Pasqua di Resurrezione

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Da sempre la Pasqua è il simbolo della Resurrezione. Di una vita nuova.
Eppure quasi tutte le notizie degli ultimi giorni parlano di morte e di guerra.
Tradendo l’originale messaggio di pace della Pasqua, viviamo in un mondo sempre più in guerra.

Nel Mediterraneo si continua a morire e i più fortunati vengono recuperati dal mare in condizioni disperate.

Nel frattempo sulla terraferma non si trovano soluzioni ragionevoli alla più grande crisi umanitaria dal Secondo Dopoguerra e gli alti valori incarnati dai diritti umani perdono significato di fronte a assurde violazioni che rimangono impunite di fronte ad una comunità internazionale inerme e distratta.

Noi, che ancora possiamo vivere sicuri nelle nostre case, non riusciamo a reagire in modo umano alla realtà che abbiamo di fronte.
Alziamo muri, chiudiamo frontiere, creiamo apposite strutture dove ghettizzare chi arriva dopo un viaggio infernale e ci barrichiamo, gelosi delle nostre presunte sicurezze.
Diventiamo ciechi. E sempre più spaventati.
Ma la paura non è mai buona consigliera. E infatti commettiamo errori.
Errori così madornali e lesivi della dignità umana posseduta da qualunque persona che mi chiedo cosa ci sia “qui dentro” di così prezioso da difendere a costo della vita altrui.
Cosa possediamo noi di così importante da considerarcene padroni assoluti? Cosa ci dà il diritto di arrogare per noi diritti che neghiamo ad altri?
Che società è quella che respinge i poveri che essa stessa crea e basa ogni considerazione sulla logica del profitto economico?

In questo contesto gli esseri umani diventano così piccoli e ridondanti tasselli di un meccanismo spietato in cui anche il godimento dei diritti fondamentali diventa il privilegio della fortuna geografica.

La Siria ha dimostrato che il diritto internazionale codificato, elaborato proprio per evitare gli orrori del passato, si rivela estremamente fragile di fronte ai soprusi dei signori della guerra.

Safety

*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Ci vuole molto a siglare un trattato internazionale, a negoziarne le clausole e molto poco a stralciarne il contenuto a suon di bombe. Continua a leggere

In morte dell’umanità

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Innocente – chi non è reo di colpa appostagli. Gli innocenti, i bambini. La strage degli innocenti: la commemorazione cattolica degli innocenti uccisi da Erode – “ammazzare gli innocenti a sciabolate”

Innocenza – di chi non conosce il male, di chi lo conosce e non lo commette, di chi non è in età da conoscere il male.

Dal Vangelo secondo Matteo:

Erode […] mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio […] Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia: “un grido s’è udito in Rama,un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più.

L’evangelista, citando Ramah e Rachele, fa un parallelo tra la strage ordinata da Erode e la strage dei bambini israeliti del 586 a. C. per mano dei babilonesi.
Erode sa che il suo potere è in crisi, sa che in futuro potrebbe perdere tutto per cui decide di ammazzare il futuro stesso. Cosa c’è di tanto differente rispetto agli eventi che hanno segnato gli ultimi secoli di storia contemporanea se lo stesso Matteo, già agli albori della civiltà cristiana aveva trovato un precedente a una strage di bambini?

Il progresso della scienza e della tecnica, governato dalle regole di un pantagruelico Risiko, è inversamente proporzionale al progresso morale di un’umanità che da sempre venera statue, icone dipinte e antichi poemi con l’unico fine di dare un senso alla morte, all’idea che tutto è destinato a finire nonostante s’ostini a volerci convincere di difendere la vita a tutti i costi.
Nel nostro paese si fanno tante chiacchiere sul diritto alla vita e si difendono con la stessa veemenza confini immaginari sporchi anche del sangue di milioni di bambini che avevano un cervello, due gambe, due mani, un’infanzia da trascorrere.

L’Umanità è morta. Lo dice l’Unicef.

L’Umanità è morta, di nuovo.
L’Umanità muore ogni giorno, ogni volta che permettiamo l’esistenza di un dittatore; ogni volta che quel dittatore malato di mente e legittimato da qualche super potenza, dà ordine di sganciare una bomba su una scuola, su un ospedale, su una casa.
L’Umanità muore ogni volta che una bambina viene data in sposa; ogni volta che un bambino lascia i quaderni per imbracciare un fucile, una vanga o una macchina per cucire.
L’Umanità muore ogni volta che i paladini della vacua cultura occidentale prestano il fianco a quest’assurda e forzata dicotomia tra Islam e Cristo perché, sarebbe ora di ammetterlo, l’unica cosa che continua a essere difesa è la ricchezza che passa dal petrolio ai signori della guerra, i finanziatori di queste stragi: i veri mandanti che un giorno non troppo lontano, laveranno via l’onta per mezzo di ridicole commemorazioni come fu per la Bosnia. La Bosnia però è vicina, è il cuore dell’Europa; il Sudan, la Siria, l’Afghanistan, lo Yemen, la Turchia sono abbastanza lontani da non poter fare veramente male. Non sono Parigi, Berlino, San Pietroburgo, il Colorado. Siamo onesti: chiudiamo fuori quell’orrore ‘ché non può raggiungerci.

Un orrore che è dentro di noi: siamo noi.
Dunque, aiutiamoli a casa loro con l’ignoranza, l’ipocrisia e l’inadeguatezza della nostra classe politica.
Quando una Stato si piega ai ricatti della strategia, rimpatriando un bambino e sua madre, rispedendoli là dove rischiano di morire – in Kazakistan, ad esempio – quello Stato perde il mio rispetto ma a quello stesso stato rappresentato dalla mediocrità più disarmante, non interessa il rispetto dei popoli quando si nutre della paura verso i potenti.
Uno Stato così scialbo e sciatto che non sapendo come difendere gli oppressi, li opprime; che non sapendo come parlare di persone, enumera percentuali e tassi e proporzioni e finti successi e presentazioni e tavoli e congressi.

Quando si uccide un bambino, quando lo si percuote, lo si stupra, quando lo si annulla, lo si cancella, quando non lo si difende, non si merita di arrivare a vedere la prossima alba.

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P.P Rubens – La strage degli innocenti, 1637. Alte Pinakothek, Monaco.

Di Cristina Monasteri

Due sponde, un solo mare.

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Ph. Copyright Roberta Conigliaro

Due sponde, un solo mare: la “mostra in divenire” di Roberta Conigliaro approda a Milano, dove verrà inaugurata questo giovedì – 6 aprile, ore 18:30 – al Milan Art & Events Center.
Una mostra in divenire con l’obiettivo di portare testimonianza, confronto, comprensione, alternative: da Tunisi a Trapani e Siracusa integrando, prima di tutto, le arti dalla scultura alla poesia al disegno.
Roberta Conigliaro, artista autodidatta, siciliana di nascita e romana d’adozione, porta alla luce la dimensione umana, fisica e concreta delle migrazioni con gli occhi di chi vive in prima persona l’esperienza di un trasferimento alla ricerca di nuove opportunità.
Che differenza c’è tra un ragazzo italiano e un ragazzo siriano o della Costa d’Avorio o del Mali? Perché un ragazzo siriano o della Costa d’Avorio o del Mali deve scappare necessariamente dalla guerra, dalla distruzione, dalla morte? Non si può semplicemente viaggiare alla ricerca di una nuova vita come fanno le migliaia di nostri “cervelli in fuga”?
L’artista intraprende una ricerca del significato di “futuro migliore possibile” e, mossa da questo pensiero, si fa creatrice di immagini aggraziate ma dolorose: abitanti di diverse sponde ma di un solo mare.

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Ph. Copyright Roberta Conigliaro

La necessità di parlare della terribile ingiustizia che ci ostiniamo a chiamare da anni “emergenza migratoria” ha guidato la sensibilità di Roberta fino alla consapevolezza del fatto che se qualcuno sente ancora il bisogno di denunciare, di mostrare e di dimostrare, forse l’umanità non ha fatto abbastanza ma, allo stesso tempo, vuol dire che abbiamo ancora spazio da riempire con i racconti degli innumerevoli viaggi e, soprattutto, che abbiamo ancora spazio libero da condividere.

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Ph. Copyright Roberta Conigliaro

File di persone, madri, esseri umani accatastati su un’arca.
Suggestioni: la scultura di Roberta sussurra e si lascia ammirare nella sua grazia nonostante ora stia raccontando la più grande tragedia del nostro secolo. 

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Ph. Copyright Roberta Conigliaro

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Due sponde un solo mare
Roberta Conigliaro Solo exhibition
Dal 6 al 22 aprile MA-EC, Milano

di Cristina Monasteri

Fiori di campo

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[da “Fiori di Campo” di Marina Galici]

Io, qui, sono libero.

Libero… Non capivo. Provai a cercarlo e non lo trovai, e molto di più. Stava ritto fronte a me, e non c’era. Lontano, troppo lontano. Corso via. A briglie sciolte. Neppure la mia più audace curiosità l’avrebbe potuto raggiungere. Giammai le mie gambe.

Il pensiero prese la via e la via si perse sul raggio di quegli occhi verde muschio. Smisurato l’iride, sterminata la prateria. Io, rimasta indietro, inevitabilmente, potetti solo attenderlo nel silenzio e ascoltarne il galoppo.

Perché io, qui, sono nessuno. Nessuno…

La mente, in pausa su libero, inceppò da ferma su nessuno.

Davanti me, il mio terzocchio e alla macchina fotografica, che ogni tanto per impulso, a battito ciliare, scattava un click, un giovane ragazzo rom, corazzato da personaggio epico. Storia e storia delle storie. Li aveva tutti addosso i segni, le cicatrici e le date.

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Salvatore

Lo vestivano con decoro, di fulgida accettazione. Anzi… direi commemorazione.

Come un eroe superstite del tempo e delle sue spade.

Mio figlio portava la sua stessa età, ma lui sembrava non l’avesse ancora ricevuta.

Sapeva, intuiva, che il mio obiettivo era magnetizzato da ogni sua anche impercettibile, quanto fuggevole espressione, che lo stava avidamente cercando, scandagliando, nell’illusione di seguirlo, in quel verde sconfinato che sconfinava il Campo, la terra sotto i nostri piedi. E si pronunciò, bersaglio,  spontaneamente.

Perché non sbagliassi mira.

Salvatore Sali, questo è il suo nome… Quinto di sette fratelli, di genitori kosovari, fuggiti dalla guerra contro la Serbia nel 2000; condannato all’espiazione d’esser nato d’etnia Rom entro un lager legalizzato da una democrazia dannosamente tollerante per opportunismo economico, indifferenza umana e pregiudizio stereotipato – così si presentò: libero e nessuno.

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Erdizan, Salvatore, Nirvano Sali

In due sole coordinate, tra paralleli e meridiani, racchiuse quell’insensato Campo, nell’intersezione lui, il senso.

E mi resi conto, in quel preciso istante, che non a tutte le parole avrei avuto possibile accesso; che le parole d’un popolo soggiaciono ad una genetica che è propria, come la loro pelle, viscere e cervello; che solo l’intuito sarebbe potuto essere, parzialmente, un accesso iniziatico; che la conoscenza e il suo carico avrebbe potuto raccogliere solo attraverso un percorso empatico. D’emozione, pathos e volontà.

L’umiltà che non umilia. L’umiltà che non stingue, estingue, distingue le anime, ma ne affranca la coscienza.

E riecheggiarono… – Io sono libero, io sono nessuno -.

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In kampina

E Nessuno mi condusse inconsapevolmente tra i banchi di scuola, sulle pagine di un’Odissea impressa a violazione nero su bianco, come le mie foto in quel momento, ignara. Ignara del senso intimo del suo etimo, colui che è odiato, Odisseo.

E Nessuno fu Ulisse, l’irritato o lo zoppo.

E Nessuno fu chi si salvò da morte certa, dalle fauci avide del Ciclope ad un occhio, da chiunque con voracità, per mediocrità d’essere o vana ambizione, sbrana, inghiotte in un boccone unico viandanti o ingenui esploratori. Il mostro che non abita, caverna. Lì, dove il bisogno, il freddo, la fame rende più friabile la terra rocciosa. Gli anfratti dell’anima.

E Nessuno è Salvatore. Senza nome, senza corpo, senza foglio di via, il suo fantasma può vagheggiare e correre dentro e fuori le iridi. Alcuno s’accorgerà dell’assenza, della presenza.

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Salvatore e i fratelli

Il nostro nome reca in sé una storia e, il più delle volte, greve da reggere sulle spalle, trasportare; carica com’è dei turbamenti, sofferenze, gioie e rinascite degli avi, tutti sempre vincitori e vinti; pesa com’è d’attributi e appellativi impressi a forza per poterci definire, chiamare, renderci persone. Individuabili. Assimilabili.

Il nostro nome siamo noi, per la vita chiamati all’appello, ad essere il non essere, a fare il non fare. Un’affermazione che nega. Una prigionia indeterminata, lesiva dell’anima. Una missione mancata. Un viaggio nel labirinto. Dal battesimo alla lapide.

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Salvatore e la madre Hajrije

Così capii, e fui al suo fianco, per via d’una percezione, per via d’un silenzio, per via d’una attesa…

Neppure il gigante più predace e famelico avrebbe potuto ingurgitare un Nessuno.

  • -Io sono Nessuno – e Salvatore si sottrasse alla morte di un nome negato. E fu libero.
  • Eppure io, in questo preciso istante, ho in luce e fotografo un pensiero errante, imprimendolo in negativo, e mi chiedo – i fantasmi son vivi o sono morti?-

Salvatore Sali è nato a Palermo l’ 8 agosto del 1991, e ancora Palermo non lo sa, non iscrive il suo nome in alcun documento che gli riconosca uno spazio nel mondo, un’identità che lo presenti.

Salvatore ha tentato innumerevoli volte di fuggire via da quel Campo, di varcare la frontiera in cerca di una realtà che lo accolga, che gli possa rendere con un lavoro un tentativo di dignità. Salvatore per le stesse innumerevoli volte è dovuto ritornare indietro, perché ad un Nessuno non è concesso andare dove le gambe corrono, dove la mente respira, dove il cuore palpita…

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Salvatore si racconta al fotografo Michele Di Dio

Il progetto è un cantiere aperto. Iniziò al mio primo ingresso al Campo, per l’Ederlezi del 2011. L’emozione di quel giorno fu talmente irruente, che ci volle una settimana per quietare la tachicardia adrenalinica ed emozionale. I bambini, allora, erano così tanti… Sbucavano da ogni dove. Imprevedibili, solari, selvaggi, colorati di sole e sporchi di terra. Non potetti fare a meno, nel giorno della loro festa di Primavera, riconoscerli, scoprendoli come “fiori di campo”, da qui il gioco ovvio di parole. Malgrado, pur mantenendo lo stesso termine e suono, lo scambio di significante, rimandasse al divario amaro dei due significati: il campo, come distesa spaziante e libera, di contro ad un Campo, come area recintata e costretta. Il progetto partì quel giorno, tra scatti rubati e pensieri da pagare. Sinora non ho mai arginato, con un intento ben definito, il fine di questo lavoro; per sua natura, per mia natura, si rivela ancora impossibile, perché quando tenti di connetterti con il “diverso” da te, con lo sconosciuto, di indagarlo per conoscerlo, scopri che è su te stessa che stai indagando, sul tuo lato oscuro. Il progetto, quindi, lascio che sia, finché esaurirà in me parole e immagini da carpire. Allora penso che chiudendosi si autodefinirà da se. E capirò cosa ne vorrò fare…

Di Marina Galici.

 

La prigione come metafora della Palestina: incontro con Mai Masri

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Mercoledì 15 marzo, si è tenuta a Roma l’anteprima nazionale del film realizzato dalla regista palestinese Mai Masri, 3000 Notti, suscitando un piccolo caso a causa della cancellazione dell’evento che si sarebbe dovuto tenere al Teatro Palladium nell’ambito delle Giornate della cultura palestinese. Tra lo sconcerto dei più è la stessa Masri a dire: «Sono arrivata a Roma lunedì, molto emozionata per il fatto che il mio film sarebbe stato proiettato in uno dei teatri più grandi della città, il Palladium, in collaborazione con l’Università di Roma Tre, sponsorizzato dall’Archivio del movimento operaio e dall’Ambasciata palestinese». Alla fine, dando un forte segnale di “resistenza culturale”, come sottolineato anche nel corso del dibattito che ha seguito la visione del film, 3000 Notti è stato presentato nella sala Zavattini dell’Archivio del Movimento Operaio in tre proiezioni successive: alle 16, 18 e 21 e alle 20 la regista ha potuto incontrare il pubblico . L’Aamod ha accolto, infatti, con sorpresa la notizia della cancellazione dell’evento ed ha offerto la sua sala cinematografica. Spiega la regista palestinese: «Al mio arrivo ho scoperto che il mio film era stato tolto dal programma, per non dire cancellato». Di lì a breve un comunicato stampa della Fondazione Palladium Roma Tre e uno dell’Ambasciata di Palestina in Italia hanno annunciato, però, che la proiezione sarebbe stata semplicemente rimandata al 6 aprile, occasione in cui si terrà anche una tavola rotonda sul cinema palestinese con la regista, dei critici cinematografici e – conferma l’ufficio stampa dell’ambasciata palestinese a Roma – la stessa ambasciatrice Mai Alkaila. Di certo questo susseguirsi di incomprensioni ha generato molti dubbi lasciando trapelare ovvie problematiche politiche che, come spesso accade, finiscono per colpire l’arte come mera vittima sacrificale. Si diceva, però, che l’evento si è tenuto ugualmente e la risposta del pubblico è stata massiccia: questa è la più forte e importante risposta. Quello che è accaduto a Roma lo scorso 15 marzo è la dimostrazione evidente della resistenza di una corposa parte di società che non è disposta a sacrificare la cultura e l’arte soprattutto quando questa si fa portavoce di messaggi importanti, chiari e urgenti.

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Incontro con Mai Masri. Sala Zavattini, Roma (Mai Masri, Leonardo De Franceschi, Monica Maurer dell’Aamod)

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Racconti una storia e poi vorresti raccontarle tutte, Jean-Claude Chincheré

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Con ritardo mi trovo a scrivere questo testo per Antigone che più che collettivo mi sembra una grande famiglia. Una realtà così bella, così vera, che viene voglia di abbracciare i suoi componenti uno ad uno.
Sono stato invitato a raccontare quella che è stata l’esperienza che mi ha stravolto un po’ tutta la vita.

Fino a un paio di anni fa sapevo veramente poco del Libano e della vita dei rifugiati in questo Paese. Nel febbraio del 2015 mi trovavo a Mons in Belgio, in una classe internazionale di cinema in cui incontrai delle ragazze libanesi che mi raccontarono quello che stava succedendo nel loro Paese. Rimasi folgorato dal loro racconto e decisi che una volta tornato in Italia mi sarei documentato meglio sulle condizioni dei rifugiati siriani. In quello stesso periodo mi trovavo a dover decidere un tema per la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Torino, corso di Nuove Tecnologie per l’Arte. “E’ fatta!” pensai, prenotai i biglietti aerei per agosto, direzione Beirut! Nel frattempo avevo contattato il dipartimento di comunicazione di “UNICEF Lebanon” che da subito ha accettato il mio progetto e mi ha offerto completo supporto logistico nei campi informali nella Valle della Bekaa. In questa vallata a est di Beirut c’è la più grande concentrazione di rifugiati siriani in territorio libanese, circa 600.000 persone, per lo più donne e bambini.

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Antigone va a scuola

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Una madre lega alla sua piccola cassette di polistirolo per non farla inghiottire dal mare

Tutto si ferma nella mia testa dopo queste parole di Francesco Malavolta. Resta solo quella foto e le mille domande che chiunque si pone dopo aver osservato un’immagine del genere. Una bambina piccolina, di circa sette anni, con i capelli castani e scompigliati dal vento, una magliettina e dei pantaloni.

Qual è la differenza tra lei e quella che ero io undici anni fa? Perché per andare a mare io avevo i braccioli e lei invece delle vaschette di polistirolo?

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta

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Cooperazione e Patrimonio della Natura

Articolo 16 Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, né la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.

Photo Copyright Francesco Malavolta

 “In definitiva, la pace si riduce al rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo – opera di giustizia è la pace – mentre la guerra nasce dalla violazione di questi diritti.”

(Papa Giovanni Paolo II)

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Inclusione e Unione

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Articolo 14 Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, la necessità dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse ad un’uguale divisione, non solo dei beni di fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell’imposta.

Photo Copyright Francesco Malavolta

“Ma la virtù vera degli esseri umani è quella di saper vivere insieme come degli uguali; di non pretendere altro per sé, tranne ciò che concedono con pari liberalità a tutti gli altri; di considerare qualsiasi posizione di comando come una necessità eccezionale, e in ogni caso temporanea; e di preferire, ogni qual volta sia possibile, un tipo di associazione di individui che consenta alternanza e reciprocità nel guidare ed essere guidati.”

John Stuart Mill
(da L’asservimento delle donne, in La libertà, L’utilitarismo, L’asservimento delle donne, p. 397)”

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Nulla più soffocherà la mia rima

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Articolo 12
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina necessita una maggiore utilità ; questa garanzia deve essere istituita per il vantaggio di tutti e non per l’utilità particolare di quelle a cui essa è affidata.

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Ph. Michelangelo Mignosa

Vorrei citare Berta Càceres, paladina dei diritti umani e dell’ambiente, assassinata nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016, in Honduras. Berta aveva vinto nel 2015 il Premio Goldman per l’Ambiente, il più alto riconoscimento assegnato ai difensori dei diritti dell’ambiente per le vittorie conseguite nel proprio contesto comunitario. Da anni, insieme al Consiglio civico delle organizzazioni indigene e popolari di Honduras (COPINH), conduceva una campagna contro la costruzione di una diga idroelettrica che minaccia il territorio del popolo nativo Lenca. In occasione dell’anniversario della sua morte, Amnesty International ha inviato all’Ambasciatore dell’Honduras in Italia le oltre 11.000 firme raccolte per chiedere giustizia sulla sua uccisione.

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