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Era il 24 febbraio 2018 quando sono entrata per la prima volta nell’allora IV A della scuola primaria dell’istituto comprensivo Orso Mario Corbino. Ero in attesa che arrivassero Alessio Mamo e Marta Bellingreri che ci avrebbero spiegato cosa significhi essere una giornalista e un fotografo oggi e guidati in un intenso viaggio in Giordania. Prima del loro arrivo ho approfittato per spiegare cosa fosse il Collettivo Antigone e perché fossi lì quella mattina. Anna, capelli lunghi lisci, carnagione chiarissima, voce sottile, alza la mano e mi dice “Ma chi te l’ha fatto fare?”. Al suo tono serissimo seguono una serie di assensi in sottofondo ed è palese che la sua domanda non ha nulla a che vedere col classico “Ma cu tu fici fare” degli adulti.

La differenza era lì: Anna in quella domanda aveva messo tutta la serietà del caso. Quella bambina di nove anni mi stava chiedendo cosa mi avesse portata a considerare la migrazione affar mio, ad “impicciarmi” di questa cosa che in tv va avanti per numeri e cifre con volti anonimi facili da dimenticare. Abbiamo ricordato le scuole verdi dove conobbi nel 2014 Ibrahim che sarebbe diventato fratello di Letizia la quale ora mi scruta coi suoi grandi occhi verdi, soddisfatta per questa presenza in comune. Abbiamo parlato del senso della memoria e della necessità di comprendere il cuore degli altri, tendendo mani e fornendo appigli.

Subito dopo arrivano Marta e Alessio che in quei giorni aveva appreso di essere finalista World Press Photo con la foto della piccola Manal sfigurata dalla guerra a Kirkuk, in Iraq. Attraverso questa bambina di 11 anni, Alessio e Marta hanno spiegato il lavoro dell’ospedale di tutte le guerre che a Amman in Giordania il team di MSF porta avanti per ricucire esseri umani fatti a brandelli da interminabili conflitti. Il bianco e nero a rappresentare le ferite, il dolore. I colori a simboleggiare la ripresa, la guarigione o il percorso verso di essa. Dopo aver smontato qualsiasi retorica sulle guerre giuste con l’evidenza delle loro conseguenze più drammatiche, ci siamo salutati con la speranza che un giorno sia Manal stessa a venirci a trovare per “colorare insieme”.

Meno di due mesi dopo, è venuto da noi Luca Pistone, fotoreporter e giornalista in zone di conflitto per l’agenzia di stato messicana Notimex ed esperto di Africa Occidentale. Luca era appena tornato dal Congo e ci ha raccontato cosa significhi vivere in un Paese dove la violenza fa storicamente parte della quotidianità dei suoi abitanti con pesanti ripercussioni soprattutto per le donne. Il centro dell’incontro, però, sono stati i visti e i documenti per muoversi in questi Paesi. Luca ha spiegato cosa deve fare prima di partire e risposto alla domanda “Ma perché i migranti vengono senza documenti?”. Perché glieli neghiamo, costringendoli a rivolgersi ai trafficanti che aumentano tratta e criminalità. Ma la parte che ricordano tutti e tutte con maggior precisione è stato il viaggio in Vespa che Luca ci ha fatto fare attraversando vari Paesi dell’Africa Occidentale dal Senegal al Mali, al Gambia, alla Guinea Bissau grazie al progetto che cura con Andrea De Georgio.

Dopo una lunga pausa, ci siamo rivisti a novembre insieme a Sergio Lima, portavoce del Presidente della Commissione Antimafia all’Ars e capo dell’ufficio legislativo 100Passi all’Ars. Con Sergio abbiamo parlato di mafia, illegalità e buone pratiche per contrastarla. “Immaginate di andare ogni giorno in un parco giochi che vi piace tanto e d’improvviso arriva qualcuno che vi impedisce di entrare o vi chiede denaro per farlo. Ecco questo è un atteggiamento mafioso”. La domanda che ricorreva più spesso riguardava il motivo per cui qualcuno scelga deliberatamente di fare male ad altri e cosa si possa fare nel proprio piccolo per evitare questi abusi. Inevitabile parlare di caporalato, di sfruttamento, di schiavitù nelle campagne siciliane dove silenziosamente si ammassano centinaia e centinaia di braccianti agricoli privi delle tutele più elementari. Erano i giorni delle discussioni sul cosiddetto decreto sicurezza e abbiamo anticipato il disastro umanitario che si sarebbe concretizzato di lì a poco. Di fronte alle immagini di Cassibile con le sue povere baracche di migranti abbandonati a se stessi, i bambini e le bambine faticavano a credere che fossero state scattate “dietro casa nostra”.

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Proprio grazie a Sergio a marzo siamo andati in visita all’ARS, visitandone la sede e assistendo ad una seduta d’aula per insegnare che la democrazia non è una fantasia astratta, ma una realtà da coltivare ogni giorno nelle nostre azioni. Tuttavia, la parte più entusiasmante della giornata è stata senza dubbio la visita all’osservatorio astronomico dove i bambini hanno visto strumenti antichissimi e filmati modernissimi della via Lattea realizzati proprio per far loro conoscere una parte di cielo. La partenza alle 6:30 del mattino e il rientro la sera tardi non hanno scalfito minimamente le loro energie. Tuttavia, era impossibile non pensare che, se fossimo stati in Siria, a Gaza, in Iraq e in mille altri luoghi, avremmo potuto essere un danno collaterale, un bersaglio o degli scudi umani per guerre di cui non avremmo capito nulla.

A gennaio sono tornata da sola per raccontare il Burkina Faso, la lotta delle madri che strappano i figli alla malnutrizione, i tramonti impossibili, il cielo stellato visto per la prima volta e i bambini che si guastano la salute nelle miniere d’oro informali. Con la foto di Maurice, 9 anni, loro coetaneo abbiamo discusso di lavoro minorile, diritto all’istruzione e dovere di rimediare alla strutturale ingiustizia senza abituarsi mai ad essa. Il filo rosso che teneva unite le nostre parole era Raoul, alunno di questa classe e unico privilegiato ad esser nato in Burkina Faso prima di arrivare ad Augusta anni fa con la sua famiglia adottiva. Il 15 marzo abbiamo parlato di Greta Thunberg, ambiente e cambiamento climatico per accennare ai fattori climatici come cause dirette o indirette dell’esodo di massa di milioni e milioni di persone. Ambiente e inquinamento in un territorio come quello di Augusta non sono effimera speculazione teorica, ma drammatica quotidianità fra tumori, malformazioni e degrado ambientale.

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Meno di due settimane dopo, la classe ha incontrato Francesco Malavolta che -emozionatissimo- ha spiegato il suo lavoro e mostrato le sue foto, raccontando le storie dei tanti bambini ritratti. Cosa significa essere un bambino o una bambina costretta a migrare? Quali sono gli ostacoli che incontra? Come si vive in un campo profughi abbandonato ai margini dell’Europa fra sporcizia e violenze? Cosa possiamo fare noi per rendere meno traumatica la loro esperienza? Ancora una volta, nel nostro dialogo, tornano Letizia e suo fratello Ibrahim che viene dal Gambia e che con me ha mangiato il suo primo arancino in un bar vicino le scuole verdi che lo ospitavano all’epoca.

Ma l’anno non è ancora finito e lo chiuderemo in bellezza con Sara Manisera e Arianna Pagani che verranno a trovarci dal 3 al 6 maggio per raccontarci cosa significhi essere donne oggi al di là dei confini geografici, delle etichette e degli stereotipi. Per noi del Collettivo Antigone, sarà un momento speciale perché finora avevamo ospitato solo una donna, Marta Bellingreri, e invece così bilanceremo le presenze. Sara e Arianna saranno il nostro “regalo” di fine anno affinché ogni bambina possa trovare in loro un modello, una fonte di ispirazione. Affinché Anna, Letizia, Brenda, Alexandra e le altre sappiano che il mondo non è una prerogativa degli uomini. Affinché Valerio, Aldo, Michele, Salvatore, Raoul e gli altri imparino a fare squadra con le loro coetanee nel pieno rispetto delle loro capacità.

Un grazie speciale lo dobbiamo alla dirigente del secondo istituto comprensivo O.M. Corbino, Maria Giovanna Sergi, che ci ha dato la fiducia e il coraggio necessari per intraprendere questo percorso. Alle maestre Antonia Zoncheddu e Antonietta Lanzarone che sono sempre pronte ad accoglierci a braccia aperte, preparando in modo impeccabile la classe. Ma soprattutto ai bambini, alle bambine e alle loro famiglie che sono il cuore di questi incontri in un continuo scambio di dare e avere.

Una cosa è sicura: in quest’ultimo anno io sono cresciuta moltissimo grazie alla loro spontanea irruenza, alle loro battute e alle loro infinite domande. Soprattutto sono felice che, superata la diffidenza iniziale, sono ormai diventata un misto fra una zia giovane e l’amica stramba che frequenta persone interessanti.

di Maria Grazia Patania