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Per arrivare a Korsimoro, provincia di Sanmatenga nel centro-nord del Burkina Faso, bisogna mettere in conto di perdersi fra strade polverose e sterrate dove un errore è fatale per le macchine. E infatti ci perdiamo un paio di volte nell’intrico di sentieri usati indifferentemente da uomini in moto o su un asino. Il paesaggio intorno oscilla fra il rosso intervallato dal giallo della terra da cui si innalzano spogli baobab e altri arbusti, rarissimo il verde che punteggia il paesaggio con sparuti cespugli sopra cui si stende un cielo azzurro ed immenso. Basta guardarsi intorno per capire che si è già nella fascia del Sahel, il grande deserto che attraversa sei Paesi fra cui Burkina Faso, Mali e Niger dove solo nel mese di aprile ci sono stati 150 episodi di violenze che hanno causato oltre 300 vittime. Desertificazione e cambiamento climatico sono evidenti mentre arriviamo al villaggio dove ci aspettano le persone coinvolte in un progetto di Caritas Austria finalizzato alla sicurezza alimentare che coinvolge 160 lavoratori, fra cui molte donne selezionate fra le famiglie più povere ed esposte agli effetti del cambiamento climatico.

Una volta arrivati, la nostra guida, Fernando Ouedraogo della Caritas locale (OCADES: Organisation Catholique pour le Développement et la Solidarité), ci indica dei solchi nel terreno e dei bordi rialzati, spiegandoci che si tratta di una tecnica messa a punto per trattenere meglio l’acqua. Sottolinea più volte come il clima qui giochi un ruolo cruciale nella vita delle persone e come negli ultimi 20 anni il cambiamento climatico abbia portato ad un inasprimento senza precedenti delle condizioni del lavoro agricolo. “Nessuno crede veramente che il clima stia cambiando. O quantomeno nessuno ci pensa seriamente. Quando non piove, si disperano, ma quando arrivano le piogge, si dimenticano quanto hanno sofferto per la mancanza di acqua. Quello che noi cerchiamo di fare è sviluppare una visione d’insieme, una strategia che guardi al futuro con prudenza in modo da mettere da parte le eccedenze per quando saranno necessarie”. Il progetto prevede solo l’uso di materiale organico, “quindi è interamente bio e sostenibile”, aggiunge Fernando con orgoglio.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Il progetto è partito nove anni fa in tre fasi: l’avviamento, la fase intermedia di tre anni e quella in corso di cinque. È partito in via sperimentale proprio in Burkina Faso ed Etiopia prima di essere esteso a Senegal, Eritrea e Somalia. Annualmente i responsabili dei vari Paesi si incontrano per mettere a punto le strategie da portare avanti e abbozzare la programmazione dell’anno a venire. “Non basta insegnare come e cosa fare. Occorre anche monitorare costantemente i risultati per migliorarli”, precisa Fernando. Fondamentale è anche la lotta alla malnutrizione infantile, con un focus speciale sui bambini sotto i cinque anni. La nostra guida spiega che la Caritas ha coperto le spese dei semi per il primo anno e per l’acquisto della motopompa, mentre il resto è stato autofinanziato con la vendita dei raccolti che hanno permesso di sfamare le famiglie coinvolte e creare delle scorte con un circolo virtuoso. Da poco il progetto è stato avviato anche in Sud Sudan dove da anni è in corso una devastante crisi umanitaria. A Korsimoro si producono cipolle, due tipi di melanzane, miglio, sorgo e gombo usati soprattutto per le salse dei condimenti, ma purtroppo il barrage da cui si prende l’acqua per irrigare i campi risale agli anni 70 e, mancando una regolare manutenzione, sul fondo si accumulano costantemente detriti che ne riducono la capacità di utilizzo e spesso vanificano il lavoro svolto.

“Lo scopo del progetto è molteplice: da un lato, dare i mezzi economici e alimentari per vivere a chi ci lavora, dall’altro incentivare la gestione dei raccolti facendo vendere o conservare le eccedenza per creare delle riserve”, prosegue Fernando. Intorno al granaio, appositamente costruito per stoccare i semi che ogni famiglia porta, ruota un sistema di deposito che crea resilienza di fronte alle oscillazioni del mercato, dei suoi prezzi e del ciclo delle stagioni stesse. “In questo modo siamo meno esposti all’imprevisto e le famiglie che in tempi di maggiore abbondanza hanno donato dei semi possono ricevere supporto quando hanno bisogno”, continua. All’interno di questo processo, particolare rilevanza hanno le cipolle che possono essere stoccate finché i prezzi di mercato non sono convenienti. Nel 2016 le coltivazioni si estendevano per circa 10 ettari e il riso era ormai quasi pronto per essere raccolto, ma l’acqua è finita, rovinando tutto. Così, l’anno dopo si è deciso di ridurre la piantagione a 5 ettari per poter coprire il fabbisogno idrico pur sapendo che quella quantità non sarebbe bastata per l’intera comunità.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Dal Burkina Faso Metsi Makhetha a nome delle Nazioni Unite ha dichiarato che “è in gioco l’avvenire di un’intera generazione”, mentre dal Niger Fatou Bintou Djibo ha chiarito come sia essenziale agire sul piano socio-economico dato che “nel Sahel la violenza è profondamente radicata in sentimenti di marginalizzazione e negazione dei diritti”. In questo scenario di violenza e diritti umani negati, mentre in Europa si sbraita di aiutarli a casa loro, l’ipocrisia di questa frase viene smascherata dalla perenne mancanza di fondi. L’appello delle Nazioni Unite che chiedono 600 milioni di dollari per coprire i bisogni più urgenti di quasi 4 milioni di persone – a fronte degli oltre 5 milioni che necessitano assistenza – è caduto nel vuoto e solo il 19% dei fondi sono pervenuti fino ad ora.

L’esempio di Korsimoro dimostra che l’agricoltura ha sicuramente tempi lunghi, ma con le giuste tecniche può garantire raccolti costanti e contrastare la piaga della malnutrizione le cui conseguenze pesano sullo sviluppo dell’intera nazione. Pertanto, soprattutto in una fase storica così tragica con oltre 170 mila sfollati, 25 mila rifugiati maliani e 670 mila persone cui serve assistenza alimentare, progetti come quello di Korsimoro costituiscono un’àncora di salvezza per sopravvivere alla violenza, alle catastrofi naturali e al menefreghismo della comunità internazionale.

di Maria Grazia Patania

*Grazie alla onlus lucchese Amani Nyayo per averci accompagnati a visitare questo progetto.