Rondini: la storia di Fofana fra speranza e diniego della protezione umanitaria

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Io Rondino, Tu Rondini, Lui/Lei Rondina, Noi Rondiniamo, Voi Rondinate, Loro Rondinano.

Fofana mi fa cenno con la mano, mi avvicino e col dito punta un verbo coniugato ordinatamente accanto ad altri. Giocare, Parlare, Suonare. La radice in blu, le desinenze in rosso. “Maestra, ma è giusto?”, mi chiede indicando il neologismo Rondinare. Mi viene da ridere: “Questo verbo non esiste. Rondine è un sostantivo, un nome femminile e i nomi non si coniugano come i verbi. I sostantivi hanno solo maschile o femminile, singolare o plurale”. “Grazie, maestra. Cos’è rondine?”. È un uccello, un “oiseau”. Gli mostro una foto sul telefonino e troviamo l’equivalente francese. “Rondine” diventa la parola del giorno e ripassiamo l’indicativo presente per essere sicuri di non coniugare qualsiasi cosa ci capiti davanti.

Fofana ha 17 anni, viene dalla Guinea Conakry e durante il viaggio è caduto dal pickup dove era stato ammassato insieme ad altre persone. Cadendo si è fratturato moltissime ossa e da allora ha frequenti emicranie, sbatte spesso le palpebre e perde facilmente la concentrazione. Ma questo non scalfisce la sua voglia di imparare. È un ragazzo mite e silenzioso, so pochissimo della sua storia. Un giorno non si presenta a lezione, è malato. Scendo in camera sua e lo trovo tutto rannicchiato sotto le coperte, “Maestra” mi sussurra sorridendo. “Fofana, ma che combini? Guarisci e ti lascio le fotocopie”. “Grazie, maestra. Ciao, maestra”. Lo saluto con un bacio sulla fronte che scotta. Sua madre avrebbe fatto lo stesso. Risalgo le scale col cuore gonfio di nuvole, ma non c’è tempo per i melodrammi. Oggi facciamo l’imperfetto.

Io ho il gruppo intermedio, sono 11, per lo più francofoni della Guinea Conakry, Costa d’Avorio, Mali, e due gambiani a cui puntualmente parlo in francese finché non mi dicono “Maestra, Gambia”. Saryo e Omar sono in assoluto i miei preferiti: sembrano fratelli, ma si sono conosciuti ad Augusta. Sono sempre puntualissimi per la scuola, fanno tutti i compiti e non si perdono nemmeno una parola della lezione. Sulle loro mani, sul collo piccole cicatrici sottili mi ricordano cosa significhi Libia, il luogo che il mio Paese spaccia per porto sicuro senza nessuna vergogna. Omar ha una grafia perfetta, in Gambia andava a scuola e si vede da come muove la mano che impugna la penna. Altri non erano così fortunati e siamo state noi la prima scuola della loro vita.

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*Ph. Francesco Malavolta

Inizio le lezioni di italiano poco dopo Capodanno: fra fine gennaio e inizio febbraio ci sono gli ultimi trasferimenti in struttura. Sono gli sbarchi terribili che coincidono con la Giornata della Memoria, i sopravvissuti sono traumatizzati, molti sono stati ripescati dall’acqua gelida, tutti credevano di morire. Dosso non parla quasi mai, vuole studiare, ma bisogna cominciare da zero. Emilio, un volontario, incolonna lettere e vocali per fargli capire i suoni. B+A=BA; C+A=CA; D+A=DA. Quando c’è mia madre, glielo affido: inforca gli occhiali, sorride come fanno le madri, gli tiene la mano per fare le lettere e rispettare il rigo. Alla fine della lezione, si abbracciano. “Ciao, mamma”. “Ciao, Dosso, mangia e ricopiati gli esercizi”. Quando saliamo in macchina, mi dice sempre la stessa cosa “Io non ci vengo più qua. Poi me torno a casa angustiata, penso alle loro madri… Sarei impazzita a quest’ora”. Ma poi puntualmente torna insieme a me.

Per me migrazione significa questo. Leggo di come non si voglia più accordare la protezione umanitaria e penso a Fofana: dopo il rifiuto, svanirà l’ultima speranza di poterlo curare. Penso alle ruspe e alle promesse spazzatura: Dosso si è volatilizzato dopo l’insediamento del nuovo governo. Lui e altri ragazzi sono scappati per paura di chi dice che li riporterà in Africa, “a casa loro”, benché casa loro non sia un’opzione. A nulla serve rassicurarli parlando di Diritto Internazionale. Loro che hanno vissuto abusi ben al di là di ogni immaginazione sanno che il diritto non vale niente in certi casi. Un colpo sparato a bruciapelo è più risolutivo di qualsiasi convenzione.

Quando si parla di migrazione oggi, si ha la costante impressione di muoversi su un campo minato, di dire sempre la cosa sbagliata. Eppure, basterebbe concentrarsi sulle persone per proteggerle. Mettiamo da parte la politica, l’economia e la propaganda che ogni giorno ci viene propinata. Si tratta di esseri umani, di noi e del nostro mondo. Non stiamo decidendo la politica o l’economia dei prossimi anni. Stiamo scegliendo fra barbarie e civiltà. Stiamo decidendo se vogliamo rinunciare all’illuminismo, a Norimberga e Ginevra, elevare l’ingiustizia a codice di comportamento e affermare che non tutti hanno diritto alla vita. Abbiamo reso opzionale il salvataggio in mare, perso ogni empatia di fronte a chi muore, rinunciato a qualsiasi umanità.

Pensiamo veramente di salvarci lasciando morire gli altri?

di Maria Grazia Patania

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Vivere ad Augusta, abitare la frontiera

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Quando sono sbarcato, non riuscivo a tenere dritte le gambe. Mi tremavano. Mi hanno dato un panino, due mele e l’acqua. Erano tutti così bianchi. Mi facevano impressione”, racconta in perfetto italiano Doumbia, ridendo mentre ricorda il suo sbarco. Partito da Bamako e transitato dalla Libia a 16 anni, l’1 maggio 2014 è arrivato ad Augusta dove è cominciata la sua nuova vita. Trasferito per qualche mese nel centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati “Scuole Verdi”, passava il tempo giocando a calcio nel campetto vicino, placava gli animi durante le distribuzioni di vestiti e prodotti per l’igiene personale e coi primi 5€ ha comprato un piccolo dizionario francese-italiano.

Augusta è una città in provincia di Siracusa con circa 36.000 abitanti, generalmente è conosciuta per l’inquinamento ambientale causato dal petrolchimico che ha deturpato un ampio tratto di costa e sorge in prossimità del luogo di interesse archeologico Megara Hyblea in totale stato di abbandono. Per decenni, dopo l’installazione del polo petrolchimico, gli abitanti di Augusta, Melilli e Priolo hanno goduto di un sonnolento benessere le cui conseguenze si sarebbero mostrate in seguito: ambiente e salute compromessi dal ricatto occupazionale. Meglio morto che disoccupato.

Qui siamo geneticamente preparati all’idea che qualcuno arrivi dal mare e rimanga con noi per un tempo indefinito durante cui impariamo a cucinare piatti nuovi, scopriamo sapori sconosciuti, piantiamo semi mai visti e arricchiamo il dialetto con suoni o parole dei nuovi arrivati. Gli sbarchi in quest’area ci sono sempre stati, ma dal 2013 sono aumentati esponenzialmente e le scuole verdi di Doumbia hanno costituito il primo vero momento di incontro con la migrazione forzata. Il centro era in una zona densamente abitata, i ragazzi non erano nascosti agli occhi della cittadinanza che si dimostrò solidale coi nuovi arrivati. Ivolontari aumentavano costantemente, davanti al cancello c’erano sempre adolescenti del luogo che superavano con un pallone le fantomatiche barriere culturali, c’era chi portava teglie di lasagne, latte, biscotti e vestiti per i “picciriddi”. Alcune famiglie presero con sé dei ragazzi, alcuni dei quali vivono ancora in città.

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Ph. Francesco Malavolta, porto di Augusta

Quando nel maggio 2014 ho assistito al primo trasferimento di minori cui avevo appena distribuito la colazione, ho dato un sacchetto con acqua e cibo a ciascuno di loro e aspettato di tornare a casa per piangere. Capii che dovevo rinunciare a ogni progettualità, immergermi nel presente ed evitare di pensare al futuro. Quattro anni dopo non ho sviluppato nessun automatismo e niente mi prepara agli addii. Ogni volta mi sento tradita quando scopro che Valdez è scappato senza dire niente per andare in Francia a inseguire il sogno di diventare rapper, che Lancinet ha superato il confine perché la sua famiglia aveva venduto tutto per liberarlo tre volte dai torturatori libici e lui doveva aiutarli. Quando li trasferiscono in altre strutture, almeno c’è il tempo di fare la cena di addio, sistemare il borsone, dare una coperta e i biscotti “nsà mai c’hai fame durante il viaggio”.

Il profilo della città di Augusta è stato per migliaia di persone l’immagine della salvezza, il porto sicuro dopo l’inferno. Nella maggior parte dei casi, ad Augusta si arriva prima di ripartire. In alternativa, si rimane qui fino allo sfinimento fra documenti che non arrivano, quotidiani episodi di razzismo spicciolo, speranze in dissolvenza e crudele burocrazia.

Augusta è diventata frontiera come luogo fisico e immaginario di arrivo, partenza e transito. Vivere la frontiera significa abitare il tempo dell’attesa: si attendono i salvati, si piangono i morti mai visti, si curano ferite in angoli remoti, si soffre l’oltraggiodelle navi lasciate in porto con a bordo esseri umani sotto il sole implacabile, si finge di dimenticare che arriverà l’addio. C’è nei luoghi di frontiera la consapevolezza dell’umanità in cammino: le frontiere sono luoghi fluidi in cui tutto cambia velocemente. Alla vita bisogna trovare un senso più profondo del legame logico di consequenzialità fra causa ed effetto, guardando oltre la contingenza. Se guardassimo alla contingenza, non faremmo nulla: inutile sarebbe istruire i figli arrivati dal mare, superfluo curarli oltre l’emergenza, pericoloso affezionarsi.

Abitare la frontiera significa abitare la storia in un costante esercizio della memoria da costruire e preservare, significa essere in grado di comprendere la vastità degli eventi nel qui e ora, senza il lusso di aspettare che il tempo restituisca senso a tasselli in disordine. Per abitare la frontiera serve un atavico amore per la vita, per la libertà e i suoi figli in cammino e comprendere che in ciascun viaggiatore troveremo la parte migliore di noi stessi.

di Maria Grazia Patania

 

 

 

Why are they doing this to me: fare 18 anni e ricevere un trasferimento al CARA di Mineo in regalo

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Why are they doing this to me”. Il messaggio è di Ousman, neomaggiorenne gambiano cui hanno notificato il trasferimento presso il CARA di Mineo come regalo per i suoi 18 anni. Del gruppo di minori a cui ho insegnato italiano fino allo scorso giugno lui è il più piccolo, l’ultimo a uscire dalla sfera di protezione legata alla minore età. Ousman è arrivato a novembre 2017 in Sicilia e subito dopo lo sbarco è stato trasferito ad Augusta dove è rimasto fino alla scorsa estate quando è stato assegnato a una struttura a Scordia (CT). Il centro per minori dove viveva, infatti, per mancanza di fondi e di nuovi arrivi, unita alle fughe volontarie e al raggiungimento della maggiore età da parte di molti suoi ospiti, ha dovuto chiudere e lui è stato portato altrove.

In un anno in Italia, è stato trasferito in tre posti diversi: ogni volta che si abituava a vivere in un luogo, arrivava il momento del trasferimento. Ad Augusta era stato inserito nel corso di alfabetizzazione di sei ore settimanali e seguiva con attenzione le lezioni dei volontari che per altre sei ore la settimana andavano nel suo centro a insegnare italiano. Ovviamente, non era abbastanza e ancora oggi parla con difficoltà. Fra le paure principali alla viglia dei trasferimenti c’è sempre la scuola e la possibilità di continuare a studiare che spesso non viene garantita. Anche la questione emotiva ha una sua importanza perché, vale la pena ricordarlo, non parliamo di pacchi o di oggetti da spostare qui e lì. Parliamo di persone, in questo caso di adolescenti sopravvissuti a ogni tipo di orrore che avrebbero solo bisogno di vivere serenamente, sentendosi al sicuro.

Il raggiungimento della maggiore età per le migliaia di minori non accompagnati che negli ultimi anni sono arrivati in Italia viene vissuto sempre con grande angoscia: spegnere quelle candeline significa entrare in una dimensione nuova che li rende più vulnerabili e comporta la perdita di molte garanzie. A prescindere da ciò che prevede ufficialmente la legge, la verità è che i ragazzi finiscono spesso parcheggiati in centri per neomaggiorenni o -peggio ancora- nei Cas che richiamano il pericoloso universo concentrazionario citato dalla Arendt fra gli elementi tipici di un regime totalitario. C’è poco da sminuire e sottovalutare rispetto ad un simile parallelismo e chi lo fa probabilmente preferisce cullarsi nell’illusione di sicurezza piuttosto che cogliere i pericoli che viviamo ogni giorno.

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Nel 2017, l’86% dei migranti sul territorio italiano si trovava all’interno di CARA o Cas, mentre gli Sprar registravano cali significativi prima di essere quasi completamente smantellati a causa di una precisa strategia politica che, negando i fondi, nega ogni forma di accoglienza positiva. Per definizione, un Cas è un centro per l’accoglienza straordinaria dove andrebbe a stare chi per motivi di sovraffollamento non trova posto in strutture di prima accoglienza e per il tempo necessario a presentare richiesta d’asilo prima di andare in un centro per la seconda accoglienza. Rispondendo alla logica emergenziale che domina la gestione dei flussi migratori, dietro i Cas e i CARA non c’è alcuna progettualità: le persone vengono abbandonate al loro interno senza un percorso formativo, senza crescita professionale né opportunità di apprendere la lingua e con altissime probabilità di finire per strada. Gli esseri umani diventano silenziosa fonte di guadagno per i gestori di questi centri, come confermato dalla “pessima esperienza che complessivamente ci consegna l’analisi delle strutture straordinarie”. “Il mio Cas si trova in campagna, non c’è niente intorno e non mi danno nemmeno l’acqua da bere. Devo andare a comprarla io coi miei soldi. Non imparo l’italiano perché al centro parlano solo in dialetto”, confessa Fofana, anche lui neodiciottenne del Gambia.

Dal 2014 al 2017, si è continuato a definire “emergenza” un fenomeno strutturale come quello delle migrazioni per nascondere l’inettitudine di chi dovrebbe gestirle razionalmente. Il Piano di Integrazione Nazionale del Ministero dell’Interno afferma che “la strategia di integrazione italiana deve essere sostenibile. Questo è possibile solo se la presenza degli stranieri è equamente distribuita sul territorio nazionale”, favorendo quindi “modelli di accoglienza diffusa” e rafforzando il modello SPRAR. Tuttavia, la prassi va in una direzione opposta e, secondo l’ISPI, “Se nel 2014 circa un migrante su 3 era ospitato nelle strutture SPRAR, adesso la proporzione è di uno su 7”.

Un elemento spesso trascurato è proprio il fatidico passaggio alla maggiore età. Secondo la burocrazia, nel giorno del 18esimo compleanno si perde il diritto di stare in una struttura per minorenni che, a sua volta, non ha nessun obbligo di tutela fino al trasferimento. Da quel momento, la struttura smette di percepire la diaria giornaliera che spetta pro capite agli ospiti e il neomaggiorenne diventa un fardello di cui liberarsi. Si spiegano anche così i tanti ragazzi che finiscono in strada senza troppi preamboli e che diventano facili prede della criminalità o fantasmi di cui parlare per affrontare la questione del decoro urbano. Ad Augusta, primo porto di sbarco per anni, ci si è cimentati spesso in questo vile esercizio ai danni dei più vulnerabili e si è proceduti all’unica soluzione che sanno applicare le amministrazioni incapaci: sgomberi. Improvvisamente, dei materassi nell’androne di un palazzo sono diventati il simbolo della lotta per il decoro cittadino: nessuna parola sui diritti di quelle persone, nessun interrogativo sul perché si trovassero a vivere lì, nessuna preoccupazione su cosa ne sarebbe stato dopo lo sgombero. Per una volta, maggioranza e opposizione convergevano quasi interamente su qualcosa: eliminare la presenza di quei ragazzi che creavano degrado. Che quei ragazzi venissero da Mineo (dove vivevano in condizioni al limite del disumano) o da Siracusa (dove erano finiti in strada appena diventati maggiorenni) non è interessato a nessuno.

Questo è il Paese in cui viviamo, un paese governato da incapaci che non hanno idea di come gestire le sfide attuali che, per inciso, non sono l’economia, la politica o i migranti. Le sfide attuali riguardano la nostra umanità. Il pericolo non sono i migranti, bensì la barbarie incombente che stiamo scegliendo come nostro destino. I migranti rappresentano un capro espiatorio perfetto per opporre i penultimi agli ultimi, ma non è cancellando i loro diritti che recupereremo i nostri. Non è negando l’acqua da bere a Fofana che renderemo migliore il luogo dove viviamo, né deportando Ousman in una struttura affollata e dimenticata nel nulla che diventeremo padroni del nostro futuro. Tuttavia, fino a quando le cose non cambieranno, qualcuno dovrà trovare il modo per spiegare a Ousman che portarlo a Mineo non è un gesto contro di lui, ma una semplice casualità dettata da una burocrazia che non l’hai mai guardato in faccia, ma pretende cieca obbedienza.

di Maria Grazia Patania

 

Decreto (In)Sicurezza, una pacchia per mafia e caporalato

Lo scorso 7 novembre, il Decreto Immigrazione e Sicurezza è stato approvato dal Senato, nonostante sia un documento osceno e sfortunatamente conforme all’approccio dell’attuale governo sulla questione migratoria. Eliminata ogni residua traccia di empatia, sta saltando anche l’impianto giuridico costruito nel tempo: con un colpo di spugna si cancella ogni conquista di civiltà.

Forse non c’è molto da stupirsi visto che il veleno propagandistico cui ci hanno abituate dal 2016 ha criminalizzato ogni forma di solidarietà, scardinando anche il salvataggio in mare. Una pratica millenaria, vecchia quanto l’uomo, radicata nel nostro DNA, centrale nel Diritto Consuetudinario e codificata in convenzioni e trattati internazionali, è stata messa in discussione da miserabili politicanti fino a capovolgere l’ordine delle cose: salvare vite è diventato reato, rispettare gli esseri umani qualcosa di cui vergognarsi.

Da due anni vivo la frontiera ogni giorno qui, ad Augusta, nella città che per anni è stata primo porto di sbarco in Europa, e so con certezza cosa accadrà. La malavita farà banchetto di questi sventurati a cui non riusciamo a trovare un posto nel mondo. Saranno i criminali ad “accogliere” coloro che noi rifiutiamo: alla mafia non importano il colore della pelle, la provenienza, la religione o i documenti in regola. Basta che ti fai spremere e sfruttare come una bestia da soma, zitto, tragicamente assuefatto all’ingiustizia. Eccola la democrazia dello sfruttamento e del caporalato.

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La protezione umanitaria è quella maggiormente presa di mira: quella protezione che riconosceva il sacrosanto diritto ad essere tutelato non solo se scappi dalla guerra, ma anche se sei stato vittima di torture, tratta, trattamenti disumani o se esiste un fondato rischio che possa esserlo.

Ai miei ragazzi arrivati 2014 la concessero… Non ricordo nessuno la cui domanda fu respinta e da quel momento loro sono rinati seppur fra mille difficoltà. Quel pezzo di carta ha segnato la linea fra diritto e terra di nessuno, ha significato “Esisto. Ci sono. Dovete pre/occuparvi di me”.

Ma a quelli di quest’anno cosa succederà?

Con l’abrogazione della norma per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, si potrà concedere un permesso di soggiorno per protezione speciale qualora le Commissioni valutino l’esistenza di un rischio concreto di tortura o persecuzione. Come se di solito, si intraprendessero questi viaggi infernali per capriccio o vacanza.

Sono giorni strani: si parla di famiglia, di donne, di vita da procreare come fossimo nel Medioevo, ma si continua a oltraggiare l’esistenza stessa dei migranti. Li chiamo così io, senza distinzione giuridica: migrano, si muovono. Sono stata migrante anche io quando sono andata in Germania senza parlare una parola di tedesco o conoscere il lavoro. Ho rubato il lavoro a una donna tedesca nel 2013 perché il mio capo si mise in testa che io ero il suo  investimento. Era un tempo in cui sentivo di valere niente, non trovavo lavoro in Italia e nemmeno ricevevo risposta quando inviavo una candidatura. Ma a Bonn mi rifeci una vita e da quel momento cambiò ogni cosa.

Ecco, io non riesco a capire in cosa sarei diversa io dai miei figli del mare. Perché a me vengono date opportunità e a Sarju, Omar, Osman, Aboubakar no. Io appartengo al mondo, non mi importa la nazionalità e non accetterò risposte basate sul mio essere cittadina italiana o europea per giustificare lo status quo.

È sbagliato, è perverso, è ingiusto.

Io non posso rassegnarmi a sapere che i ragazzi che ho seguito con le migliori speranze finiranno nei campi a spaccarsi la schiena per il pomodoro che rende famosa la Sicilia nel mondo, per le patate che posso acquistare a prezzi sempre più bassi, per le arance che svenderemo in nome della competitività capitalista. Non ci sto.

Io li ho visti quei ragazzi, quegli uomini. Ho visto le loro mani lente scacciare le mosche che li braccavano nel caldo estivo, sono entrata nelle loro misere baracche, ho mangiato le patate fritte che preparavano per cena e abbiamo parlato. Come uomini e donna. Come pari. Come umani. E loro sono me, e io sono loro.

Quella non è vita. È un triste appannaggio dell’esistenza stessa, un qualcosa mosso dal battito e dal respiro che però ha quasi del tutto smarrito il senso della vita a causa di abusi e vessazioni.

Mi chiedo se chi parla a sproposito abbia idea di cosa significhi essere loro. Mi chiedo se conosca il terrore della morte, la tortura, la violenza più becera, la malinconia della terra natale, la mancanza irreparabile di luoghi che non rivedrai mai più. Chi ci governa e ci aizza contro questi ultimi che forse non saranno mai primi è umano come me? Non so.

E tutti gli altri, i cittadini e le cittadine di questo Paese, sono ciechi? Sono stupidi? Sono solo drammaticamente egoisti? Come si fa a non capire che il futuro è uno solo per tutti? Come si fa a ignorare che i diritti sono diritti, non privilegi? Che se li togli a qualcuno li perderai anche tu?

Mentre insegnavo italiano a questi figli dimenticati di donne lontane, mentre portavo la minestra calda ad alcuni di loro buttati in strada come cani nel dileggio di chi difende il decoro urbano, mentre tenevo le loro mani dal dentista, ho capito che io sono loro. Anche se non ho mai conosciuto la fame, il freddo, la paura, la brutalità e la violenza. Anche se la vita è stata oltremodo generosa con me, se avessi solo il mio corpo come bene posseduto, venderei quello. Lo venderei al miglior offerente pur di non sentire i morsi della fame o la vergogna di non poter aiutare la mia famiglia che ha puntato tutto su di me come si fa con la lotteria.

Stiamo costringendo migliaia di persone all’irregolarità, le priviamo della dignità di esseri umani, le costringiamo a vivere ai margini della società e fingiamo di sorprenderci se cadono nella trappola della delinquenza. Ma che alternative hanno? Senza imparare la lingua o ricevere formazione professionale, senza nemmeno potersi mettere in regola, non hanno scelta ed è proprio questa la strategia: creare una insopportabile tensione sociale che si autoalimenti fra degrado, povertà ed esclusione.

Io mi rifiuto di abitare con rassegnazione un mondo brutale che elimina i diritti di persone vulnerabili per trasformarle in capri espiatori dei nostri fallimenti e per darle in pasto alla criminalità organizzata. Oltre la propaganda, ci sono gli esseri umani. Sempre.

di Maria Grazia Patania

Quella linea sottile: la migrazione è vita è non si può trattarla come un crimine

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Buonismo: spreg. Atteggiamento di benevola apertura e comprensione per tutte le posizioni, accusato di non andare al di là di generici appelli moralistici, capaci solo di produrre compromessi confusi e di basso livello || estens. Eccesso di buoni sentimenti, suggestivo ma inconcludente

C’è una linea sottile tra piacere e dolore, speranza e disillusione e tra umanità e buonismo. A volte questa linea scompare e si perde sotto i nostri stessi occhi, come l’orizzonte al tramonto.
Eppure sin da piccoli le differenze sono ben chiare, l’esperienza e la fiducia in chi ci educa ci fanno capire. “Attento con il coltello, se ti tagli ti fai male”, “studia perché la vita non regala nulla” e “vai a dare la monetina al signore che è meno fortunato di noi”, ad esempio.
Di umanità, infatti, si parla poco, quella la insegniamo vivendo e dando il buon esempio. Solo dopo, da grandi, quell’umanità tanto preziosa, senza un perché, diventa buonismo.
All’improvviso tutto l’amore che ci hanno insegnato a condividere, il rispetto per la vita e per il prossimo sono da meritare, non si possono più offrire agli altri senza ottenere nulla in cambio. Ed è allora che quella linea sottile si ispessisce delimitando e centellinando il nostro istinto di aiutare il prossimo. Ma perché? Quando la libertà del prossimo inizia ad apparirci come un limite alla nostra? Perché dimentichiamo con quanta empatia e amore davamo quella monetina al signore che sopravvive nei nostri ricordi? Cerco di darmi una risposta tutti i giorni ma non la trovo.

La legalità, dicono, è questione di legalità! Venissero con i documenti! È facile fare i buonisti!

Allora mi chiedo se essere buonisti voglia semplicemente dire conoscere i fatti e le realtà che circondano le migrazioni, sapere che l’Africa è un continente meraviglioso schiavo del colonialismo e vittima di un occidente spietato che da secoli distrugge sentimenti quali la fratellanza e la solidarietà in nome dell’oro, del petrolio e del gas (perché l’instabilità favorisce i guadagni ed il controllo), sapere che è praticamente impossibile avere il visto per l’Europa a meno che non si scenda a compromessi e si posseggano tanti soldi. Perché l’Africa è bella ma anche corrotta. Forse è buonista chi sa che è meglio non fidarsi di quello che si legge e andare a vedere con i propri occhi, a conoscere, a chiedere ai diretti interessati. Perché la migrazione è vita e non si può trattarla come un crimine. Allora bisogna agire affinché quella linea doppia che in realtà esiste tra umanità e pregiudizio (e non tra umanità e buonismo) lasci campo libero all’empatia e alla solidarietà, scomparendo come l’orizzonte al tramonto.

Di Francesca Colantuoni
Agosto 2018

 

Tanto vale l’Uomo, tanto vale la sua Terra

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La notizia è che la Gendarmeria francese avrebbe ricondotto in Italia alcuni migranti, varcando la frontiera senza autorizzazione e attuando di fatto una deportazione.  

La notizia, nonostante sia riferita a un particolare episodio risalente a fine 2017, purtroppo non è isolata.

Gli attivisti della Ong Rainbow4Africa avevano segnalato un’incursione della Gendarmeria nel centro migranti di Bardonecchia, avvenuta nel marzo del 2018. In quel caso la risposta dei diplomatici francesi alle polemiche sollevate da quella che sembrerebbe una grave violazione è stata la legge 824 del 20 giugno 1965 circa la “ratifica ed esecuzione della Convenzione tra l’Italia e la Francia relativa agli uffici a controlli nazionali abbinati ed ai controlli in corso di viaggio.

In aprile, invece, una famiglia era stata trascinata fuori dal treno su cui viaggiava per raggiungere la Francia da Ventimiglia. I gendarmi in quel caso non avevano avuto riguardi nemmeno per una donna incinta, portata di peso sulla banchina della stazione di Mentone.

A giugno è stato inoltre pubblicato il rapporto di Oxfam sulla situazione dei migranti al confine di Ventimiglia in cui vengono denunciate gravi violazioni dei diritti umani da parte delle autorità francesi.
Nel rapporto “Se questa è Europa” Chiara Romagno, responsabile per Oxfam del programma OpenEurope a Ventimiglia, dichiara che “I poliziotti francesi infieriscono…è anche questo che è inaccettabile…oltre a respingerli illegalmente, senza metter in atto nessuna delle garanzie pur previste dalla legge, li scherniscono, li maltrattano…a molti hanno tagliato la suola delle scarpe, prima di rimandarli in Italia”

La notizia, dicevamo, è che la Gendarmeria francese avrebbe ricondotto in Italia dei migranti, varcando la frontiera senza autorizzazione e attuando di fatto una deportazione.

Restiamo basite da come i giornali abbiano dato la notizia, concentrando l’attenzione sulla violazione territoriale e continuando a usare uno spiacevole verbo, con o senza virgolette.

XIX

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2018/10/16/ADC269AC-bardonecchia_scaricati_migranti.shtml

libero

fonte: http://247.libero.it/rfocus/36669204/1/migranti-scaricati-in-italia-francia-si-scusa-un-errore-vvox/

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fonte: https://www.agi.it/cronaca/migranti_francia_italia-4491355/news/2018-10-15/

giornale

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/macron-ci-scarica-i-clandestini-alta-tensione-italia-e-1588602.html

scaricare (poet. scarcare) v. tr. [der. di caricare, col pref. s– (nel sign. 1)] (io scàricotu scàrichi, ecc.). – 1. a. Togliere o far scendere un peso, un carico dal mezzo di trasporto su cui è caricato, dalla persona o dall’animale che lo trasporta: s. il granoil carbonegli operatori stavano scaricando dal camion i sacchi di cementos. cassette al mercato […] Nell’uso fam., liberarsi di una persona che si ritiene noiosa, sgradita e sim.: finalmente sono riuscita, con una scusa, a s. quel seccatore; anche, lasciare, piantare: il fidanzato l’ha scaricata. *

 Nell’epoca della Post Verità in cui il cambiamento climatico sarebbe una bufala, i flussi migratori sarebbero un’emergenza, il razzismo sarebbe declassato a goliardata, le donne non sarebbero a proprio agio con un libro in mano, i diritti civili non sarebbero universali; è il caso di ricordare che le parole sono importanti.

Restiamo Umani.

 

Cristina Monasteri


 

*http://www.treccani.it/vocabolario/scaricare/

Portala via. Via da qui.

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È luglio e fa caldo sulla banchina del porto.
Lo sbarco dovrebbe avvenire intorno alle 16 e un’ora prima siamo già tutti pronti ad abbrustolirci sotto il sole. Tira un vento fastidioso che solleva polvere e zolfo, ma aiuta a non soffocare. D’un tratto ci viene comunicato che siamo sulla banchina sbagliata, prendiamo le macchine e ci spostiamo.
Intorno, facce stanche, preoccupate.
È il periodo della gogna mediatica contro le ONG impegnate in mare che improvvisamente sono diventate il nemico numero uno da combattere per fermare l’invasione che esiste solo nella mente di chi confeziona odio. È il periodo in cui si pesa ogni sillaba per timore di cadere nelle trappole della propaganda. È il periodo in cui la solidarietà diventa un crimine, salvare vite un atto di cui vergognarsi e restare umani l’unica sfida sensata.

La grande nave si profila all’orizzonte, inizia tutta la preparazione allo sbarco che lentamente comincia. Scendono le famiglie, le donne con bambini piccoli. Ce ne sono tre che sembrano pronti per l’asilo, non fosse per i piedi nudi e lo sguardo smarrito. Nell’afa del pomeriggio galleggiano i sorrisi di disagio e speranza fra questi sopravvissuti e noi che li aspettiamo in banchina sperando di essere utili.
C’è molto silenzio, ogni tanto un bambino ride, una donna viene fatta distendere su una barella e portata in ambulanza. Non è niente di grave per fortuna.

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Ph. Francesco Malavolta

Dopo un po’, finito lo sbarco di famiglie, donne e bambini, mi sposto dove c’è l’attendamento in cui si svolgono le operazioni di identificazione e alloggiano in prima battuta i nuovi arrivati: due tendoni molto grandi, dei container e uno spiazzo coi giocattoli per i bambini.
Quei giochi sull’asfalto bollente, quei colori sul grigio della strada sono uno schiaffo. Tanti bambini giocano, si rincorrono, ridono e sembrano felici. Ma è sbagliato: quello non è un posto per giocare, non è un posto dove trascorrere nemmeno un minuto della propria preziosissima infanzia.

Mi avvicino alla tenda più grande e noto un bambino di circa due anni in braccio al padre che mi guarda. Ci scambiamo un sorriso e lui si avvicina, me lo porge. Sono maliani, c’è anche la madre che batte le mani per incoraggiarmi a prenderlo in braccio. Il piccolo non è proprio contento e non perde di vista i genitori, ma nel frattempo si gode baci e carezze dell’estranea.
Facciamo una foto insieme: non fossimo al porto sotto il sole cocente dopo uno sbarco e un viaggio della speranza, sembreremmo una famiglia la domenica pomeriggio al parco.
Restituisco il bambino al padre, ci salutiamo ed entro nella tenda: mamme e bambini ovunque. Uno sembra il ritratto della serenità in braccio a sua madre che è bellissima e aggraziata in ogni gesto. Mentre sono impegnata a guardare loro, arriva una donna sulla quarantina, siriana, magra e accompagnata dalla nipote di 16 anni. Non parlano inglese, mi prendono in disparte e si toccano la pancia “Blood, blood. Please help”. Hanno le mestruazioni, servono assorbenti. Ne ho due in borsa per pura casualità, glieli do e ne vado a cercare altri, provando a dimenticare l’imbarazzo della donna che me li ha chiesti. Quando torno con un intero pacco, mi abbracciano e ridono.
Non basta affrontare un viaggio allucinante, ci manca solo il ciclo a peggiorare le cose.

Non ho il tempo di fermarmi a pensare che un gruppetto di ragazze somale mi fa cenno di avvicinarmi, hanno un fagottino in braccio: una bambina minuscola dentro una copertina rosa. Si sente il respiro sottilissimo. La mamma è avvolta in un velo azzurro, è esile, mi dice di avere 20 anni e di aver partorito in Libia 15 giorni prima. Nemmeno lei parla inglese, solo qualche parola per dirmi “beautiful”. Sì, la bambina è adorabile. Me la mette in braccio come fosse una bambola, si gira velocemente per controllare se qualcuno ci guarda e mi parla dritta negli occhi “Take her away. Away”.
Il suo sguardo corre oltre il limitare del campo, dove c’è la vita, la strada, la città. Dove non ci sono ghetti, file e documenti impossibili da ottenere. Una madre giovanissima che ha avuto quella figlia chissà dove e da chi mi chiede di portarla via con me.
Le spiego che non si può, che quella vita così leggera da tenere in braccio sarebbe un macigno burocratico. Le dico “no possible. All the best” mentre ci abbracciamo io e lei, la bambina in mezzo ai nostri due cuori.
Decido che per quel giorno può bastare. Salgo in macchina, esco dal porto, mi fermo poco dopo, su uno slargo da dove si domina tutta l’area. È quasi il tramonto e quei colori così belli rendono intollerabile la bruttezza del mondo in cui vivo.
Mia madre mi chiama per dirmi se vado a cena, rispondo sì con la voce più ferma che riesco a recuperare. Quando arrivo a casa, crollo e le racconto di quella madre, di quella bambina, di come per un momento me la sia immaginata coi cappellini e le copertine fatte a mano dalla zia, di come abbia pensato a papà che le canta le canzoni per farla addormentare e di come mi siano venute in mente le storie degli ebrei deportati che affidavano i figli a chiunque avesse il coraggio di salvarli.
Lasciamo perdere la cena. Ci è passata la fame. Torno a casa mia, ogni cosa è enorme, il letto troppo grande avrebbe potuto benissimo ospitare quella creatura e anche sua madre.
Mi aggrappo alla legge, alla burocrazia, alle regole per trovare delle scuse, ma non mi aiutano. Penso solo alla ragazza che mi chiede di salvare sua figlia che respira piano fra le mie braccia e a me che da allora ogni giorno mi domando se ho fatto bene a dirle di no.

di Maria Grazia Patania

Mediterranea, in mare per salvare la nostra umanità

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10 ottobre 2018. Ballaró, cuore antico di Palermo. Già dal nome si capisce che qui è passato tutto il Mediterraneo da secoli. Non poteva esserci altro luogo dove presentare alla città il progetto di Mediterranea e della nave Mare Jonio, la prima imbarcazione battente bandiera italiana che solca il mare a sud della Sicilia per una missione di monitoraggio, testimonianza, salvataggio e denuncia della situazione lungo la rotta del Mediterraneo Centrale.

Una follia necessaria, come raccontano gli uomini e le donne che hanno deciso di mettersi in mare, per riprendere parola e rompere un muro di silenzio e cattiveria che sembra essere l’elemento dominante di questi tempi bui.

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È proprio per riprendere parola che una vasta rete di associazioni ha deciso, semplicemente, che non bastavano più sit-in e manifestazioni ma che occorreva fare. Dare un contributo in prima persona nella battaglia navale che si combatte ogni giorno a pochi chilometri dalle nostre coste.

Così in pochi mesi, con passione e professionalità, l’idea è diventata azione. Un comitato di garanti, la disponibilità di banca etica, un fido di 700mila euro, la creazione di un equipaggio. E infine il mare.

Una volta salpata, la nave ha provocato una serie di effetti immediati fra cui attivismo nuovo della guardia costiera maltese, fine delle segnalazioni sulle imbarcazioni in difficoltà e dei soccorsi. Tutti gli attori governativi sono attualmente impegnati nel nascondere alla vista di Mediterranea quanto sta avvenendo, confermando quanta paura faccia la verità a governi e stati che hanno deciso semplicemente di volgere lo sguardo dall’altra parte rispetto alla tragedia continua che avviene in Libia e davanti alle coste di quel paese che qualcuno si ostina a considerare “porto sicuro” nonostante testimonianze, rapporti internazionali e prove concrete di trattamenti inumani, torture e stupri in veri e propri lager.

Mediterranea è, a tutti gli effetti, un pezzo di Italia. Un’Italia che ha deciso di non voltare le spalle alla sua storia e all’umanità. E così quella imbarcazione non salva solo uomini e donne che provano a scappare da mille orrori, ma salva anche noi. Salva l’onore di questo paese che vive un momento incerto e terribile ma che è ancora capace di agire e impegnarsi.

In pochi giorni oltre 100mila euro sono stati raccolti con una grande campagna di fundraising, ed è questa la migliore risposta a chi dice che non c’è più speranza.

Di Sergio Lima

Qui maggiori informazioni sul progetto e il link per le donazioni a sostegno della missione
Qui il diario di bordo di Valerio Nicolosi per TPI

Io posso farci tutto: insegnare italiano per resistere alla disumana burocrazia che regola le vite dei migranti

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Tutto è cominciato  a inizio febbraio, mentre ero in Portogallo. Tornando non ho trovato Alì e solo davanti all’evidenza della sedia vuota ho saputo la verità. Nessuno aveva avuto il coraggio di dirmelo mentre ero lontana. Alì, il gigante buono. Alì, col cappellino da super man che sorride sempre e impara velocemente. Alì che balla scatenato sul sagrato del Duomo di Augusta con l’inseparabile cappellino rosso e blu durante la festa di carnevale. Alì, 17 anni, maliano, è scappato per rincorrere il futuro per cui ha rischiato tutto.

Di nuovo ritorna la triste realtà degli addii a cui non ci si abitua mai. Questa volta però è lui a scegliere di andarsene. Senza dire una parola, un giorno parte e poco dopo scriverà dalla Francia. Come sia riuscito ad arrivare resta un mistero. Da quel momento le cose cambiano velocemente e ad aprile arriva il primo grosso trasferimento di neo diciottenni: ne vengono trasferiti dieci in un colpo solo. I corridoi diventano silenziosi, il morale è a terra e noi che siamo rimasti qui ci chiediamo chi sarà il prossimo. E quando.

La prima volta che sono entrata ad Albachiara era inizio gennaio ed era una confusione di voci, di musica, di ragazzi provenienti da vari paesi dell’Africa fino al Pakistan. La prima volta che ho provato a fare lezione sembravamo un gruppo di squinternati: loro numerosi e attentissimi davanti a me che avevo solo una piccola lavagna ad aiutarmi e nessun pennarello funzionante a disposizione. Da quella prima volta fino a giugno erano cambiate molte cose: avevamo creato 3 gruppi per vari livelli di conoscenza della lingua, altri volontari si erano uniti e, appena mi vedevano arrivare, i ragazzi si chiamavano a vicenda ripetendo “scuola, scuola!”

Ora è rimasto solo Cima ad Augusta, gli altri sono stati tutti portati via. Saryu è l’ultimo ad andare via. Lo sapevo che sarebbe successo, ma niente prepara a questo tipo di addii. Niente cancella questo terribile senso di ingiustizia. Quando mi scrive su whatsapp per dirmelo, piango. Ma gli chiedo solo se gli va di venire a cena dalla mamma. La mamma è la metafora di tutta la famiglia e la presenza più necessaria di tutte. La mamma è l’unica àncora di salvezza, l’unico riparo dal naufragio del cuore, l’unica medicina possibile di fronte alla malattia degli addii forzati.

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*Ph: Francesco Malavolta, agosto 2018 dopo la chiusura ufficiale del CPA Albachiara di Augusta

Dopo quattro anni di migrazione vissuta ogni giorno, in ogni angolo della mia vita ho capito che migrazione significa ingiustizia. Significa dolore, perdita, frustrazione. Ma soprattutto ingiustizia.

Io sono stanca di vedermeli portare via come pacchi. Sono stanca di inventare bugie e storie a lieto fine che tanto non si avverano. Sono stanca di dire “non preoccuparti” quando io sono terrorizzata perché fatico a riconoscere il mondo bestiale in cui vivo. Se quattro anni fa, avevo la speranza. Adesso a poco a poco mi stanno togliendo anche quella.

Questi figli li abbiamo curati, educati, inseriti in qualsiasi progetto potesse evitarne l’isolamento, abbiamo insegnato loro la nostra lingua nella speranza che imparassero a usarla in modo gentile. Io non ho insegnato italiano per pietà o per lavarmi la coscienza. Ho insegnato italiano perché credo che la conoscenza sia l’unico modo per salvarci tutti insieme: non rimanere ignoranti è l’unica speranza che ci resta. Far sì che loro riescano dove noi abbiamo fallito. Consegnare uno strumento potente come la parola affinché venga usata per costruire il mondo migliore che vedo allontanarsi ogni giorno, ma che con tenacia dobbiamo continuare a perseguire.

Non sono andata al centro di prima accoglienza per pietismo, buonismo o altre parole vuote. Sono andata da loro per un prepotente senso di ingiustizia che non si arrendeva nemmeno all’evidenza delle fughe volontarie dettate dalla disperazione o dai trasferimenti. Tre volte a settimana per mesi, sono stata con loro. Li ho rimproverati come fossero figli miei, ho ascoltato la voce delle loro madri dall’altro capo del telefono, ho pianto il loro dolore e assorbito il veleno dei loro racconti di torture e violenze. Mi sono illusa che la sera le loro famiglie potessero andare a dormire con un sorriso pensando che i loro figli stavano studiando. Mi sono illusa che saremmo durati insieme e che qualcosa di positivo l’avremmo fatta insieme. Come ogni storia di amore, quando inizia non si pensa mai alla fine. Non la si prende nemmeno in considerazione. Durerà, mi ripetevo. Questa volta durerà sicuramente. Ho fatto progetti, ho tentato di seguire un programma per far imparare la lingua italiana con meticolosità.

Non so se quelle lezioni siano servite per sciogliere la loro lingua, per aiutarli con le parole del paese dove vivono adesso. Ma so con certezza che quelle lezioni sono servite a me per salvarmi da un abisso di impotenza e dalla pericolosa gabbia del “io non posso farci niente”.

Io posso farci tutto.

di Maria Grazia Patania

Stealthing oltre le stelle

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La vacanza è quasi finita, Lucy ha scelto di restare qualche giorno in più da sola mentre gli amici sono dovuti rientrare per lavoro.

Fa caldo, il mare, sua fonte di energia, le da calma e serenità. Non teme gli sguardi curiosi di chi la vede sola per strada o a cena ma non è stupida e sa che la sua sicurezza viene prima di tutto quindi evita di inoltrarsi nel cuore della cittadina di notte.

C’è un ristorantino molto carino a due passi dal suo appartamento, decide di cenare lì, è vicino a casa e sufficientemente affollato da non farla sentire in pericolo o sola.

I camerieri sono gentili e il cibo fantastico. I commensali che la circondano fanno in varie lingue congetture su questa donna, seduta da sola nel mezzo del cortiletto dove sono disposti i tavoli già tutti occupati. Lei sorride, non sanno che li capisce.

Dopo cena decide di andare a prendere un gelato che si gode seduta su una panchina sul lungomare. La luna alta e grande circondata da miriadi di stelle si riflette sul mare calmo e scuro.

La serenità la pervade ma è ora di tornare a casa, domani è l’ultimo giorno di vacanze e Lucy vuole goderselo al massimo.

Il giorno dopo lo trascorre al mare, nota che ci sono diverse donne sole e si sente sollevata.

Arriva la sera, è affamatissima. Si prepara, indossa jeans, maglietta e sandali, sebbene le sere siano eccezionalmente calde non vuole dare nell’occhio. Esce, segue il suono della musica, c’è un concerto di una cover band locale. Cantano i Queen e altri grandi del passato, non è male, decide di fermarsi e ballare un po’. Ma è sola, gli occhi degli uomini iniziano a farsi pesanti sul suo corpo, decide di andar via.

Cibo, ok dove si va? È l’ultima sera, dovrei cercare un posto nuovo ma sono pigra. Vediamo se c’è posto al ristorante sotto casa.

Il posto c’è, anche i camerieri sono gli stessi, solo la hostess è cambiata.

Lucy viene accolta con un “ben tornata” che la fa sentire sicura e a casa. Ordina un bicchiere di vino bianco e gamberoni alla griglia.
Davanti a lei un tavolo con una coppia sulla 50ina. La moglie le da le spalle, il marito la nota e sornione la scruta durante tutta la cena attento a non farsi beccare dalla moglie. Lei evita di incrociare il suo sguardo, finisce di mangiare, chiede il conto, paga e va via senza né salutare né ringraziare, c’è troppa gente, i camerieri sono occupatissimi.

È l’ultima sera, non vuole tornare subito a casa, si addentra nelle stradine del centro storico, compra un gelato e si siede ai piedi di una statua a contemplare le antiche mura che la circondano. Passano pochi minuti e il primo uomo le siede accanto. Lei sorride e continua mangiare il suo gelato e ammirare tutto ciò che le gira intorno. Poi ne arriva un altro, poi dei ragazzi. La base della statua all’improvviso diventa claustrofobiaca. È tempo di tornare a casa.

Mentre percorre la piccola stradina adornata da tavoli e turisti, arriva davanti al ristorantino dove ha cenato e lì la ferma il cameriere che l’aveva servita. Lui, Daniel, è giovane e sorridente.

Sei andata via senza dire nulla, mi sono girato e non c’eri più.

Eravate così impegnati, non mi sembrava il caso di disturbare. Risponde Lucy.

Ti posso offrire da bere?

Ci pensa un attimo, la situazione sembra sicura, la strada è illuminata e c’è gente che va su e giù.

Perché no?

Lui sta per finire il turno, le riempie un bicchierino di liquore e torna a lavoro chiedendole di aspettarlo. Lei si siede, accende una sigaretta e aspetta.

Alla fine del turno le propone di andare in riva al mare con i suoi colleghi per una birra e due chiacchiere. Ci sono anche delle ragazze, Lucy è serena, le piace l’idea di finire così le sue ferie e decide di seguirli.
Arrivano su uno spiazzale dove c’è già un gruppetto di ragazzi che suona la chitarra e canta.

C’è ancora quella luna che occupa metà del cielo stellato, il mare è una tavola, la musica tradizionale in sottofondo crea un’atmosfera magica. Le sembra di essere nella scena di un film.
Si parla dell’Italia e del loro Paese, si rendono conto che sono più simili di quanto pensassero. Ci ridono su.

Lucy è seduta accanto a Daniel che la guarda sorridendo poi la stringe a se e la bacia. È un bacio dolce che la fa sorridere, lei ha 40 anni, lui poco più della metà.
Trascorrono un paio d’ore molto piacevoli poi lui la guarda e dice, andiamo a casa? Lei risponde di sì. Si baciano ancora.

Sul tragitto, dopo aver capito che nessuno dei due aveva preservativi, cambiano rotta e trovano un negozietto dove comprarli.

Tornano a casa, si abbracciano, si spogliano, si accarezzano e si scoprono. Lui mette il preservativo ma qualcosa non va. Si fermano, sorridono, parlano un po’ e poi ricominciano a esplorarsi. Il preservativo è sempre lì.

Lucy è quasi incredula, quante emozioni in una sola serata, non avrebbe potuto sperare in una fine di vacanza migliore. Daniel la penetra, si baciano, si girano e si rigirano sul letto circondati dai vestiti buttati sul pavimento.

Ma c’è qualcosa di strano, pensa Lucy, qualcosa che non la fa stare tranquilla e chiede, tu il preservativo lo hai ancora su giusto?

No.

Le si gela il sangue nelle vene. Lo spinge via e si copre con le lenzuola. Salta fuori dal letto e gli urla di andarsene.

Daniel si giustifica dicendo, credevo lo avessi capito, scusa non hai visto? Non hai sentito?

No, non ho visto, non ho capito! Credevo che chiederti di comprarli e fartelo mettere prima del rapporto fosse sufficiente per farti capire che senza non lo faccio. Esci da questa casa, ora!

Daniel si alza e si riveste, piano, come se volesse darle il tempo di cambiare idea. Lucy lo segue con lo sguardo da lontano ripetendo come un mantra, mi sono fidata, hai abusato della mia fiducia.

Ma tu lo sapevi, insiste Daniel.

Fuori! Urla Lucy, esci da questa cazzo di casa ora!

La porta si chiude, Lucy torna a letto ma non riesce a dormire.

Cretina, sei una cretina. Non ti dovevi fidare, non dovevi rischiare.

Si sente sprofondare nel letto come in quella famosa scena di trainspotting, ma non per estasi.

Appena torno a casa analisi del sangue ma non dirlo a nessuno. Mai. Punto. Faresti solo la figura della scema.

E così fa, al rientro non dice nulla, non va dal dottore, non ci pensa più. Fa finta che quella sera non sia mai avvenuta.
Passano quasi due mesi, sta bene, ha ripreso a lavorare e la vita procede serena. Finché un giorno trova un articolo di giornale sullo stealthing. Non ne aveva mai sentito parlare. Nel leggere si accorge che è esattamente quello che è successo a lei. È reato, dicono, equivale a stupro. Un uomo è stato condannato (in Svizzera).

La memoria la riporta in quella camera da letto, alle urla. FUORI, ORA!

La assalgono ansie e preoccupazioni, e se avessi contratto qualcosa?!

Inizia la ricerca spasmodica di un ospedale che le possa dare risposte e farle fare il test dell’HIV. Lo trova, telefona e va, sola.

L’accoglie un sorridente infermiere al quale racconta quello che le è successo. Non riesce a trattenere le lacrime, chiede scusa per la sua stupidità, si vergogna della sua stupidità.

Lui la rassicura dicendo che i casi di contrazione dell’HIV sono rarissimi, se non c’è stato rapporto anale o orale completo può stare tranquilla. Lei ha fatto il possibile, ha comprato i preservativi e si è assicurata che lui lo indossasse. Il resto non è colpa sua.

Anche il miglior conducente nulla può se gli arriva un tir addosso.

È vero pensa Lucy, ma non è sufficiente per calmare i demoni che le occupano il cuore e lo stomaco.

È colpa mia, è il mio corpo, avrei dovuto accorgermene. È solo colpa mia.

L’infermiere le poggia una mano sulla spalla e la fissa sorridendo.
Lucy si ritrova paralizzata sulla sedia, in lacrime.

Mica ci sta provando?! Non vede che piango, non capisce che sono sottosopra? Pensa mantenendo un sorriso di circostanza.

Lui inizia a farle dei complimenti, dai che ti porto a cena io, hai bisogno dell’uomo giusto.

Il tempo si congela, Lucy vuole solo uscire da quella stanzetta buia, salire in macchina e tornare a casa.

Lui insiste, ci vediamo sabato quando verrai a ritirare i risultati, ti porto fuori io!

Allibita, stanca, nauseata e arrabbiata va via.

Com’è possibile che anche davanti a una donna che sta attraversando un momento di fragilità l’uomo non arretra, non aspetta, non rispetta e non manca occasione di provarci?!?

Il test dell’HIV non è sufficiente, serve la prescrizione per epatite b e c. Non vuole andare dal dottore che conosce da 20 anni a spiegare di nuovo quello che le è successo ma non ha scelta.

Si siede e racconta, ma con meno dettagli questa volta e senza lacrime. La risposta del dottore la lascia basita.

Ma dai, voleva solo avere un contatto più intimo! Sorride malizioso.

Lucy si sente crollare il mondo addosso e con voce rotta ribatte, ma io ero stata chiara, avevo detto solo con preservativo.

Sei troppo ansiosa Lucy, capita, non è la fine del mondo, voleva solo godere di più.

Sí, ma contro la mia volontà, vorrebbe urlare lei.

Invece è ferma, sguardo basso, mani che tremano.

Con il cuore in gola si alza per andar via, grazie per la prescrizione e buona giornata.

Anche a te, e stai serena! A proposito, come sono andate le vacanze, dove sei stata?

Bene, sono andata oltre le stelle.