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Guardare negli occhi un rifugiato è un gesto politico, un modo per ridare il valore, un modo per rimetterlo al mondo. Per dirgli tu ci sei, tu ci sei. E da qui si comincia”, Lorena Fornasir, protagonista di Dove bisogna stare.

Se dovessi riassumere in una sola frase la settimana fra Torino e Lucca, sceglierei questa. Migranti, rifugiati, richiedenti asilo. Semplicemente persone. Persone che aiutano e persone che necessitano aiuto. È stato questo il filo conduttore degli incontri a Chivasso (TO) e Lucca per ritrovare vecchie e nuove amicizie accomunate tutte dall’impegno a fianco di chi viene sistematicamente escluso e marginalizzato.

Due telefonate e gli incontri sono fissati. C’è bisogno di ritrovarsi e di conoscersi. C’è bisogno di sapere che esistiamo e che il mondo vero non è quello propagandato dai giornali e dagli sciacalli che ci governano. C’è bisogno di dire che in mare si muore mentre noi portiamo avanti le nostre misere vitepreoccupati da un’invasione che non esiste, ma è funzionale a nascondere una società alla deriva.

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A Torino, in aeroporto, mi aspettano Daniela, Pinuccia e Bea. Era novembre quando Daniela mi scrisse per la prima volta, avevo notato che seguiva sempre i post del Collettivo, ma non conoscevo la sua storia e non immaginavo che saremmo diventate amiche al di là dello schermo. E invece ora siamo in macchina insieme, ci fermiamo a bere un caffè, andiamo a trovare alcuni dei ragazzi che lei e altre volontarie seguono prima della cena di benvenuto per accogliere a nord la frontiera sud. Una enorme tavola imbandita dove siedono persone provenienti da Afghanistan, Pakistan, Gambia, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Italia. Intorno, una babele di lingue. C’è parla in farsi, chi in tedesco, chi in inglese o francese. Ognuno trova il modo migliore per conoscere chi gli sta accanto.

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Il giorno dopo è il momento delle scuole. Théo e io abbiamo il compito di far capire cosa significhi oggi viaggiare mettendo a repentaglio la propria vita solo perché si è nati nel posto sbagliato. La prima classe è una quarta della scuola primaria di Torrazza, seguono una terza e altre due quarte della scuola primaria della scuola primaria di Caluso. In totale, oltre un centinaio di bambini e bambine hanno ascoltato il viaggio di Théo paragonandolo ai miei spostamenti per lavoro o volontariato.

Théo viene dal Costa d’Avorio, a 21 anni deve abbandonare gli studi universitari a causa dello scoppio di un conflitto nel suo Paese che nel dicembre 2011 lo costringere a fuggire per mettersi in salvo. “Io non volevo venire in Italia, ma dovevo per forza mettermi al sicuro. Così sono arrivato in Libia dove un mio amico mi ha insegnato il mestiere di piastrellista. La Libia è un posto terribile e sono dovuto fuggire anche da lì. Sono arrivato in Italia il 7 ottobre 2016 a bordo di un gommone con 135 persone. Sono vivo per miracolo”. Mentre lui parla, mi rendo conto che la cosa migliore per far capire l’ingiustizia della migrazione forzata è raccontare la mia vita che si svolgeva in parallelo a quella di Théocon molti meno rischi.

Mentre lui si metteva in viaggio a causa della guerra, io maturavo l’idea di abbandonare l’Italia per avere un lavoro migliore. Mentre lui attraversava il deserto per arrivare in Libia, io volavo in Germania in totale sicurezza e con un contratto di lavoro in tasca. Mentre Théo resisteva su un gommone insicuro in mare, io avevo appena rassegnato le dimissioni a Bonn per rientrare in Sicilia. Infine, mentre i documenti -che per me sono scontate garanzie di sicurezza- per lui sono una lotteria che non sai mai se vincerai e che, nell’attesa, ti costringe a non esistere. Ti espone ai pericoli dell’essere invisibile e facile preda di criminali senza scrupoli.

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Le domande si susseguono e alternano questioni pratiche legate al viaggio alla domanda madre di tutte le altre: Perché li costringiamo a questi viaggi, a questi pericoli, a questi orrori? E allora bisogna spiegare dei visti, di come li neghiamo e di come consegniamo ai trafficanti la gestione dei flussi migratori. Io in Burkina Faso sono andata in aereo, comodamente, senza alcun problema. Théo ha dovuto rischiare di morire per essere oggi qui insieme a noi, mentre io non ho meritato nulla di ciò che il mio passaporto mi ha consentito. Alle nostre spalle ci aiutano le cartine geografiche per mostrare dove si trovino il Costa d’Avorio, la Libia, la rotta centrale del Mediterraneo dove Théo è stato soccorso, il Burkina Faso ed infine la Sicilia dove si tocca finalmente terra. Poi c’è un puntino fra Catania e Siracusa ed è lì che si trova Augusta, per anni primo porto di sbarco. Ovvero, primo luogo di salvezza per l’umanità in cammino che ha quasi del tutto perso la sua umanità con becere propagande e qualunquismo istituzionale.

La sera c’è la proiezione del documentario “Dove bisogna stare” che racconta l’impegno giornaliero di quattro donne -diversissime fra loro per età e provenienza- che dedicano la loro vita a supportare migranti e richiedenti asilo abbandonati dalle istituzioni nell’indifferenza generale. In sala c’è Elena Pozzallo che ha aperto le porte di casa a Mathieu che si era smarrito nella neve e rischiava di vedersi amputare i piedi, prima di ripartire di nuovo inseguendo i propri sogni. In ciascuna di quelle donne, nei loro gesti, nel loro sconforto e nella loro rabbia si rispecchiachiunque abbia deciso dove bisogna stare negli ultimi anni di fronte alle barbarie commesse contro i migranti.

Parto per Lucca con le loro parole in testa, con la convinzione che il coraggio debba essere più forte dello scoramento, con la paura di non fare mai abbastanza. In fondo, cos’è abbastanza? Rivedo le persone che avevo conosciuto durante incontri precedenti qui ad Augusta e poi a Lucca, ritrovo chi ho conosciuto durante la missione in Burkina Faso e mi trovo a raccontare il luogo da cui vengo, cosa voglia dire porto di sbarco, cosa abbia significato per noi essere dimenticati dalla stampa e scomparire dall’attualità. Luoghi come Augusta e Cassibile sono difficili da raccontare, ma è necessario parlarne. Si deve sapere che la schiavitù è a un passo da casa nostra, che il mare è pieno di morti, che ignorare l’esistenza di migliaia di esseri umani vuol dire consegnarli alla criminalità organizzata, innescare il caos sociale e lasciare quasi 20.000 lavoratori senza una occupazione. Si deve sapere che un altro mondo è possibile, che il mondo delle foto che ho scorrono mentre parlo -fatte di compleanni e lezioni di italiano- esisteva finché non ce lo hanno portato via, che mia madre ha molti figli benché anagraficamente io risulti l’unica. Si deve sapere che tornare umani è una battaglia da combattere insieme e che nessuno può tirarsi fuori

Di Maria Grazia Patania

foto di Daniela Mussano