Vite sospese: l’adolescenza rubata nel limbo della burocrazia

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Immanuel viene dall’Eritrea, ha 16 anni, è arrivato sei mesi fa in Italia e da allora vive in Sicilia in un centro per minori soli. Ha un’intelligenza vivissima e capisce l’italiano in maniera strabiliante, fortunatamente parla anche inglese e così riusciamo a comunicare quando l’italiano non basta. Partecipa poco alle lezioni perché lavora da solo: prende il foglio, legge attentamente, strizza gli occhi, chiede solo se strettamente necessario e poi mi chiama quando ha terminato. A quel punto aspetta silenzioso che io abbia finito di aiutare qualcun altro e insieme correggiamo gli esercizi. Appena l’ho conosciuto, mi ha detto che un suo fratello è in Svezia e lui ha ricevuto l’ok per la relocation, un altro vive da anni in Regno Unito ma lui non vede l’ora di andare in Svezia per cominciare la sua nuova vita. Ogni tanto mi fa vedere che su un quaderno si allena ad imparare qualche verbo svedese o piccole frasi. Gli dico sempre che è ingiusto andarsene così lontano e costringermi ad arrivare fino in Svezia per rivederlo, ma lui ride e mi risponde che è venuto dall’Eritrea per conoscermi. Ineccepibile. Quando lo abbraccio, mi rendo conto di quanto sia fragile, sento la forma sottile delle sue ossa di adolescente, osservo il suo fisico minuto e mi chiedo come abbia potuto sopportare l’orrore del viaggio, la brutalità della Libia e la paura del mare. Un pomeriggio lo vedo triste e gli chiedo cosa sia successo: “Oggi è arrivato un mio amico con la nave. Sono andato al porto per salutarlo, sono felice che è vivo. Ma non mi hanno fatto entrare”. Gli spiego che è normale, nemmeno io posso andare al porto, non è che tutti possono essere liberi di entrare e uscire. Mentre lo dico, pur convinta della sensatezza di queste disposizioni, mi rendo conto di quanto siano insensate per lui che si è fatto tutta la strada fino al porto con la gioia di rivedere un suo amico sopravvissuto alla traversata salvo poi rimanere tremendamente deluso. Burocrazia. Leggi. Cavilli. Strumenti che dovrebbero proteggere e invece infieriscono ulteriormente su chi non merita altra sofferenza.

Un giorno entra in classe quando stiamo finendo la lezione e, mentre mi abbraccia, capisco che qualcosa non va. Non ci penso nemmeno a rimproverarlo per non essere venuto, non è una ragazzata, lo so già. Ci sediamo mano nella mano e gli chiedo che sta succedendo. Mi dice parole spezzate, sento la sua vergogna, mi confida che non dorme perché ha troppe cose in testa: la Svezia, la famiglia che aspetta i soldi a casa, suo fratello che non vede da anni, la promessa della vita nuova che impallidisce ogni giorno, la ridondanza della sua misera esistenza affidata alla nostra disinteressata benevolenza, la mancanza di istruzione nonostante sia bravissimo in italiano, la precarietà della sua condizione che straccia le garanzie sancite dal diritto internazionale. Guardo i suoi occhi lucidi e mi mancano le parole, sono impotente e non ho né risposte consolatorie, né soluzioni pratiche. Non ho niente di sensato da dire a parte che gli amici ascoltano e si prendono una parte del peso. Io sono lì per prendermi un po’ del peso, consapevole che i grammi della sua sofferenza si moltiplicheranno comunque di nuovo e che la mia vita ordinata non potrà aiutarlo in alcun modo.

Sono inutile. Siamo inutili entrambi.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Chiedo scusa per tutto: per il viaggio, per il terrore, per la nostra inadeguatezza, per l’incapacità di un continente intero a dimostrarsi umano. Non ho meritato nulla della mia vita privilegiata, Immanuel, e per questo ho il diritto e il dovere di venire qui a insegnarvi quello che so e condividere quanto possiedo con voi che avete perso tutto. Mi vergogno dei miei 16 anni spensierati, della mia frivolezza di donna che si preoccupa di amenità, della mia incapacità a fare di più. Mi vergogno della stanchezza cui cedo troppe volte e che diventa una scusa per fare meno. Mi vergogno del mio paese becero e violento che muore ogni giorno sotto i colpi della propaganda ignorante e razzista. Mi vergogno della mia inadeguatezza ad aiutarti, della limitatezza delle mie risorse che non riescono a compensare nulla. Ho il mio tempo da offrirti e questo dolore che non guarisce, così diverso dal tuo, ma anche così profondamente uguale.

Soffriamo forse in modo diverso in base alla nazionalità?

In quella stanza, mentre studiamo l’italiano, mi aggrappo alla grammatica, ai verbi e alle parole nella speranza che possano essere di aiuto, nella speranza che ci aiutino tutti a recuperare porzioni di umanità perduta. Mentre tengo la vostra mano e ridiamo insieme degli errori, mentre vi consegno la nostra lingua affinché impariate a usarla in modo gentile, cerco un riscatto per tutto quello di cui siete stati ingiustamente privati. E penso alle vostre famiglie verso cui siamo tutti responsabili, immagino le vostre madri che verranno a sapere di un gruppo di ragazzi e ragazze che fanno studiare i loro figli e trovo un senso al mio stare al mondo: una mano tesa, una ciambella per dare il benvenuto ai nuovi arrivati, i voti scritti su ogni esercizio per premiare il vostro impegno, una carezza quando vi scoraggiate.

E intanto vorrei avere mille mani per abbracciarvi tutti, mille bocche per parlarvi da madre, mille cuori per amarvi da sorella e mille piedi per accompagnarvi mentre crescete. Ma non ho nulla di tutto ciò e mi resta soltanto la speranza che, oltre la sconfinata cattiveria con cui vi scontrerete nella vita, vi ricorderete di chiunque sia stato gentile con voi per farvi forza e non arrendervi mai. Mi auguro di cuore che riuscirete a perdonarci per la nostra viltà e inettitudine a restare umani e che troverete un modo per rendere questo mondo osceno un posto veramente migliore.

di Maria Grazia Patania

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L’Aquarius sbarca ad Augusta: memoria ipocrita e olocausto del mare

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Il 30 gennaio la nave della ONG SOS Méditerranée è arrivata nel porto di Augusta dove sono sbarcate 215 persone tratte in salvo durante operazioni di salvataggio tragiche e sempre più complesse.

Poco prima era giunta la notizia del decesso di una donna, morta dopo essere stata evacuata d’urgenza dall’Aquarius insieme ad altre 15 persone, fra cui sei bambini con acqua nei polmoni, e ricoverata in ospedale a Sfax, in Tunisia.

Oltre ai vivi, sono giunte anche le salme di due donne che non ce l’hanno fatta e lasciano due bambini orfani. Uno di loro ha appena cinque mesi, come racconta il team dell’Aquarius che sui propri canali social ha pubblicato una foto del bambino addormentato e sereno nella sua nuova tutina. L’altro bambino ha quattro anni e mezzo e qualcuno forse gli spiegherà di essere diventato un minore non accompagnato.

Chissà se per loro la mancanza della madre sarà un odore, uno sguardo o la consistenza della pelle.

Chissà se un giorno, da grandi, riusciranno a comprendere lo sconfinato coraggio e l’enorme sacrificio delle donne di cui non si sa nemmeno il nome che non solo li hanno messi al mondo, ma hanno anche perso la vita pur di metterli in salvo.

mal ramiPhoto Copyright: Francesco Malavolta

Gli ultimi giorni sono stati segnati da un picco di sbarchi sulle coste siciliane tanto che, prima dello sbarco di Augusta, circa 800 persone erano state portate fra Pozzallo, Messina e Trapani dove la catena dell’accoglienza si è subito messa in moto per garantire una degna assistenza a chi arrivava.

In tutti i porti di sbarco le testimonianze dei sopravvissuti sono così tragiche che dovrebbero veramente interrogare le nostre coscienze sopite. Quei racconti dovrebbero farci vergognare nel profondo quando continuiamo a presentare il calo di arrivi come un successo degli accordi siglati con la Libia, un paese allo sbando dove l’unica legge è quella del più forte e i diritti umani un’utopia a stento immaginabile.

Proprio alla Libia abbiamo offerto mezzi, risorse e addestramento per potenziarne la Guardia Costiera in modo da evitarci anche il disturbo degli sbarchi. Quella stessa Guardia Costiera oggi è libera ed equipaggiata per intralciare i soccorsi in mare, per riportare indietro le imbarcazioni intercettate violando il Diritto Internazionale o per impedire le attività SAR, come successo anche lo scorso 27 gennaio.

SOS Méditerranée ha infatti denunciato come le sia stato impedito di assistere una imbarcazione in difficoltà prima di intraprendere un difficilissimo soccorso che ha consentito di salvare la vita a 98 esseri umani. Di questi 98, moltissimi erano in condizioni critiche tanto da far intraprendere una vera e propria corsa contro il tempo al team di MSF a bordo dell’Aquarius che si occupa del post-soccorso. Il numero dei dispersi rimane sconosciuto, mentre i decessi si aggiungono a un triste bilancio secondo cui almeno 215 persone sarebbero già morte nel 2018 sulla rotta migratoria più letale al mondo.

Vale la pena ricordare che il diritto internazionale codificato impone, dopo un salvataggio, l’obbligo di far sbarcare i sopravvissuti nel porto sicuro più vicino e che la Libia non può in alcun modo risultare tale. Inoltre, la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiato, pietra miliare per la definizione di questo stesso status da cui discendono precisi obblighi internazionali che però preferiamo ignorare.

Il vuoto lasciato in mare dopo l’infondata macchina del fango contro le ONG attive in mare e gli accordi con la Libia è lo stesso che c’è dentro ognuno di noi.

Sabato 27 gennaio il mare si è trasformato nel teatro di un mortale gioco di potere in cui era la Guardia Costiera Libica a dettare le regole.

Sabato 27 gennaio il mare ingoiava uomini, donne e bambini smascherando nuovamente la nostra ipocrisia.

Mentre con convinzione o per abitudine ricordavamo l’olocausto nazista, nessuno si preoccupava dell’olocausto del mare o del deserto, né di quello della disperazione di chi rimane bloccato nel limbo di una accoglienza lacunosa.

Mentre le istituzioni e le autorità varie si sperticavano in vuote promesse ripetendo mai più, la gente moriva in mare e i giusti del nostro tempo assistevano impotenti all’agonia di una umanità calpestata insieme ai suoi diritti fondamentali.

Il 30 gennaio 2018 ad Augusta sono arrivati i sopravvissuti e le sopravvissute dell’olocausto quotidiano davanti casa nostra. Sono arrivate persone con evidenti traumi fisici e psicologici che hanno conosciuto la brutalità dei campi di prigionia libici che, come affermato dallo stesso ambasciatore tedesco in Niger, nulla hanno da invidiare a quelli nazisti.

Ad Augusta, da anni primo porto di sbarco a livello europeo, per la prima volta dopo tempo immemore quelle persone si sono sentite sicure e riceveranno accoglienza nella speranza che, nonostante tutto, riusciremo ad essere all’altezza dei loro sogni e delle loro aspettative.

«Noi testimoni della Shoah saremo dimenticati stiamo morendo tutti, ormai siamo rimasti pochissimi, le dita di una mano, e quando saremo morti proprio tutti, il mare si chiuderà completamente sopra di noi nell’indifferenza e nella dimenticanza. Come si sta adesso facendo con quei corpi che annegano per cercare la libertà e nessuno più di tanto se ne occupa».
Liliana Segre, sopravvissuta all’olocausto e nominata da poco senatrice a vista.

Di Maria Grazia Patania

Articolo pubblicato sulla versione cartacea della rivista La Civetta di Minerva venerdì 2 febbraio 2018

 

Al di là del filo spinato: per non dimenticare.

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«Entrare ad Auschwitz non è mai facile. Anche se sono passati 70 anni. Quando vedo da lontano la torretta mi succede ogni volta, comincio a stare male. Ma vengo lo stesso ogni anno. Per non dimenticare. Poi, quando la visita finisce, ricomincio a respirare. E io posso tornare alla mia vita. I tedeschi arrivarono prenderci di notte nella nostra casa di Fiume. Ci portarono in una minuscola cella nella Risiera di San Sabba, dove dovemmo stare in otto, nell’attesa di essere deportati in Polonia. Avevamo 4 e 6 anni».

Quando arrivarono i tedeschi, la madre le svegliò e le vestì in fretta. In soggiorno c’era confusione, la nonna si mise a piangere e si gettò per terra, aggrappata ai cappotti di questi uomini li implorò di prendere lei e di lasciare stare i bambini. Ma i nazisti li portarono via tutti. Arrivarono ad Auschwitz il 4 aprile.

«Non sapevamo ancora cosa volesse dire avere paura, ci fecero indossare vestiti grandi e sporchi. Poi ci marchiarono con il numero che ancora oggi portiamo sul braccio. E che non abbiamo mai voluto cancellare. La nonna venne sistemata in un’altra fila, insieme ai prigionieri destinati subito al gas. La mamma di giorno lavorava ma ogni tanto riusciva a venire a trovarci. Quando ci vedevamo ci ripeteva sempre i nostri nomi. E questo ci permise di non diventare solo numeri, come volevano loro, e fu importante anche per ritrovarci dopo la liberazione».

Decisiva per la loro salvezza fu la loro somiglianza, così marcata che le due furono scambiate per gemelle. Furono tenute da parte insieme ad altri bambini-cavia, perché proprio sui gemelli il dottor Mengele conduceva i suoi feroci esperimenti. Ma anche il ben volere della «kapò che si occupava del nostro blocco e con noi era molto gentile», ricorda Andra. «Un giorno ci prese da parte e, senza spiegare perché, ci disse: Domani vi chiederanno se volete rivedere la mamma, rispondete di no”. Dicemmo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa. Ma lui non ci diede retta. Quando ci fecero quella domanda, noi ubbidimmo. Lui invece fu portato ad Amburgo. Anche lì venivano fatti esperimenti sui bambini. Poco prima dell’arrivo degli alleati, i nazisti li drogarono, li impiccarono e bruciarono i loro corpi. Non lo vedemmo mai più».

Andra e Tati Bucci . Vissero ad Auschwitz dal marzo 1944 al gennaio 1945.

Fonte: http://www.corriere.it/reportages/cultura/2014/auschwitz/

Riccardo Pareggiani

Ph. Riccardo PareggianiPicture taken in the former refugees camp in Eidomeni, Greece

«Quando siamo arrivati ad Auschwitz, direttamente in campo, vedemmo questo camino grande e si pensava fossero fabbriche, ci siamo dette qua ci sarà da mangiare e faranno il pane, invece una ragazza che era incinta, incominciava a piangere. Le abbiamo chiesto perché e ha risposto: “Ragazze mie non sapete dove siamo arrivate”. Infatti, sotto vi erano i militari SS che ci aspettavano per accompagnarci (siamo arrivate di notte) e Auschwitz era suddivisa in tanti posti, uno di queste SS sapeva il serbo-croato e ci ha domandato a che religione appartenevamo e abbiamo risposto che appartenevamo alla religione cattolica. Ci ha risposto: “Siete fortunate perché vedete quel fuoco? Se foste state ebree questa notte sareste andate dritte lì”. Quando siamo arrivati ci hanno fatti andare in questa baracca, in un grande salone e ci hanno spogliati nudi, ci hanno fatto andare su un lungo corridoio e alla fine ci hanno tagliato i capelli e là si doveva entrare in una vasca ma non si sapeva quanto era profonda per cui si aveva paura di entrare. Dietro vi era un ufficiale tedesco che ci scortava e da lì si passava dentro ad un grande bagno con le docce. Là ho visto delle ragazze senza i capelli, a me li hanno lasciati corti. Abbiamo avuto paura perché si pensava che ci avrebbero messo insieme agli uomini, invece quelle erano ragazze con i capelli tagliati a zero. Lì ci hanno aperto l’acqua un po’ calda e un po’ fredda e appena insaponate hanno chiuso l’acqua e si doveva passare avanti. Nello spazio da dove siamo venuti vi era un mucchio di abiti sporchi di sangue e di tutto e ci si doveva vestire, più avanti un mucchio di scarpe, trovare un paio nemmeno a parlarne, dovevi scegliere subito. Il giorno dopo ci hanno messi in fila e ci hanno tatuati i numeri e non si poteva cancellare perché loro ti chiamavano per numero, il nome non esisteva, tu eri un numero come le bestie per il macello perché là si aspettava la morte. Ci hanno disinfettato sotto le braccia. Un disinfettante che era una tortura e lacrime che venivano giù, era veramente una tortura».

Komel Maria

Fonte: http://www.lageredeportazione.org/testimonianze/pagina65.html

Riccardo Pareggiani 2

Ph. Riccardo PareggianiCamp A in Eidomeni, Greece

«Non ho odio! Non ho vendetta. Anche se odio a cosa può portare l’odio. Sto male io e nient’altro. Tante volte me la prendevo con Dio, però dopo pregavo. I sentimenti non si possono uccidere».

L’odissea di Ines ebbe inizio il 6 marzo del 1944 quando, in occasione di uno sciopero proclamato nella ditta in cui lavorava, assunse la difesa della maestranza. Allora la gente comune non sapeva dei famigerati lager. Nel corso della notte, intorno alle ore 24.00, fu prelevata da casa da un gruppo di fascisti armati che la portarono in questura. Sottoposta a interrogatorio, fu trasferita in una palestra dove c’erano molte altre persone: partigiani, ebrei, scioperanti. Da lì, saliti su un vagone assegnato, arrivarono ad Auschwitz Birkenau.

«Io ho in mente ancora oggi gli scricchiolii dei vecchi catenacci che cigolavano all’apertura. Ci accolse un gruppo di ufficiali che destinavano parte delle persone al lavoro, altre da sottoporre agli esperimenti del dottor Mengele. Chi non scendeva rapidamente era preso a scudisciate. Scene infernali. Noi donne ci tenevamo strette e ci chiedevamo: “Ma dove siamo arrivate?”. Poi la divisone: mogli dai mariti. Bambini e anziani caricati sui camion: sapremo poi che furono inviati alla camera a gas. A me impressero sul braccio il numero di matricola 76.150. Poi l’inizio dei lavori nelle paludi per rendere i terreni fertili dove i terreni venivano concimati con la cenere prodotta bruciando gli Ebrei. Quando un prigioniero riusciva a fuggire, i soldati eseguivano la conta e impiccavano una decina di persone, quindi facevano passare davanti al luogo dell’esecuzione gli altri prigionieri, affinché la punizione fosse di monito per tutti, dissuadendo così altri gesti del genere. Quando giunse la certezza della liberazione, il 5 maggio 1945, da un ragazzino russo, penso di aver pianto tutte le lacrime che mi erano rimaste. Finalmente ero in Italia, ero a casa»

Ines Figini 

Fonte: http://www.resegoneonline.it/articoli/La-commovente-testimonianza-di-Ines-Figini-deportata-ad-Auschwitz-Birkenau/

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«Furono oltre seimila gli ebrei italiani deportati, ma a farne ritorno sono stati solo 363, lo racconto sempre ai ragazzi perché devono sapere. Quando si passa in una stazione qualsiasi e si vedono i vitelli o i maiali portati al mattatoio, penso sempre che io sono stata uno di quei vitelli, uno di quei maiali. Fui obbligata a intrupparmi nel gruppo delle donne e mio papà era là, oltre quella spianata, con gli altri uomini. Lasciai per sempre la sua mano, non lo avrei mai più rivisto ma allora non potevo saperlo. Il mio numero 75190 non si cancella: è dentro di me. Sono io il 75190. I lager nazisti erano isole circondate dal silenzio. Il silenzio della Chiesa, i cui vertici non denunciarono mai. E lì, su quelle strade, io ho visto un corteo di fantasmi in marcia. Come abbiamo fatto non lo so: forse era quella che chiamano la forza della disperazione. Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. Anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare».

Liliana Segre. Il 6 febbraio del 1944 arriva assieme a 605 deportati nel lager.

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Al di là del filo spinato ci sono ancora uomini, donne e bambini. Al di là del filo spinato ci sono ancora storie. Al di là del filo spinato c’è ancora vita. Non dimenticare vuol dire avere il coraggio di recidere ogni recinzione dietro la quale, ancora, si violano la libertà e la dignità di esseri viventi. Al di là del filo spinato saremo prigionieri tutti fin quando anche ad un solo uomo verrà negato il diritto alla vita.

Di Claudia La Ferla

 

L’ignoranza è forza*

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«Si capisce», rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti» – e di nuovo stava raccontando una favola –, «che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti».

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini.

 

Due anni fa riflettevamo (qui ) sul lavoro di Giorgio Boatti in merito ai docenti che dissero “no” al fascismo, rifiutando di giurare la propria fedeltà al regime.
Oggi, ancora e sempre, torniamo a riflettere sul significato di memoria.

Memoria, sostantivo femminile. In generale, la capacità, comune a molti organismi, di conservare traccia più o meno completa e duratura degli stimoli esterni sperimentati e delle relative risposte […] l’atto e il modo con cui la mente ritiene o rievoca non in generale, ma singole e determinate immagini, nozioni, persone, avvenimenti […] il ricordo, la reputazione, il concetto che una persona lascia di sé, la sua presenza nello spirito dei sopravvissuti o dei posteri […] onorare il ricordo di persone o anche di fatti  […] Annotazione, appunto, destinato a documentare un fatto, a impedire che sia dimenticato o non ricordato con esattezza… Continua a leggere

Ricordare l’Olocausto: Dire “Mai Dimenticare” può portare a un vero “Mai Più”?

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Questa immagine senza data mostra il cancello principale del campo di concentramento nazista Auschwitz I, in Polonia, che fu liberato dai russi nel gennaio 1945. La scritta sul cancello riporta la frase: “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi). (Foto non accreditata/AP)

Sam Grundman ci ha lasciati un anno fa a 97 anni. Sam era cugino di primo grado di mia madre, ma per me era semplicemente “zio Sam”. Era uno dei sopravvissuti all’Olocausto, aveva vissuto anni di schiavitù come manovale in una fabbrica per la produzione di munizioni. Senza essere ucciso, aveva subito gli orrori, la crudeltà, la fame e le sofferenze inflitti dai ad arte nazisti. Aveva perso i genitori, un fratello, tre sorelle e dozzine di altri parenti più stretti. Mi ha raccontato gli ultimi giorni di vita dei miei nonni e di altri parenti che furono inviati a Treblinka con la sua famiglia.

Nessuno scritto, film o documentario potrebbe farmi capire l’Olocausto e avere un impatto così forte su di me come ascoltare Sam raccontarmi la sua esperienza. Dalla prima volta, quando ero un adolescente, all’ultima volta a settanta anni, il suo racconto era invariato nei dettagli. Non molto tempo fa gli ho chiesto come potesse ricordare, persino a 90 anni, ogni singolo aspetto di quello che gli era accaduto. La sua risposta mi ha lasciato a bocca aperta. “È quello a cui penso quando vado a letto e quando mi sveglio”.

Le parole “Mai Dimenticare” vengono spesso usate quando si parla di Shoah. Cosa ricordo io? Ricordo i dettagli che Sam mi ha raccontato colpendo la parte più profonda del mio cuore. Mi hanno riempito di rabbia, tristezza e odio, contemporaneamente. Mi hanno anche riempito di stupore facendomi domandare come Sam e gli altri sopravvissuti della mia famiglia potessero continuare ad avere la forza di vivere. Come potessero lasciarsi alle spalle quelle terribili esperienze senza però voler dimenticarle?

Settantadue anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ci sono solo poche persone che possono ancora raccontare le loro terribili esperienze. Avremo ancora la forza di ricordare quando gli ultimi testimoni di queste sofferenze ci avranno lasciato? Posso trasmettere le parole di Sam ed avere sui miei discendenti lo stesso impatto che Sam ha avuto su di me?

So cos’è Auschwitz da quando sono nato. La moglie di Sam è tra i sopravvissuti che ho conosciuto con i numeri tatuati sull’avambraccio. Eppure, solo durante un recente viaggio all’estero, quando ho messo piede a Auschwitz dove tante persone hanno fatto i loro ultimi passi, l’enormità di quello che è successo mi ha colpito in pieno.

È sconcertante come dalla Seconda Guerra Mondiale, nonostante l’esistenza dei testimoni oculari delle atrocità naziste e di Auschwitz, visitabile da tutti, si sia continuato a perpetrare in numerosi genocidi. Assistiamo persino alla rinascita dell’antisemitismo. Tutto ciò avviene malgrado l’esistenza di musei dedicati all’Olocausto, campi di concentramento preservati, miriadi di libri scritti e film che descrivono gli eventi, i crimini e le sofferenze dell’Olocausto.

Questa immagine datata 29 agosto 2015 mostra un uomo che, dopo aver attraversando il Mediterraneo in cerca di libertà e dignità, al suo arrivo a Messina, in Italia, viene sottoposto alle procedure di registrazione. Foto Copyright Michelangelo Mignosa

Sam leggeva il The New York Times, dalla prima all’ultima pagina, ogni giorno fino a pochi giorni prima di morire alla fine del novembre 2016, settimane dopo le elezioni presidenziali. Parlando con la figlia sottolineò come gli eventi di quel momento ricordassero quelli che precedettero l’Olocausto.

Questo spinge a chiedersi se dire “Mai Dimenticare” sia sufficiente per arrivare ad un vero “Mai Più”.

Larry Bach è un imprenditore in pensione e vive a Altamonte Springs (USA).

Articolo di Larry Bach pubblicato il 18 Gennaio 2018 su Orlandosentinel

Traduzione di F. Colantuoni

Le donne sono maglie, se una si perde, si perdono tutte*

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L’OIM ritiene che circa l’80% delle migranti nigeriane arrivate via mare nel 2016 sia probabile vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia o in altri paesi dell’Unione Europea. Secondo l’Organizzazione le donne ed i minori non accompagnati di nazionalità nigeriana sono fra i più a rischio di essere vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, anche se non si può escludere che anche migranti di altre nazionalità siano coinvolti nel traffico. Significano anche questo gli attuali flussi migratori: brutalità, violenze, stupri, gravidanze e malattie indesiderate, isolamento e solitudine.

Negli ultimi anni sono aumentati gli arrivi dalla Nigeria e hanno riguardato in maniera esponenziale donne e ragazze sempre più giovani che, tratte in inganno con la promessa di una vita migliore, si trovano imprigionate in un destino che non hanno scelto. Rimangono fantasmi, privi di identità e di futuro, sullo sfondo delle nostre vite ordinate e concentrate sul decoro urbano che, con la loro sfacciata presenza ai bordi delle strade e dell’esistenza, catalizzano il nostro sdegno. Invece di ammettere che l’offerta risponde sempre alle leggi della domanda, non ci preoccupiamo troppo del loro destino. Se la loro presenza aumenta e la loro età diminuisce costantemente, vuol dire che il fiorente mercato dello sfruttamento sessuale va a gonfie vele grazie ai nostri connazionali che impunemente sfogano le peggiori perversioni sui fragili corpi di queste donne, poco più che ragazzine.

Storicamente il corpo delle donne è il campo di battaglia dove si lottano le guerre sporche degli uomini. Storicamente siamo noi che subiamo atroci umiliazioni spesso dettate dal semplice essere donna.

Un aspetto a lungo taciuto e fino ad oggi relativamente poco conosciuto riguarda gli abusi sessuali sistematici cui erano sottoposte le prigioniere dei campi di concentramento nazisti: tali abusi variavano dagli stupri da parte del personale del campo alla compravendita di favori sessuali in cambio di generi alimentari o altre cose necessarie fino alla creazione all’interno dei lager di veri e propri bordelli dove -nel fondo della miseria assoluta- si diventava tutti uguali. Le ragazze solitamente venivano da altri campi di sterminio e, prima di diventare vere e proprie larve umane, venivano allettate con promesse di ottimo vitto, coperte e vite agiate. All’apparenza, infatti, erano delle privilegiate: il cibo e l’alcol abbondavano, ricevevano trucchi e vestiti puliti, oltre alla biancheria intima che era un vero lusso, avevano acqua calda e sapone per lavarsi, controlli medici a disposizione, una saletta di servizio dove esercitare la professione. Nei fatti la loro miseria non era in nulla diversa da quelle delle prigioniere fuori dalla finestra dove vivevano confinate. Il loro universo di abusi fisici e psicologici era spesso privo anche di quelle spontanee forme di solidarietà che riuscivano a instaurarsi fra le prigioniere che vivevano nelle normali baracche del campo. Inoltre, la maggior parte delle donne costrette a prostituirsi dietro la facciata della libera scelta non trovarono mai il coraggio di denunciare ciò che avevano vissuto.

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Ph. Valentina Tamborra – CHOKORA

Come spesso accade per le vittime di violenze sessuali, le prostitute dei lager preferirono tacere al mondo i tristi piaceri che dovettero soddisfare, le umiliazioni che dovettero sopportare quando, ad esempio, venivano costrette ad avere rapporti con uomini giudicati omosessuali che, a loro volta, subivano loro malgrado questa “terapia” folle. Come le donne prostituite da gente senza scrupoli hanno enormi difficoltà a raccontare il dolore che provano, così la guerra sporca alle donne e al loro corpo non conosce limiti temporali e spaziali. Oltre alle violenze fisiche, inoltre, le donne subiscono profondi traumi psicologici a causa della promiscuità, della assoluta mancanza di privacy e del mutamento del proprio corpo in seguito alle privazioni e alle violenze. Nei campi di concentramento le prigioniere si vedevano strappare la propria femminilità bruscamente: venivano loro rasati i capelli e consegnati abiti informi non troppo diversi da quelli maschili, con la perdita di peso scomparivano le mestruazioni e le forme si assottigliavano fino a rimanere pelle e ossa. Studi recenti sugli attuali flussi migratori hanno messo in evidenza conseguenze simili in termini di amenorrea e scompensi emotivo-psicologici fra le donne e le ragazze vittime di violenze sessuali a dimostrazione che possono mutare i barbari motivi della violenza o i modi in cui essa viene articolata, ma la violenza rimane sempre tale: ingiustificabile e da evitare come le armi e la guerra.

“Nell’ottobre del 1943, Oswald Pohl, capo del WVHA (ufficio centrale per l’amministrazione economica del Reich) dichiarò: <<Poiché tramite la capacità lavorativa i prigionieri dei campi di concentramento contribuiscono alla vittoria della guerra, è giusto che ci prendiamo a cuore il loro benessere fisico>>. Ovviamente si riferiva solo al benessere fisico, o meglio sessuale, dei detenuti maschi. Le prigioniere del Sonderbau erano state degradate a oggetto il cui corpo doveva servire all’incremento della produzione bellica del Reich”. Corpi che non dovevano essere altro che sesso.” La baracca dei tristi piaceri, Helga Schneider

di Maria Grazia Patania

*frase tratta dal libro di Daniela Padoan “Come una rana d’inverno”

 

 

La Malattia dei Gommoni

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“Nel campo morivano ogni giorno centinaia di persone. Molti prigionieri morirono di tifo e di diarrea. I medicamenti fondamentali erano l’aspirina e le pastiglie di carbone di lena. Quindi persino la malattia più insignificante diveniva minacciosa. Per le scarpe inadatte si formavano sui piedi ferite e flemmoni. Il corpo del prigioniero malato di scabbia si copriva in breve tempo di vaste ferite, a causa della sporcizia. Le operazioni chirurgiche fatte dai medici delle SS finivano spesso con la morte dei prigionieri ed avevano il carattere di esperimenti proibiti”.

Tratto da qui

Mi chiamo Mohamed, ho 20 anni, vengo dalla Costa D’Avorio.

Come stai Mohamed?

Bene, sono felice di essere qui, ma mi brucia tutto.

Dove ti brucia? Cosa ti brucia?

Le gambe, mi bruciano e mi fanno male. Hanno iniziato a bruciare sul gommone, ero sommerso dall’acqua, c’era puzza di benzina ovunque, ma non potevo urlare, avevo paura di urlare, di dire qualcosa, avevo paura che mi buttassero in mare, che mi abbandonassero. Ho cercato di resistere, non ho pianto, non mi sono lamentato.

Mettiti sul lettino e fammi vedere.

E così Mohamed si avvia verso il lettino ed inizia a spogliarsi. Toglie la t-shirt e dopo i pantaloni.

fronte

Mi son trovata, per la prima volta in vita mia, di fronte alla cosiddetta “malattia dei gommoni”.  La descrisse per la prima volta il Dr. Pietro Bartolo, il medico della speranza, il medico di Lampedusa che presta le prime cure ai migranti.

Le persone vengono trasportate su queste carrette di gomma insieme alle taniche di carburante: quando qualcuna di esse si rovescia, si miscela con l’acqua salata provocando, al contatto con la pelle, ustioni da contatto più o meno estese e quindi più o meno gravi.

Mohamed era affetto esattamente da questa condizione. Ustioni estese ad entrambe le cosce e le gambe: ferite aperte che pulsavano; cute disintegrata, bruciata. Mentre lo visitavo, lo medicavo, lo curavo, non ha pianto; il suo volto era contratto da smorfie di dolore, le labbra serrate, i pugni chiusi.

Dopo tre giorni è stato trasferito presso un altro centro. Chissà se oggi la cute è ritornata integra oppure se porta ancora addosso i segni di queste ferite, vistose cicatrici fisiche che si sommano a quelle emotive invisibili, ai ricordi di quel viaggio in cui non ha urlato, non ha sfogato la propria sofferenza, ma ha subìto l’orrore e il dolore per non perdere la speranza di raggiungere un mondo migliore.

di Simona D’Alessi (foto e testo)

 

 

 

Gita a Treblinka: Affrettati lentamente*

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Il 5 agosto 1942 203 orfani ebrei polacchi vennero svegliati presto la mattina, fecero colazione, indossarono vestiti puliti, ricevettero la merenda e cantando con inconsapevole gioia si diressero verso il treno che li avrebbe portati nel campo di concentramento di Treblinka. Una volta saliti, di loro si perse ogni traccia e la loro storia si smarrì nella nebbia.

Il 5 agosto 1942 un uomo ebreo mite ed amorevole diede degli ordini agli ufficiali nazisti arrivati per compiere il proprio dovere: evacuare l’orfanotrofio da lui gestito dove trovavano riparo 203 vittime della guerra. Gli ufficiali nazisti, impettiti e ridicoli nelle loro uniformi, con l’arroganza di chi esegue ordini senza interrogare la coscienza, giunsero in pompa magna davanti l’orfanotrofio con una condanna: i bambini a morte, il loro educatore -Janusz Korczak– libero di fuggire con un salvacondotto. Avrebbe potuto andare via, ma non lo fece: non sopportava che i bambini piangessero. E allora non solo rifiutò l’offerta di mettersi in salvo, ma ordinò perentoriamente ai nazisti di mettere da parte i cani che avrebbero terrorizzato i bambini perché, con lui a guidarli, tutto si sarebbe svolto senza incidenti. Così fu: 203 bambini andarono a passo spedito e con cuore allegro a morire nei campi di concentramento.

Dal 1939 al 1942 Janusz curò i suoi orfani con l’amore di un padre e di una madre, mettendo su un orfanotrofio modello dove i bambini vivevano secondo un modello democratico in cui avevano un parlamento, un giornale e una scuola. Appena 18 giorni prima della partenza, i bambini avevano sfidato la censura e l’ignoranza nazista recitando Tagore e mettendo in scena la storia di un bambino malato che, confinato nella propria camera, muore sognando di correre libero nei campi. In questo modo, Janusz voleva farli abituare con leggerezza alla morte senza spaventarli, ma coltivando l’intima ingenuità del loro cuore martoriato dagli stenti della vita quotidiana nel ghetto di Varsavia.

Janusz non poté metterli al riparo dalla morte, dalla violenza e dalle privazioni, ma lottò fino all’ultimo respiro per evitare che patissero oltre il necessario, risparmiando loro un universo di atroce miseria dentro le mura protettive dell’orfanotrofio. Si calcola che l’olocausto sia costato la vita a circa un milione e mezzo di bambini, bambine, ragazzi e ragazze. Oltre un milione avevano avuto la colpa di nascere da genitori ebrei o di sangue misto, gli altri erano altrettanto trascurabili: erano figli di oppositori politici o dissidenti, erano polacchi o russi sotto l’occupazione, erano sinti o rom. Eppure, a spianar loro il cammino verso la fine, erano stati altri bambini tedeschi perché le prime vere vittime delle atrocità naziste furono proprio fra i cittadini del Reich. Le prove tecniche dello sterminio nazista si fecero sulla pelle di disabili, malati e persone non produttive perché inadatte al lavoro. A loro Hitler concesse “una morte pietosa” data la loro condizione di incurabili: con Aktion T4 vennero sterminate oltre 70mila “vite indegne di essere vissute” e almeno 350mila persone furono sterilizzate contro la propria volontà. Dopo il decesso del paziente ritenuto incurabile, la famiglia riceveva una lettera in cui in poche righe si comunicava la morte per cause naturali e l’avvenuta cremazione per evitare epidemie.

Alle famiglie non restava nulla oltre il ricordo e il dolore, come accade con le migliaia di morti senza nome che affollano il deserto, il mare e altri angoli della terra dove si consumano terribili viaggi della speranza.

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Ph. Alessio Mamo – The Dawn of Recovery- Portraits of War per MSF in Giordania

Stando all’UNHCR, donne e ragazze da un lato e bambini dall’altro costituiscono circa metà della popolazione mondiale di rifugiati: sono loro a pagare il prezzo più alto di ogni conflitto, guerra, persecuzione sia in termini di violenze fisiche o psicologiche, sia in termini di privazioni che si ritorcono poi contro l’intera comunità globale. Oltre ad essere particolarmente vulnerabili in termini di sfruttamento sessuale e tratta di esseri umani, si vedono negato il diritto allo studio che li priva di un normale percorso formativo che ne aumenterebbe competenze e capacità: a perderci non sono solo loro, bensì tutti noi che veniamo privati del loro talento.

Nel 2017 sono sbarcati quasi 16 mila minori non accompagnati sulle coste italiane, circa 10 mila in meno dell’anno precedente, e sono loro a catalizzare una enorme parte del business che specula sui flussi migratori. Inoltre, nei teatri di guerra i bambini, oltre ad essere le prime vittime delle armi, non hanno tempo per l’infanzia: la guerra con le bombe e il suo enorme carico di paura dilania corpi e sogni, dimostrando che ci vuole pochissimo a distruggere e moltissimo per ricostruire. Il progetto Dawn of Recovery, con le foto di Alessio Mamo e le parole di Marta Bellingreri, ripercorre il lungo cammino verso la guarigione dei pazienti curati presso l’ospedale di chirurgia ricostruttiva di Amman, in Giordania. Proprio i pazienti e il personale medico sono i protagonisti delle foto dove emergono nitidamente l’orrore e la perversione causati dalle armi e dalle guerre. I loro volti, i loro sguardi, i loro arti sono un monito perenne contro i pericoli di politiche che accantonano il dialogo a favore della violenza e ci ricordano che per molte regioni del mondo l’olocausto è ogni giorno.

di Maria Grazia Patania

*Affrettati lentamente è un motto su cui si basa il metodo pedagogico appreso in Svizzera da Janusz Korczak e applicato nel suo orfanotrofio dove, fra l’altro, ai bambini veniva insegnata la resilienza necessaria per sopravvivere alle atrocità del ghetto di Varsavia.

Nella foto: Aisha, or Ayyoush, little Aisha, as the nurses call her, always wears beautiful and colorful dresses, with a rose straw hat on her head. She loves collecting roses and balloons during the children trips of the hospital: to the Children Museum or at some playgrounds. Together with Noor, one of the occupational therapy’s nurses at the MSF hospital, she practices with her left amputated hand to button up and unbutton t-shirt and skirts, to cut papers with her drawings with the scissors, to draw a circle or a line and to cut it following the lines. Aisha was only six months when the fire of a candle burns the left side of her face and arm in her city Ib, Yemen. After four operations in Yemen, the doctor in Sana’a told her father about MSF where she is now undergoing frequent surgeries over a long period of time.
Between the surgeries, she has three-six months resting time, where together with her father go back to Yemen: “Ayyoush continuously improves, slowly but she is always doing better”.

Words by Marta Bellingreri
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Over the past 10 years, we have helped rebuild lives in the Middle East by providing specialised reconstructive surgery, physiotherapy and mental health counselling at our hospital in Amman, Jordan. MSF’s reconstructive surgery programme was set up in 2006 in response to the high numbers of severe casualties from the Iraq War. As further conflicts erupted in the region, we opened our doors to wounded from Syria, Yemen and Palestine. Specializing in orthopaedic, maxillofacial and plastic surgery for the war-wounded, the programme has treated over 4,500 patients and performed over 11,000 life changing surgeries since its inception.

Ero straniero e mi avete accolto: la memoria nel 2018

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Fra le tante citazioni che si possono scegliere per ricordare la data del 27 gennaio in occasione della quale si commemora il ricordo dello sterminio degli ebrei durante il nazismo, questa ci sembra la più significativa ed attuale. Laicamente parlando, essa ci dice una grande verità e allo stesso tempo indica una strada da percorrere per l’agire quotidiano. La grande verità è che tutti gli uomini e tutte le donne sono fratelli e sorelle e, se si accetta questa verità secondo cui ogni uomo va riconosciuto come essere umano degno di rispetto e solidarietà, allora ne discende che ogni atto di violenza o anche solo di semplice indifferenza verso gli altri può diventare un gesto che umilia non solo l’umanità altrui, ma anche la propria.

Certamente quello migratorio è un fenomeno gigantesco che presenta difficoltà immani, che crea paura e spesso ostilità. Certamente non esistono soluzioni adeguate, almeno nel breve periodo, considerato l’atteggiamento spesso latitante o comunque insufficiente delle istituzioni ad ogni livello.

Tuttavia, pur riconoscendo la complessità oggettiva delle attuali migrazioni con milioni di disperati colpevoli solo di essere alla ricerca di una vita migliore, possiamo trarre la conclusione che la loro sorte non ci riguarda e che nulla possiamo fare? Rispondere sì sarebbe sicuramente la cosa più semplice, ma anche quella più egoista.

Probabilmente ci sentiremmo più coinvolti, non solo come comunità, ma anche come singoli, se avessimo piena coscienza del fatto che oggi come allora l’umanità tutta si trova davanti a un bivio fra progresso e regresso, fra umanesimo e anti-umanesimo, fra civiltà e barbarie.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

La crisi umanitaria che coinvolge milioni di persone vulnerabili e disperate sta mettendo a nudo la fragilità dei valori su cui si fonda la “nostra civiltà” in una crisi globale che non risparmia nessun essere umano. Nel libro “Modus vivendi. Inferno e utopia nel mondo liquido”, Bauman -teorico della società liquida- scrive: “La democrazia e la libertà non possono più essere completamente e veramente garantite in un paese o in un gruppo di paesi; la loro mancata difesa, in un mondo saturo di ingiustizia e abitato da miliardi di esseri umani a cui è negata la dignità, finirà inevitabilmente per corrompere gli stessi valori che esse sono chiamate a difendere. Il futuro della democrazia e della libertà o sarà garantito su scala planetaria o non lo sarà affatto”.

In questa terza edizione dei Giorni della Memoria, noi del Collettivo Antigone ci impegniamo ancora una volta a ricordare come la barbarie sia barbarie sempre e come le vittime dell’ingiustizia meritino in ogni luogo e tempo la giusta protezione. Più volte, abbiamo parlato di Olocausto del Mare per suscitare una riflessione forte sul tema delle attuali migrazioni forzate e per ricordare che i diritti umani vanno sempre monitorati e difesi. Nessuna epoca è al riparo da nuovi fascismi, nessuno di noi è mai veramente al sicuro, soprattutto se coltiviamo indifferenza e noncuranza. Più di ogni altra volta, quest’anno supereremo le differenze di contesto storico e osserveremo da vicino come “Mai più” è solo una formula vuota e rimastica, se si sceglie di tacere di fronte all’ingiustizia. Nei prossimi giorni parleremo di memoria attiva, fattiva e attuale portando esempi concreti per dimostrare che la violenza è sempre e solo violenza e non può MAI essere giustificata.

Nessuno si salva da solo. O ci salveremo insieme, o non si salverà nessuno.

Collettivo Antigone, I Giorni della Memoria, 2018

Guerra o pace, dove va la scuola pubblica?

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La militarizzazione dell’offerta formativa scolastica nell’esempio di Augusta

Una volta c’erano le visite ai musei, ai centri storici delle città, alle aree archeologiche e alle riserve naturali. Ora ci sono gli open days nelle basi militari. E ci si è ormai abituati a sapere di studenti guidati dai loro professori a spasso tra caserme, aeroporti, navi e aerei da guerra. Purtroppo si tratta di un fenomeno in crescita, il segnale di una preoccupante deriva in senso militarista nella didattica e nella cultura scolastiche.

La scuola che ripudia la guerra e forma cittadini educando alla pace. Oppure la scuola che forgia soldati e sudditi suscitando la passione per le armi, gli eserciti, la disciplina militare, la gerarchia e l’obbedienza all’ordine costituito come unici orizzonti di sicurezza in un mondo diviso in alleati e nemici. Cos’è, o meglio cosa sta diventando, la nostra scuola pubblica? E’ la domanda che emerge osservando la presenza, sempre più insidiosa, delle forze armate e dell’industria bellica nell’offerta formativa e nelle attività educative degli istituti scolastici italiani. Le città e regioni a esserne più interessate, non a caso, sono quelle ove maggiore è la presenza di basi, porti e strutture militari italiane, Nato o statunitensi.

Si prenda ad esempio la Sicilia e in particolar modo Augusta, dove l’intreccio tra scuola e ambienti militari risale ai tempi di Mussolini, se non di Cavour e Giolitti, ed è considerato un fatto normale per una città che è sede del Comando Marittimo di Sicilia nonché uno strategico polo navale Usa-Nato al centro del Mediterraneo. Nelle scuole di Augusta, in accordo con presidi e amministrazioni comunali, la Marina militare organizza manifestazioni culturali, sportive, concorsi a premi, e spesso sopperisce, con le proprie strutture militari, alla mancanza di impianti sportivi scolastici e comunali.

Così, per fare educazione fisica, le scuole sono costrette a bussare alle caserme. A dirla tutta, ultimamente, qualche difficoltà economica s’incontra persino per ritinteggiare le pareti e curare i giardini, tant’è che una volta ci hanno dovuto pensare i marines americani di stanza a Sigonella. E’ successo per alcune classi del 1° Istituto comprensivo “Principe di Napoli”, grazie alla mediazione di un club service. Anche se, va detto, i marines ad Augusta si sono dimostrati pure degli abili operatori ecologici. Lo ricorda bene la Commissione prefettizia, insediatasi in città dopo lo scioglimento del consiglio comunale per mafia, che dei militari statunitensi si è giovata per ripulire uno dei beni confiscati al clan Santapaola. Un terreno di una ventina di ettari bagnato dal mare di Baia d’Arcile che, ironia della sorte, i boss mafiosi avrebbero voluto destinare a residence proprio per gli operosi soldati a stelle e strisce.

istituto arangio ruiz, visita sigonella

*foto proveniente dal web

Non può stupire allora, benché amareggi, la notizia degli studenti del 2° Istituto superiore “Arangio Ruiz” condotti dai loro docenti, mercoledì scorso, a visitare la base militare di Sigonella, nell’ambito – particolare curioso – di un progetto destinato al contrasto della dispersione scolastica e all’inclusione dei ragazzi caratterizzati da particolare fragilità. Ma quali fini e valori educativi possono aver ispirato una siffatta “gita d’istruzione”? E, poi, che tipo di “inclusione” si è inteso promuovere per gli studenti in condizione di fragilità, mostrando loro cacciabombardieri e pattugliatori? 

Analoghi interrogativi erano stati sollevati, la scorsa estate, in occasione della festa della Marina militare ad Augusta, quando gli alunni dei principali istituti scolastici megaresi, accompagnati da genitori e docenti, erano stati chiamati dall’Ammiraglio Nicola De Felice a intonare cori e canzonette, direttamente all’interno della base di Terravecchia. All’evento dall’imbarazzante sapore balilla, aveva partecipato anche l’Assessore comunale alla Cultura, su delega del Sindaco, che ebbe così modo di ascoltare da un gruppo d’ignari bambini il seguente motivetto, tratto dall’Inno dei sommergibilisti di Mario Ruccione, l’autore di Faccetta nera: Andar pel vasto mar, ridendo in faccia a Monna Morte ed al destino! / Colpir e seppelir ogni nemico che s’incontra sul cammino! / E’ così che vive il marinar nel profondo cuor del sonante mar! / Del nemico e dell’avversità se ne infischia perché sa che vincera![1]

Tornando agli studenti del Ruiz, chissà se durante la visita militare a Sigonella, tra un aneddoto e l’altro, sia stato loro spiegato quali programmi e missioni di guerra vedono coinvolta – oggi – la Naval Air Station in uso agli Stati Uniti d’America. E chissà se nel corso della spiegazione sia venuto fuori pure qualche riferimento al “programma droni” del Pentagono e allo schieramento, proprio a Sigonella, dei famigerati aerei a pilotaggio remoto che innumerevoli crimini internazionali continuano a commettere in Paesi come il Pakistan, dove dalle bombe sganciate da questi velivoli, tra il 2004 e il 2014, sono stati uccisi oltre 3800 civili, di cui almeno 200 bambini[2]. Ecco, forse il comandante italiano della base avrà riferito che, grazie a un accordo tra Roma e Washington di cui nel febbraio del 2016 ha dato notizia il Wall Street Journal[3], questi droni armati – dietro formale autorizzazione dello stesso comandante – possono adesso decollare da Sigonella verso i teatri di guerra africani e mediorientali. Così come è probabile che sia stata descritta l’istallazione completata nell’ottobre dello scorso anno, sempre a Sigonella, della Joint Tactical Ground Station[4], una stazione terrestre della Us Army che ha la funzione di intercettare gli strikes di missili balistici e trasmettere le relative istruzioni d’attacco alle forze schierate in assetto operativo. E infine, vista la provenienza degli studenti, si sarà parlato anche del ruolo strategico di Augusta[5], considerata dal Pentagono come parte del complesso aeronavale di Sigonella, per rifornire di munizioni e carburante la Sesta flotta della Us Navy e i suoi sottomarini a propulsione e capacità nucleare che, per le loro comunicazioni, si servono anche della stazione Muos di Niscemi e del relativo sistema satellitare.

C’è da dubitare fortemente che tutto ciò sia stato raccontato. Ma se così fosse, gli studenti avrebbero adesso qualcosa di molto importante e gravoso intorno a cui riflettere, discutere, studiare, agitarsi, maturare. E in tal caso quella scuola avrebbe davvero promosso una “gita d’istruzione” in aderenza al proprio compito costituzionale: educare cittadini liberi, consapevoli e non indifferenti.

di Gianmarco Catalano

*Questo articolo è uscito venerdì 19 gennaio in versione cartacea per la rivista culturale La Civetta di Minerva

[1] Per guardare il video dell’accaduto: https://www.youtube.com/watch?v=6Ya4K8y0cTA ; e leggere la notizia pubblicata dal quotidiano MeridioNews: http://meridionews.it/articolo/55802/augusta-il-coro-della-scuola-intona-canzone-fascista-si-dovrebbero-insegnare-pace-e-rispetto-dei-popoli/

[2] Sui crimini dei droni Usa su scala globale e sul ruolo giocato da Sigonella, di recente si è tenuto a Catania un incontro, organizzato dal Comitato No Muos – No Sigonella in collaborazione con il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali di Berlino (ECCHR), che ha visto la partecipazione di giuristi di fama internazionale: https://nmenzulastrada.blogspot.it/2017/12/litalia-ripudia-la-guerra-convegno.html.  Sulle vicende pakistane, si guardi in particolare l’intervento di Shahzad Akbar, avvocato e direttore del Centro per i diritti umani in Pakistan:             https://www.youtube.com/watch?v=14VpgmgC6xI

[3] Rinvio all’articolo: https://www.wsj.com/articles/italy-quietly-agrees-to-armed-u-s-drone-missions-over-libya-1456163730

[4] Per saperne di più, si legga l’inchiesta del giornalista Antonio Mazzeo:              http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2017/12/sigonella-base-operativa-per-le.html

[5] Per un focus sulla presenza militare nel Siracusano e sul rischio radiologico nella città megarese, si veda quanto relazionato in occasione della conferenza svolta ad Augusta, nel maggio dello scorso anno, dal titolo Augusta, porto nucleare nella Sicilia avamposto di guerra: https://www.youtube.com/watch?v=_56o2kpowFU