Figli di cuore: la testimonianza di chi lavora coi minori non accompagnati

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Ci sono figli che nascono dalla pancia e altri che nascono dal cuore. Al centro per MSNA “Albachiara” noi -Valeria, Chiara, Daniela e Laura- siamo mamme di ben 30 adolescenti, tutti color cioccolato, che ogni giorno ci regalano gratuitamente una gran dose d’amore, ci spronano e ci sostengono…

Ebbene si! Per quanto noi quotidianamente cerchiamo di regalar loro affetto, serenità sostegno psicofisico e carezze, alla fine sono proprio loro a rincarare la dose con una esplosione immensa nel cuore. L’empatia che si è creata tra noi emerge nella capacità di sentire la sofferenza altrui: sembra strano ma sono proprio le loro sofferenze -con i segni ben visibili addosso- a far raggiungere e tracciare il segno d’appartenenza.

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Prendersi cura di loro ogni giorno per noi oramai è come respirare, ci hanno rapito il cuore come fa un figlio… E allora cosa importa se non sono figli di pancia? Loro sono i nostri figli di cuore venuti dal mare, quel mare che è come un liquido amniotico su cui  hanno viaggiato tutto questo tempo…

Appena arrivati li abbiamo accolti, puliti e sistemati nei loro nuovi letti proprio come fa una mamma per il proprio figlio, accarezzandoli di  tanto in tanto e rassicurandoli che l’inferno è finito. E quindi non ci resta che continuare a prenderci cura di loro, a rimproverarli se si comportano male, a ridere a crepapelle, a guardarci con occhi pieni d’amore come fanno madri e figli. Che ne dite?

A tutte le mamme, di pancia o di cuore, buon cammino!

di Valeria, Chiara, Daniela e Laura (operatrici presso un centro per Minori Soli Non Accompagnati)


Per questa programmazione sulle madri, ho chiesto alle ragazze con cui condivido il percorso di speranza e integrazione presso un centro per MNSA di spiegarci cosa voglia dire per loro il rapporto che si instaura con gli ospiti del centro. Cosa significhino per loro quei figli portati dal mare. Perché non si è madri solo partorendo, ma si è madri soprattutto amando.

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Madri: la primavera dopo il lungo gelo dell’inverno

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Oggi è il compleanno di Chiara, c’è un vento leggero e siamo davanti l’ingresso della struttura con dei tavolini per le patatine e i pop corn. Tutto intorno ci sono le operatrici del centro per MSNA dove da gennaio insieme ad altri volontari cerco di insegnare l’italiano ai ragazzi che il mare ci porta.

Il giorno dopo MB, arrivato nel 2014 come Doumbia e oggi operatore presso il centro ed interprete per le commissioni che dividono i sommersi dai salvati, partirà per il Gambia. Dopo cinque lunghi anni rivedrà la sua famiglia, abbraccerà sua madre e tornerà col sorriso di chi ha avuto il riscatto tanto sperato. Ma intanto stasera si festeggia e prima di uscire, proprio come in una famiglia, si distribuisce la cena e si sta attenti affinché chi segue una terapia prenda le medicine.

Arriva Papis, 17 anni, nigeriano, alto e affusolato con la schiena un po’ curva e gli occhi dal taglio orientale. In silenzio si siede sulla sedia ed inclina la testa verso destra: ha avuto una brutta otite e deve mettere le gocce. Nel frattempo entra Valeria, gli mette le gocce da entrambi i lati e ridiamo in dialetto mentre lui si tampona le orecchie e ci sorride ripetendo i suoni dialettali che pronunciamo. Papis ha una storia terribile alle spalle. Me l’ha sussurrata una volta durante una lezione di italiano in cui ho potuto concentrarmi solo su di lui. Eravamo tanti i volontari, noi due abbiamo trovato un angolo dove studiare e a un tratto, senza preavviso, è partita una litania di cui comprendevo poco oltre alla necessità di raccontare non per essere capiti, ma anche solo per liberarsi di un peso dal cuore. Capivo “mamma”, “Libya”, “sex”, “forced”, “killed” e così -mettendo insieme pezzi di conversazione- ho intuito che mi volesse dire che in Libia lui era arrivato con la madre che però lì è stata uccisa perché non accettava di prostituirsi.

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Poi c’è Daniel, ivoriano, arrivato col terribile sbarco del 31 gennaio. Daniel forse non è mai andato a scuola, la sua mano è rigida mentre tiene la matita o la penna, ma studia continuamente e pian piano i risultati si vedono. È felice quando c’è mia madre a seguirlo e se manca le manda sempre i saluti. Tutti sono molto felici quando con me porto mia madre, mia zia, mio padre o la mamma della mia migliore amica. Probabilmente è diversa la tenerezza che trasmettono. C’è bisogno di famiglia qui. Più che mai. Sulle mani di Daniel profonde cicatrici rosa testimoniano il passaggio dall’inferno libico.

Poi c’è Michel, gambiano, che è vivo perché i suoi torturatori lo credevano morto e lo hanno buttato via per strada come si fa con la spazzatura. Michel sulle braccia ha impresso per sempre il significato della permanenza nei centri di detenzione libici. Nessuno potrebbe avere il coraggio di guardare il suo corpo martoriato e avvallare le nostre sporche manovre con un paese allo sbando dove la vita umana non vale nulla, dove si “muore per un sì o per un no”. Michel è sarto e ora finalmente è tornato a cucire, a sognare e a lavorare dignitosamente. Michel finalmente a volte sorride, ti abbraccia e senza protestare si fa colare addosso lo zucchero filato di mio nipote che una sera lo ha scelto come nuovo amico. A sei anni è facile essere amici: basta essere gentili e prendersi per mano per non smarrirsi nella folla.

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Anche Amadou viene dal Gambia e faceva il sarto, anche lui è stato torturato in Libia, ma non ha mai smesso di sorridere. Studia con una volontà e un accanimento che mi auguro solo vengano premiati dal nostro indifferente egoismo. Amadou è dolce e sempre sorridente. Un giorno sono andata a prenderlo all’uscita della scuola: era un giorno di sole, di quelli sospesi fra la brezza primaverile e la canicola estiva. Mentre lui e gli altri uscivano dal portone, nell’attesa di salire in macchina per andare al centro e continuare a studiare, ero felice. Ero felice nell’ingenua convinzione che un gesto piccolo e così insignificante potesse bilanciare l’ingiustizia subita. Infine ci siamo noi ragazze che, fra un arrivo e una partenza, questi figli di altre donne impariamo ad amarli e a sostenerli. Noi che ogni giorno cerchiamo di non farci sopraffare dal dolore e da un subdolo senso di sconfitta. È crudele che il tempo scorra implacabile avvicinandoli al fatidico 18esimo compleanno che segna l’inizio del conto alla rovescia: fra quanto li trasferiranno? Quanto abbiamo per finire di studiare l’imperfetto?  Li tratteranno bene nel nuovo centro?

Non li abbiamo partoriti, ma non per questo queste creature ci appartengono di meno. Noi siamo la loro primavera dopo il lungo gelo dell’inverno.

Dentro gli occhi c’è l’alfabeto che ci rende umani e scompone i sentimenti dentro le parole. C’è chi ha lo sguardo perso, chi sembra sempre triste, chi non può fare a meno di ridere, chi sboccia come un germoglio che si schiude al calore lento di un abbraccio. Quando arrivano la paura domina tutto, è una colla appiccicata addosso. Anche i movimenti sembrano più lenti e nei loro occhi lo smarrimento misto al sollievo per essere ancora vivi. Sembrano stupiti di essere trattati bene. Sembrano in attesa che arrivi il peggio e, solo quando iniziano a capire che qui nessuno li maltratterà, cominciano a respirare più forte. In alcuni il cambiamento è impercettibile o poco visibile. In altri è un disegno in divenire. Su tutti il sorriso è miracolo e promessa di rinascita. Sono salvi, sono vivi, sono al sicuro.

È difficile guardarli mentre facciamo lezione e intercettare piccole o grandi cicatrici ovunque. Sulle mani, in viso, sul collo, sulle braccia, sulla nuca. Se le guardo, mi perdo come fossero parte di una mappa, di una geografia perversa che esplora la crudeltà umana. Se le osservo troppo a lungo, scompare ogni fiducia nel futuro. Ma la mancanza di coraggio è un lusso che non possiamo permetterci. Nessuno di noi può permettersela.

Loro, i nostri figli portati dal mare, perché devono dare un senso alla partenza e all’inferno vissuto nella speranza di riscattarsi. Noi, madri di figli non nostri, perché arrendersi significherebbe eliminare l’ultima sponda anti-barbarie.

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Nessuna dittatura, nessuna oppressione, nessuna violenza sarà mai totale finché ci sarà anche una sola donna a contrastarla. Nessun dittatore o oppressore ha mai interamente sconfitto le femmine, né mai ci riuscirà.

Noi siamo in grado di generare la vita e non ha alcuna importanza se decidiamo o meno di farlo davvero. Il punto è che possiamo farlo e, ancora di più, che dobbiamo sempre tenere a mente la potenza creatrice che ci è stata affidata.

Quei figli sono i nostri figli.

La terra intera è contemporaneamente nostra figlia e madre. La gestazione, la gravidanza, il parto segnano una linea netta fra il prima e il dopo nella vita di chi lo prova. Per noi quella linea si crea quando arrivano, quando li vediamo per la prima volta, quando sorridiamo al loro sguardo impaurito, quando medichiamo ferite e distribuiamo aspirine.

Diventiamo madri ogni volta che siamo disposte a piangere e ridere con loro, a lottare al loro fianco, ad assorbire l’ingiusta sofferenza che trapela nei modi bruschi o nei pianti improvvisi, a farci carico del loro dolore e a partecipare alla loro gioia. Diventiamo madri quando litighiamo con loro, quando alziamo la voce e imponiamo scelte di buonsenso, quando li consoliamo e prepariamo le torte per festeggiare i compleanni.

Diventiamo madri perché sappiamo di dover intimamente rendere conto alle donne che li hanno messi al mondo e non fa nessuna differenza se non le conosceremo mai. Non ha importanza se sono vive o morte.Fra noi e loro, c’è un patto silenzioso e non scritto che tutela la vita dall’alba dei tempi. Quel patto scorrerà fino alla fine del mondo, fino alla fine dell’ultima donna.

di Maria Grazia Patania

Sedie vuote: la forma dell’assenza

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La prima volta che sono andata al centro è stato per caso. MB e Doumbia lavoravano lì da qualche mese e mi chiedevano di andare a insegnare italiano ai loro amici. Così una sera sono passata a trovare MB che era di turno e ho conosciuto i nuovi Figli della Fortuna. Sono rimasta due ore lì con Moustafa che voleva a tutti i costi imparare l’italiano e Cima che ci ascoltava interessato.

La prima volta che sono entrata in classe erano più di 30: una confusione di sguardi, di mani alzate, di voci in sottofondo e quaderni spiegazzati. Avevamo una piccola lavagna dove annotavo piccole frasi che ripetevamo fino allo sfinimento. Come ti chiami? Da dove vieni? Quanti anni hai? Da quanto tempo sei in Italia? Da quando vivi ad Augusta? Di fronte a me porzioni di Africa: Costa d’Avorio, Mali, Egitto, Gambia, Senegal, Ghana, Guinea (Conakry), Nigeria. Davanti ai miei occhi tanti miracoli quanti erano i sopravvissuti all’inferno del deserto, al mare che ti inghiotte e all’indifferenza che ti spegne una cellula per volta.

Le prime lezioni vanno così, con più volontà che organizzazione e un caos di nomi, occhi e volti in testa. Ci dividiamo in tre gruppi: uno base per l’alfabetizzazione e il primo approccio all’italiano, uno intermedio che seguo io e uno avanzato dove ci sono quelli che hanno maggiore dimestichezza con la lingua. Le prime settimane passano a conoscersi, a inventare un metodo per trasmettere l’italiano e per non farsi sopraffare dalla sensazione di non essere abbastanza. Dopo tre mesi tutto il gruppo ha un livello piuttosto omogeneo, leggono tutti più o meno bene e a forza di ripetere le regole grammaticali le hanno imparate anche i muri.

Si crea un nucleo di ragazzi che vengono sempre, che aspettano il mio arrivo e appena mi vedono prendono quaderno, penna e fotocopie precedenti per salire in classe. Parte della lezione è basata sulla disciplina e sulla solidarietà: il tempo insieme ce lo regaliamo pertanto nessuno si può permettere di sprecarlo con ritardi o inutili lamentele. La puntualità tuttavia scarseggia, ma non riesco mai a mandarli via se arrivano tardi. In fondo, l’italiano è importante, ma stare insieme è anche meglio. Mi piace che abbiano una routine: firmare il registro, scrivere il nome su ogni fotocopia, ricopiare i compiti sul quaderno, ascoltare in silenzio mentre a turno facciamo gli esercizi, conservare le lezioni precedenti e aiutarsi a vicenda. Chi è più veloce a finire o ha capito bene deve aiutare chi ha difficoltà affinché nessuno resti indietro o si senta escluso.

Passano i giorni e scorre la vita: qualcuno fa il compleanno e rimediamo torte e candeline, qualcuno arriva dopo l’ennesimo sbarco infernale con dentro agli occhi una paura difficile da dissipare, qualcuno inizia a sillabare o scrivere mentre gli teniamo la mano, qualcuno inizia a sorridere. Dopo ogni arrivo di ragazzi nuovi, torno a casa col loro sguardo conficcato nel cuore: come si fa a vivere in un mondo così ingiusto? Come posso ancora amare la vita se è così crudele? Perché dovrei fidarmi del prossimo se siamo capaci di questa crudeltà?

Alcune volte vorrei mollare tutto perché ho l’impressione di essere seduta sulla riva dell’oceano a svuotarlo con un secchiello. Mi sembra che, per quanto ci impegniamo a restituire umanità a questa tragedia chiamata migrazione forzata, non l’avremo mai vinta. Mi sembra che, per ogni centimetro strappato alla brutalità del reale, chilometri vengano guadagnati da indifferenza, razzismo e semplice noncuranza. Con lo scorrere del tempo, la vita ci passa addosso: ridiamo, piangiamo, ci lamentiamo, impariamo a volerci bene, a rispettarci e comprenderci. Ci sono giorni in cui la grammatica va a farsi benedire perché, imparando il passato prossimo, è necessario consolare la mancanza di casa, abbracciare con mani di madre e parole di sorella o ingannare l’attesa con storie di speranza inventate sul momento.

Ultimamente l’atmosfera generale è sempre più pesante fra attese di trasferimenti, impazienza di iniziare la nuova vita tanto sognata e così diversa dalla precarietà esistenziale attuale, esiti negativi dalle commissioni e tristezza diffusa.

Finché un giorno torno in classe e manca Alì, il gigante buono bravissimo a ballare. Alì, col suo cappellino da superman e il sorriso gentile sempre pronto ad aiutare tutti, è andato via. Alì, con la sua pazienza e la sua voglia di imparare, non c’è. Al suo posto una sedia vuota.

Nemmeno una settimana dopo la burocrazia fa il suo corso: i maggiorenni in attesa da mesi di essere trasferiti vengono portati via per andare in una nuova struttura. Burocrazia è fatta. La legge dice che appena diventi maggiorenne non puoi stare in un centro per minori. Sensato e razionale, ma crudele ed ingiusto perché nuovamente il sottile equilibrio creatosi si spezza. Queste vite già devastate vengono nuovamente stravolte: oltre i minori non accompagnati, al di là dei maggiorenni, superata l’età anagrafica, ci sono le persone. Persone che avevano instaurato legami interpersonali, che avevano imparato a conoscere la città, che avevano fatto amicizia. Persone, non pacchi da depositare tramite corriere allo scadere del tempo.

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Invidio chi riesce a guardare con fiducia a questi meccanismi burocratici e chi trova conforto nel rispetto di regole che io invece non capisco. Il giorno dei trasferimenti, fra un materasso spostato e un letto smontato in un’altra stanza, c’è una tristezza difficile da spiegare. Mentre facciamo lezione, tutti vorremmo consolarci, ma nessuno trova il coraggio di sputare il rospo e ci rifugiamo negli esercizi per evitare di prendere il discorso.

In quel tavolo mezzo vuoto, nello spazio che una volta era riempito dalla presenza di chi ora è andato via, c’è l’altra faccia della migrazione col suo enorme carico di ingiustizia e disumanità. A me quei figli mancheranno ogni giorno e quando non saprò se stanno bene o hanno fame, non troverò nessuna legge ad aiutarmi. Quando mi chiederanno perché non li vogliamo qui, nessun codice mi offrirà risposte plausibili. L’unica speranza che mi resta è che durante la loro vita penseranno a noi che ci ostinavamo a insegnare l’italiano come strumento di riscatto e si ricorderanno dei nostri abbracci dentro cui potevano sentirsi a casa.

Spero che ovunque andranno si ricorderanno il sapore delle ciambelle, il peso delle lacrime piante alla loro partenza e la forma dell’assenza che nessun nuovo arrivo colmerà.

di Maria Grazia Patania

 

L’eredità di Antigone e Danilo Dolci a difesa di Open Arms contro ogni criminalizzazione della solidarietà

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 Il 18 marzo 2018 la guerra alla solidarietà ha raggiunto una nuova vergognosa vetta, ribaltando il comune senso di giustizia e umanità. Una volta terminato lo sbarco di 218 persone, fra cui 31 donne e 28 bambini, a Pozzallo la nave della ONG spagnola Proactiva Open Arms è stata sequestrata. Il 27 marzo a Palermo presso il circolo ARCI Porco Rosso, Riccardo Gatti e Ana Isabel Mentes Mier, fra gli altri, hanno esposto le loro ragioni e raccontato come sono andate le cose il fatidico 15 marzo. Quel giorno ha infatti segnato una ulteriore svolta nel processo di criminalizzazione della solidarietà che va avanti ormai da oltre un anno.

Non paghi della campagna denigratoria nei confronti delle ONG, ree di salvare vite umane da morte certa e di rispettare i dettami del Diritto Internazionale, si è deciso di pervertire la legge per farne strumento con cui perseguire chi tutela gli esseri umani a favore di chi li abusa, li tortura, li schiavizza.

Il 15 marzo inizia come una normalissima giornata per l’equipaggio SAR che dall’MRCC (Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo) con base a Roma riceve le coordinate di una imbarcazione in pericolo verso cui si dirigono. Nel frattempo, viene loro comunicato che a occuparsi del coordinamento del salvataggio sarebbe stata la Guardia Costiera Libica, ma partono comunque le due lance di salvataggio e il team SAR porta a termine la distribuzione dei giubbotti salvagente, dando priorità a donne e bambini come da prassi. Terminata questa fase, sopraggiunge l’autonominatasi Guardia Costiera libica che, in modo del tutto arbitrario, pretende la riconsegna delle donne e dei bambini appena messi in salvo. A questo punto inizia un pericoloso braccio di ferro fra l’equipaggio di Open Arms e la Guardia Costiera libica che, per piegare la resistenza degli operatori SAR, li minaccia di morte. Per oltre due ore, sono rimasti in balìa di criminali senza scrupoli che sono poi andati via, consentendo di terminare l’evento SAR.

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Le condizioni dei migranti a bordo erano disperate e, fra le molte urgenze mediche, una madre col figlio neonato sono stati evacuati e portati a Malta per ricevere cure di emergenza. Ma non finisce qui: nonostante la situazione precaria a bordo per via delle drammatiche condizioni di salute delle persone salvate e benché solitamente nel giro di qualche ora venga assegnato il porto di sbarco, si configura una situazione di stallo che impone una attesa di 24 ore e costringe la Spagna a presentare una richiesta per far sbarcare le persone salvate. L’imbarcazione si dirige dunque verso Pozzallo e dopo essere stati interrogati in merito a quanto avvenuto in mare, il comandante della nave, Marc Reig Creus (42 anni) e la capo missione Ana Isabel Mentes Mier (31 anni) si vedono notificare un documento che li accusa di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina cui si accompagna il fermo amministrativo della nave. Con questi capi di imputazione, si rischia fra i 5 e i 15 anni di carcere oltre a una multa di 15mila euro per ogni persona trasportata a bordo. Se non fosse drammaticamente vero, sembrerebbe una scenetta da teatro dell’assurdo: viviamo in un paese in cui si può finire in carcere per aver salvato delle vite umane e rifiutato di riconsegnare persone indifese a chi le tratta come merce di scambio priva di valore.

Da quel momento, è iniziata una campagna mediatica e non solo per sostenere Open Arms e difendere il diritto/dovere alla solidarietà oltre all’obbligo morale, prima ancora che giuridico, di salvare chi è in pericolo. Come ribadito in un comunicato del 28 marzo dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) “salvare vite umane deve restare una priorità nella gestione del fenomeno migratorio” e “il rafforzamento delle operazioni di ricerca e soccorso dovrebbe avere la precedenza su qualsiasi valutazione politica”. Nel frattempo, il 27 marzo è caduta l’imputazione per associazione a delinquere, facendo passare la competenza territoriale da Catania a Ragusa, ma rimangono l’accusa di immigrazione clandestina e il sequestro della nave.

Il 24 a Pozzallo un centinaio di persone hanno fatto un sit-in per ribadire la propria solidarietà a Open Arms, come avvenuto martedì sera a Palermo quando sono stati chiamati in causa l’intramontabile eredità di Antigone e il prezioso contributo di Danilo Dolci alla disobbedienza civile. È chiaro, infatti, che qui non si tratta più di diritto, ma di umanità. Se il reato contestato nasce dal rifiuto di riconsegnare ai propri aguzzini i sopravvissuti ai campi libici, dichiariamoci tutti colpevoli. Se il crimine commesso è aver disobbedito all’ordine di lasciare persone indifese in mano ai libici, ricordiamo quanto ribadito a Norimberga dove è stato sancito ufficialmente che se un ordine è sbagliato non lo si esegue. Se non bastassero Norimberga e Ginevra, torniamo indietro fino all’eterna lotta tra Antigone e Creonte, tracotante omuncolo aggrappato a ingiuste leggi.

Salvare vite umane, rispettare le persone e onorarne i diritti umani non sono scelte. Sono obblighi etici, morali e giuridici non negoziabili. Sosteniamo Open Arms e ribelliamoci fermamente ad ogni criminalizzazione della solidarietà!

Senza solidarietà e senza altruismo non vi è civiltà”, Pietro Calamandrei in difesa di Danilo Dolci nel 1956

di Maria Grazia Patania

Articolo uscito sulla versione cartacea della Civetta di Minerva del 30 aprile 2018

Welcome to the Smiling Coast: Living in the Gambia Ghetto

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Welcome to the Smiling Coast: Living in the Gambian Ghetto è un documentario che offre una particolare quanto rara visione della vita di un paese in cui quotidianità vuol dire speranza e difficoltà. Il film segue, così, le giornate di quindici ragazzi che lottano per sbarcare il lunario vivendo ai margini dell’industria del turismo. Anche il più piccolo paese dell’Africa occidentale, il Gambia, è diventato, infatti, una popolare destinazione per le vacanze dei turisti europei. Dal 2005 il paese riceve in genere oltre 100.000 visitatori stranieri ogni anno, guadagnandosi la reputazione di Costa del Sol africana. Lo stesso titolo conduce, già, lo spettatore al cuore del problema e al nocciolo delle questioni su cui si vuole indagare: la costa felice meta di vacanze di lusso contro la realtà del ghetto. Molti gambiani, in particolare i giovani, risiedono nei quartieri poveri che sorgono ironicamente a pochi passi di distanza dagli alberghi turistici e dalle spiagge. Il netto contrasto tra le strutture di lusso e la vita povera e arrangiata del popolo, si fa così nettamente evidente attraverso una linea di confine che separa il sogno dalla realtà, il benessere dalla fame, un mondo da un sotto-mondo.

Nel corso degli ultimi anni, il Gambia è diventato una meta scelta prevalentemente da donne bianche e anziani in cerca di sole e mare o turisti interessati ad una vacanza meramente sessuale. Questa è la triste realtà che sta investendo questo paese al pari di tante altre destinazioni orientali che vedono le donne ma soprattutto le bambine schiave e vittime di una ormai consolidata abitudine conosciuta come turismo sessuale. Spinte dalla povertà e dalla disperazione – in nessuno di questi casi è accostabile il termine vita se non nell’accezione di mera sopravvivenza – sfruttano il loro corpo come fonte di guadagno. In quest’ottica, il turista bianco lo trasforma in semplice oggetto del proprio piacere incluso nel suo pacchetto vacanze di lusso.

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I giovani gambiani raccontano nel corso del documentario la loro vita creando, spesso, uno strano corto circuito tra i loro occhi traditi dalla stanchezza e dalla tristezza e le loro labbra sorridenti che riescono comunque a pronunciare parole d’amore per quella terra martoriata. Cercano di cavalcare l’ondata di turismo crescente in modo da guadagnarsi da vivere e lo fanno offrendo servizi di taxi ed escursioni oppure arrangiandosi come musicisti di strada o come procacciatori di donne per i turisti che vanno lì solo alla ricerca di sesso. Il film mostra, quindi, le strategie creative che i ragazzi usano per riuscire a sbarcare il lunario e l’impatto che il turismo ha avuto su questa piccola nazione africana, attraverso uno sguardo critico ma leggero con la presenza di molta bella musica ad accompagnare le immagini. Mostrando le loro lotte, speranze e sogni, il documentario restituisce un volto umano alla realtà che sta dietro lo scintillio della Costa del Sol dell’Africa, fatto di resistenza e desideri da voler realizzare.

Il Gambia viene fuori nelle sue due facce. Da un lato una popolare destinazione turistica favorita del suo clima caldo, dalla bellezza paesaggistica e dal sesso a buon mercato con turisti che soggiornano circondati dal comfort dei resort all-inclusive, lontano dall’esperienza quotidiana che appartiene ai suoi abitanti. Dall’altro la popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà ricordando che il Gambia è attualmente, 50 anni dopo la sua indipendenza, una delle nazioni più povere dell’Africa. Confinati “nel ghetto”, ai margini dell’onnipresente industria del turismo, a loro resta soltanto di poter sognare quella vita, la vita dei bianchi. A causa dell’illusione di un futuro migliore in relazione allo stile di vita dei turisti proprio accanto a loro, molti giovani scelgono di intraprendere la “back way”, ovvero la traversata che conduce in Europa con tutti i rischi che essa comporta. Come sottolinea uno dei ragazzi protagonisti del documentario: “i nostri ragazzi credono che l’Occidente sia migliore! Perché pensano che tutto quello che viene dall’Occidente sia meglio della propria cultura.”

Il merito di questo documentario è di mostrare una triste realtà legata anche alle conseguenze che il turismo occidentale ha portato in Gambia ma allo stesso tempo di porre l’accento sulla positività di questo popolo che continua a sorridere e a lottare e in questo senso l’onnipresenza della musica è capace di accompagnare lo spettatore lungo un viaggio fatto di emozioni tangibili. Welcome to the Smiling Coast: Living in the Gambian Ghetto è una storia di ambizioni, opportunità e tentazioni che trova nella creatività la chiave per la sopravvivenza.

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Realizzato dagli olandesi Bas Ackermann (regista) e Emiel Martens (produttore) in collaborazione con il Gambia Media House, con un budget minimo messo insieme dalle loro tasche, senza alcuna forma di sovvenzione, è stato senza dubbio una scommessa vincente. Il film è stato, infatti, presentato in prima mondiale al Pan African Film Festival di Los Angeles, il più grande festival del cinema nero negli Stati Uniti e dopo è stato proiettato in oltre 30 film festival ed eventi, tra cui la Premiere africana al AfricanBamba Human Rights Film Festival di Dakar, in Senegal, e la prima europea al Galway African Film Festival in Galway, Irlanda. Dice il regista Ackermann: “l’idea del film è nata circa otto anni fa, quando ero in Gambia un centro audiovisivo per i giovani con l’obiettivo di formarli come professionisti dei media. Alcuni di loro hanno lavorato come membri della truope in Welcome to the Smiling Coast come Pasquale Manka, ora uno dei principali produttori del suo paese. Mentre il produttore Martens sottolinea: “in tempi di immagini negative, in particolare intorno all’attuale crisi dei profughi, cerchiamo di dare un volto più umano e positivo dell’Africa e degli africani. Vogliamo anche mettere una nota critica circa l’impatto del turismo occidentale nei paesi non occidentali.”

Le ultime parole vorrei lasciarle proprio a due dei ragazzi intervistati nel documentario simbolo di un amore tormentato quando indissolubile con la propria terra: “in questo mondo oggi non c’è nessuna simpatia, nessuna pietà. Tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno vuole morire”.  “Ringraziamo Dio perché stiamo avendo la pace, lo sai. Ma la povertà è sempre più alta, questo è il problema. Però il Gambia è un paese dolce.”

Di Claudia La Ferla

Immagini prese dal Web.

Una conversione opaca: il Gambia dopo Jammeh

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La Repubblica del Gambia si trova in Africa occidentale ed è uno dei più piccoli stati del continente. È circondata dal Senegal salvo il breve tratto in cui il fiume Gambia sfocia nell’Oceano Atlantico.
La sua capitale è Banjul, sulla riva sud del Gambia, ma i maggiori centri sono la vicina Serekunda, anch’essa affacciata sull’Atlantico e Brikama, poco più lontana dall’oceano.

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Fonte immagine Google Maps

La storia del Gambia affonda le sue radici nel commercio degli schiavi: per questo motivo, prima i portoghesi e poi gli inglesi, avevano bisogno di una colonia sul fiume spiegando, inoltre, la singolarità della forma dei confini di questo stato che sono tracciati a contorno dell’omonimo fiume che nasce nel vicino Senegal.

L’economia del Gambia è fondata sull’agricoltura e, in minima parte, anche pesca e turismo contribuiscono allo sviluppo del paese anche se circa un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.
Il PIL (nominale) pro capite del Gambia (dato aggiornato al 2012), è pari a 497 dollari.

Alla fine del XVI secolo il Portogallo cedette i diritti di commercio sul Gambia a dei mercanti inglesi; da allora il paese ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito solo nel 1965, anno in cui entrò a far parte del Commonwealth.
Il paese è abitato da una grande varietà di gruppi etnici tra cui la religione maggiormente praticata è l’Islam. Il restante 10% della popolazione è cristiano. Dopo l’indipendenza il paese ha conosciuto un lungo periodo di relativa tranquillità, considerata la quasi assenza di scontri tra i diversi gruppi etnici e la grande tolleranza religiosa per cui, nonostante la stragrande maggioranza della popolazione sia musulmana, il paese riconosce come ufficiali le festività cristiane come quelle islamiche.

La stabilità politica venne meno trent’anni dopo l’indipendenza quando, nel luglio del 1994, un colpo di stato consegnò il potere nelle mani di Yahya Jammeh, secondo presidente del Gambia e capo del partito “Alleanza Patriottica per il Riorientamento e la Costruzione”. Nel 1996 Jammeh fu poi eletto con l’appoggio del proprio partito ma, nonostante l’elezione formalmente democratica, iniziò ad adottare una politica in contrasto con la difesa dei Diritti Umani facendo imprigionare e uccidere i propri oppositori ed espellendo i giornalisti stranieri.

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Yahya Jammeh ospite alla Casa Bianca nel 2014. Fonte -> https://www.ibtimes.co.in/gambian-president-yahya-jammeh-threatens-slit-throats-gay-men-country-632175

La dittatura di Jammeh, il quale afferma di avere poteri taumaturgici che guariscono dall’infertilità e dall’AIDS, è stata descritta dal relatore delle Nazioni Unite nel suo rapporto sul Gambia del 2014, come un regime che ricorre all’uso della tortura mediante pestaggi, scariche elettriche e soffocamento o annegamento in acqua bollente. Tra le numerose sparizioni forzate ci sarebbe anche un bambino.
Nello stesso 2014 entra in vigore una legge che prevede l’ergastolo per il reato di “omosessualità aggravata”, viene inoltre disposta la ripresa delle esecuzioni, annunciando l’ampliamento del numero dei reati per cui è prevista la pena di morte tra i quali il reato di “rendersi irreperibili” che, nel caso di un respingimento e di un conseguente rimpatrio, consegnerebbe alle autorità chi prova a fuggire.

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Jammeh ospite all’Eliseo nel 2013. Fonte -> http://uk.businessinsider.com/the-story-of-njaga-jagne-2015-1?IR=T

Nel 2013 Jammeh ritira il Gambia dal Commonwealth e, due anni più tardi, nel 2015 stabilisce che l’arabo debba sostituire l’inglese negli organismi statali e nell’ambito dell’istruzione pubblica nonostante l’arabo non sia la lingua madre di nessuna delle etnie gambiane. La decisione è probabilmente collegata agli investimenti di Libano, Giordania e Siria (prima della guerra) nei settori nevralgici dell’economia gambiana.

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Jammeh con Ma Ying-jeou, presidente della Repubblica di Cina dal 2008 al 2016. Fonte -> http://africanarguments.org/2016/01/28/why-does-jammeh-want-to-make-the-gambia-an-islamic-republic/

In seguito alle elezioni del dicembre 2016, Adama Barrow, un imprenditore e membro del Partito Democratico Unito rientrato in Gambia dalla Gran Bretagna dove viveva da molti anni, viene dichiarato vincitore delle presidenziali.
Jammeh ha prima dichiarato che si sarebbe ritirato a seguito della sconfitta ma ha poi considerato nulli i risultati chiedendo una seconda turnata elettorale e innescando una crisi costituzionale oltre che provocando l’intromissione da parte di una coalizione vicina all’ECOWAS.
Il 20 gennaio 2017, Jammeh ha annunciato che si sarebbe ritirato lasciando il paese e un mese dopo, il Gambia ha iniziato le procedure per la riammissione al Commonwealth.

Adama Barrow è diventato leader del suo partito nel 2016, dopo l’arresto del suo predecessore.
La sua campagna elettorale ha puntato molto l’attenzione sulla volontà di costruire un “Nuovo Gambia” ma è ancora presto per fare previsioni dopo ventidue anni di regime, basti ricordare che l’omosessualità in Gambia è ancora un reato.
Le prime iniziative del nuovo presidente, oltre al rientro tra i paesi del Commonwealth, riguardano una riforma dell’Agenzia Nazionale di Intelligence (NIA) e l’istituzione di una commissione per la riforma costituzionale, l’abolizione della pena di morte e l’istituzione di una commissione che provveda alle riparazioni nei confronti delle vittime della dittatura.
Purtroppo nel paese, nonostante sia formalmente vietata, l’infibulazione è ancora diffusa mentre l’aborto resta un reato.

Jammeh è partito per l’esilio in Guinea Equatoriale portando con sé l’1% del PIL nazionale in forma di denaro, automobili e svariati beni di lusso.

 

Approfondimenti:

Rapporto annuale  Poverty and Shared Prosperity (2016) della Banca Mondiale -> https://openknowledge.worldbank.org/bitstream/handle/10986/25078/9781464809583.pdf

Rapporto annuale di Amnesty International -> https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2017-2018/africa/gambia/

Di Cristina Monasteri

A nameless happiness

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ITA

30th May 2017

A few days ago, the brother of one of our Children of Fortune disembarked on the Apulian coast. We have been waiting for this news with anguish for months. The ordeal we went through since we found out that he was in Libya is finally over because we now know that: he is alive.

For months we received fragmented information and what we didn’t know we heard it on the news which terrified us: tortures, slave trade, shipwrecks.

Every Sunday, while we drank coffee after lunch, we looked at each other in silence, we would chat about anything until one of us touched the sore point.

Maria, when do you think he will arrive? I don’t know. But he will come, right? I don’t know. I told him not to do it. I know. We can only wait, eat your cookies.

*Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

And he has finally arrived and we now hope that the bureaucracy will take him here and let him join our colourful family. The wait has a different flavour now: I think about the cakes I want to make for him, all the things he’ll need, the cloths, the notebooks to learn how to read and write and the love needed to mitigate his sorrow and nostalgia.

This is migration: families seeing their children leave without knowing if they’ll ever see them again, other families waiting for them without even knowing them, a sea that can swallow them and prolong this wait forever. It means looking terrified at a body bag and not knowing who’s inside. It means crying for every lost life and wondering why you are alive. It means drinking coffees that taste of poison and not having any answer to offer.

But it also means opening the curtains and the windows to let the fresh air in, making space in the heart for a new Child of Fortune and wondering if the best way to start his integration process is by offering him a lasagna or, since it’s summer and hot, a pistachio ice cream.

After all, sometimes migration rimes with a nameless happiness.

By Maria Grazia Patania

Translator Francesca Colantuoni

Le linee immaginarie si possono calpestare, le persone vanno salvate. Passaggio in Mali.

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Le frontiere, materiali o mentali, di calce e mattoni o simboliche, sono a volte dei campi di battaglia, ma sono anche dei workshop creativi dell’arte del vivere insieme, dei terreni in cui vengono gettati e germogliano (consapevolmente o meno) i semi di forme future di umanità – Zygmunt Bauman

 

Guardo la carta geografica e, cercando il Mali, mi rendo conto di come siano lineari i suoi confini e quelli di molti altri paesi. Come se qualcuno, un bel giorno, avesse deciso di giocare a Risiko con l’Africa: “Toh! Da qui a qui è roba mia, oltre la linea è roba tua.”
Che cosa assurda i confini! Quando vengono tracciati con il righello, poi, mi rendo conto (ancor di più), di quanto siano arbitrari (e insensati). Certo, le etnie e le identità vanno riconosciute e rispettate; certo bisogna riconoscere ai popoli il diritto di appartenenza. Tutto vero, tutto giusto ma se l’idea di nazionalità per gli umani di serie B (i poveri), fosse un concetto utile a farli restare poveri laggiù, in un posto lontano che ci immaginiamo “con le capanne e i leoni della savana”?
Un posto lontano da noi “civilizzati” che i “nostri” poveri li multiamo per aver rovistato nella spazzatura (nella quale sicuramente troveranno i duecento euro per pagare la contravvenzione).

Non divaghiamo, oggi vi porto in Mali Continua a leggere

Salviamo le persone, portiamole al sicuro. Tutte.

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clandestino

fonte: http://www.treccani.it/vocabolario/clandestino/

 

Contro il divieto delle autorità.

Di nascosto.

Illegalmente.

Il termine “clandestino” ha un impiego talmente ampio, come tutte le parole sdoganate dalla narrazione tossica della politica, da essere utilizzato per esprimere il disprezzo verso lo straniero sottolineando la mancanza di regolarità della presenza del detto “straniero sull’italico territorio”.
La malafede è talmente sfacciata che si fa molta attenzione a distinguere tra “immigrati regolari” e “clandestini” quando bisogna “cacciarli da casa nostra” perché non si dica che si tratta di razzismo bensì di “buonsenso”.
Se parliamo di dati effettivi, invece, numeri e percentuali vengono snocciolati al rialzo senza mai fare presente un aspetto che risulta alquanto banale e che, ancor di più per questo motivo, lascia basiti di fronte alla faciloneria con cui certe informazioni vengono dispensate, recepite, filtrate, assimilate: come si fa a parlare di dati se i clandestini, per definizione, sono nascosti?
Si può parlare di numeri quando si documentano gli sbarchi poiché dopo uno sbarco le persone vengono contate, vestite, registrate, fotografate, rifocillate, smistate, accolte. Non sono clandestini, lo diventano quando, senza documenti e incastrati nella zona d’ombra della burocrazia italiana, tentano di passare il confine con la Francia a piedi o sui tetti dei treni, o si nascondono nel retro di un camion per raggiungere le coste inglesi.

Clandestino rispetto a cosa? Rispetto a chi?
Quali sono le autorità riconosciute e da quali Stati europei sono riconosciute? Quali documenti sono validi nel nostro paese? Quali governi democratici sono stati destituiti? Quanti sono i paesi in guerra?
In quanti altri paesi sono presenti, invece, le milizie dei fondamentalisti religiosi?
Qual è il limite di sicurezza sotto il quale è considerata “legittima” una fuga dal proprio paese?
Quanto è stupido pensare che chi scappa stia abbandonando il proprio paese? Chi lo dice? Chi poi si lamenta degli italici cervelli in fuga? Chi è scappato e vive tuttora in Gran Bretagna dall’agosto del 1980 ed è nostalgico di un piccolo omino che si travestì da Carabiniere abbandonando il paese di cui era Duce, negli anni 40?

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La verità?
Tutti si possono spostare purché non siano poveri.

Perché pensiamo che sia giusto per gli altri esseri umani vivere in alcuni paesi quando noi europei non ci andremmo nemmeno in vacanza?

In Algeria sono presenti diversi gruppi islamici fondamentalisti, da Al Quaida ai gruppi militari affiliati all’IS. A fine febbraio, dopo l’uccisione di alcuni soldati, le autorità algerine hanno dispiegato altri cinquemila militari al confine con la Tunisia per rafforzare la sicurezza del paese nel quale il rischio terroristico continua a essere elevato.
In Egitto è in corso una “guerra contro il terrorismo” che porta a centinaia di sparizioni forzate perpetrate da parte dell’esercito (vedi l’approfondimento sul rapporto di Amnesty International).
In Libia è in corso una guerra civile e non sappiamo ancora quanto il paese si senta minacciato dalle dichiarazioni del fascista Di Stefano il quale vaneggiava di un protettorato su gran parte del territorio libico.
In Libia, inoltre, grazie ai trattati con l’Europa, ci sono i campi di concentramento. Non vogliamo esagerare, vorremmo poter dire che si tratta di uno scherzo, di un’infelice iperbole.
Invece, lo ripetiamo, in Libia ci sono i campi di concentramento per i migranti esattamente come fino agli anni Trenta ci sono stati i campi di concentramento (sedici in Libia ma anche in Eritrea e Somalia che, ricordiamo, erano tutte colonie italiane), per detenuti politici ma anche detenuti comuni, per tribù di ribelli e per i deportati.
Il Mali è travagliato da una guerra civile tra ribelli e forze governative che si protrae da sei anni. L’aiuto che è riuscita a dare l’Europa “a casa loro”? L’esercito francese con altre armi, altri spari, altri morti.
In Nigeria Boko Haram continua a seminare il terrore con attentati kamikaze in cui l’attentatore è solitamente una donna rapita mentre era a scuola.
Il Sudan è martoriato da anni da guerra e carestie. Le persone muoiono di fame in Darfur.

A Oriente la situazione è altrettanto drammatica.
La Siria è stata sventrata dalle bombe, rase al suolo le sue città, massacrata la popolazione civile.
La Turchia di Erdogan fa strage di curdi ad Afrin col prestesto di scacciare i terroristi e con la complicità di Europa, Russia e Stati Uniti.
Mi chiedo se l’angelo contro la guerra regalato dal Papa a Erdogan sia da prendere o meno come un insulto agli innocenti uccisi.
L’Afghanistan e l’Iraq stanno ancora pagando il prezzo della pace esportata dall’occidente a suon di bombe.
In Birmania le persone sono costrette a scappare per non finire vittime di una vera e propria pulizia etnica che continuiamo a ignorare.
La Thailandia è governata dall’esercito sin dal golpe di quattro anni fa.

L’Europa non può certo considerarsi lontana dai venti di guerra: non si parla quasi più di Ucraina ma il conflitto tra i ribelli sostenuti dal governo russo e le truppe del governo ucraino prosegue dal 2014.
Viktor Orban governa l’Ungheria dal 1998 e durante il suo ultimo mandato (iniziato nel 2014), ha messo in discussione la forma di governo occidentale di stampo democratico e liberale a favore di un nazionalismo autoritario che sfrutta ancora il terrore rosso in un abile azione demagogica in cui l’opposizione è pressoché inesistente (salvo il partito neofascista Jobbik).

Perché continuiamo a farci prendere in braccio dalla faciloneria e dalla disonestà di omuncoli che aspirano al potere sulle spalle dei poveri? La povertà non ha confini geografici nonostante si cerchi di nasconderla sotto i tappeti con Daspo insani e pericolosi i quali portano alla legittimazione della “pulizia strada per strada” molto redditizia in tempi di campagna elettorale e molto pericolosa allo stesso tempo.

Il Nazionalismo è una bandiera che nasconde ingiustizia sociale, fomenta l’ignoranza e asseconda le conclusioni facili, duali in cui c’è un buono e, per contrappeso, deve esserci un cattivo.
La fobia del terrorismo islamico ha portato al vero terrorismo italico. A farne le spese sono sempre gli Ultimi e gli Innocenti.
Riusciamo a capire che “aiutarli a casa loro” è una bestemmia contro il diritto alla vita?

L’unico modo per aiutarli a casa loro, in tutta onestà e in quanto cittadina di un paese che invecchia e muore (conviene anche a noi, suvvia), è di andare a prenderli.

Tutti.

Organizziamo voli charter per andare a prendere tutti: gli ultimi, i perseguitati, gli afflitti, i miti, i poveri di spirito, quelli che hanno fame e sete di giustizia. Non ci saranno irregolari, non ci saranno clandestini, non ci saranno altri sepolti nel cimitero del Mediterraneo, non ci saranno altri olocausti nei lagher libici, nelle gabbie Ungheresi, sui confini spinati dei balcani, non ci saranno bambini morti, generazioni cancellate, stupri di guerra, sparizioni forzate.
Pensate, non ci saranno più nemmeno i cocci delle fioriere.

Portiamoli al sicuro, salviamoli. Tutti.

di Cristina Monasteri

Tornate a casa vostra: i Figli della Fortuna spiegano la Guinea (Conakry)

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Dall’1 gennaio al 13 marzo 2018 sono sbarcate in italia 191 persone provenienti dalla Guinea (Conakry). Nel 2016 ne sono arrivate 13.342 contro le appena 2.800 del 2015 e le 19.305 del 2017 a testimonianza della crescita esponenziale di arrivi da questo paese. Consultando il sito dell’UNHCR, si vede chiaramente come nel periodo compreso fra gennaio 2017 e gennaio 2018 questa nazionalità sia la seconda registrata ai porti di sbarco dopo quella nigeriana.

A maggio 2017 l’UNICEF ha pubblicato un documento relativo ai minori non accompagnati provenienti da questo paese e compresi fra i 16 e i 17 anni su un campione rappresentativo di 71 persone intervistate dal mese di gennaio. Fra essi risulta che il 73% ha ricevuto una istruzione nel paese di origine e il 35% ha dichiarato di aver lavorato prima di giungere in Italia (principalmente lavori fisici e poco qualificati), mentre nell’ordine sono queste le motivazioni alla base della migrazione: persecuzioni politiche o religiose, mancanza di opportunità economiche, violenza domestica, limitato accesso all’istruzione, mancanza delle condizioni essenziali alla sopravvivenza. Pertanto, la decisione di andar via è dettata dalle seguenti aspirazioni: migliori opportunità economiche, migliore istruzione, rispetto dei diritti umani, protezione internazionale e amici nel paese di destinazione. Ad influenzare la decisione di partire è solitamente la famiglia, seguita da parenti e amici oltre ai media locali. Un ruolo di poco rilievo viene svolto dai social, citati solo nel 9% dei casi. La durata media del viaggio è un anno e due mesi fino all’arrivo in Italia e la quasi totalità dei minori (94%) ha intrapreso il viaggio completamente solo. Rispetto ai paesi di transito dove si sono fermati per oltre un mese, viene citato il Niger (39%) e la Libia (97%) dove il 66% degli intervistati è stato rapito e messo in prigione. Solo il 41% del campione intervistato aveva preso in considerazione i rischi relativi al viaggio (fra cui estorsioni, torture e annegamento) prima di intraprenderlo.

Alcuni di questi minori non accompagnati hanno deciso di farci conoscere il loro paese con un cartellone in cui hanno convogliato le informazioni che ritengono fondamentali. Di seguito i punti salienti tradotti in italiano.

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Due ragazzi della Guinea (Conakry) illustrano il cartellone che hanno preparato per spiegare il proprio paese a un gruppo di ospiti

Motto nazionale: Lavoro Giustizia Solidarietà

Inno nazionale: Liberté

Superficie totale: 245.857km2

Popolazione totale: 13.246.049 abitanti

Religione: 95% musulmani; 5% cristiani

Conakry è la capitale e la città più popolosa della Guinea con un porto internazionale che si affaccia sull’Oceano Atlantico

Risorse: riserva d’acqua dell’Africa occidentale; foreste, diamanti, bauxite (di cui è il primo paese esportatore e che serve per fabbricare l’alluminio), oro, ferro, nichel

Animali: montoni, vacche, leoni, asini, tigri, maiali, scimmie, cavalli, agnelli, capre, elefanti, giraffe, ecc

Risorse alimentari: mango (da marzo a agosto), arancia (giugno-settembre), Loukhouré (novembre-dicembre), limone (giugno-settembre), citrus tangelo-pompelmo e mandarino (ottobre-febbraio), ananas (tutto l’anno), Ziziphus, banana (tutto l’anno), papaya, tamarindo (gennaio-marzo), anacardi (febbraio-maggio), arachidi (febbraio-maggio), karité (settembre-novembre)

di Maria Grazia Patania