Mamma di uno, mamma di tutti.

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Il viaggio per andare in Libia non è facile, c’è il deserto e tante persone si perdono nel deserto. Anche il viaggio in mare fa tanta paura e non è facile. Ci sono tante persone morte nel mare. Quando siamo arrivate a Chivasso non sapevamo né leggere né scrivere. Un giorno siamo uscite per andare a fare la spesa a Torino, ma poi non sapevamo come tornare a Chivasso. Non ricordavamo neppure il nome di Chivasso e non sapevamo leggere cosa c’era scritto sui pullman. Abbiamo preso un pullman, ci siamo perse e siamo scese a Crescentino. Non sapevamo dove eravamo.

Avevamo molte borse con frutta e verdura, erano pesanti, perciò le portavamo sulla testa, come era normale per noi. Abbiamo iniziato a chiedere alle persone, ma non sapevamo l’italiano allora abbiamo provato a parlare in francese, ma nessuno ci capiva. Alla fine abbiamo camminato tanto e poi abbiamo preso un pullman e siamo tornate a Chivasso, ma non so come abbiamo fatto perché non capivamo niente. Adesso mi fa un po’ ridere a ricordarlo”. (Aicha)

Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna di confrontarmi quotidianamente con questi fratelli e sorelle che arrivano da lontano: abbiamo parlato a lungo, inizialmente in un italiano stentato e fantasioso, poi con una scioltezza maggiore e, a tratti, commovente; abbiamo mangiato, bevuto, riso e pianto; abbiamo litigato e ci siamo riconciliati; ci siamo raccontati storie pesanti come macigni e abbiamo scoperto che ognuno di noi ha un peso nel cuore; siamo andati oltre le apparenze e abbiamo instaurato relazioni profonde. In tutto ciò, la cosa più importante che ho imparato è che non posso dare nulla per scontato.

Le azioni di ogni giorno, quelle banali, che noi facciamo automaticamente, che ormai diamo per assodate, ecco, sono proprio quelle che creano le maggiori incomprensioni. All’inizio venivo presa dallo sgomento, poi ho imparato a riderci sopra trovando l’aspetto comico della situazione. In due anni ho capito che se io dico “ci vediamo davanti al supermercato”, quel “davanti” può essere interpretato liberamente: Agosto, 35 gradi all’ombra, umidità all’80%, mamma italiana prossima allo svenimento ha un appuntamento davanti al supermercato per consegnare un libro ad uno dei suoi figli africani. “Che bello! Vuole leggere! Sono molto fiera di lui!”

Passano dieci, quindici minuti, la mamma italiana decide di entrare nell’atrio del supermercato per godere dell’aria condizionata gentilmente offerta dal gestore del locale e pensa: “Beh! È in gamba, immaginerà che sono qui dentro…”. Passano altri eterni minuti. La mamma italiana decide di telefonare: “Ciao Theo, dove sei?”. “Davanti al supermercato, ti sto aspettando”. “Come davanti al supermercato, IO sono davanti, anzi adesso sono dentro e da qui non ti vedo”.

“Ma come non mi vedi, io il supermercato lo vedo”. E in quel momento mi si accende una lampadina da 100 watt, sparata direttamente nel cervello. Mi precipito fuori, attraverso il parcheggio e, dall’altra parte della strada, con un sorriso a 32 denti lo vedo: è lì, che aspetta, sotto il sole cocente. Lo raggiungo e, con aria serafica, mi dice: “Hai visto che ero davanti? C’è solo una strada in mezzo”. In quel momento ho capito che la strada che avevo scelto di percorrere non sarebbe stata in pianura.

Ho imparato che abbiamo un concetto diverso di tempo. Se qualcuno mi dice: “Passa un attimo che ti preparo il tè”, so per certo che quell’attimo si trasformerà in 1 ora e mezza di rituale, chiacchiere, risate e abbuffate solenni. E quando mi osservano con aria critica decretando: “Mamma! Ma sei ingrassata!”, so chi posso ringraziare per quei quattro chili in più: il riso con il pollo, i piattoni di mafe, le insalate di patate alle tre del pomeriggio e l’affetto che dispensano a piene mani. Ho capito che i racconti arrivano quando meno te lo aspetti e, comunque sia, non si è mai davvero preparati.

Se siamo a cena può capitare che qualcuno ti dica:

“Ti racconto della Libia”.

“No dai, la Libia no, per favore. Stiamo mangiando”.

“È vero, ma io te la racconto lo stesso”.

E da lì sai già che la cena è finita, che non avrai più voglia di toccare un boccone perché il tuo stomaco lo sa che quando l’orrore è grande non si può che ascoltare, senza commenti, aspettando solo che il racconto arrivi alla fine. E quando cala il silenzio, sei sicura che butterai quello che hai nel piatto, ma sai anche che è stato aggiunto un tassello alla vostra relazione.

So per certo che nemmeno il divano è un luogo “sicuro” perché un film, un libro letto insieme, un momento di relax, possono portare ricordi. A volte dolorosi a volte, per fortuna, piacevoli. E il divano diventa anche il luogo delle litigate: “Adesso ti siedi lì e mi ascolti finché non ho finito. E togliti quel cappello dalla testa che ti devo fare il cazziatone!”; delle prese in giro: “Mamma! Ma stai russando! Non riesco a sentire il film!”; delle coccole: “Dammi le dita dei piedi che te le tiro”…

Ho scoperto che quando ti chiamano “mamma” lo fanno in segno di rispetto e non perché si aspettano che tu ti prenda cura di ognuno di loro. Le prime volte mi guardavo attorno, per verificare che stessero parlando proprio con me. Capito che non c’erano dubbi e il “mamma” ero proprio io, rispondevo: “ma dai, ma come faccio a essere la mamma di tutti”. Un giorno Youssouf mi ha chiarito il concetto ed è stato lì che mi sono resa conto della differenza di significato che diamo alle parole.

“Youssouf, non posso essere anche mamma tua, mi sto già occupando di Amadou e Bea”. “Se tu hai fatto una bambina, sei la sua mamma. Una volta che diventi mamma di uno, lo sei per tutti e tutti ti devono chiamare così”. Ecco fatto, intrappolata in un ruolo che porterò avanti per tutta la vita e, forse, anche dopo. E io che speravo bastasse sopravvivere all’adolescenza di mia figlia…

Mamma di uno, mamma di tutti.

di Daniela Mussano

Qui il primo pezzo di Daniela per il Collettivo Antigone.

La retorica dell’aiutarli in casa loro: le miniere di coltan

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Cosa dovremmo ricordare ogni volta che puntiamo gli occhi sul nostro smartphone, sul nostro pc o sulla nostra tecnologia d’avanguardia? Che esistono parti del mondo in cui la schiavitù è ancora una terribile realtà. Che il nostro benessere passa attraverso la disperazione. Che le miniere di coltan sono dei campi di morte.

Il termine coltan è usato colloquialmente in Africa come crasi di columbite e tantalite ed indica una miscela estratta in alcuni paesi africani, importantissima per il mercato della tecnologia. La polvere del coltan serve, infatti, a produrre dei micro condensatori utilizzati per la fabbricazione dei pc e soprattutto smartphone. È un componente essenziale dei chip di qualunque apparecchio elettronico che serve ad ottimizzare la durata della batteria e dunque a consentire un notevole risparmio di energia elettrica. È talmente importante per la vita di un apparecchio elettronico che l’impossibilità di trovare la PlayStation 2 in Italia, subito dopo il suo lancio nel 2000, pare fosse legata proprio ad un problema nell’estrazione del coltan.

Il coltan è un minerale di superficie e per estrarlo non bisogna scavare costosi tunnel lunghi chilometri, al contempo, però, è un minerale raro che è possibile trovare solo in Congo e in pochi altri paesi. Proprio dal Congo, si stima, infatti, che arrivi circa l’80% del coltan in circolazione, una estrazione che avviene con metodi tutt’altro che all’avanguardia: si lavora prevalentemente a mani nude, con dei setacci e delle piccole pale, immersi mani e piedi nel fango. Il coltan contenendo, tra l’altro, una parte di uranio, è radioattivo e può provocare tumori e impotenza sessuale. Chi lavora in queste miniere ne viene a contatto tutti i giorni e a mani nude.

Miniera di Coltan – Immagine dal web

La manodopera è semplice da reperire: la disperazione conduce queste persone a una schiavitù volontaria mentre la violenza le ingabbia in condizioni disumane. A Rubaya, per esempio, sono moltissime le vittime dei gruppi armati che attaccano la popolazione civile o che si scontrano con l’esercito di Kinshasa, dei mercenari travestiti da milizie etniche o da gruppi rivoluzionari. È così che ottengono la manodopera necessaria: saccheggiando le province limitrofe, violentando e uccidendo. Molta gente, terrorizzata, scappa lasciando spazio allo sfruttamento delle proficue ricchezze del sottosuolo, mentre altra, piegata dall’istinto di sopravvivenza, inizia a scavare nelle miniere di chi quelle guerre le crea e le alimenta.

L’estrazione del coltan è concentrata nella regione di Kivu, nell’est del Congo, la regione più ricca di risorse del paese, ma anche la più povera e la più tormentata da guerre alimentate con lo scopo di rastrellare le sue grandi ricchezze. La capitale Kinshasa è praticamente terra di nessuno, è controllata da guerriglieri che, terrorizzando e massacrando la popolazione, hanno preso il controllo di queste preziosissime risorse. I guerriglieri richiedono ai minatori una tangente sul coltan raccolto, che andrà a finanziare le armi necessarie alla guerra. I minatori, infatti, sono costretti a pagare una quota agli uomini armati per ogni chilo di minerale estratto e solo dopo aver versato la tangente, il materiale può andare fino a Rubaya o fino a Goma e da qui poi partire per il Ruanda, dove finalmente viene acquistato dalle principali multinazionali del settore high-tech. Il fatto che venga acquistato in Ruanda e non in Congo, tra l’altro, non è casuale: per arginare il fenomeno dei “minerali insanguinati”, nel 2010 il presidente Barack Obama ha firmato la riforma Dodd-Frank Act, che prevede l’obbligo di certificazione di provenienza. Una legge fatta per portare alla luce le aziende che si riforniscono nei giacimenti illegali del Congo. Ma per “aggirare l’ostacolo” le multinazionali, tranne quelle poche che hanno avuto i permessi del governo congolese, hanno iniziato ad acquistare il coltan a Kigali, in Ruanda; in questo modo il materiale risulta “pulito”. Se non fosse che in Ruanda non esistano miniere di questo minerale. È tutta roba che proviene comunque dal Congo: in camion, da Goma a Kigali sono meno di tre ore.

Coltan – Immagine dal web

Il trasporto della merce avviene quasi sempre “a spalla” in quanto sono gli stessi lavoratori  a portarla fino alla città in cui possono venderla, camminando per giorni e giorni con addosso sacchi di 30-40 chili. Il percorso del coltan è più o meno riassumibile in questo modo: gli uomini, ma anche molti bambini, estraggono le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le lavano a mano nell’acqua e le trasportano al mediatore più vicino camminando per giorni con i sacchi sulle spalle.

Spesso si pensa che alla base di molte guerre africane vi siano dei conflitti tribali, ma non è così. Da più di vent’anni in Congo si combatte per il coltan. E se si guarda, ad esempio, a luoghi come Rubaya non si vedrà altro che un insieme di baracche sorte ai margini di una striscia di fango dove quotidianamente si scrivono pagine di orrore e schiavitù.

In rapporti stilati da Amnesty e Afrewatch si parla di bambini di soli sette anni impiegati nell’estrazione del cobalto, mentre una inchiesta condotta da Sky News Australia ha riferito di piccoli di appena quattro anni sfruttati nelle miniere. In un video pubblicato dall’emittente televisiva si vedono Dorsen e Richard, di otto e undici anni, intenti a lavorare sotto la pioggia battente. E poi i sacchi caricati sulle loro spalle, gli adulti che li incitano a fare in fretta e i tunnel pericolanti per raggiungere la miniera. Gli occhi rossi, la fatica, le lacrime: “Mia mamma è già morta, sono costretto a lavorare tutto il giorno. Quando sono qui soffro tanto”.

Maurizio Giuliano, funzionario Onu la chiama “la maledizione della ricchezza”, ovvero “enorme quantità di risorse ma enorme povertà”. Quello del coltan è purtroppo un terribile circolo vizioso: l’estrazione e la vendita del coltan permettono l’acquisto di armi con le quali si occupano altre miniere e poi altre armi e così via.

Essere ridotti in schiavitù, subire maltrattamenti e rischiare la vita per cosa? Per 3-4 dollari al giorno e i bambini per soli 2 dollari mentre la terra sopra di loro può crollare da un momento all’altro a causa delle pessime condizioni di lavoro. Lo scenario su cui le grosse multinazionali chiudono gli occhi è questo: bambini analfabeti, orfani, condannati a tramandare da una generazione all’altra la maledizione delle miniere. Rapporti Onu parlano di 11 milioni di morti legati al controllo di questo business. 

© Marco Gualazzini/ Getty Images Grants for Editorial Photography Recipient 2013

In conclusione, riporto di seguito due testimonianze pubblicate sul Corriere della sera del 15 Aprile 2017:

Suor Catherine delle sorelle del Buon Pastore, in missione a Kowesi, nell’ex provincia congolese del Katanga si sforza di spiegare la corsa al coltan. «La gente non scava nelle miniere artigianali per diventare ricca. Lì si abbrutiscono, si prostituiscono, si ubriacano, si ammalano e muoiono. Chi comincia sa già quale sarà il suo destino. Eppure arrivano di continuo. C’entra il fatto che sono stati scacciati dalle loro terre, ma anche altro, come spiegare a un europeo?». Nella cornetta si sente un coccodé e Suor Catherine si illumina. «Ecco forse così potrete capire: lo fanno perché non hanno le galline. Questa gente ha fame, in un paradiso ricco d’acqua e piante meravigliose come il Congo, non sono in grado di coltivare o allevare un pollo, sanno solo scavare. Questi minatori «artigianali», dentro la giungla, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e trasportatori 2. I bambini anche meno. Però così riescono almeno a mangiare. Il cibo in Congo è carissimo perché importato. Uova dallo Zambia, fagioli dalla Namibia, cavoli e mele dal Sud Africa. Chi compra il minerale dai minatori è spesso lo stesso che gli vende il cibo riprendendosi gli spiccioli che gli ha appena dato. Basterebbero delle galline a dare un’alternativa».

«È la maledizione della ricchezza, sostiene il funzionario Onu Maurizio Giuliano, grande conoscitore dell’Africa. Da 20 anni a questa parte sono quasi scomparse per ragioni politiche le grandi compagnie minerarie che offrivano un certo welfare ai loro operai. C’era paternalismo sì, ma la privatizzazione delle concessioni in assenza di un aiuto alternativo ha distrutto la coesione sociale. Signori della guerra controllano decine di migliaia di lavoratori in schiavitù volontaria. Stupri di massa e abusi di ogni genere sono la regola. E chi non scava o spara, muore di fame». Bambini di 5 anni in miniera, bambine di 11 nei bordelli delle bidonville minerarie, madri abbandonate con 5-10 figli che muoiono di fatica e malattia a trent’anni, orfani, schiavi volontari per un uovo al giorno»

Di Claudia La Ferla

Foto prese dal web


Collettivo Antigone: migrazione, legalità e antimafia

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Antonio Parrinello, Francesco Malavolta e Alessio Mamo. Tre fotografi di respiro internazionale, un unico tema: la migrazione.
La città di #Augusta come sfondo privilegiato degli scatti in mostra.

La banchina di Augusta come metafora di un nuovo inizio, di una salvezza in cui forse non si sperava più.
La città di Augusta come luogo di arrivo contrapposto all’esodo continuo di uomini e donne costrette a lasciare questa stessa terra in cerca di una nuova speranza e di una alternativa.

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*Antonio Parrinello

Se da un lato Augusta si spopola e langue in un immobilismo culturale, dall’altro ha il potenziale per rinascere e diventare un luogo inclusivo per chiunque voglia rimanerci o ritornarci.

Abbiamo sempre parlato nelle scuole di ogni ordine e grado per testimoniare una narrazione alternativa alla propaganda del nemico straniero e invasore che ascoltiamo giornalmente.

Abbiamo raccontato le storie dei ragazzi incontrati al CPA Albachiara per uscire dalla logica spersonalizzante dei numeri e restituire unicità a ciascun protagonista e abbiamo dimostrato che solo chi non crede nel futuro si illude di poter fermare la #migrazione.

Proprio perché crediamo nel futuro e nella cultura come unico strumento per salvarci dal razzismo dilagante, abbiamo aderito all’iniziativa dell’Associazione Genitori e Figli “Unitevi a Noi” che con la collaborazione della Fondazione Giuseppe Fava organizzerà due giornate di formazione sui temi dell’educazione alla #legalità e dell’#antimafia.

Just Landed! We are people - Portraits of migrants

*Alessio Mamo

L’obiettivo della gallery che trovate qui è raccogliere i fondi necessari per donare agli studenti un opuscolo con le ultime lezioni tenute da Giuseppe Fava 15 giorni prima di essere ucciso.

Le foto si possono prenotare su FB e saranno esposte durante un incontro con Francesco Malavolta e Antonio Parrinello che racconteranno il proprio lavoro e perché hanno deciso di sostenerci in questo progetto, ma potranno essere acquistate fino a maggio.
L’evento coi fotografi si terrà il 27 marzo alle ore 18 presso il salone Liggeri di Palazzo San Biagio.

Migrants - F. Malavolta

*Francesco Malavolta

Come contribuire?

  1. Acquistare una foto (in contanti o tramite bonifico)
  2. Fare una donazione libera della cifra che si preferisce. In questo caso, una volta raggiunta la somma necessaria per l’acquisto della foto, ne verrà selezionata una e tramite sorteggio verrà regalata a uno degli istituti destinatari dell’iniziativa
  3. Facendo un bonifico direttamente all’Associazione Genitori e Figli specificando la causale (se il bonifico serve ad acquistare uno scatto, mandateci un messaggio!)
  4. Se gli scatti verranno acquistati da singole classi, è possibile concordare un incontro tematico col Collettivo Antigone per discutere di migrazione e non solo.
  5. Far conoscere l’evento e l’iniziativa a favore degli studenti di Augusta

Di seguito l’IBAN dell’Associazione Genitori e Figli
IT46 D030 6984 6201 0000 0007 682
BIC: BCITITMM
Intesa San Paolo, filiale via Principe Umberto Augusta
Nella causale indicare: Acquisto Foto Collettivo Antigone / numero foto come indicato nella gallery sottostante / nome autore foto

Per qualsiasi info e per conferma dell’avvenuto pagamento di una foto, contattateci con un messaggio qui su FB. Così eviteremo disguidi o acquisti multipli dello stesso scatto 😉

Qui il link della gallery con le foto https://www.facebook.com/antigonecollettivo/posts/2217828261791918?__tn__=K-R

Qui il link dell’evento FB https://www.facebook.com/events/773835429683679/

Di Maria Grazia Patania

Cara Silvia, non sei sola

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Cara Silvia,

sono più di tre mesi che non abbiamo tue notizie e abbiamo perso le tue tracce. Sappiamo cosa stavi facendo prima che arrivasse il buco nero del rapimento seguito da una marea di volgari insulti e autentica solidarietà.

Peggio di leggere la notizia della tua scomparsa, Silvia, c’è stato il dover leggere i commenti per capire ancora meglio cosa è diventato il nostro miserabile Paese. Un mese dopo era Natale, io tornavo dal Burkina Faso e mi chiudevo tre giorni dentro casa per non affrontare la realtà. Ti ho pensata moltissimo in quelle 72 ore di isolamento dal mondo esterno impazzito dietro le luci, i regali, i menu per festeggiare un giorno di cui non ricordiamo più il senso.

Mi sono seduta a tavola e mi chiedevo dove fossi tu. Nel frattempo, dovendo per forza trovare qualcosa di positivo, pensavo “Menomale che non ci sei, Silvia. Non sai quanto è pietoso pranzare con la Sea Watch che balla in mare, non sai che schifo è il pranzo di Natale mentre sai che quelle persone sono lasciate in balìa del mare. Respinte e ignorate da tutti”. E nel frattempo, oltre la nausea, devi ascoltare i commenti di tutti. Tutti sanno, tutti sentenziano e tu sei solo una sprovveduta in cerca di emozioni forti.

Silvia

Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona” / foto presa dal web

Non so come faremo a spiegarti cosa è successo quando tornerai, mi vergogno per quando arriverai e dovrai scoprire cosa ha pensato il tuo Paese mentre tu affrontavi la sfida più difficile della tua vita. Come ti diremo che i tuoi sogni sono stati derisi? Come ti spiegheremo che del tuo desiderio di giustizia non sappiamo cosa farcene? Capirai quando realizzerai che mentre tu vivevi nel terrore noi facevamo battutine sessiste? Non credo.

Silvia, la verità è che se tu fossi andata in Africa con un tailleur e una valigetta piena di contratti per depredare le persone che ti avrebbero ospitata avresti avuto il rispetto del tuo Paese. Se fossi andata lì a rubare qualsiasi risorsa accaparrabile, ti avremmo ammirata. Se fossi andata per conto delle multinazionali che pagano bene la tua ambizione di arricchirti per acquistare cose che non ti servono, non avremmo esitato a trattare con chiunque potesse liberarti. Perché, cara Silvia, la verità è che le cose contano più delle persone e il petrolio, l’oro, i diamanti e i minerali preziosi vengono prima delle vite umane.

Ma tu sei andata lì con il cuore pieno di sogni e il desiderio di conoscere luoghi e persone nuove. Tu eri pronta per il mondo, ma il mondo non è pronto per chi sogna. Si può essere spietati, cinici ed opportunisti. Ma non si può essere sognatori. La solidarietà è un crimine, la generosità qualcosa di cui vergognarsi in un mondo che si contrae e riduce al perimetro del proprio tornaconto.

Tutto quello a cui ambire è un lavoro deprimente e sottopagato che ti consenta di sopravvivere al circo consumista dove sei solo un pezzo di ricambio. Un mutuo impossibile, una casa da arredare con cura risparmiando i soldi per comprare un nuovo smartphone e prenotare una vacanza sempre insufficiente a farti recuperare dalla quotidianità. Ormai si sogna dentro perimetri angusti e qualsiasi aspirazione a fare di più e fare di meglio è ridicolizzata da chi ha dimenticato che un tempo aveva sperato in un mondo più giusto prima di cedere alla convenienza più remunerata.

“Sono pragmatico” è diventato il modo per liquidare qualsiasi tentativo di sfuggire al pericoloso intruppamento emotivo e professionale che ci viene propinato. In realtà, non siamo pragmatici. Siamo stronzi. Viviamo in un mondo becero che ha deciso di rimanere tale. Mentre io e te diventavamo adulte, probabilmente succedevano le stesse nefandezze di oggi, ma adesso le sappiamo e per ignorarle ci vuole una cecità che non tutti possediamo, sai? Un tempo, almeno era lecito aspirare alla giustizia, all’eguaglianza e alle pari opportunità. Oggi no. Oggi bisogna accontentarsi delle briciole del banchetto capitalista, riempirsene la bocca per rimanere in silenzio e sentirsi perfino grati perché qualche padrone dà lavoro.

Sai, Silvia, io abito ad Augusta che non è uno dei posti peggiori dove nascere, ma nemmeno quello benedetto dal destino. Augusta è in Sicilia, in provincia di Siracusa, e si muore soprattutto di cancro. Ci hanno venduti per poco decenni fa, ci hanno ubriacati con una finta opulenza che è durata giusto il tempo di farci abituare a un certo lusso che si trasforma in rabbia quando svanisce. Ora abbiamo il pane avvelenato e un tasso di disoccupazione spaventoso quanto quello dell’inquinamento ambientale. C’appizzammu l’ammuru e l’isca, Silvia. Abbiamo perso l’amo e pure l’esca. Non ci resta quasi nulla oltre la speranza e i fenicotteri che stagionalmente tornano a trovarci per ricordarci il significato della parola resistenza.

Ma lo sai qual è il problema secondo le persone? I migranti. Altre persone quindi. Perché Silvia devi sapere che Augusta per vari anni è stata il primo porto di sbarco per l’umanità in cammino dall’Africa e dal Medio Oriente. E noi siamo così fessi che preferiamo pensare di essere invasi piuttosto che derubati del futuro, della salute, della dignità. Anzi, quando possiamo, cerchiamo di metterci noi nei panni dei predatori e con la scusa del lavoro andiamo a rubare qualsiasi cosa rimanga nelle terre di origine di quelle stesse persone che respingiamo. Però noi rubiamo in giacca e cravatta, coi titoli di studio e i corsi per il controllo qualità. Mica rubiamo come i pezzenti dei braccianti che muoiono nei roghi che appiccano per scaldarsi. Noi rubiamo per costruirci la piscina, per farci la villa in campagna, per mandare i nostri figli nelle scuole che sognano, per viziarli e coccolarli illudendoli che sia questa la vita che meritano. Noi non rubiamo per fame. Noi rubiamo per ingordigia e per il telefono nuovo. E poi ci accaniamo con chi non ci sta, con chi come te sogna un mondo più giusto.

Il giorno in cui morì Vittorio Arrigoni, piansi, si bruciarono i biscotti al cocco che mi aiutarono a giustificare le lacrime e promisi di non farli mai più. Sono passati anni e non ho più infornato un solo biscotto al cocco, ma ti prometto che se torni te li faccio e te li vengo a portare. O se vuoi vieni tu ad Augusta che è bellissima nonostante tutto e ha una scogliera che quando la guardi ti passa la tristezza. E mentre ce li mangiamo, ti parlerò di tutte le persone che non si arrendono a vivere una vita senza dignità e giustizia, di tutte le persone che ti hanno aspettata e che ti ammirano per il coraggio, di chiunque pensi che nessun lavoro giustifichi l’umiliazione di altri esseri umani, di chiunque resista.

Ti racconterò che non sei sola, Silvia. Non siamo sole, facciamo solo meno rumore.

di Maria Grazia Patania

*Questa lettera è per Silvia Romano, Luca Tacchetto, Edith Blais, Giulio Regeni, Vittorio Arrigoni e per chiunque non si arrenda alla brutalità di questi tempi orribili. C’è chi non cede alla convenienza, al tornaconto personale e alle contropartite economiche. C’è chi crede nella dignità e nell’uguaglianza di ogni essere umano. E oggi più che mai serve rivendicare questo spazio nella vastità dell’egoismo e dell’indifferenza.

Un tiepido raggio di sole a qualche minuto dalla riva

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Domenica 27 gennaio 2019 il sole si è infilato fra le nuvole e ha riscaldato la costa fra Augusta e Siracusa dove da giovedì staziona la Sea Watch 3 che ha qui cercato riparo dal maltempo in arrivo. Dopo un salvataggio in mare e il recupero di 47 persone (fra cui, dopo l’assenza di risposte sul da farsi e con l’avvicinarsi del maltempo, la nave ha deciso di avvicinarsi all’Italia nella speranza che il Diritto Internazionale fosse rispettato e venisse assegnato un porto sicuro per lo sbarco. Mentre le temperature si abbassavano, il vento ruggiva e la pioggia sferzava il ferro della nave, prendeva il via l’ennesima partita politica giocata sulla pelle delle persone.

A testimonianza del livello raggiunto dalla politica nazionale e locale, sono cominciate infinite beghe per nascondere i veri problemi della Sicilia e dell’Italia in generale. A dimostrazione di come tutto sia ridotto a disumani cori da stadio, appena il Sindaco di Siracusa Italia si è mobilitato per dire che “la città è pronta ad accogliere”, da Augusta è iniziato un rumoroso teatrino per nascondere il sole con la rete e scaricare responsabilità. Per l’intera giornata di venerdì, quando la società civile si organizzava per dimostrare solidarietà alle persone a bordo, da Augusta arrivava la solita caciara di polemiche e l’accusa di “fomentare un clima di odio” per celare un perfetto allineamento con la linea di questo governo. Dopo, il silenzio. Dal 25 gennaio, non una parola ufficiale è stata spesa per chiarire cosa si pensa di fare per queste persone, non una qualsiasi espressione di solidarietà o indignazione per il modo in cui vengono trattate.

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Ph. Francesco Malavolta 

Nel frattempo, gli alunni e le alunne della Fondazione Inda hanno dedicato dei canti a chi rimane sospeso su un assurdo limbo durante il presidio del sabato mattina in cui sventolavano palloncini, aquiloni e striscioni. Foto e video sono stati inviati a chi era a bordo e i migranti hanno preparato uno striscione con scritto “Grazie per la solidarietà”. Quegli stessi canti, però, sono stati oggetto di triste scherno da parte dell’amministrazione della città di Augusta nelle stesse ore in cui il governo nazionale irrideva i ragazzi a bordo della Sea Watch 3 che approfittavano del sole per rimanere sul ponte della nave e riscaldarsi.

Nella derisione dei canti e nella burla ai migranti è condensato il male del nostro tempo: l’incapacità di riconoscere la Bellezza e coltivare l’empatia. Un canto espressione di libertà, vicinanza e solidarietà può essere ridicolizzato solo da chi ha totalmente perso ogni traccia di umana pietas. Un raggio di sole -come metafora del calore umano- può diventare oggetto di propaganda solo per chi disprezza la vita umana. Che dignità c’è nel prendersi gioco di ragazzi e ragazze che sentono di voler esprimere col canto il proprio dissenso? Che dignità c’è nel deridere un gesto spontaneo come quello di approfittare del sole in un giorno d’inverno mentre sei abbandonato in mezzo al mare dopo giorni di maltempo? Nessuna.

Nella tragedia di Antigone, Emone ricorda che “Lo Stato non è di un solo uomo”, ma Creonte in risposta chiede “Come? Non appartiene a chi comanda?”. A quel punto, Emone precisa “Saresti un bel sovrano in un deserto”. Ed infatti solo nel deserto dove si è smarrita l’umanità possono trovare posto politicanti di questo tipo, solo in un quadro di sconcertante abbrutimento si può collocare una simile povertà emotiva. Invece di sottolineare la mancata tutela dei diritti umani, l’ingiustizia subìta da ciascun migrante in Libia, ci si prende gioco di loro e di chi dimostra solidarietà. Invece di mobilitarsi affinché quelle persone, a pochi minuti dalle nostre coste, siano fatte sbarcare tempestivamente, si insultano i cittadini e le cittadine che si sentono personalmente oltraggiate da questa violenza gratuita e cercano di porvi rimedio. Invece di battersi a tutela dell’essere umano, si protegge la propria sconfinata inettitudine, mentre le celebrazioni della Giornata della Memoria quest’anno più che mai sembrano solo un’ironica farsa.

di Maria Grazia Patania

Augusta non rimanga in silenzio

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Il Collettivo Antigone si unisce all’appello già lanciato dall’ARCI  e sottoscritto da altre organizzazioni per un’immediata mobilitazione al fine di evitare un nuovo vergognoso stallo della Sea Watch, del suo equipaggio e delle persone a bordo scampate a un naufragio.

Come Collettivo Antigone, chiediamo che Augusta non rimanga in silenzio. Esprimiamo enorme preoccupazione per le condizioni psicofisiche di chi -dopo un viaggio infernale- è costretto a stazionare proprio a un passo da “casa nostra”, interrogando la nostra umanità con domande che nulla hanno a che fare con la politica.

Augusta ha il dovere di confermarsi città di pace, porto di speranza e simbolo indiscusso di solidarietà, ottemperando agli obblighi imposti dal Diritto Internazionale e a universali imperativi morali. È il momento di scegliere fra Antigone e Creonte, fra i diritti umani mai negoziabili e il mutevole opportunismo politico.

Certe di rappresentare una parte della cittadinanza che non rimane indifferente di fronte alla sofferenza di chi fugge da guerre e povertà estrema, chiediamo di conoscere la posizione dell’amministrazione in carica nella Città di Augusta.

Alle persone salvate in mare verrà garantito un luogo sicuro a prescindere dalla loro nazionalità, dal loro status o dalle circostanze in cui vengono trovate”, RESOLUTION MSC.167(78) (adopted on 20 May 2004) GUIDELINES ON THE TREATMENT OF PERSONS RESCUED AT SEA

Col sostegno di Cento Passi Augusta e Fondazione Famiglia Giuseppe Catalano Onlus

Cos’è successo quando i migranti si sono trasferiti nel paesino siciliano della mia famiglia

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Sutera in Sicilia. Fotografia di Alessio Mamo per il The Observer

I rifugiati stanno dando una nuova vita alla morente città natale del suocero di Lorenzo Tondo. Se solo la destra in ascesa riuscisse a capirlo.

Di Lorenzo Tondo
Sabato 27 ottobre 2018 – The Guardian

Ogni pomeriggio alla stessa ora, seduto sulla stessa panchina, mio suocero Rosario Buttaci, guarda in silenzio John Babalola Wale e la sua famiglia incamminarsi sul ripido sentiero del paesino di Sutera che porta da piazza Europa al vecchio quartiere arabo Rabato.

Ai tempi di Rosario, lo “straniero” che veniva in questo pittoresco paesino siciliano arrivava da Palermo, distante 100 km, o dalla vicina Agrigento. Ma Wale, 35 anni, viene dallo stato di Ekiti, in Nigeria e ha raggiunto Sutera quattro mesi fa dopo un viaggio lungo 6000 km. Ora vive con sua moglie e un figlio, come decine di africani richiedenti asilo arrivati dal continente per vivere qui.

“Il mondo sta cambiando”, dice Rosario, architetto in pensione di 65 anni nato, cresciuto e desideroso di invecchiare in questo paesino, come ha fatto la sua famiglia per generazioni. “E Sutera è parte di questo cambiamento”.

Alla fine degli anni ’50, quando Rosario era un ragazzo, a Sutera vivevano 5000 persone e c’erano 5 alimentari, 5 taverne, un calzolaio e un fabbro. “Al tramonto le strade si riempivano di minatori e contadini e le luci delle taverne restavano accese fino a tarda sera”, ricorda. “Sutera era viva, si aveva la sensazione che nulla avrebbe mai potuto cambiare quell’atmosfera gioiosa e accogliente”.

Ma il cambiamento arrivò. Le miniere di zolfo presenti nella valle chiusero e l’agricoltura industriale sostituì i muli e i contadini. La gente di Sutera iniziò ad emigrare in tutta Europa alla ricerca di lavoro, spesso nella cittadina di Dillingen in Germania, o a Woking nel Surrey, dove ancora oggi risiede una numerosa comunità Suterese. Così, Sutera è pian piano divenuta una cittadina fantasma.

“Il mondo sta cambiando”. Rosario Buttaci sulle strade del paesino dove è nato e cresciuto . Fotografia di: Alessio Mamo per il the Observer

Anche mio suocero aveva programmato il suo viaggio: sarebbe andato da suo padre, che l’anno precedente si era trasferito a Herrenberg a sud della Germania dove lavorava come muratore. Ma il 4 giugno 1963, solo qualche mese prima dell’arrivo in Germania di sua moglie e dei loro quattro figli, morì in un incidente sul lavoro. Rosario, che allora aveva 11 anni, non lasciò mai Sutera e fu costretto a disfare la valigia e attendere l’arrivo della bara di suo padre.

Oggi, dopo più di mezzo secolo, la popolazione di Sutera si è ridotta a 1200 abitanti. Mio suocero è uno di loro. Vi ha trascorso tutta la sua vita, ha assistito al graduale spopolamento del paesino che anno dopo anno rischia di scomparire dalla faccia dell’Italia. (Non è una rarità: secondo i dati forniti dall’Associazione Nazionale dei Comuni italiani, negli ultimi sei anni quasi 80.000 cittadini hanno abbandonato le cittadine italiane con meno di 5000 abitanti).

Eppure, la storia a volte si ripete in senso contrario. A ottobre 2013, un barcone pieno di migranti e rifugiati si capovolse nel Mediterraneo: morirono 368 persone e i loro corpi meritavano una degna sepoltura. Sutera, quasi completamente abitata da anziani, aveva già da tempo esaurito i posti al cimitero. Tuttavia, sebbene non ci fosse spazio per i morti, ve ne era molto per i vivi da ospitare nelle centinaia di case lasciate vuote da coloro che avevano abbandonato il paesino per andare all’estero alla ricerca di lavoro. Nel 2014, il sindaco di Sutera consentì che lo stato italiano sistemasse i richiedenti asilo nelle case vuote della sua comunità. Sutera entrò a far parte di un programma di reinsediamento che finanzia le città che ospitano un certo numero di migranti. Come Wale e la sua famiglia.

Famiglie dal Mali e dalla Nigeria a lezione di italiano nella scuola di Sutera. Fotografia di: Alessio Mamo per il The Observer

La scorsa settimana, nel tardo pomeriggio, ho fatto una passeggiata con il nigeriano proveniente da Ayede Ekiti. Appoggiato a una ringhiera, guardava un gruppo di anziani seduti su una panchina e mi diceva che se cinque anni fa qualcuno gli avesse detto che presto avrebbe vissuto in un piccolo paesino siciliano, lui gli avrebbe riso in faccia.

“Assolutamente! Pensavo che avrei vissuto tutta la vita nello stato di Eskiti. Non avrei mai immaginato che un giorno avrei lasciato la mia casa in Nigeria”. Poi, però, dopo la morte dei suoi genitori, non avendo più un posto dove vivere, Wale e la sua famiglia dovettero partire. Si trasferirono in Libia dove Wale lavorava. “Ma le cose non andavano bene in Libia, rischiavamo la vita tutti i giorni”, disse. “Ecco perché decidemmo di venire in Italia. Sono felice qui. Mi considero fortunato. Non vedo l’ora di iniziare a lavorare”.

Per Sutera, alle falde del monte San Paolino nel centro Sicilia, l’arrivo dei migranti è stato una benedizione. La scuola locale rischiava la chiusura perché c’erano solo pochi studenti ma, grazie ai figli dei richiedenti asilo, è rimasta aperta. Ora il paesino è modello di integrazione replicato in diverse città italiane, compresa Riace in Calabria. Qui, il sindaco della città, “Mimmo” Lucano, ha accolto centinaia di migranti i quali, in cambio, hanno portato investimenti nella città.

Il nigeriano John Babalola Wale con sua moglie e suo figlio nella casa a Sutera. Loro con altri migranti proveninti dall’Africa stanno aiutando a ripopolare il paesino. Fotografia di Alessio Mamo per il The Observer

Ma per la destra anti-immigrazione, queste comunità rappresentano la catastrofe del 21esimo secolo: la dispersione degli italiani causata dagli stranieri. Alcuni hanno subito approfittato per diffondere allarmanti storie sul presunto legame tra l’arrivo dei migranti e l’aumento di furti e omicidi. Il ministro degli Interni di estrema destra, Matteo Salvini, non perde mai l’occasione di evidenziare i crimini commessi dai richiedenti asilo sul suo profilo Twitter, ignorando quelli commessi dagli italiani stessi.

Ho pensato alla sua retorica dell’odio mentre guardavo Wale appoggiato al busto di marmo di un poliziotto locale, Calogero Zucchetto, ucciso dalla stessa mafia siciliana che l’Italia ha esportato in tutto il mondo. Ho anche pensato al boss mafioso di New York, Lucky Luciano, il quale non proveniva dallo stato di Ekiti ma da Lercara Friddi, a soli 30 minuti da Sutera.

La scorsa settimana, mentre passeggiavamo per il villaggio, Wale aspettava i documenti necessari per iniziare a cercare lavoro. Rosario ed io lo guardavamo giocare con il figlio in piazza. In quel momento ho capito che quel bimbo nigeriano di due anni aveva più cose in comune con mio suocero di qualsiasi altro italiano. Quel bambino, 50 anni fa, sarebbe potuto essere lui a Herrenberg – se una gru non avesse tolto la vita a suo padre.

Non ebbi il coraggio di chiederglielo ma vidi il suo sorriso mentre guardava il piccolo giocare con la palla. Per me, quel sorriso, valeva più di mille risposte.

 

Traduzione di Francesca Colantuoni

Il Giorno della Memoria è ogni giorno.

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*Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea.
[Primo Levi]

Qualcuno ha tentato di negare l’Olocausto, una delle pagine peggiori della storia dell’umanità. Certo, sarebbe un sollievo immaginare di essere stati ingannati e che, non solo nella realtà un tale male non si sia mai manifestato, ma soprattutto che un tale sentimento di odio possa non appartenere all’animo dell’essere umano.

Purtroppo non è andata così.

Purtroppo l’essere umano sa essere crudele e spesso incapace di discernere il bene e il male, per egoismo o solo (e questo forse è il suo peccato peggiore) per ignoranza.

Ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo mediocre, in cose spesso futili ed effimere. Intanto le persone sono morte e noi ne commemoriamo la memoria, impotenti di fronte a ciò che ormai è storia. In fondo noi neppure c’eravamo.

Eppure il mare ci dice che l’Olocausto non è mai finito. Il Giorno della Memoria non ci ricorda davvero qualcosa di atroce, perché se così fosse, un male così grande e così assurdo, non avrebbe mai dovuto ripetersi. Ma si ripete ogni giorno e ogni giorno dimentichiamo coloro che non ci sono più col nostro atteggiamento, ostile o inetto che sia.

Non sono solo io a dirlo, ma la voce di Liliana Segre, una donna che ha certamente tutta la consapevolezza che manca a noi che possiamo solo immaginare, ma non sapere; noi che leggiamo sui libri di storia, ma non abbiamo visto i volti, né sentito le voci di una dolore così inenarrabile che solo provare a metterlo in parole lo cambia, lo placa, lo allontana.
Il razzismo e l’antisemitismo non sono mai sopiti, solo che si preferiva nel dopoguerra della ritrovata democrazia non esprimerlo. Oggi è passato tanto tempo, quasi tutti i testimoni sono morti e il razzismo è tornato fuori così come l’indifferenza generale, uguale oggi come allora quando i senza nome eravamo noi ebrei. Oggi percepisco la stessa indifferenza per quelle centinaia di migranti che muoiono nel Mediterraneo, anche loro senza nome, e ne sento tutto il pericolo“.

Senza nome. Troppi morti senza nome.

Tra questi, alcuni di loro, sono rappresentati a Budapest dove, il 16 aprile del 2005, è apparsa lungo il Danubio, un’installazione intitolata Scarpe sulla riva del Danubio (in ungherese Cipők a Duna-parton).

(Foto da web)

Si tratta di un’opera realizzata dal regista Can Togay e lo scultore Gyula Pauer, in occasione della Giornata della Memoria ungherese, sul lato Pest della capitale: 60 paia di scarpe in ferro di vario tipo per sottolineare come l’Olocausto non abbia risparmiato nessuno e coinvolto uomini, donne e bambini.
L’installazione intende ricordare il massacro che ha visto vittime i cittadini ebrei ungheresi che, durante la seconda guerra mondiale, furono uccisi dai soldati del Partito delle Frecciate, la milizia ungherese che agiva in collaborazione con i nazisti. Dopo aver individuato gli Ebrei, la milizia decise di sterminarli direttamente nella loro città a colpi di pistola, portandoli sulla riva del fiume. Vennero legati tra loro in gruppi in modo che, fatto fuori uno, questo trascinasse gli altri con sé; i corpi vennero quindi gettati nel fiume, lasciando che fosse il Danubio a portarli via. Prima di sparare, però, tolsero loro le scarpe per poterle vendere al mercato nero durante la guerra.
Lungo l’installazione si trovano tre targhe commemorative, sempre in ferro, che riportano in lingua ungherese, inglese ed ebraica: “Alla memoria delle vittime gettate nel Danubio dai miliziani della Croce Frecciata nel 1944-45.”

(Foto da web)

Senza nome. Troppi corpi senza nome allora come ora.
Eppure noi non abbiamo più il deterrente del non sapere e del non vedere. Oggi noi tutti sappiamo, anche se ci voltiamo dall’altra parte. Gli Ebrei e il male che hanno subìto avrebbero forse potuto avere un senso se il mondo avesse imparato, se fossimo guariti dall’indifferenza, se fossimo diventati migliori come individui e come umanità. O forse no, forse il male senza senso rimane senza senso sempre e comunque, ora come allora.

In un futuro, probabilmente ancora troppo lontano, l’umanità ci guarderà con disprezzo e ci riterrà colpevoli di tutto ciò di cui siamo, direttamente o indirettamente, responsabili. Forse, così come il Danubio era considerato il “cimitero degli Ebrei”, il Mediterraneo sarà identificato con il “cimitero dei migranti” (ma la verità è che lo è già) e sulle coste italiane apparirà un monumento a ricordarci cosa è accaduto, quando ci credevamo civili ed evoluti, quando celebravamo il Giorno della Memoria per la Shoah, fingendo che i morti di allora fossero diversi da quelli di oggi.

Immagino tanti giubbotti di salvataggio in uno dei porti chiusi, a ricordare tutti quelli che potevamo salvare e che abbiamo lasciato morire. Allora nessun motivo che oggi riteniamo legittimo ci salverà dalla vergogna di aver lasciato che tutto ciò accadesse, non come italiani, né come Europa, ma semplicemente come esseri umani verso altri essere umani.

Photo copyright Francesco Malavolta

I morti sono morti, che i cadaveri siano portati via dal Danubio o dispersi nel Mediterraneo. Così come gli uomini sono uomini, con una memoria troppo spesso troppo corta.

di Alessia Alicata

*Tengo a precisare, a scanso di equivoci, che non intendo paragonare lo sterminio degli Ebrei alla condizione dei migranti e, a tal proposito, mi associo a quanto scritto da Cristina Monasteri. La mia intende essere una riflessione sull’indifferenza umana e sulla nostra assoluta mancanza di empatia verso chi subisce ingiustizie e atrocità.

Una piccola storia da Chivasso

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“Mi chiamo Amadou, ho 21 anni e vengo dal Gambia. Lì ho lasciato mia mamma, mio papà, mio fratello più grande e una sorellina più piccola. Sono partito perché non potevo più stare nella stessa casa di mio padre: lui è l’imam del villaggio e non gli piaceva il modo in cui mi comportavo. Abbiamo litigato più volte e, alla fine, io me ne sono andato. Non ho più avuto contatti con mio padre, a parte una volta in cui mi ha telefonato quando ero già arrivato in Italia per dirmi che dovevo tagliarmi i capelli. Ogni tanto sento mia madre e mia sorella, loro mi mancano molto.

Me ne sono andato da casa che avevo 15 anni; per un po’ sono stato da una mia zia e da una signora che mi ha ospitato. A febbraio del 2016 ho deciso di partire per l’Italia e sono arrivato sei mesi dopo”.

***

Incontro Amadou a scuola, durante un percorso di accoglienza e integrazione che abbiamo organizzato con i bambini della primaria. All’inizio non mi colpisce in modo particolare e faccio anche fatica a ricordarne il nome, che mi sembra uguale a quello di molti altri: Mamadou, Amadou, Mamoudou…

“Che ne dite, li portiamo i ragazzi in montagna?”: è bastata questa frase, e una giornata sul lago, per far sbocciare un rapporto che non saprei se definire di amicizia, affetto, stima o “mammitudine”.

Insieme al gruppo di volontari di cui faccio parte, decidiamo di organizzare una gita in montagna. L’obiettivo della giornata è quello di passare un po’ di tempo con i 12 ragazzi del CAS che ognuno di noi, a modo suo, segue: c’è chi dà ripetizioni di italiano, chi li allena a calcio, chi li segue dal punto di vista medico, chi li coinvolge in improbabili gite in giro per il Piemonte… Vorremmo conoscerci meglio, cementare il gruppo e condividere l’esperienza insieme alle nostre famiglie. È proprio in montagna che “mi accorgo” di Amadou: grande e grosso, con il cappuccio perennemente calato sulla testa e uno sguardo da cui, l’ho capito quasi subito, non sarei più riuscita a uscire. I suoi compagni mangiano, parlano, ridono, fanno un gran casino, mentre lui sta spesso in disparte, in silenzio.

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Mi avvicino io, con cautela, quasi chiedendo permesso e lui inizia a farmi qualche timida domanda: qual è mio marito, quanti anni ha mia figlia, come si chiamano… E tra una parola e l’altra (molto poche all’inizio) scopro che ama cucinare, che è una cosa che gli viene bene e che non gli pesa. Nonostante io sia una pessima cuoca, lo invito a casa con vari pretesti: una volta facciamo gli gnocchi, un’altra le lasagne, un’altra ancora i biscotti e sempre coinvolgendo amiche, figlia, amiche della figlia, amiche delle amiche, che si divertono come matte a devastare la cucina. Amadou non salta un invito, non dice mai di no ad alcuna delle proposte che gli facciamo: lo portiamo a sentire i cori in parrocchia, nonostante sia musulmano; andiamo al cinema a vedere i cartoni animati perché Beatrice, che ha 13 anni, decide per tutti; andiamo al circo; a trovare i miei genitori che abitano lontani; alle cene con gli scout… e allora, un po’ alla volta, capiamo che la sua è proprio “voglia di famiglia”.

Lo coinvolgiamo nelle attività del fine settimana, studiamo insieme, litighiamo quando capita e ci diciamo che ci vogliamo bene dopo che ci è passato il nervoso. Parliamo tanto, soprattutto la sera, quando la malinconia si fa sentire ed esce fuori la voglia di sputare quei rospi che, se rimangono dentro, sono veleno puro. Gli chiedo della sua mamma e guardiamo insieme i filmati che i suoi amici pubblicano su facebook. La domenica pomeriggio, quando il freddo è troppo pungente anche solo per pensare di uscire, stiamo sul divano a leggere: io gli propongo alcuni libri, lui sceglie e poi, fedeli a noi stessi, iniziamo un siparietto che sappiamo già come andrà a finire: “Amadou, ce lo leggiamo un libro?”. “Va bene, finiamo quello dell’altra volta?”. “Ok, ma leggi tu o leggo io?”. “Leggi tu, mamma, che io mi stanco subito”.

A distanza di un anno e poco più, Amadou è diventato una presenza costante in famiglia: il venerdì sera arriva con il suo zaino, si sistema in quella che è diventata la sua camera e, per due giorni alla settimana, resta con noi. Si occupa della spesa, cucina, discute con la sua sorella italiana sulla ricetta migliore per preparare i biscotti, litiga con la gatta vecchia e brontolona e ride, ride tantissimo di me, delle stupidaggini che riesco a dire, degli sbagli che faccio quando cerco di parlare in fula e di questa famiglia italiana che ha una “casa piccola, ma bellissima”.

Durante questi mesi ci siamo preparati per l’esame di licenza media litigando a più non posso (“Amadou! Porca miseria! Ripassa ‘ste tabelline o prendo il mestolo di legno!”), abbiamo affrontato insieme la commissione territoriale che ne avrebbe valutato lo status, abbiamo imparato a togliere il cappello nei luoghi chiusi e a fidarci un po’ di più delle persone. È stato un periodo intenso, impegnativo, ma anche molto divertente.

Spesso i suoi compagni del CAS vengono a trovarci e anche con loro si ride, si parla e si discute delle stranezze degli europei, delle differenze tra il nostro modo di vivere e quello degli africani, dei loro sogni e delle speranze…

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Tra qualche mese, grazie al nuovo decreto legge, il progetto di accoglienza terminerà per lui, come per molti altri ragazzi nella sua stessa condizione, e non potrà venire accolto in uno SPRAR, possedendo “solo” un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ne abbiamo discusso a lungo, con lui e con la Cooperativa che lo sta seguendo tutt’ora: Amadou ha chiesto di poter venire a stare da noi, almeno fino a quando non sarà riuscito a trovare un lavoro fisso e si sarà sistemato. A me, Mauro e Beatrice sembra ovvio sostenere questa sua richiesta… Ma tutti gli altri ragazzi costretti ad abbandonare un’abitazione, gli amici e le famiglie che li hanno supportati fin qui, che fine faranno?

Nota: Il CAS di Chivasso, gestito dalla Cooperativa Mary Poppins, ospita 12 richiedenti asilo provenienti da 6 diversi paesi dell’Africa sub-Sahariana: Senegal, Gambia, Mali, Costa d’Avorio, Ghana e Guinea. I 12 ragazzi hanno un’età compresa tra i 20 e i 35 anni.

 

Chivasso, 30 Dicembre 2018                                               Daniela Mussano


Questo pezzo ha atteso più del dovuto per uscire perché serviva trovare la migliore delle collocazioni possibili. Daniela segue il Collettivo Antigone da un po’ finché lo scorso novembre, mentre io continuavo a rimandare il messaggio da mandarle, mi ha scritto lei. Voleva dirmi che si rivedeva nelle nostre parole, che sua figlia Beatrice piange quando lei le fa leggere quello che scrivo e che a volte serve trovare un “luogo” anche virtuale dove riposarsi dalle asperità della vita quotidiana. Ci siamo sentite al telefono e le ho chiesto se le andasse di condividere qui la sua esperienza. Ed eccoci qui con Daniela, Beatrice, Mauro e soprattutto Amadou ad allargare la famiglia e costruire nuove stanze. Lo abbiamo sempre fatto, ma speriamo di farlo ancora di più in futuro: chiunque volesse raccontarci la propria esperienza nel mondo della migrazione, ci scriva, ci contatti. Siamo qui.

La casa capi sempre quantu voli a patruna (La capienza della casa la decide sempre la padrona)

MG

Non è la stessa cosa

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Tante, troppe volte abbiamo paragonato le morti in mare all’Olocausto.
Un nuovo Olocausto, l’Olocausto del mare come spesso abbiamo scritto su Antigone, sbagliavamo: non esiste un Olocausto del mare.

Le parole sono importanti, lo dico almeno una volta al giorno.
Olokautosis, in greco “bruciato intero”, deriva dal rituale del holokautein durante il quale la vittima sacrificale veniva arsa al fine di ingraziarsi gli dèi.
È evidente come quello del mare non sia un Olocausto visto che non vi è alcuna pianificazione dell’eliminazione fisica; non è stata decretata alcuna Soluzione Finale perciò non possiamo parlare di Olocausto.
Se l’assetto democratico della comunità europea continuerà a subire attacchi quotidiani tramite il ribaltamento di ogni significato attraverso la propaganda, aizzando le fasce più deboli della popolazione contro un nemico “altro”, allora non escludo che i posteri potranno titolare quest’epoca come prodromo all’Olocausto del mare.
Ora no, non si può dire perché non è la stessa cosa.
I campi in Libia non possono essere paragonati ai campi di concentramento nazisti: non ci sono tatuaggi sulle braccia dei prigionieri ma segni di elettrochoc e bruciature di sigaretta, stupri, frustate, digiuni e ogni tipo di tortura fisica e psicologica. Non ci sono file di baracche di legno in mezzo al fango, solo gabbie o celle o filo spinato (ma quello c’era anche nei lager). Non ci sono le SS coi cani e i fucili e i loro ordini urlati senza tregua, ci sono solo trafficanti di schiavi e una guardia costiera farsesca finanziata per impedire all’umanità di attraversare il mare.
Non possiamo parlare mica di Olocausto se non c’è eliminazione fisica pianificata, se non c’è sterminio degli indesiderabili.
Noi non possiamo parlare di Olocausto e forse non potranno farlo i posteri visto che non resterà traccia: non ci sarà la conta delle valigie ne’ delle scarpe o dei capelli che vediamo nelle teche di Oswiecim. Oggi lasciamo fare il lavoro sporco alla Natura matrigna e nessuno ci chiederà cosa facevamo, dove eravamo, cosa dicevamo perché mancheranno le prove fisiche per incriminarci.
La storia semplifica, così oggi tendiamo a identificare i nazisti e i fascisti coi militari in divisa ma non ci rendiamo conto che in un regime totalitario tutti sono nazisti e fascisti per mancanza d’alternative o per fede.
I revisionisti esistono persino laddove le prove sono evidenti: le camere a gas esistono, ci sono entrata e anche i forni crematori stanno lì, cosparsi ancora di quella cenere sottile che somiglia alla cipria ma non è cipria e Arbeit Macht Frei si legge ancora sulla Porta Infernale; figuriamoci con quanto zelo rinnegheremo questo non-Olocausto, d’altronde ci limitiamo al non-salvataggio, alla non-accoglienza e alla non-integrazione. Mica li deportiamo, sgomberiamo soltanto. Mica li rimpatriamo, lo urliamo tante volte finché non sembra vero.
Durante questo non-Olocausto facciamo rimbalzare ogni responsabilità da un confine all’altro dell’Europa, Unione che è preda di un bipolarismo le cui parti, seppur avversarie, sembrano fare l’una il gioco dell’altra mantenendo di fatto uno stallo insopportabile il cui prezzo viene pagato in vite umane.
In questo contesto che vede i nazionalisti apertamente xenofobi contrapporsi agli europeisti, l’Italia strizza l’occhio ai primi definendo a dir poco vantaggiosi i rapporti con il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca) che, per la cronaca, deve il suo nome a un accordo economico tra Boemia, Polonia e Ungheria risalente alla prima metà del 1300. Continua a leggere