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“Anche noi di pelle nera siamo lavoratori e vogliamo essere visti come lavoratori o giovani in cerca di occupazione. Ci chiamate extra-comunitari, a volte anche clandestini.”, Lamin in una sola frase riassume buona parte delle contraddizioni della nostra società. Il suo vivo corpo testimonia ciò che la politica nega per eludere la propria incapacità: migrazione, sfruttamento travestito da lavoro, diritti e questione occupazionale.

Sono dei migranti ad aprire il corteo svoltosi a Siracusa sabato 13 aprile per chiedere lavoro e dignità, per risolvere la strutturale carenza di lavoro e superare una visione di sviluppo incompatibile con l’ambiente che danneggia il territorio e chi lo abita. In prima fila anche i rappresentati istituzionali dei comuni della provincia siciliana durante un corteo che restituisce speranza nel futuro.

Padre Carlo d’Antoni -storicamente impegnato nell’accoglienza e nella lotta al caporalato- è chiaro come sempre nell’individuare il cuore della questione: siamo arrivati al punto di dover ribadire concetti che dovrebbero essere assodati e scontati quali lavoro e dignità. La disoccupazione non è una piaga astratta. È il nostro mancato pane quotidiano, la spina nel fianco che ci incattivisce ogni giorno, aizzandoci gli uni contro le altre a beneficio dei padroni che sfruttano tutti. Per anni abbiamo volutamente ignorato il potenziale devastante del capitalismo, parole quali fabbriche e operai sembravano superate e obsolete per noi immersi nel turbinio di sviluppo e tecnologia. Nel frattempo, il proletariato si sbriciolava, frammentandosi dentro una vasta costellazione dello sfruttamento.

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Gli operai hanno smesso di credere nel ruolo dei sindacati che non si sono dimostrati sufficientemente in grado di tutelarne gli interessi e di rappresentarne le istanze. Affascinati dal progresso, abbindolati dalla conseguente ricchezza ci siamo sentiti al riparo dai soprusi delle fabbriche di inizio 900. Le nostre conquiste erano ormai assodate, l’economia avanzava a grandi passi e tutto sarebbe andato bene. Certo, qualcuno andava ancora via per trovare lavoro, ma il petrolchimico assorbiva migliaia di lavoratori avvelenandoci ogni giorno e ricompensandoci col denaro che ora manca.

Non si toglie mai tutto insieme. Qui ad esempio il futuro ce lo hanno sbranato un morso alla volta in una terra che -come ricorda Lamin- ha saputo dare il meglio nell’incontro con le altre culture da cui è nato il mosaico che ci compone. La Sicilia non la spieghi. La Sicilia la vivi con tutte le sue contraddizioni e il suo oscillare fra estremi impensabili. Siamo la terra della mafia e del caporalato, ma anche quella dell’accoglienza e della solidarietà più commuovente. In piazza sono molti i giovani migranti che sventolano bandiere, sorridono, tengono striscioni, cercano un contatto e un dialogo con chi affolla la piazza. Fra loro incontro Yussuf, profugo sudanese conosciuto a giugno 2018 a Cassibile dove viveva su una tenda fissata su due pallet di cui era particolarmente soddisfatto.

Mi torna in mente la Germania quando, oltre alla lingua e al lavoro, imparavo cosa vuol dire essere una risorsa e non un ostacolo. Arrivata senza spiccicare una parola, ignara di cosa avrei dovuto fare, in perenne lotta col programma gestionale della ditta che mi aveva assunto, mi scoraggiavo spesso chiedendo al mio capo tedesco perché avesse preso proprio me che dovevo imparare tutto. “Perché sei un investimento. Mentre impari, hai occhi nuovi e ti accorgerai delle cose storte che per noi sono diventate scontate. Noi abbiamo fatto sempre così, ma tu troverai il tuo modo. E magari sarà quello giusto”. Mentre tentavo di sopravvivere alle ore in ufficio, ai corsi di tedesco la sera, ai verbi irregolari da mandar giù 20 per volta in attesa degli esami alla fine di ogni mese, mi ripetevo quelle parole. Occhi nuovi. Investimento.

Nel 2014, due anni dopo il mio arrivo, l’azienda era molto cambiata, i clienti aumentavano e io riuscivo a comunicare decentemente con loro che nel frattempo si erano affezionati al mio accento italiano e al vizio di ripetere i numeri per essere sicura di non scombinare unità e decine. Occhi nuovi. Occhi che trovano modi alternativi di superare inghippi vecchi. Investimento a lungo termine.

Tornata a casa in ferie, nel mese di maggio, quegli occhi li ho trovati nelle decine e decine di minori non accompagnati del centro di prima accoglienza improvvisato nella mia ex scuola elementare ad Augusta. La mia determinazione ad imparare, la mia risolutezza nel farmi valere, la mia irremovibilità nel riuscire a conquistarmi una posizione lavorativa dignitosa e ben retribuita le ho trovate in Youba che, coi primi 5€, ha acquistato un piccolo dizionario francese-italiano.

Nei tanti adolescenti conosciuti ho trovato la mia paura della terra straniera, in MB ho trovato un amico saggio che mi dice di avere pazienza ogni volta che io scalpito e vorrei distruggere il mondo intero per ricostruirlo a misura di umanità. Nella solitudine dei migranti, ho riconosciuto la mia solitudine. Nelle nostre telefonate la sera ci siamo raccontati la speranza, la nostalgia di casa, la paura che il futuro non realizzi i nostri desideri e abbiamo rimasticato il sapore acre della delusione.

La mia terra li respingeva dopo averli accolti dal mare allo stesso modo in cui aveva respinto me dopo avermi partorita, costringendomi alla fuga in un Paese estero. Solo che io ero un cervello in fuga, mentre loro erano gli schiavi necessari al nostro benessere. “Non solo hanno da mangiare. Pure si lamentano. Ma perché non se ne tornano a casa loro?”. Questi erano i commenti più diffusi, come se la loro vita e la loro dignità venissero gentilmente concesse da noi magnanimi benefattori. Come se l’accoglienza giustificasse le nostre angherie e i nostri soprusi. Come se il lavoro dovesse per forza significare oltraggio ai diritti.

La nostra terra è arida per tutti e gli occhi nuovi dei migranti e delle migranti sono lo sguardo necessario per plasmare un futuro libero da padroni che affamano tutti. Non a caso erano in apertura, non a caso erano compatti e lucidi nel chiedere lavoro, dignità, diritti. Per tutti, anche per noi comodamente a casa o aggrappati ai nostri lavori precari. Anche per chi affonderebbe i barconi, vota sciacalli in cambio di bugie sulla sicurezza e vorrebbe cancellarli dalla faccia della terra. Non a caso sono convinta che siano loro la vera speranza per ricostruire casa nostra. Tuttavia divisi non caveremo un ragno dal buco. Solo uniti e indivisibili potremo “osare inventare l’avvenire”.

di Maria Grazia Patania