati e hanno il cellulare”. Chi se ne frega di loro.

Ma chi se ne frega anche del diritto delle famiglie a rimanere unite. Chi se ne frega di questi padri e di queste madri che hanno superato l’inferno insieme e ora devono scegliere fra toccare terra o separarsi. Loro non rientrano nel prototipo da slogan della famiglia sbraitata al congresso di Verona. Queste coppie non contano, i migranti non contano. Gli “altri” non contano.

La retorica di chi ci rappresenta è rivoltante e manca totalmente di senso logico. La propaganda si smaschera facilmente però dal momento che non si capisce perché le donne vadano tutelate solo in determinate occasioni di pura convenienza, mentre per il resto del tempo non ci riguardano. Le migliaia di ragazze, bambine e donne chiuse nei centri di detenzione libici sono meno importanti? Sappiamo cosa subiscono con estrema dovizia di particolari, conosciamo le sevizie e le perversioni dei loro carcerieri. Dunque, perché le rimandiamo indietro alla prima occasione? Perché davanti alle coste di Lampedusa fingiamo di volerle proteggere e in Libia dove lo stupro è prassi quotidiana le rimandiamo/intrappoliamo a cuor leggero?

Perché non apriamo immediatamente canali umanitari, come chiesto urgentemente dall’ONU a fronte di una nuova escalation di scontri che mettono a rischio la vita di chiunque si trovi nel Paese? Perché quel mezzo milione di bambini bloccato fra Tripoli e le aree circostanti cui si riferisce l’UNICEF non ci riguarda? Perché, una volta recuperati i 64 naufraghi salvati dalla Alan Kurdi, abbiamo smesso di pensare ai 50 dispersi di cui Alarm Phone aveva dato notizia? Mentre scrivo, altre 20 persone sono in balìa delle onde su un gommone al largo della Libia nell’inerzia di Malta e Italia che fanno sfoggio della propria codardia. Si sa già che almeno otto esseri umani sono caduti in acqua. Perché di loro non ci importa?

Ma soprattutto: perché uomini e ragazzi avrebbero meno diritto a mettersi in salvo, a scendere dalla nave che li ha salvati, ad essere accolti, curati e rifocillati? Secondo quale base giuridica? Quale norma dopo un naufragio impone ulteriore attesa a uomini e ragazzi? Perché dovremo pur agire secondo legge. Non vorremo mica affidarci al caso, o peggio ancora alla propaganda di politicanti che faticano a formulare frasi sintatticamente corrette. O no?

Noi donne siamo stanche di essere pedine, di valere un tot al chilo secondo la convenienza e l’opportunismo. Noi donne non ce ne facciamo nulla del desiderio machista di proteggerci a fasi alterne a scapito di altri esseri umani. Noi donne chiediamo diritti, rispetto e dignità per le nostre sorelle migranti, per i loro figli, per i loro compagni, per ogni essere umano in cammino verso la pace e la sicurezza. Noi donne non consideriamo la vita una gentile concessione del maschio di turno, né cediamo alla retorica dei diritti trasformarti in privilegi per i più fortunati. Smettiamola di scambiare la vulnerabilità per debolezza. Dateci diritti, dignità e rispetto. Al resto pensiamo noi.

di Maria Grazia Patania

Mamma di uno, mamma di tutti.

Tag

, , ,

Il viaggio per andare in Libia non è facile, c’è il deserto e tante persone si perdono nel deserto. Anche il viaggio in mare fa tanta paura e non è facile. Ci sono tante persone morte nel mare. Quando siamo arrivate a Chivasso non sapevamo né leggere né scrivere. Un giorno siamo uscite per andare a fare la spesa a Torino, ma poi non sapevamo come tornare a Chivasso. Non ricordavamo neppure il nome di Chivasso e non sapevamo leggere cosa c’era scritto sui pullman. Abbiamo preso un pullman, ci siamo perse e siamo scese a Crescentino. Non sapevamo dove eravamo.

Avevamo molte borse con frutta e verdura, erano pesanti, perciò le portavamo sulla testa, come era normale per noi. Abbiamo iniziato a chiedere alle persone, ma non sapevamo l’italiano allora abbiamo provato a parlare in francese, ma nessuno ci capiva. Alla fine abbiamo camminato tanto e poi abbiamo preso un pullman e siamo tornate a Chivasso, ma non so come abbiamo fatto perché non capivamo niente. Adesso mi fa un po’ ridere a ricordarlo”. (Aicha)

Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna di confrontarmi quotidianamente con questi fratelli e sorelle che arrivano da lontano: abbiamo parlato a lungo, inizialmente in un italiano stentato e fantasioso, poi con una scioltezza maggiore e, a tratti, commovente; abbiamo mangiato, bevuto, riso e pianto; abbiamo litigato e ci siamo riconciliati; ci siamo raccontati storie pesanti come macigni e abbiamo scoperto che ognuno di noi ha un peso nel cuore; siamo andati oltre le apparenze e abbiamo instaurato relazioni profonde. In tutto ciò, la cosa più importante che ho imparato è che non posso dare nulla per scontato.

Le azioni di ogni giorno, quelle banali, che noi facciamo automaticamente, che ormai diamo per assodate, ecco, sono proprio quelle che creano le maggiori incomprensioni. All’inizio venivo presa dallo sgomento, poi ho imparato a riderci sopra trovando l’aspetto comico della situazione. In due anni ho capito che se io dico “ci vediamo davanti al supermercato”, quel “davanti” può essere interpretato liberamente: Agosto, 35 gradi all’ombra, umidità all’80%, mamma italiana prossima allo svenimento ha un appuntamento davanti al supermercato per consegnare un libro ad uno dei suoi figli africani. “Che bello! Vuole leggere! Sono molto fiera di lui!”

Passano dieci, quindici minuti, la mamma italiana decide di entrare nell’atrio del supermercato per godere dell’aria condizionata gentilmente offerta dal gestore del locale e pensa: “Beh! È in gamba, immaginerà che sono qui dentro…”. Passano altri eterni minuti. La mamma italiana decide di telefonare: “Ciao Theo, dove sei?”. “Davanti al supermercato, ti sto aspettando”. “Come davanti al supermercato, IO sono davanti, anzi adesso sono dentro e da qui non ti vedo”.

“Ma come non mi vedi, io il supermercato lo vedo”. E in quel momento mi si accende una lampadina da 100 watt, sparata direttamente nel cervello. Mi precipito fuori, attraverso il parcheggio e, dall’altra parte della strada, con un sorriso a 32 denti lo vedo: è lì, che aspetta, sotto il sole cocente. Lo raggiungo e, con aria serafica, mi dice: “Hai visto che ero davanti? C’è solo una strada in mezzo”. In quel momento ho capito che la strada che avevo scelto di percorrere non sarebbe stata in pianura.

Ho imparato che abbiamo un concetto diverso di tempo. Se qualcuno mi dice: “Passa un attimo che ti preparo il tè”, so per certo che quell’attimo si trasformerà in 1 ora e mezza di rituale, chiacchiere, risate e abbuffate solenni. E quando mi osservano con aria critica decretando: “Mamma! Ma sei ingrassata!”, so chi posso ringraziare per quei quattro chili in più: il riso con il pollo, i piattoni di mafe, le insalate di patate alle tre del pomeriggio e l’affetto che dispensano a piene mani. Ho capito che i racconti arrivano quando meno te lo aspetti e, comunque sia, non si è mai davvero preparati.

Se siamo a cena può capitare che qualcuno ti dica:

“Ti racconto della Libia”.

“No dai, la Libia no, per favore. Stiamo mangiando”.

“È vero, ma io te la racconto lo stesso”.

E da lì sai già che la cena è finita, che non avrai più voglia di toccare un boccone perché il tuo stomaco lo sa che quando l’orrore è grande non si può che ascoltare, senza commenti, aspettando solo che il racconto arrivi alla fine. E quando cala il silenzio, sei sicura che butterai quello che hai nel piatto, ma sai anche che è stato aggiunto un tassello alla vostra relazione.

So per certo che nemmeno il divano è un luogo “sicuro” perché un film, un libro letto insieme, un momento di relax, possono portare ricordi. A volte dolorosi a volte, per fortuna, piacevoli. E il divano diventa anche il luogo delle litigate: “Adesso ti siedi lì e mi ascolti finché non ho finito. E togliti quel cappello dalla testa che ti devo fare il cazziatone!”; delle prese in giro: “Mamma! Ma stai russando! Non riesco a sentire il film!”; delle coccole: “Dammi le dita dei piedi che te le tiro”…

Ho scoperto che quando ti chiamano “mamma” lo fanno in segno di rispetto e non perché si aspettano che tu ti prenda cura di ognuno di loro. Le prime volte mi guardavo attorno, per verificare che stessero parlando proprio con me. Capito che non c’erano dubbi e il “mamma” ero proprio io, rispondevo: “ma dai, ma come faccio a essere la mamma di tutti”. Un giorno Youssouf mi ha chiarito il concetto ed è stato lì che mi sono resa conto della differenza di significato che diamo alle parole.

“Youssouf, non posso essere anche mamma tua, mi sto già occupando di Amadou e Bea”. “Se tu hai fatto una bambina, sei la sua mamma. Una volta che diventi mamma di uno, lo sei per tutti e tutti ti devono chiamare così”. Ecco fatto, intrappolata in un ruolo che porterò avanti per tutta la vita e, forse, anche dopo. E io che speravo bastasse sopravvivere all’adolescenza di mia figlia…

Mamma di uno, mamma di tutti.

di Daniela Mussano

Qui il primo pezzo di Daniela per il Collettivo Antigone.

La retorica dell’aiutarli in casa loro: le miniere di coltan

Tag

, , , , , , , ,

Cosa dovremmo ricordare ogni volta che puntiamo gli occhi sul nostro smartphone, sul nostro pc o sulla nostra tecnologia d’avanguardia? Che esistono parti del mondo in cui la schiavitù è ancora una terribile realtà. Che il nostro benessere passa attraverso la disperazione. Che le miniere di coltan sono dei campi di morte.

Il termine coltan è usato colloquialmente in Africa come crasi di columbite e tantalite ed indica una miscela estratta in alcuni paesi africani, importantissima per il mercato della tecnologia. La polvere del coltan serve, infatti, a produrre dei micro condensatori utilizzati per la fabbricazione dei pc e soprattutto smartphone. È un componente essenziale dei chip di qualunque apparecchio elettronico che serve ad ottimizzare la durata della batteria e dunque a consentire un notevole risparmio di energia elettrica. È talmente importante per la vita di un apparecchio elettronico che l’impossibilità di trovare la PlayStation 2 in Italia, subito dopo il suo lancio nel 2000, pare fosse legata proprio ad un problema nell’estrazione del coltan.

Il coltan è un minerale di superficie e per estrarlo non bisogna scavare costosi tunnel lunghi chilometri, al contempo, però, è un minerale raro che è possibile trovare solo in Congo e in pochi altri paesi. Proprio dal Congo, si stima, infatti, che arrivi circa l’80% del coltan in circolazione, una estrazione che avviene con metodi tutt’altro che all’avanguardia: si lavora prevalentemente a mani nude, con dei setacci e delle piccole pale, immersi mani e piedi nel fango. Il coltan contenendo, tra l’altro, una parte di uranio, è radioattivo e può provocare tumori e impotenza sessuale. Chi lavora in queste miniere ne viene a contatto tutti i giorni e a mani nude.

Miniera di Coltan – Immagine dal web

La manodopera è semplice da reperire: la disperazione conduce queste persone a una schiavitù volontaria mentre la violenza le ingabbia in condizioni disumane. A Rubaya, per esempio, sono moltissime le vittime dei gruppi armati che attaccano la popolazione civile o che si scontrano con l’esercito di Kinshasa, dei mercenari travestiti da milizie etniche o da gruppi rivoluzionari. È così che ottengono la manodopera necessaria: saccheggiando le province limitrofe, violentando e uccidendo. Molta gente, terrorizzata, scappa lasciando spazio allo sfruttamento delle proficue ricchezze del sottosuolo, mentre altra, piegata dall’istinto di sopravvivenza, inizia a scavare nelle miniere di chi quelle guerre le crea e le alimenta.

L’estrazione del coltan è concentrata nella regione di Kivu, nell’est del Congo, la regione più ricca di risorse del paese, ma anche la più povera e la più tormentata da guerre alimentate con lo scopo di rastrellare le sue grandi ricchezze. La capitale Kinshasa è praticamente terra di nessuno, è controllata da guerriglieri che, terrorizzando e massacrando la popolazione, hanno preso il controllo di queste preziosissime risorse. I guerriglieri richiedono ai minatori una tangente sul coltan raccolto, che andrà a finanziare le armi necessarie alla guerra. I minatori, infatti, sono costretti a pagare una quota agli uomini armati per ogni chilo di minerale estratto e solo dopo aver versato la tangente, il materiale può andare fino a Rubaya o fino a Goma e da qui poi partire per il Ruanda, dove finalmente viene acquistato dalle principali multinazionali del settore high-tech. Il fatto che venga acquistato in Ruanda e non in Congo, tra l’altro, non è casuale: per arginare il fenomeno dei “minerali insanguinati”, nel 2010 il presidente Barack Obama ha firmato la riforma Dodd-Frank Act, che prevede l’obbligo di certificazione di provenienza. Una legge fatta per portare alla luce le aziende che si riforniscono nei giacimenti illegali del Congo. Ma per “aggirare l’ostacolo” le multinazionali, tranne quelle poche che hanno avuto i permessi del governo congolese, hanno iniziato ad acquistare il coltan a Kigali, in Ruanda; in questo modo il materiale risulta “pulito”. Se non fosse che in Ruanda non esistano miniere di questo minerale. È tutta roba che proviene comunque dal Congo: in camion, da Goma a Kigali sono meno di tre ore.

Coltan – Immagine dal web

Il trasporto della merce avviene quasi sempre “a spalla” in quanto sono gli stessi lavoratori  a portarla fino alla città in cui possono venderla, camminando per giorni e giorni con addosso sacchi di 30-40 chili. Il percorso del coltan è più o meno riassumibile in questo modo: gli uomini, ma anche molti bambini, estraggono le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le lavano a mano nell’acqua e le trasportano al mediatore più vicino camminando per giorni con i sacchi sulle spalle.

Spesso si pensa che alla base di molte guerre africane vi siano dei conflitti tribali, ma non è così. Da più di vent’anni in Congo si combatte per il coltan. E se si guarda, ad esempio, a luoghi come Rubaya non si vedrà altro che un insieme di baracche sorte ai margini di una striscia di fango dove quotidianamente si scrivono pagine di orrore e schiavitù.

In rapporti stilati da Amnesty e Afrewatch si parla di bambini di soli sette anni impiegati nell’estrazione del cobalto, mentre una inchiesta condotta da Sky News Australia ha riferito di piccoli di appena quattro anni sfruttati nelle miniere. In un video pubblicato dall’emittente televisiva si vedono Dorsen e Richard, di otto e undici anni, intenti a lavorare sotto la pioggia battente. E poi i sacchi caricati sulle loro spalle, gli adulti che li incitano a fare in fretta e i tunnel pericolanti per raggiungere la miniera. Gli occhi rossi, la fatica, le lacrime: “Mia mamma è già morta, sono costretto a lavorare tutto il giorno. Quando sono qui soffro tanto”.

Maurizio Giuliano, funzionario Onu la chiama “la maledizione della ricchezza”, ovvero “enorme quantità di risorse ma enorme povertà”. Quello del coltan è purtroppo un terribile circolo vizioso: l’estrazione e la vendita del coltan permettono l’acquisto di armi con le quali si occupano altre miniere e poi altre armi e così via.

Essere ridotti in schiavitù, subire maltrattamenti e rischiare la vita per cosa? Per 3-4 dollari al giorno e i bambini per soli 2 dollari mentre la terra sopra di loro può crollare da un momento all’altro a causa delle pessime condizioni di lavoro. Lo scenario su cui le grosse multinazionali chiudono gli occhi è questo: bambini analfabeti, orfani, condannati a tramandare da una generazione all’altra la maledizione delle miniere. Rapporti Onu parlano di 11 milioni di morti legati al controllo di questo business. 

© Marco Gualazzini/ Getty Images Grants for Editorial Photography Recipient 2013

In conclusione, riporto di seguito due testimonianze pubblicate sul Corriere della sera del 15 Aprile 2017:

Suor Catherine delle sorelle del Buon Pastore, in missione a Kowesi, nell’ex provincia congolese del Katanga si sforza di spiegare la corsa al coltan. «La gente non scava nelle miniere artigianali per diventare ricca. Lì si abbrutiscono, si prostituiscono, si ubriacano, si ammalano e muoiono. Chi comincia sa già quale sarà il suo destino. Eppure arrivano di continuo. C’entra il fatto che sono stati scacciati dalle loro terre, ma anche altro, come spiegare a un europeo?». Nella cornetta si sente un coccodé e Suor Catherine si illumina. «Ecco forse così potrete capire: lo fanno perché non hanno le galline. Questa gente ha fame, in un paradiso ricco d’acqua e piante meravigliose come il Congo, non sono in grado di coltivare o allevare un pollo, sanno solo scavare. Questi minatori «artigianali», dentro la giungla, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e trasportatori 2. I bambini anche meno. Però così riescono almeno a mangiare. Il cibo in Congo è carissimo perché importato. Uova dallo Zambia, fagioli dalla Namibia, cavoli e mele dal Sud Africa. Chi compra il minerale dai minatori è spesso lo stesso che gli vende il cibo riprendendosi gli spiccioli che gli ha appena dato. Basterebbero delle galline a dare un’alternativa».

«È la maledizione della ricchezza, sostiene il funzionario Onu Maurizio Giuliano, grande conoscitore dell’Africa. Da 20 anni a questa parte sono quasi scomparse per ragioni politiche le grandi compagnie minerarie che offrivano un certo welfare ai loro operai. C’era paternalismo sì, ma la privatizzazione delle concessioni in assenza di un aiuto alternativo ha distrutto la coesione sociale. Signori della guerra controllano decine di migliaia di lavoratori in schiavitù volontaria. Stupri di massa e abusi di ogni genere sono la regola. E chi non scava o spara, muore di fame». Bambini di 5 anni in miniera, bambine di 11 nei bordelli delle bidonville minerarie, madri abbandonate con 5-10 figli che muoiono di fatica e malattia a trent’anni, orfani, schiavi volontari per un uovo al giorno»

Di Claudia La Ferla

Foto prese dal web


Collettivo Antigone: migrazione, legalità e antimafia

Tag

, , , ,

Antonio Parrinello, Francesco Malavolta e Alessio Mamo. Tre fotografi di respiro internazionale, un unico tema: la migrazione.
La città di #Augusta come sfondo privilegiato degli scatti in mostra.

La banchina di Augusta come metafora di un nuovo inizio, di una salvezza in cui forse non si sperava più.
La città di Augusta come luogo di arrivo contrapposto all’esodo continuo di uomini e donne costrette a lasciare questa stessa terra in cerca di una nuova speranza e di una alternativa.

4

*Antonio Parrinello

Se da un lato Augusta si spopola e langue in un immobilismo culturale, dall’altro ha il potenziale per rinascere e diventare un luogo inclusivo per chiunque voglia rimanerci o ritornarci.

Abbiamo sempre parlato nelle scuole di ogni ordine e grado per testimoniare una narrazione alternativa alla propaganda del nemico straniero e invasore che ascoltiamo giornalmente.

Abbiamo raccontato le storie dei ragazzi incontrati al CPA Albachiara per uscire dalla logica spersonalizzante dei numeri e restituire unicità a ciascun protagonista e abbiamo dimostrato che solo chi non crede nel futuro si illude di poter fermare la #migrazione.

Proprio perché crediamo nel futuro e nella cultura come unico strumento per salvarci dal razzismo dilagante, abbiamo aderito all’iniziativa dell’Associazione Genitori e Figli “Unitevi a Noi” che con la collaborazione della Fondazione Giuseppe Fava organizzerà due giornate di formazione sui temi dell’educazione alla #legalità e dell’#antimafia.

Just Landed! We are people - Portraits of migrants

*Alessio Mamo

L’obiettivo della gallery che trovate qui è raccogliere i fondi necessari per donare agli studenti un opuscolo con le ultime lezioni tenute da Giuseppe Fava 15 giorni prima di essere ucciso.

Le foto si possono prenotare su FB e saranno esposte durante un incontro con Francesco Malavolta e Antonio Parrinello che racconteranno il proprio lavoro e perché hanno deciso di sostenerci in questo progetto, ma potranno essere acquistate fino a maggio.
L’evento coi fotografi si terrà il 27 marzo alle ore 18 presso il salone Liggeri di Palazzo San Biagio.

Migrants - F. Malavolta

*Francesco Malavolta

Come contribuire?

  1. Acquistare una foto (in contanti o tramite bonifico)
  2. Fare una donazione libera della cifra che si preferisce. In questo caso, una volta raggiunta la somma necessaria per l’acquisto della foto, ne verrà selezionata una e tramite sorteggio verrà regalata a uno degli istituti destinatari dell’iniziativa
  3. Facendo un bonifico direttamente all’Associazione Genitori e Figli specificando la causale (se il bonifico serve ad acquistare uno scatto, mandateci un messaggio!)
  4. Se gli scatti verranno acquistati da singole classi, è possibile concordare un incontro tematico col Collettivo Antigone per discutere di migrazione e non solo.
  5. Far conoscere l’evento e l’iniziativa a favore degli studenti di Augusta

Di seguito l’IBAN dell’Associazione Genitori e Figli
IT46 D030 6984 6201 0000 0007 682
BIC: BCITITMM
Intesa San Paolo, filiale via Principe Umberto Augusta
Nella causale indicare: Acquisto Foto Collettivo Antigone / numero foto come indicato nella gallery sottostante / nome autore foto

Per qualsiasi info e per conferma dell’avvenuto pagamento di una foto, contattateci con un messaggio qui su FB. Così eviteremo disguidi o acquisti multipli dello stesso scatto 😉

Qui il link della gallery con le foto https://www.facebook.com/antigonecollettivo/posts/2217828261791918?__tn__=K-R

Qui il link dell’evento FB https://www.facebook.com/events/773835429683679/

Di Maria Grazia Patania

Cara Silvia, non sei sola

Tag

, , ,

Cara Silvia,

sono più di tre mesi che non abbiamo tue notizie e abbiamo perso le tue tracce. Sappiamo cosa stavi facendo prima che arrivasse il buco nero del rapimento seguito da una marea di volgari insulti e autentica solidarietà.

Peggio di leggere la notizia della tua scomparsa, Silvia, c’è stato il dover leggere i commenti per capire ancora meglio cosa è diventato il nostro miserabile Paese. Un mese dopo era Natale, io tornavo dal Burkina Faso e mi chiudevo tre giorni dentro casa per non affrontare la realtà. Ti ho pensata moltissimo in quelle 72 ore di isolamento dal mondo esterno impazzito dietro le luci, i regali, i menu per festeggiare un giorno di cui non ricordiamo più il senso.

Mi sono seduta a tavola e mi chiedevo dove fossi tu. Nel frattempo, dovendo per forza trovare qualcosa di positivo, pensavo “Menomale che non ci sei, Silvia. Non sai quanto è pietoso pranzare con la Sea Watch che balla in mare, non sai che schifo è il pranzo di Natale mentre sai che quelle persone sono lasciate in balìa del mare. Respinte e ignorate da tutti”. E nel frattempo, oltre la nausea, devi ascoltare i commenti di tutti. Tutti sanno, tutti sentenziano e tu sei solo una sprovveduta in cerca di emozioni forti.

Silvia

Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona” / foto presa dal web

Non so come faremo a spiegarti cosa è successo quando tornerai, mi vergogno per quando arriverai e dovrai scoprire cosa ha pensato il tuo Paese mentre tu affrontavi la sfida più difficile della tua vita. Come ti diremo che i tuoi sogni sono stati derisi? Come ti spiegheremo che del tuo desiderio di giustizia non sappiamo cosa farcene? Capirai quando realizzerai che mentre tu vivevi nel terrore noi facevamo battutine sessiste? Non credo.

Silvia, la verità è che se tu fossi andata in Africa con un tailleur e una valigetta piena di contratti per depredare le persone che ti avrebbero ospitata avresti avuto il rispetto del tuo Paese. Se fossi andata lì a rubare qualsiasi risorsa accaparrabile, ti avremmo ammirata. Se fossi andata per conto delle multinazionali che pagano bene la tua ambizione di arricchirti per acquistare cose che non ti servono, non avremmo esitato a trattare con chiunque potesse liberarti. Perché, cara Silvia, la verità è che le cose contano più delle persone e il petrolio, l’oro, i diamanti e i minerali preziosi vengono prima delle vite umane.

Ma tu sei andata lì con il cuore pieno di sogni e il desiderio di conoscere luoghi e persone nuove. Tu eri pronta per il mondo, ma il mondo non è pronto per chi sogna. Si può essere spietati, cinici ed opportunisti. Ma non si può essere sognatori. La solidarietà è un crimine, la generosità qualcosa di cui vergognarsi in un mondo che si contrae e riduce al perimetro del proprio tornaconto.

Tutto quello a cui ambire è un lavoro deprimente e sottopagato che ti consenta di sopravvivere al circo consumista dove sei solo un pezzo di ricambio. Un mutuo impossibile, una casa da arredare con cura risparmiando i soldi per comprare un nuovo smartphone e prenotare una vacanza sempre insufficiente a farti recuperare dalla quotidianità. Ormai si sogna dentro perimetri angusti e qualsiasi aspirazione a fare di più e fare di meglio è ridicolizzata da chi ha dimenticato che un tempo aveva sperato in un mondo più giusto prima di cedere alla convenienza più remunerata.

“Sono pragmatico” è diventato il modo per liquidare qualsiasi tentativo di sfuggire al pericoloso intruppamento emotivo e professionale che ci viene propinato. In realtà, non siamo pragmatici. Siamo stronzi. Viviamo in un mondo becero che ha deciso di rimanere tale. Mentre io e te diventavamo adulte, probabilmente succedevano le stesse nefandezze di oggi, ma adesso le sappiamo e per ignorarle ci vuole una cecità che non tutti possediamo, sai? Un tempo, almeno era lecito aspirare alla giustizia, all’eguaglianza e alle pari opportunità. Oggi no. Oggi bisogna accontentarsi delle briciole del banchetto capitalista, riempirsene la bocca per rimanere in silenzio e sentirsi perfino grati perché qualche padrone dà lavoro.

Sai, Silvia, io abito ad Augusta che non è uno dei posti peggiori dove nascere, ma nemmeno quello benedetto dal destino. Augusta è in Sicilia, in provincia di Siracusa, e si muore soprattutto di cancro. Ci hanno venduti per poco decenni fa, ci hanno ubriacati con una finta opulenza che è durata giusto il tempo di farci abituare a un certo lusso che si trasforma in rabbia quando svanisce. Ora abbiamo il pane avvelenato e un tasso di disoccupazione spaventoso quanto quello dell’inquinamento ambientale. C’appizzammu l’ammuru e l’isca, Silvia. Abbiamo perso l’amo e pure l’esca. Non ci resta quasi nulla oltre la speranza e i fenicotteri che stagionalmente tornano a trovarci per ricordarci il significato della parola resistenza.

Ma lo sai qual è il problema secondo le persone? I migranti. Altre persone quindi. Perché Silvia devi sapere che Augusta per vari anni è stata il primo porto di sbarco per l’umanità in cammino dall’Africa e dal Medio Oriente. E noi siamo così fessi che preferiamo pensare di essere invasi piuttosto che derubati del futuro, della salute, della dignità. Anzi, quando possiamo, cerchiamo di metterci noi nei panni dei predatori e con la scusa del lavoro andiamo a rubare qualsiasi cosa rimanga nelle terre di origine di quelle stesse persone che respingiamo. Però noi rubiamo in giacca e cravatta, coi titoli di studio e i corsi per il controllo qualità. Mica rubiamo come i pezzenti dei braccianti che muoiono nei roghi che appiccano per scaldarsi. Noi rubiamo per costruirci la piscina, per farci la villa in campagna, per mandare i nostri figli nelle scuole che sognano, per viziarli e coccolarli illudendoli che sia questa la vita che meritano. Noi non rubiamo per fame. Noi rubiamo per ingordigia e per il telefono nuovo. E poi ci accaniamo con chi non ci sta, con chi come te sogna un mondo più giusto.

Il giorno in cui morì Vittorio Arrigoni, piansi, si bruciarono i biscotti al cocco che mi aiutarono a giustificare le lacrime e promisi di non farli mai più. Sono passati anni e non ho più infornato un solo biscotto al cocco, ma ti prometto che se torni te li faccio e te li vengo a portare. O se vuoi vieni tu ad Augusta che è bellissima nonostante tutto e ha una scogliera che quando la guardi ti passa la tristezza. E mentre ce li mangiamo, ti parlerò di tutte le persone che non si arrendono a vivere una vita senza dignità e giustizia, di tutte le persone che ti hanno aspettata e che ti ammirano per il coraggio, di chiunque pensi che nessun lavoro giustifichi l’umiliazione di altri esseri umani, di chiunque resista.

Ti racconterò che non sei sola, Silvia. Non siamo sole, facciamo solo meno rumore.

di Maria Grazia Patania

*Questa lettera è per Silvia Romano, Luca Tacchetto, Edith Blais, Giulio Regeni, Vittorio Arrigoni e per chiunque non si arrenda alla brutalità di questi tempi orribili. C’è chi non cede alla convenienza, al tornaconto personale e alle contropartite economiche. C’è chi crede nella dignità e nell’uguaglianza di ogni essere umano. E oggi più che mai serve rivendicare questo spazio nella vastità dell’egoismo e dell’indifferenza.

Un tiepido raggio di sole a qualche minuto dalla riva

Tag

, , , ,

Domenica 27 gennaio 2019 il sole si è infilato fra le nuvole e ha riscaldato la costa fra Augusta e Siracusa dove da giovedì staziona la Sea Watch 3 che ha qui cercato riparo dal maltempo in arrivo. Dopo un salvataggio in mare e il recupero di 47 persone (fra cui, dopo l’assenza di risposte sul da farsi e con l’avvicinarsi del maltempo, la nave ha deciso di avvicinarsi all’Italia nella speranza che il Diritto Internazionale fosse rispettato e venisse assegnato un porto sicuro per lo sbarco. Mentre le temperature si abbassavano, il vento ruggiva e la pioggia sferzava il ferro della nave, prendeva il via l’ennesima partita politica giocata sulla pelle delle persone.

A testimonianza del livello raggiunto dalla politica nazionale e locale, sono cominciate infinite beghe per nascondere i veri problemi della Sicilia e dell’Italia in generale. A dimostrazione di come tutto sia ridotto a disumani cori da stadio, appena il Sindaco di Siracusa Italia si è mobilitato per dire che “la città è pronta ad accogliere”, da Augusta è iniziato un rumoroso teatrino per nascondere il sole con la rete e scaricare responsabilità. Per l’intera giornata di venerdì, quando la società civile si organizzava per dimostrare solidarietà alle persone a bordo, da Augusta arrivava la solita caciara di polemiche e l’accusa di “fomentare un clima di odio” per celare un perfetto allineamento con la linea di questo governo. Dopo, il silenzio. Dal 25 gennaio, non una parola ufficiale è stata spesa per chiarire cosa si pensa di fare per queste persone, non una qualsiasi espressione di solidarietà o indignazione per il modo in cui vengono trattate.

50x706N7A8374mstampata

Ph. Francesco Malavolta 

Nel frattempo, gli alunni e le alunne della Fondazione Inda hanno dedicato dei canti a chi rimane sospeso su un assurdo limbo durante il presidio del sabato mattina in cui sventolavano palloncini, aquiloni e striscioni. Foto e video sono stati inviati a chi era a bordo e i migranti hanno preparato uno striscione con scritto “Grazie per la solidarietà”. Quegli stessi canti, però, sono stati oggetto di triste scherno da parte dell’amministrazione della città di Augusta nelle stesse ore in cui il governo nazionale irrideva i ragazzi a bordo della Sea Watch 3 che approfittavano del sole per rimanere sul ponte della nave e riscaldarsi.

Nella derisione dei canti e nella burla ai migranti è condensato il male del nostro tempo: l’incapacità di riconoscere la Bellezza e coltivare l’empatia. Un canto espressione di libertà, vicinanza e solidarietà può essere ridicolizzato solo da chi ha totalmente perso ogni traccia di umana pietas. Un raggio di sole -come metafora del calore umano- può diventare oggetto di propaganda solo per chi disprezza la vita umana. Che dignità c’è nel prendersi gioco di ragazzi e ragazze che sentono di voler esprimere col canto il proprio dissenso? Che dignità c’è nel deridere un gesto spontaneo come quello di approfittare del sole in un giorno d’inverno mentre sei abbandonato in mezzo al mare dopo giorni di maltempo? Nessuna.

Nella tragedia di Antigone, Emone ricorda che “Lo Stato non è di un solo uomo”, ma Creonte in risposta chiede “Come? Non appartiene a chi comanda?”. A quel punto, Emone precisa “Saresti un bel sovrano in un deserto”. Ed infatti solo nel deserto dove si è smarrita l’umanità possono trovare posto politicanti di questo tipo, solo in un quadro di sconcertante abbrutimento si può collocare una simile povertà emotiva. Invece di sottolineare la mancata tutela dei diritti umani, l’ingiustizia subìta da ciascun migrante in Libia, ci si prende gioco di loro e di chi dimostra solidarietà. Invece di mobilitarsi affinché quelle persone, a pochi minuti dalle nostre coste, siano fatte sbarcare tempestivamente, si insultano i cittadini e le cittadine che si sentono personalmente oltraggiate da questa violenza gratuita e cercano di porvi rimedio. Invece di battersi a tutela dell’essere umano, si protegge la propria sconfinata inettitudine, mentre le celebrazioni della Giornata della Memoria quest’anno più che mai sembrano solo un’ironica farsa.

di Maria Grazia Patania