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È luglio e fa caldo sulla banchina del porto.
Lo sbarco dovrebbe avvenire intorno alle 16 e un’ora prima siamo già tutti pronti ad abbrustolirci sotto il sole. Tira un vento fastidioso che solleva polvere e zolfo, ma aiuta a non soffocare. D’un tratto ci viene comunicato che siamo sulla banchina sbagliata, prendiamo le macchine e ci spostiamo.
Intorno, facce stanche, preoccupate.
È il periodo della gogna mediatica contro le ONG impegnate in mare che improvvisamente sono diventate il nemico numero uno da combattere per fermare l’invasione che esiste solo nella mente di chi confeziona odio. È il periodo in cui si pesa ogni sillaba per timore di cadere nelle trappole della propaganda. È il periodo in cui la solidarietà diventa un crimine, salvare vite un atto di cui vergognarsi e restare umani l’unica sfida sensata.

La grande nave si profila all’orizzonte, inizia tutta la preparazione allo sbarco che lentamente comincia. Scendono le famiglie, le donne con bambini piccoli. Ce ne sono tre che sembrano pronti per l’asilo, non fosse per i piedi nudi e lo sguardo smarrito. Nell’afa del pomeriggio galleggiano i sorrisi di disagio e speranza fra questi sopravvissuti e noi che li aspettiamo in banchina sperando di essere utili.
C’è molto silenzio, ogni tanto un bambino ride, una donna viene fatta distendere su una barella e portata in ambulanza. Non è niente di grave per fortuna.

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Ph. Francesco Malavolta

Dopo un po’, finito lo sbarco di famiglie, donne e bambini, mi sposto dove c’è l’attendamento in cui si svolgono le operazioni di identificazione e alloggiano in prima battuta i nuovi arrivati: due tendoni molto grandi, dei container e uno spiazzo coi giocattoli per i bambini.
Quei giochi sull’asfalto bollente, quei colori sul grigio della strada sono uno schiaffo. Tanti bambini giocano, si rincorrono, ridono e sembrano felici. Ma è sbagliato: quello non è un posto per giocare, non è un posto dove trascorrere nemmeno un minuto della propria preziosissima infanzia.

Mi avvicino alla tenda più grande e noto un bambino di circa due anni in braccio al padre che mi guarda. Ci scambiamo un sorriso e lui si avvicina, me lo porge. Sono maliani, c’è anche la madre che batte le mani per incoraggiarmi a prenderlo in braccio. Il piccolo non è proprio contento e non perde di vista i genitori, ma nel frattempo si gode baci e carezze dell’estranea.
Facciamo una foto insieme: non fossimo al porto sotto il sole cocente dopo uno sbarco e un viaggio della speranza, sembreremmo una famiglia la domenica pomeriggio al parco.
Restituisco il bambino al padre, ci salutiamo ed entro nella tenda: mamme e bambini ovunque. Uno sembra il ritratto della serenità in braccio a sua madre che è bellissima e aggraziata in ogni gesto. Mentre sono impegnata a guardare loro, arriva una donna sulla quarantina, siriana, magra e accompagnata dalla nipote di 16 anni. Non parlano inglese, mi prendono in disparte e si toccano la pancia “Blood, blood. Please help”. Hanno le mestruazioni, servono assorbenti. Ne ho due in borsa per pura casualità, glieli do e ne vado a cercare altri, provando a dimenticare l’imbarazzo della donna che me li ha chiesti. Quando torno con un intero pacco, mi abbracciano e ridono.
Non basta affrontare un viaggio allucinante, ci manca solo il ciclo a peggiorare le cose.

Non ho il tempo di fermarmi a pensare che un gruppetto di ragazze somale mi fa cenno di avvicinarmi, hanno un fagottino in braccio: una bambina minuscola dentro una copertina rosa. Si sente il respiro sottilissimo. La mamma è avvolta in un velo azzurro, è esile, mi dice di avere 20 anni e di aver partorito in Libia 15 giorni prima. Nemmeno lei parla inglese, solo qualche parola per dirmi “beautiful”. Sì, la bambina è adorabile. Me la mette in braccio come fosse una bambola, si gira velocemente per controllare se qualcuno ci guarda e mi parla dritta negli occhi “Take her away. Away”.
Il suo sguardo corre oltre il limitare del campo, dove c’è la vita, la strada, la città. Dove non ci sono ghetti, file e documenti impossibili da ottenere. Una madre giovanissima che ha avuto quella figlia chissà dove e da chi mi chiede di portarla via con me.
Le spiego che non si può, che quella vita così leggera da tenere in braccio sarebbe un macigno burocratico. Le dico “no possible. All the best” mentre ci abbracciamo io e lei, la bambina in mezzo ai nostri due cuori.
Decido che per quel giorno può bastare. Salgo in macchina, esco dal porto, mi fermo poco dopo, su uno slargo da dove si domina tutta l’area. È quasi il tramonto e quei colori così belli rendono intollerabile la bruttezza del mondo in cui vivo.
Mia madre mi chiama per dirmi se vado a cena, rispondo sì con la voce più ferma che riesco a recuperare. Quando arrivo a casa, crollo e le racconto di quella madre, di quella bambina, di come per un momento me la sia immaginata coi cappellini e le copertine fatte a mano dalla zia, di come abbia pensato a papà che le canta le canzoni per farla addormentare e di come mi siano venute in mente le storie degli ebrei deportati che affidavano i figli a chiunque avesse il coraggio di salvarli.
Lasciamo perdere la cena. Ci è passata la fame. Torno a casa mia, ogni cosa è enorme, il letto troppo grande avrebbe potuto benissimo ospitare quella creatura e anche sua madre.
Mi aggrappo alla legge, alla burocrazia, alle regole per trovare delle scuse, ma non mi aiutano. Penso solo alla ragazza che mi chiede di salvare sua figlia che respira piano fra le mie braccia e a me che da allora ogni giorno mi domando se ho fatto bene a dirle di no.

di Maria Grazia Patania

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