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Le donne a bordo della Alan Kurdi sono ancora intrappolate sulla nave coi loro figli mentre continua il ripugnante braccio di ferro fra gli Stati europei e dopo l’augurio di “buon viaggio” fatto dal governo italiano. Preso atto del rifiuto di abbandonare mariti e compagni sbarcando a Lampedusa senza nessuna garanzia di rivederli presto, dovremmo chiederci cosa significhi l’espressione abusata “Prima le donne e i bambini”.

Niente, non vuol dire niente. È solo l’ennesima espressione vuota a cui ci ha abituati l’attuale classe politica fatta di personalità ciniche e abiette. Il governo dei taxi del mare, della pacchia, della violenza sdoganata ad ogni livello, del machismo traboccante riesce a superare costantemente il limite della decenza fra gli applausi del popolo italiano.

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Ph. Francesco Malavolta

Da anni ormai ci siamo abituati a dubitare di tutto, a mettere sotto accusa la solidarietà, ad allungare pesanti ombre sulla società civile che si adopera per colmare le scandalose lacune lasciate da uno stato negligente ed incapace. Abbiamo smesso di contare le morti in mare, di preoccuparci dei dispersi, di tutelare diritti e doveri, abbiamo ceduto a un livore ottuso che stordisce senza lasciare spazio al ragionamento.

Cosa significa prima le donne e i bambini in un contesto come quello del post-soccorso sulla Alan Kurdi dove 64 persone sono costrette da giorni a vivere in condizioni di promiscuità e disagio? Cosa significa permettere -quasi per gentile concessione- lo sbarco di donne e bambini, lasciando ad un destino incerto il resto dei naufraghi?

Significa mostrare il volto più miserabile del patriarcato con un razzismo vagamente edulcorato per non urtare eccessivamente la sensibilità di un’audience sempre più disumana. Nonostante si sia ormai persa qualsiasi empatia, si cerca maldestramente di salvare le apparenze, mandando messaggi ambivalenti. Le donne e i bambini sono deboli, ce li prendiamo. Gli uomini palestrati non ci riguardano. In questo modo, con una sola miserabile frase, si ribaltano decenni di conquiste e la donna torna ad essere una cosuccia insignificante da proteggere a convenienza secondo precisi calcoli politici. I bambini, tenuti al freddo per giorni, diventano pedine della propria scacchiera con cui mascherare la barbarie. Gli uomini, i ragazzi possono essere facilmente sacrificati perché “rubano, spacciano, violentano, sono palestrati e hanno il cellulare”. Chi se ne frega di loro.

Ma chi se ne frega anche del diritto delle famiglie a rimanere unite. Chi se ne frega di questi padri e di queste madri che hanno superato l’inferno insieme e ora devono scegliere fra toccare terra o separarsi. Loro non rientrano nel prototipo da slogan della famiglia sbraitata al congresso di Verona. Queste coppie non contano, i migranti non contano. Gli “altri” non contano.

La retorica di chi ci rappresenta è rivoltante e manca totalmente di senso logico. La propaganda si smaschera facilmente però dal momento che non si capisce perché le donne vadano tutelate solo in determinate occasioni di pura convenienza, mentre per il resto del tempo non ci riguardano. Le migliaia di ragazze, bambine e donne chiuse nei centri di detenzione libici sono meno importanti? Sappiamo cosa subiscono con estrema dovizia di particolari, conosciamo le sevizie e le perversioni dei loro carcerieri. Dunque, perché le rimandiamo indietro alla prima occasione? Perché davanti alle coste di Lampedusa fingiamo di volerle proteggere e in Libia dove lo stupro è prassi quotidiana le rimandiamo/intrappoliamo a cuor leggero?

Perché non apriamo immediatamente canali umanitari, come chiesto urgentemente dall’ONU a fronte di una nuova escalation di scontri che mettono a rischio la vita di chiunque si trovi nel Paese? Perché quel mezzo milione di bambini bloccato fra Tripoli e le aree circostanti cui si riferisce l’UNICEF non ci riguarda? Perché, una volta recuperati i 64 naufraghi salvati dalla Alan Kurdi, abbiamo smesso di pensare ai 50 dispersi di cui Alarm Phone aveva dato notizia? Mentre scrivo, altre 20 persone sono in balìa delle onde su un gommone al largo della Libia nell’inerzia di Malta e Italia che fanno sfoggio della propria codardia. Si sa già che almeno otto esseri umani sono caduti in acqua. Perché di loro non ci importa?

Ma soprattutto: perché uomini e ragazzi avrebbero meno diritto a mettersi in salvo, a scendere dalla nave che li ha salvati, ad essere accolti, curati e rifocillati? Secondo quale base giuridica? Quale norma dopo un naufragio impone ulteriore attesa a uomini e ragazzi? Perché dovremo pur agire secondo legge. Non vorremo mica affidarci al caso, o peggio ancora alla propaganda di politicanti che faticano a formulare frasi sintatticamente corrette. O no?

Noi donne siamo stanche di essere pedine, di valere un tot al chilo secondo la convenienza e l’opportunismo. Noi donne non ce ne facciamo nulla del desiderio machista di proteggerci a fasi alterne a scapito di altri esseri umani. Noi donne chiediamo diritti, rispetto e dignità per le nostre sorelle migranti, per i loro figli, per i loro compagni, per ogni essere umano in cammino verso la pace e la sicurezza. Noi donne non consideriamo la vita una gentile concessione del maschio di turno, né cediamo alla retorica dei diritti trasformarti in privilegi per i più fortunati. Smettiamola di scambiare la vulnerabilità per debolezza. Dateci diritti, dignità e rispetto. Al resto pensiamo noi.

di Maria Grazia Patania