Il mondo dopo la Grande Bomba.

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Da quando anche le scuole clandestine sono chiuse vado col vecchio a raccogliere carta e cartone. Ci pagano in semi di zucca e legumi secchi, sempre troppo pochi. Raccogliamo anche oggetti che possono essere riutilizzati: vecchie scarpe, pezzi di coccio, contenitori di plastica. Magari una macchina da cucire può diventare una piccola màcina, una canna da pesca può farsi stampella e una caffettiera, con qualche sapiente modifica, potrebbe essere utile a distillare un po’ d’alcol dalle radici che ancora crescono in questa terra dura, piena di sale e polverosa.
Questa infinita landa rossa è l’unica cosa che si vede dalle poche alture della regione.
Terra e polvere a perdita d’occhio mentre io e il vecchio alziamo piccole nuvole intorno ai nostri piedi scalzi.
Rame non se ne trova più da anni. È come l’acciaio ma di un colore tra l’oro e il marrone, dice.

Com’è l’oro?

Oggi dobbiamo andare a prendere l’acqua, ché è finita. Abbiamo sistemato le taniche di plastica e i bottiglioni e i fiaschi sul carretto arrugginito.
Dice che l’ha fatto suo padre assemblando pezzi di un Continua a leggere

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Nessun Uomo è un’isola

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Nessun uomo è un’Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall’onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all’Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

John Donne

 

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Photo Copyright: Michelangelo Mignosa – Poveri Cristi

 

L’abbiamo scritto in più occasioni ma è il caso di ribadirlo: i flussi migratori provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente coinvolgono i paesi Mediterranei a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento e cioè dalla caduta del Muro di Berlino. Non si tratta di un’emergenza bensì di una situazione che non può continuare a essere ignorata nascondendosi dietro le linee immaginarie dei confini, senza considerare che ogni Stato appartiene a un contesto globale fatto di interconnessioni e di equilibri economici, sociali e culturali in continua trasformazione proprio alla luce delle strategie politiche di ogni paese.

I confini esistono proprio perché nessun paese è una zattera alla deriva nello Spazio. Perché non iniziare a considerarli come “giunture” piuttosto che barriere?

I flussi migratori non cesseranno ora, ne’ nei prossimi anni perché nel Mondo esistono conflitti che causano milioni di sfollati.
Non si può però pensare alla guerra come all’unico “motivo valido” per fuggire dal proprio paese. Le altre cause di migrazione massiva sono i disastri naturali causati dalla deforestazione, i terremoti e gli tsunami che da decenni colpiscono i paesi asiatici e quelli africani; le carestia e le condizioni di estrema povertà (Sudan e Sud Sudan, ad esempio); le persecuzioni religiose (ricordiamo la tragedia vissuta dal popolo Rohingya ); le numerose dittature e le forme di governo autoritarie che privano la propria popolazione dei diritti umani o che obbligano all’arruolamento forzato.

 

Tutta l’Africa in Italia non ci sta.

Nel settembre del 2015, il Consiglio europeo per la Giustizia e gli Affari Interni, ha adottato nuove misure per la ridistribuzione dei richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia. Tra il 2015 e il 2018, l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM) ha assistito alla ricollocazione in altri paesi europei di quasi 35 mila persone bisognose di protezione internazionale, poco meno di 600 tra loro sono i minori non accompagnati.

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Fonte: IOM – sezione Relocated

 

La tratta*

La presenza di conflitti o disastri ambientali nel paese di partenza (non necessariamente è il paese di origine), rende i migranti più vulnerabili al traffico di esseri umani durante il viaggio verso l’Europa, soprattutto sulla route del Mediterraneo centrale, rispetto alla route balcanica.
Quando parliamo di tratta, di traffico di esseri umani, intendiamo in primis le condizioni di detenzione e schiavitù in cui versano le persone in stallo nei campi libici: spesso i trafficanti tengono uomini, donne e bambini in ostaggio e, solo quando le condizioni di salute sono tanto critiche da impedire ulteriori sfruttamenti, vengono imbarcati e lasciati alla deriva in mare. Molte donne subiscono violenze sessuali: è questo il motivo per cui ci sono molte donne incinte a bordo delle imbarcazioni recuperate dalle ONG e dalla Guardia Costiera.

Libia e Turchia, porte verso l’Occidente?**

La Libia è uno tra i paesi di transito e la situazione politica attuale la rende uno degli stati in cui i migranti sono maggiormente vulnerabili allo sfruttamento e al traffico di esseri umani.
Molti rifugiati dichiarano di essere stati imbarcati con la forza, altri con l’inganno di una prospettiva lavorativa, altri ancora con proposte di matrimoni combinati. I minori non accompagnati sono le vittime più comuni della tratta.

La Turchia ha rappresentato, negli ultimi decenni, un paese di passaggio per le popolazioni dell’Asia provenienti soprattutto dal Medio Oriente, ma rappresenta anche una destinazione per molti di loro: secondo il DGMM (Direzione Generale Turca per le Migrazioni), quasi 4 milioni di migranti sono presenti nel territorio turco, la maggior parte di loro proviene dalla Siria, dall’Iraq, dall’Iran e dall’Afghanistan.

 

Al di là della propaganda elettorale e delle notizie parziali o addirittura false, al di là delle ridicole moltiplicazioni tra il numero di persone in arrivo e i fantomatici trentacinque euro al giorno, al di là della cattiva fede di un Governo che tiene in ostaggio più di 600 persone in mare aperto in condizioni disumane perché poco avvezzo alla diplomazia e alle pratiche democratiche nel rispetto della legge e degli accordi siglati, ci chiediamo come poter estirpare il germe d’odio che soffoca gli italiani.

Soprattutto, ci chiediamo come persone con due gambe e due braccia, soprattutto due occhi e una testa, persone che vivono intorno a noi, che amano i propri figli, che amano gli animali, persone stese in spiaggia accanto a noi, in fila alla posta con noi, persone in coda alla cassa del supermercato, persone che preparano i nostri pasti, che ci vendono gli abiti, persone che ci aggiustano i telefonini o che ci consegnano la pizza a casa; ci chiediamo come sia possibile per queste persone cedere alla faciloneria di assenteisti e ipocriti piuttosto che fare seriamente propri i valori cristiani fondativi della nostra civiltà.

Possibile che i protettori della cultura cattolica si battano per un crocifisso e non per un povero Cristo?

 

 

R-esistete


*
http://migration.iom.int/docs/Migrant_Vulnerability_to_Human_Trafficking_and_Exploitation_Brief_November_2017.pdf

 

** http://migration.iom.int/docs/DTM%20Libya%20Round%2018%20Migrant%20Report%20(March%202018).pdf

http://migration.iom.int/docs/Flow_Monitoring_Surveys_Analysis_Report_Turkey_May_2018.pdf

Tornate a casa vostra: Aliou, storia di un sarto in fuga dal Gambia

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Ho 17 anni, mi chiamo Aliou e vengo dal Gambia. Sono partito per avere un futuro migliore e speravo di andare in Niger, ma non avevo soldi per il viaggio e quindi prima mi sono fermato in Burkina Faso dove ho vissuto un periodo durissimo: in quel paese non conoscevo nessuno, ero completamente solo e senza soldi. La vita era durissima e ho dovuto chiamare la mia famiglia per chiedere aiuto, ma a casa non avevano denaro da mandarmi. Così ho atteso che mio fratello mi desse i soldi necessari per arrivare in Niger, ad Agadez, dove sono rimasto per molto tempo. Un mio cugino era a Tripoli, in Libia, e conosceva un trafficante che mi ha fatto entrare nel paese, ma una volta arrivato ho dovuto lavorare duramente per poter guadagnare e continuare il viaggio. Sono rimasto nove mesi a Sabha: la Libia è un posto indescrivibile, ci sono giorni in cui lavori tutto il giorno ma alla fine non ti pagano o ti picchiano. Ho vissuto così, nel terrore, per nove mesi.

Quando alla fine avevo raccolto i soldi per pagare il trafficante che da Sabha mi avrebbe portato a Tripoli, glieli ho consegnati, ma invece di portarmici mi ha derubato. Con immenso dolore sono rimasto lì e ho continuato a lavorare lo stesso per pagare un altro trafficante. Questa volta il trafficante mi ha fatto partire, ma il viaggio verso Tripoli è stato terribile: di solito durerebbe qualche ora, ma noi ci abbiamo messo due settimane e, siccome in quel periodo d’era il Ramadan, non potevamo bere o mangiare. Per tutto il viaggio verso Tripoli abbiamo praticamente bevuto solo acqua quando riuscivamo. Arrivato in città, la mia avventura è continuata e ho ricominciato a lavorare per pagarmi il viaggio sulla barca: era quello l’unico modo per non morire. Dalla Libia si può uscire vivi solo salendo su una barca e sperando di toccare terra.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta, 2018

Dopo aver pagato, un nuovo trafficante ha portato me e altre persone a mare, lasciandoci lì ad aspettare che arrivasse il nostro turno per imbarcarci: io ci ho provato due o tre volte a salire su una imbarcazione in partenza, ma ogni volta non ci riuscivo perché erano in troppi a bordo. L’attesa è stata lunghissima e non avevamo cibo o acqua: siamo sopravvissuti grazie a Dio e abbiamo bevuto acqua salata fin quando non siamo riusciti a imbarcarci. Dopo qualche ora dalla partenza, è arrivata una grande nave italiana che ci ha salvati e da quando siamo saliti a bordo è cominciata una nuova vita. Abbiamo avuto da mangiare e da bere, è cambiato tutto. Per tre notti siamo rimasti sulla nave, poi ci hanno fatti sbarcare a Catania dove ci è stato dato altro cibo e altra acqua fin quando non è arrivata la macchina che ci ha presi e portati qui ad Augusta dove vivo adesso.

Appena sono arrivato al centro, mi sono lavato e ho incontrato delle persone meravigliose che mi vogliono bene e si prendono cura di me. Da quando sono arrivato non mi è mai mancato nulla e ci sono tante persone che si preoccupano per me. Il mio sogno è tornare a fare il sarto, come facevo nel mio paese, e nel frattempo studio italiano e vado a scuola. Non avrei mai immaginato di venire in Italia: il mio piano era di andare in Libia per lavorare lì, ma è impossibile sia viverci che tornare indietro. Non avevo idea di cosa mi aspettasse e non vorrei che qualcun altro facesse lo stesso viaggio che ho fatto io.

Abarakà: grazie


Aliou è uno dei ragazzi del gruppo intermedio cui insegno italiano. È fra i più volenterosi e motivati a imparare la lingua. Credo non sia mai mancato a una lezione, nemmeno con la febbre a 38. Stiamo cercando di realizzare il suo sogno di diventare sarto o quantomeno di valorizzare il suo talento e speriamo di riuscirci presto. In ogni caso, per adesso, siamo felici che sia stato selezionato per un tirocinio nel settore agricolo al termine di un periodo di formazione professionale. Qualunque cosa gli riserverà il futuro, noi speriamo di camminare al suo fianco.

di Maria Grazia Patania

شكرا! Grazie: il dono del tempo insieme

شكرا!

Ieri ho imparato la mia prima parola in arabo: una parola breve, che sembrava semplice ma che non riuscivo proprio a pronunciare correttamente. “Shokran”. Vuol dire “grazie”.

Ogni volta che torno a casa dopo essere stata al centro, mi sento sempre un po’ più felice, ma ieri mi sentivo più “ricca”.

Quando vado, parlo sempre con loro in italiano e in inglese, ma ieri mi hanno voluto fare questo regalo. Dopo aver risposto correttamente a una mia domanda, ho esclamato “bravissimi” e loro mi hanno risposto in una maniera incomprensibile, che a me, in realtà sembrava, un po’ una parolaccia. Vedendo la mia faccia strana, sono subito scoppiati a ridere e mi hanno spiegato che mi stavano ringraziando in arabo. Quando ho provato a ripetere quello che mi avevano detto, si sono invertiti i ruoli: io ero diventata l’alunna curiosa che voleva imparare e loro i maestri attenti e desiderosi di trasmettermi qualcosa. E come si impegnavano! Io non riuscivo a ripetere una parola così piccola e loro in pochissimi mesi hanno già imparato il passato prossimo, l’imperfetto e persino il futuro. Tornando a casa pensavo alla loro forza, alla loro determinazione e alla loro voglia di integrarsi in una città completamente nuova. Quello che ogni volta mi sorprende è la loro voglia di imparare.

“Subito dopo aver imparato l’italiano, voglio fare lezioni di informatica”, mi ha detto l’altro giorno uno di loro.

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Stare con loro per una o due orette mi dà sempre una carica in più. Arrivata a casa, inizio a parlare e a parlare e non finisco più. Racconto alla mia famiglia di chi si prepara al Ramadan, di chi quel giorno non è venuto o di chi mi sembrava triste o stanco; delle loro facce arrabbiate a causa delle tante eccezioni grammaticali ma anche dei loro sorrisi quando capiscono le regole; degli abbracci, delle loro curiosità, delle loro continue domande sull’università, sui miei studi e sugli esami. Ogni volta mi aprono una piccola finestrella sul loro mondo e mi permettono di dare una sbirciata.

Abbiamo lo stesso sangue rosso, sogni e speranze molto simili, due braccia, due gambe e due occhi. Eppure siamo diversi. Ma diverso, non vuol dire brutto, incompatibile o cattivo. Diversità è ricchezza. Io ti racconto qualcosa di me, tu mi racconti qualcosa di te ed entrambi siamo più ricchi.

di Aurora Di Grande

Donne-madri

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«Aveva mia madre quella sua natura così lieta, che investiva ed accoglieva ogni cosa, e che di ogni cosa e di ogni persona rievocava il bene e la letizia, e lasciava il dolore e il male nell’ombra, dedicandovi appena, di quando in quando, un breve sospiro.»

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963

Mi ritrovo, per motivi professionali, a leggere un libro* sulle dinamiche psicologiche che intervengono nella mente del bambino durante l’apprendimento. Dopo poche pagine sono già in crisi. Perché (e c’era da aspettarselo) esiste una profonda analogia tra rapporto madre-bambino e docente-allievo.

Leggono questo libro alcune madri, mie colleghe, e ci ritroviamo a discuterne insieme. Loro sono chiaramente più in crisi di me: chi ha già figli adolescenti, chi è in attesa, chi ha un marito o dei nonni presenti e disponibili, chi si è trovata improvvisamente a dover essere sia madre che padre.

Mi confidano di temere di aver sbagliato tutto e di avere la percezione di quanto sia facile commettere errori con i figli; lentamente, vengono fuori tutte le loro ansie e preoccupazioni. Sono donne nella quotidianità, donne diverse tra loro, ma “come tante“, che sembrano non fermarsi mai, che cercano di fare il loro meglio affinché i loro figli siano e si sentano sani, felici, amati.

Photo Copyright Francesco Faraci

Eppure, in queste eroine silenziose, sembra covare anche una fragilità assoluta quando si fermano a pensare alle implicazioni che concretamente comporta l’essere responsabile di un essere umano che sentono parte di loro, ma che è a loro esterno. Si chiedono che tipo di uomini e donne saranno un giorno i loro figli, soprattutto si preoccupano della capacità che questi bambini-futuri-adulti avranno nell’affrontare l’altalena emotiva congenita nel processo di crescita. Certo, una madre sa che il figlio ha bisogni necessari fisiologici, sa che deve prendersi cura del bambino affinché cresca sano e forte, vorrebbe essere sempre infallibile e sentirsi una madre perfetta. Ma qual è il modo giusto per garantire, oltre che un corpo, una mente emotiva e relazionale sana, una volta che il figlio andrà solo per il mondo?

Ed è qui che il “mestiere” di madre diventa difficile. Se ci sono istruzioni su quanti millilitri di latte dare e ogni quanto, non ci sono regole esatte e assolutamente infallibili che garantiscano di aver fatto la cosa giusta per contribuire in modo positivo alla formazione dell’individuo.

Ed è crisi. Perché il bambino, in quanto figlio, ha diritto ad avere un’emotività che si forma e si trasforma, ma la madre? La madre come fa con la sua emotività? Come fa a gestire ciò che comporta il suo essere diventata madre?

Ciò che percepisco confrontandomi con queste donne-madri è proprio la difficoltà ad essere madri sempre, imponendo a se stesse scelte che comportano il loro continuo mettersi in discussione, in un precario equilibrio tra il voler essere all’altezza del compito e il timore di non riuscirci. Lo dicono a voce bassa, hanno paura di essere giudicate o, peggio, di sentirsi loro stesse madri snaturate o inadeguate.

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Photo Copyright: Francesco Faraci

Leggendo il libro, invece, viene fuori che l’eventuale senso di inadeguatezza derivante dall’essere diventata madre è, non solo legittimo, ma va riconosciuto ed affrontato, sia per ricostruire la propria identità, inevitabilmente modificata dal nuovo ruolo genitoriale, ma soprattutto per instaurare un più sano legame e poter contenere le frustrazioni del bambino.

«Se la mamma può accettare i propri vissuti di inadeguatezza, anziché proiettarli sul bambino vissuto come figlio inadeguato e persecutore ingrato, permetterà il prevalere della fiducia nelle proprie risorse e in quelle del bambino, contribuendo al formarsi di quelle ipotesi e pensieri che costituiranno le premesse per il normale sviluppo cognitivo del bambino.»*

Una donna-madre non può ignorare se stessa perché il rischio è che, non solo non sia abbastanza forte da contenere le spinte emotive del figlio, ma possa involontariamente e inconsciamente riflettere sul figlio le proprie frustrazioni negate.

Certo, una madre mette sempre il figlio al primo posto, ma non può trascurare sempre la propria emotività, anche quando serve coraggio per guardarsi allo specchio e accettare il fatto che non c’è nulla di sbagliato nell’essere fragile, nulla di inadeguato nel desiderio di continuare a sentirsi un individuo legato, ma anche staccato e diverso da quel figlio che altro da sé.

L’amore per i figli non vacilla, non si placa, non si assopisce, non si altera, eppure non si smette di essere donna perché si diventa madre. Queste donne-madri sono straordinarie. Sono quelle che riescono a rispettare e indirizzare le spinte naturali di quei figli che troppo spesso si vorrebbe fossero come i genitori; sono quelle che riescono a dare ai figli gli strumenti di discernimento affinché trovino il loro modo di stare al mondo; sono quelle che accettano la diversità del figlio senza dimenticare la propria e continuando a scoprirsi sempre nuove e capaci di trovare la forza anche quando credono di non farcela. Sono tutte le madri che lavorano dentro e fuori casa e che sembrano non stancarsi mai; quelle che non si lasciano sopraffare dalle ansie, ma imparano a gestirle e a contenere quelle dei figli.

«La funzione genitoriale può aiutare il bambino a trasformare e attenuare la sofferenza psichica dell’apprendere a relazionarsi con il mondo esterno, anziché annientarvisi, nella misura in cui la stessa madre può trattenere e trattare nella sua mente le proprie angosce e difficoltà e rimanere, nel contempo, in contatto con il bambino quando questi evidenzia modalità e ritmi relazionali incomprensibili o, per lei, negativi e difficili da accettare.»*

Leggendo questo libro mi sono sentita profondamente colpevole per aver capito troppo tardi che avrei potuto fare a mia madre una carezza in più, per non aver compreso che lei ci ha provato come poteva e che spesso le circostanze l’hanno costretta a fare anche scelte, suo malgrado, dolorose. Eppure, vedendo quanto ero attaccata alla sua gonna, ha deciso di non trattenermi, dandomi l’occasione affinché imparassi a camminare con le mie gambe e scoprissi chi sono, costruendo la mia identità. Lei mi dice che alcune mie scelte, a suo avviso, sono state coraggiose. Io, invece, tremo al pensiero di fare ciò che ha fatto lei e di ciò che fanno queste meravigliose donne-madri. Sono io in realtà ad invidiare il loro coraggio che, purtroppo, a volte viene quasi dato per scontato, come se fosse tutto facile e naturale.

Adoro queste donne-madri che, quando piangono, lo fanno nel silenzio e senza drammi, che sanno chiedere aiuto se serve, che capiscono e comprendono, sia se stesse che i propri figli, con cuore aperto; ma adoro soprattutto la magica intimità negli sguardi che si scambiano con i loro figli e il loro linguaggio complice, come se avessero un luogo segreto tutto loro nel quale sanno di potersi sempre ritrovare.

*G. Blandino, B. Granieri, La disponibilità ad apprendere. Dimensioni emotive nella scuola e nella formazione degli insegnanti, 1995.

di Alessia Alicata

Ph. Francesco Faraci

Simply Mothers

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ITA

*I know that giving your child up is the most gracious and risky form of love that exists. Because your child is yours for ever while a foster child cannot be.* [Page 132]

[“The sea hides the stars.” Original title “Il mare nasconde le stelle” by Francesca Barra]

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I was about to land when I read this sentence which gave me the idea of talking about motherhood with Collettivo Antigone.

I decided I would speak about those mothers – they are many – who welcome creatures they haven’t given birth to. Those mothers who interpret motherhood in a wider and more inclusive sense. Those women who feel a strong responsibility towards Life, even if they didn’t generate it.

The “issue of migrants” is often dealt with inadequately and impersonally. In particular, we do not pay due attention to unaccompanied minors. And it is this very fact that seems to be even more complicated and less understandable. I am often asked: “What mother would allow her child to face a boat trip after crossing the desert and having lived in a prison? How can they separate from their children?”. They do not consider that when confronted by extreme situations, the solutions cannot be otherwise.  It almost seems an accusation….As if those mothers were less motherly than the others. As if those mothers didn’t carry their creatures for nine months like any other mother.

As a woman, while reading Remon’s story, I thought about Marilena who welcomed him in her house, she learnt to know him and accepts to share his heart with his biological mother and knows that he could fly away any minute. I tried to imagine her anguish, the doubts that can torment a woman who receives with open arms a new life. But the only thing I managed to do is to admire her greatly. As I admire other special mums I know and who have honoured me by deciding to share their feelings. These women often pursue such a drastic choice on their own, abandoned by the silent and indifferent institutions, stigmatized by the surrounding environment.

I also thought about Francesca, the author of the book, who accepted this enormous challenge and become the voice and the pen of such a dramatic story. She understood the importance of creating a memory for this act of courage and opened her heart to Remon, Marilena, her husband Carmelo and, in a way, to Augusta. Once you have listened to the stories of those coming from the waves, you can never turn back: accepting these creatures’ pain, making it yours, interiorising it and living with it changes everything.

Therefore, I dedicate this Mother’s Day, which is indefinitely celebrated, to these Women who are the only ones who can truly save us from the brutality of all times. And to those mothers who for whatever reason had to part with their creatures.

I also dedicate it to my Mother, who never told me off for going back home for my holiday and yet never seeing her. She never complained when, in order to spend some time with me, she had to come to the “scuole Verdi” (TN school where the author gives Italian lessons to the minors arriving in Augusta). Eventually she only said, “Let me know how many of you are coming for lunch. We have to make a good impression.” She understood that it was crucial for me that she widened her arms even more and made space for these children who are not hers. She is a Mother, always.

It’s also for my aunt who resolves all my interior conflicts and geopolitical ramblings with a authoritative solution: “I don’t care about anything. The kids must eat well.”

One thing is sure: In my house, we measure love in kilos.

By Maria Grazia Patania

Translator F. Colantuoni

 

Sono una madre e vorrei che i miei figli fossero bambini, bambini come gli altri

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Il ruolo delle tante donne e madri siriane, in questi anni di conflitto, si è ridefinito del tutto. Le madri siriane, infatti, si trovano a rivestire il ruolo di capo famiglia assumendosi la responsabilità della tutela e del sostentamento di essa, perché rimaste in una condizione di solitudine. I mariti gravemente feriti in battaglia o peggio uccisi o in altri casi impegnati nei combattimenti o fatti prigionieri, non possono più adempiere al loro compito e spetta, pertanto, alle donne provvedere autonomamente ai bisogni dei propri figli.

Questo ha permesso loro, da un lato, di rivestire posizioni di maggior peso e credibilità all’interno delle proprie comunità per lo più maschiliste ma al contempo le ha esposte a pericoli e ingiustizie atroci, facendole diventare facile bersaglio di ribelli estremisti e non solo. Costrette a uscire di casa per lavorare o per procurare il cibo ai propri figli, le donne siriane devono quotidianamente affrontare una vera a propria battaglia per difendersi. Uno studio di Human Rights Watch, intitolato “We Are Still Here: Women on the Front Line of Syria’s Conflict,” (“Siamo ancora qui: donne sul fronte del conflitto siriano”), sostiene che in tutto il paese, le donne vengono “arbitrariamente arrestate e detenute, abusate fisicamente, molestate e torturate a causa del conflitto, sia da forze governative, che da milizie fedeli al regime, che dai gruppi di opposizione.” I racconti che arrivano dalla Siria sono drammatici, disumani, quanto del tutto inaccettabili: i cecchini, per noia o semplicemente per ricordare alle comunità locali chi comanda, prendono di mira i bambini che escono di casa mano nella mano con la propria madre, colpendoli a morte e risparmiando, invece, la donna solo con l’intento di lasciarla sola e farla convivere fino alla fine dei suoi giorni con il dolore della perdita del proprio figlio. Questo vuol dire essere madri in Siria, subire atrocità al di fuori da ogni contesto umano. Sì, perché qui l’umanità muore ogni istante nel silenzio assordante del resto del mondo.

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Ph. Francesco Malavolta

Il conflitto in Siria ha genera donne sole, sole nel ruolo di madri e sole nell’affrontare la maternità. Circa il 64% degli ospedali del paese sono danneggiati, ad Aleppo restano soltanto pochissimi medici a garantire soccorso. La Siria fa gravare su di noi il peso di storie che si materializzano come insostenibili macigni di vergogna: donne che avrebbero dovuto recarsi in ospedale per un normale controllo della gravidanza, non riescono ad affrontare la strada per via dei pericoli che le caratterizzano, piogge di proiettili, posti di blocco che non permettono di proseguire oltre, sono solo alcuni esempi del calvario che una madre siriana si trova ad affrontare quotidianamente. Save the Children ha pubblicato un dossier sulle condizioni di vita delle madri nel mondo delineando una situazione sempre più preoccupante. Le madri in Siria, costrette a partorire in casa, non sanno cosa ne sarà di loro e del proprio bambino e solo le più fortunate riescono a ricevere gli aiuti di alcune ostetriche che si trovano nelle vicinanze. Non vi sono cure per chi decide di affrontare una gravidanza così come non esiste il ciclo prenatale-parto-postnatale. Ma la testimonianza più atroce arriva da un chirurgo britannico, David Nott, che per anni ha lavorato negli ospedali siriani. Secondo quanto riferisce, i cecchini individuano le donne incinte e sparano su di loro, sui loro ventri, estraendo poi da quei corpi neonati di sei, sette, massimo otto mesi. Innumerevoli donne arrivano, infatti, in ospedale con ferite allo stomaco. Nott sottolinea come in più di vent’anni di volontariato in zone di guerra, non si sia mai trovato davanti a un simile accanimento verso le donne e la maternità definendolo un vero e proprio attacco alla vita.

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Ph. Francesco Malavolta

Vorrei, tra l’altro, riportare di seguito la testimonianza di una madre raccolta tra le pagine de L’Espresso:

“Potete immaginare cosa significhi vivere in un rifugio ascoltando ogni momento, per ore e poi per giorni questo frastuono, sapendo che il minuto dopo può toccare a te di morire?
I quartieri sono spettrali, non c’è pane, non c’è acqua.
La gente si nasconde sottoterra senza acqua e senza elettricità, senza sapere se vedrà la luce del giorno successivo. Ho visto i barili bombe cadere sulle case della gente. Perché sulla gente? Perché sui civili?
Se penso ai prossimi giorni, pernso che peggiorerà, non può che peggiorare.
E il mondo non sta facendo nulla per noi. Dov’è l’Onu, dove sono gli aiuti per la gente che sta morendo? Dove sono le medicine per curare i feriti?
Di quale diplomazia sono capaci i governi occidentali?
Nessuno fa nulla per fermare questo massacro, nulla per fermare Assad.

La comunità internazionale sta assistendo a questo genocidio senza fare agire, senza fare niente per salvarci.
Noi siamo qui, in mezzo a un genocidio, di fronte a tutto il mondo.

Devono permettere ai civili di scappare da questo inferno.
Siamo terrorizzati, siamo nascosti e non possiamo uscire da dove ci troviamo.
Ho fame, ho sete. Sono nascosta in una stanza sottoterra con i miei figli da ieri e da ieri i miei figli non mangiano e non bevono.
Non possiamo scappare. Scappare per andare dove? Non ci sono vie d’uscita, ci muoviamo come topi solo per nasconderci.
Hanno fame e sete i miei figli, sono nascosti qui con me e non so come sfamarli.
I dolori delle madri sono dolori uguali ovunque, in tutto il mondo.
Come possono le madri del mondo che assistono a questo massacro non sentire un dolore come il mio pensando di non poter sfamare i propri figli, o di sapere che non dormono, mai, perché hanno paura di morire?
Siamo sotto assedio da anni, se dovessi descrivere a un’altra madre la vita di mia figlia direi: fame, fame e fame.
A volte ho pensato che sarebbe meno doloroso per me vederli morire sotto le bombe che morti di fame.
Le madri vogliono vederei figli crescere e sorridere, le madri di Ghouta stanno vedendo i propri figli diventare scheletrici o peggio, cadaveri.
E non possiamo fare niente. Nulla è nelle nostre mani sotto questo inferno di bombe.
Come si descrive il dolore di una madre che sa di non poter salvare i propri figli? Non si descrive.
Lo sa il mondo che i bambini di Ghouta non mangiano, non si lavano e non sanno più cosa significhi giocare, da anni? Che i bambini di Ghouta hanno dimenticato cosa significhi aprire un libro? Imparare una parola nuova?
Sono una madre, vorrei che i miei figli fossero bambini, bambini come gli altri.

Di Claudia La Ferla

Ph. Francesco Malavolta

Il Futuro è un sogno che s’avvicina o di come la Mamà Grande partorì il Nuovo Mondo

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Màdre – Trae dalla radice sanscrita “MA” l’idea di preparare, formare sicché per madre varrebbe bene “la misuratrice”, “la curatrice”, “la ordinatrice”.

Femmina che ha partorito, genitrice. Ciò da cui una cosa procede. Ciò che produce, che contiene e quindi, in generale, Origine, Sorgente, Causa, Principio, Fondamento di una cosa.

Màmma – connesso al latino mamma, mammella, sembra sia semplicemente ripetizione della sillaba “ma”, una delle prime che il neonato impara a pronunciare ma è anche possibile che si confondesse questa voce con “magma” (da qui “mamma”), la materia che rimane da una sostanza spremuta.

La Mamà Grande aveva imparato a leggere da sola facendo affidamento su mezzo volume di una vecchia enciclopedia francese. Aveva poi tradotto nella sua lingua ciò che aveva imparato.
Poiché la sua lingua veniva tramandata solo in forma orale, capì che ciò che aveva fatto fino ad allora non sarebbe bastato per salvare il suo popolo.
Raccolse le rappresentanti di tutte le città, di tutti i villaggi e, insieme, si chiusero nella grande Moschea Celeste.
Gli uomini non si opposero perché dio era ormai un lontano ricordo, un contenitore vuoto; quasi nessuno lo ricordava e in pochi si domandavano ancora se fosse mai esistito.

Le donne rimasero chiuse nella moschea per anni.
Nessuno poteva entrare, disturbare in qualche modo l’azione costituente di cui si erano fatte carico.
Finalmente, un mattino, il grande portone venne spalancato.

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Figli di cuore: la testimonianza di chi lavora coi minori non accompagnati

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Ci sono figli che nascono dalla pancia e altri che nascono dal cuore. Al centro per MSNA “Albachiara” noi -Valeria, Chiara, Daniela e Laura- siamo mamme di ben 30 adolescenti, tutti color cioccolato, che ogni giorno ci regalano gratuitamente una gran dose d’amore, ci spronano e ci sostengono…

Ebbene si! Per quanto noi quotidianamente cerchiamo di regalar loro affetto, serenità sostegno psicofisico e carezze, alla fine sono proprio loro a rincarare la dose con una esplosione immensa nel cuore. L’empatia che si è creata tra noi emerge nella capacità di sentire la sofferenza altrui: sembra strano ma sono proprio le loro sofferenze -con i segni ben visibili addosso- a far raggiungere e tracciare il segno d’appartenenza.

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Prendersi cura di loro ogni giorno per noi oramai è come respirare, ci hanno rapito il cuore come fa un figlio… E allora cosa importa se non sono figli di pancia? Loro sono i nostri figli di cuore venuti dal mare, quel mare che è come un liquido amniotico su cui  hanno viaggiato tutto questo tempo…

Appena arrivati li abbiamo accolti, puliti e sistemati nei loro nuovi letti proprio come fa una mamma per il proprio figlio, accarezzandoli di  tanto in tanto e rassicurandoli che l’inferno è finito. E quindi non ci resta che continuare a prenderci cura di loro, a rimproverarli se si comportano male, a ridere a crepapelle, a guardarci con occhi pieni d’amore come fanno madri e figli. Che ne dite?

A tutte le mamme, di pancia o di cuore, buon cammino!

di Valeria, Chiara, Daniela e Laura (operatrici presso un centro per Minori Soli Non Accompagnati)


Per questa programmazione sulle madri, ho chiesto alle ragazze con cui condivido il percorso di speranza e integrazione presso un centro per MNSA di spiegarci cosa voglia dire per loro il rapporto che si instaura con gli ospiti del centro. Cosa significhino per loro quei figli portati dal mare. Perché non si è madri solo partorendo, ma si è madri soprattutto amando.

Madri: la primavera dopo il lungo gelo dell’inverno

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Oggi è il compleanno di Chiara, c’è un vento leggero e siamo davanti l’ingresso della struttura con dei tavolini per le patatine e i pop corn. Tutto intorno ci sono le operatrici del centro per MSNA dove da gennaio insieme ad altri volontari cerco di insegnare l’italiano ai ragazzi che il mare ci porta.

Il giorno dopo MB, arrivato nel 2014 come Doumbia e oggi operatore presso il centro ed interprete per le commissioni che dividono i sommersi dai salvati, partirà per il Gambia. Dopo cinque lunghi anni rivedrà la sua famiglia, abbraccerà sua madre e tornerà col sorriso di chi ha avuto il riscatto tanto sperato. Ma intanto stasera si festeggia e prima di uscire, proprio come in una famiglia, si distribuisce la cena e si sta attenti affinché chi segue una terapia prenda le medicine.

Arriva Papis, 17 anni, nigeriano, alto e affusolato con la schiena un po’ curva e gli occhi dal taglio orientale. In silenzio si siede sulla sedia ed inclina la testa verso destra: ha avuto una brutta otite e deve mettere le gocce. Nel frattempo entra Valeria, gli mette le gocce da entrambi i lati e ridiamo in dialetto mentre lui si tampona le orecchie e ci sorride ripetendo i suoni dialettali che pronunciamo. Papis ha una storia terribile alle spalle. Me l’ha sussurrata una volta durante una lezione di italiano in cui ho potuto concentrarmi solo su di lui. Eravamo tanti i volontari, noi due abbiamo trovato un angolo dove studiare e a un tratto, senza preavviso, è partita una litania di cui comprendevo poco oltre alla necessità di raccontare non per essere capiti, ma anche solo per liberarsi di un peso dal cuore. Capivo “mamma”, “Libya”, “sex”, “forced”, “killed” e così -mettendo insieme pezzi di conversazione- ho intuito che mi volesse dire che in Libia lui era arrivato con la madre che però lì è stata uccisa perché non accettava di prostituirsi.

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Poi c’è Daniel, ivoriano, arrivato col terribile sbarco del 31 gennaio. Daniel forse non è mai andato a scuola, la sua mano è rigida mentre tiene la matita o la penna, ma studia continuamente e pian piano i risultati si vedono. È felice quando c’è mia madre a seguirlo e se manca le manda sempre i saluti. Tutti sono molto felici quando con me porto mia madre, mia zia, mio padre o la mamma della mia migliore amica. Probabilmente è diversa la tenerezza che trasmettono. C’è bisogno di famiglia qui. Più che mai. Sulle mani di Daniel profonde cicatrici rosa testimoniano il passaggio dall’inferno libico.

Poi c’è Michel, gambiano, che è vivo perché i suoi torturatori lo credevano morto e lo hanno buttato via per strada come si fa con la spazzatura. Michel sulle braccia ha impresso per sempre il significato della permanenza nei centri di detenzione libici. Nessuno potrebbe avere il coraggio di guardare il suo corpo martoriato e avvallare le nostre sporche manovre con un paese allo sbando dove la vita umana non vale nulla, dove si “muore per un sì o per un no”. Michel è sarto e ora finalmente è tornato a cucire, a sognare e a lavorare dignitosamente. Michel finalmente a volte sorride, ti abbraccia e senza protestare si fa colare addosso lo zucchero filato di mio nipote che una sera lo ha scelto come nuovo amico. A sei anni è facile essere amici: basta essere gentili e prendersi per mano per non smarrirsi nella folla.

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Anche Amadou viene dal Gambia e faceva il sarto, anche lui è stato torturato in Libia, ma non ha mai smesso di sorridere. Studia con una volontà e un accanimento che mi auguro solo vengano premiati dal nostro indifferente egoismo. Amadou è dolce e sempre sorridente. Un giorno sono andata a prenderlo all’uscita della scuola: era un giorno di sole, di quelli sospesi fra la brezza primaverile e la canicola estiva. Mentre lui e gli altri uscivano dal portone, nell’attesa di salire in macchina per andare al centro e continuare a studiare, ero felice. Ero felice nell’ingenua convinzione che un gesto piccolo e così insignificante potesse bilanciare l’ingiustizia subita. Infine ci siamo noi ragazze che, fra un arrivo e una partenza, questi figli di altre donne impariamo ad amarli e a sostenerli. Noi che ogni giorno cerchiamo di non farci sopraffare dal dolore e da un subdolo senso di sconfitta. È crudele che il tempo scorra implacabile avvicinandoli al fatidico 18esimo compleanno che segna l’inizio del conto alla rovescia: fra quanto li trasferiranno? Quanto abbiamo per finire di studiare l’imperfetto?  Li tratteranno bene nel nuovo centro?

Non li abbiamo partoriti, ma non per questo queste creature ci appartengono di meno. Noi siamo la loro primavera dopo il lungo gelo dell’inverno.

Dentro gli occhi c’è l’alfabeto che ci rende umani e scompone i sentimenti dentro le parole. C’è chi ha lo sguardo perso, chi sembra sempre triste, chi non può fare a meno di ridere, chi sboccia come un germoglio che si schiude al calore lento di un abbraccio. Quando arrivano la paura domina tutto, è una colla appiccicata addosso. Anche i movimenti sembrano più lenti e nei loro occhi lo smarrimento misto al sollievo per essere ancora vivi. Sembrano stupiti di essere trattati bene. Sembrano in attesa che arrivi il peggio e, solo quando iniziano a capire che qui nessuno li maltratterà, cominciano a respirare più forte. In alcuni il cambiamento è impercettibile o poco visibile. In altri è un disegno in divenire. Su tutti il sorriso è miracolo e promessa di rinascita. Sono salvi, sono vivi, sono al sicuro.

È difficile guardarli mentre facciamo lezione e intercettare piccole o grandi cicatrici ovunque. Sulle mani, in viso, sul collo, sulle braccia, sulla nuca. Se le guardo, mi perdo come fossero parte di una mappa, di una geografia perversa che esplora la crudeltà umana. Se le osservo troppo a lungo, scompare ogni fiducia nel futuro. Ma la mancanza di coraggio è un lusso che non possiamo permetterci. Nessuno di noi può permettersela.

Loro, i nostri figli portati dal mare, perché devono dare un senso alla partenza e all’inferno vissuto nella speranza di riscattarsi. Noi, madri di figli non nostri, perché arrendersi significherebbe eliminare l’ultima sponda anti-barbarie.

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Nessuna dittatura, nessuna oppressione, nessuna violenza sarà mai totale finché ci sarà anche una sola donna a contrastarla. Nessun dittatore o oppressore ha mai interamente sconfitto le femmine, né mai ci riuscirà.

Noi siamo in grado di generare la vita e non ha alcuna importanza se decidiamo o meno di farlo davvero. Il punto è che possiamo farlo e, ancora di più, che dobbiamo sempre tenere a mente la potenza creatrice che ci è stata affidata.

Quei figli sono i nostri figli.

La terra intera è contemporaneamente nostra figlia e madre. La gestazione, la gravidanza, il parto segnano una linea netta fra il prima e il dopo nella vita di chi lo prova. Per noi quella linea si crea quando arrivano, quando li vediamo per la prima volta, quando sorridiamo al loro sguardo impaurito, quando medichiamo ferite e distribuiamo aspirine.

Diventiamo madri ogni volta che siamo disposte a piangere e ridere con loro, a lottare al loro fianco, ad assorbire l’ingiusta sofferenza che trapela nei modi bruschi o nei pianti improvvisi, a farci carico del loro dolore e a partecipare alla loro gioia. Diventiamo madri quando litighiamo con loro, quando alziamo la voce e imponiamo scelte di buonsenso, quando li consoliamo e prepariamo le torte per festeggiare i compleanni.

Diventiamo madri perché sappiamo di dover intimamente rendere conto alle donne che li hanno messi al mondo e non fa nessuna differenza se non le conosceremo mai. Non ha importanza se sono vive o morte.Fra noi e loro, c’è un patto silenzioso e non scritto che tutela la vita dall’alba dei tempi. Quel patto scorrerà fino alla fine del mondo, fino alla fine dell’ultima donna.

di Maria Grazia Patania