Una felicità senza nome

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Pochi giorni fa, sulle coste pugliesi, è sbarcato il fratello di uno dei nostri Figli della Fortuna. Da mesi attendevamo questa notizia con angoscia. Da quando avevamo saputo che era in Libia era cominciato un calvario di piombo terminato con la più bella delle notizie: è vivo.

Per mesi le notizie erano frammentate e il vuoto di ciò che non sapevamo veniva puntualmente riempito dal terrore generato dalle notizie che circolavano: torture, mercati degli schiavi, naufragi.

Ogni domenica, nel nostro rito del caffé dopo pranzo, ci guardavamo in silenzio, parlavamo di banalità finché uno dei due toccava il tasto dolente.

Maria, secondo te quando arriva? Non lo so. Ma arriva? Non lo so. Glielo avevo detto di non farlo. Lo so. Intanto aspettiamo e mangia i biscotti.

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*Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

Ed infine è arrivato e ora speriamo che la burocrazia ce lo porti qui per allargare la nostra famiglia colorata. L’attesa, adesso, ha un sapore diverso: io penso alle torte da fare, a tutte le cose di cui avrà bisogno, ai vestiti, ai quaderni per imparare a leggere e a scrivere, a tutto l’affetto che servirà per mitigare il dolore e la nostalgia.

La migrazione è questo: famiglie che vedono partire i figli senza sapere se li rivedranno, altre famiglie che li aspettano senza nemmeno conoscerli, un lembo di mare che può inghiottirli moltiplicando infinitamente l’attesa. Significa guardare terrorizzata un sacco mortuario e non sapere chi ci sia lì dentro. Significa piangere ogni vita perduta e chiederti perché tu sia viva. Significa bere caffé che sanno di veleno e non avere risposte da offrire.

Ma significa anche tirare le tende, arieggiare le stanze, fare spazio nel cuore ad un nuovo Figlio della Fortuna e chiedersi se sia meglio cominciare l’integrazione con le lasagne o il gelato al pistacchio visto che ormai è estate e fa caldo.

In fondo, a volte la migrazione fa rima con una felicità senza nome.

di Maria Grazia Patania

A Heart as White as Snow

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During my journey to Europe I went through lots of difficulties, pains and sufferings and sadly enough it was all aggravated by those people who found pleasurable watching another human crying in pains. People who were actually supposed to alleviate those pains.

When I finally arrived in Europe I was very glad and felt very secure, I hoped I would never go through something like that again but what I didn’t know is that they – the Europeans – also have their own way to cause pain. (Racism).

I was transferred in a village. After a few days from my arrival I went for a walk. I took a bushy path of a non-so busy thoroughfare when, suddenly, a gang of thugs emerged from the bushes and accosted me with such anger that clearly indicated racial hatred.
They beat me mercilessly and, as if that was not enough, I was also traced back to my domicile, unknowingly.

Ph. Michelangelo Mignosa

That night I woke up in the middle of the night and I couldn’t sleep any more because of the voices I heard mischievously grumbling from far. I initially thought it was the voice of people passing by as usual but I was wrong as they kept coming closer and closer, almost to my door. That was unusual and I knew without doubt that they were coming after me.
Then I stood up, I was so terrified. I was alone in my dark room not knowing what to do.
Many things came to my mind. I thought of screaming to attract the attention of other people but that would have not helped. I had lost my voice and anyway no one could have heard me even if I had screamed because I live in complete isolation. My apprehension grew not only because I was alone in my humble abode but also because of the strangeness, in a situation like this something tragic always happens.
I could vividly bring to mind some years ago when I was a little boy, my mother left my brother and I alone in the house to get something from our neighbor but before she returned some heartless monsters came in uninvited and blatantly took my only loving brother away.

Too many uncomfortable thoughts crowded in on me, I was so afraid that I thought the same thing might have happened again. “But that was when I was in Africa” I said to myself “and besides things like that do not exist in Europe.” When I was in Africa I used to hear people saying the same thing, including my school teachers, that was what I learned and gave credence to.

But it was indeed proven to be an illusion when they finally invaded my home violently with arms. I was already down on my knees pleading with them to let me go, but one of them said “You are black with evil intentions. We do not trust you blacks. We don’t need you here less you ruin our land overnight.”
I responded “I am black but my heart is as white as snow. I can’t hurt a fly. I am a poor little boy from Africa who is seeking a better life. if you harm me what would be your gain? I could be your brother or friend, please I beg you do not harm me. I came here to live with you in peace, we are meant to be brothers regardless of the color of my skin.
They looked at each other with tears in their eyes and didn’t hesitate to lay down theirs arms and then shook hands with me warmly and went their way.

From that day we became best friends and that put an end to the racial discrimination.

By Michael

Il seme della resistenza

Domenica 21 Maggio al Lebowski come Collettivo Antigone insieme alla rete Antirazzista Catanese abbiamo partecipato ad un incontro per ospitare la tappa augustana delle Carovane Migranti: un progetto itinerante promosso con l’obiettivo di difendere i diritti e la dignità di chi migra.

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Il nostro MB ha aperto l’incontro dando il benvenuto ai presenti e poi si sono alternate alcune testimonianze di realtà molto diverse e lontane geograficamente, ma unite per uno scopo: ribadire che ogni essere umano abita questa Terra coi medesimi diritti.

Diritti e migranti sono le parole che si ripetono più spesso insieme a resistenza e disobbedienza civile tramite piccoli, grandi gesti di ribellione.

La testimonianza Li’ Ki’l Maria Toma Toma ha raccontato il modo in cui il suolo, la terra rappresentino un importante oggetto di rivendicazione e uno strumento che, gestito oculatamente, può garantire autosufficienza e resistenza al capitalismo che divora tutto. Lei e l’università dove si è laureata -la prima Univerità Indigena in Guatemala- si concentrano sui temi della sostenibilità ambientale e il recupero di tradizioni antiche che parlano di terra, semi e libertà.

A lei è seguito Fray Castillo che ha raccontato l’atroce realtà del Messico e della sua mortale frontiera con gli Stati Uniti: dopo il mar Mediterraneo, quella fra Messico e Stati Uniti è la frontiera che miete più vittime. Con grande stupore, ho poi scoperto che era lui il prete coraggioso di cui avevamo parlato in Via Crucis Migrante.

Luoghi diversi, medesimi sogni infranti.

Latitudini diverse, medesima tendenza a trasformare i diritti in privilegi.

Il nostro mare, come i binari dei treni su quella frontiera, sono pavimentati coi sogni di chi non ce l’ha fatta e custodiscono le speranze disattese della parte più fragile di questo mondo crudele.

Infine, Imed Soltani, dell’associazione Terre pour Tous, ha spiegato la sua battaglia affinché si faccia luce sui tantissimi giovani tunisini scomparsi dopo l’arrivo in Italia. La sua voce era la voce delle famiglie, delle madri che hanno partorito quei figli scomparsi in un vuoto di oblio ed indifferenza.

Una vicenda, questa, che ricorda come il vuoto della memoria sia una condanna tanto atroce quanto la morte. L’atto stesso di negare una sepoltura e sollevare una madre dall’attesa di un figlio di cui ignora il destino rappresenta un sopruso intollerabile che, drammaticamente, si ripete lungo il corso della storia durante i periodi più bui.

Questo sopruso, ogni giorno, lo infliggiamo alle madri dei morti di speranza inghiottiti dal mare.

Altre voci si sono poi alternate e ognuna di esse ha raccontato la propria lotta, la propria realtà e prospettiva di questa vicenda migratoria in corso e siamo stat* felici di poter ascoltare anche i rappresentanti delle istituzioni che hanno spiegato cosa significi, per la nostra città, essere esposta ai flussi migratori senza il necessario sostegno istituzionale.

Queste occasioni servono a riprendere fiato e il senso della lotta, della resistenza diventa chiaro ed innegabile. Siamo moltissim* a ribellarci all’attuale criminalizzazione di chi scappa da guerre, violenze e persecuzioni. Siamo tant* a respingere la deprecabile distinzione, ricordata da Gianmarco Catalano (Rete Antirazzista Catanese), fra migranti economici e rifugiati: l’ennesimo pretesto per restringere la cerchia dei diritti sommistrati a piccole dosi come privilegi arbitrari.

Dal mio punto di vista, la resistenza è una cosa semplice: è la gentilezza di una parola di conforto, un abbraccio a chi ha perso tutto o è solo stanco del viaggio, un pasto caldo, una sedia in più a tavola per il pranzo della domenica, un dolce cucinato con amore per chi ha fame.

Resistere oggi significa conservare l’innocenza dello sguardo umano verso gli altri e coltivare l’intima ribellione verso chi vuole dividerci in base ad assurdi criteri.

Resistere significa raccontare le storie dei nostri Figli della Fortuna e piangere le lacrime delle loro madri così come di tutte le madri, che in ogni parte del mondo, vengono brutalmente separate dai figli.

Resistere significa scegliere sempre Antigone e non cedere a Creonte.

Sempre.

*Rivoluzione è distinguere il buono già vivente, sapendolo godere, sani, senza rimorsi, amore, riconoscersi con gioia* (Danilo Dolci)

di Maria Grazia Patania

Un cuore bianco come la neve

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Durante il mio viaggio verso l’Europa ho attraversato molte difficoltà, sofferenze e dolori. Il tutto aggravato da chi provava piacere nel guardare un altro essere umano piangere di dolore e che fra l’altro avrebbe dovuto alleviare quei dolori.

Quando sono arrivato in Europa, ero molto felice e mi sentivo molto sicuro. Speravo di non dover rivivere mai più nulla di simile, ma non sapevo che anche loro -gli Europei- avevano il loro modo di provocare dolore. (Il razzismo).

Poi fui trasferito in un paesino. Alcuni giorni dopo il mio arrivo, uscii per una passegiata prendendo una strada principale non troppo trafficata quando all’improvviso dai cespugli spuntò un gruppo di ragazzi e mi si avvicinò con una tale ira da cui traspariva chiaramente l’odio razziale.

Mi picchiarono senza pietà e, come se non bastasse, senza volerlo scoprirono dove abitavo.

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Ph. Michelangelo Mignosa

Quella notte mi svegliai nel bel mezzo della notte e non riuscivo a riaddormentarmi a causa delle voci che sussurravano perfidamente in lontananza. In un primo momento pensai si trattasse delle solite voci dei passanti, ma mi sbagliavo perché si avvicinavano sempre più, quasi fino alla mia porta.

Allora mi alzai ed ero pietrificato. Ero solo nella mia stanza immersa nel buio e non sapevo cosa fare. Era strano ed ero certo stessero venendo da me.

Nella mia mente si affollarono molte cose: pensai di urlare per attirare l’attenzione di altre persone ma non sarebbe servito. Ero rimasto senza voce e in ogni caso nessuno avrebbe potuto sentirmi anche se avessi urlato perché vivo in totale isolamento. La mia preoccupazione aumentava non solo perché ero solo nella mia umile dimora, ma anche per la stranezza della situazione, una di quelle in cui succede qualcosa di tragico.

Mi tornarono nitidi alcuni ricordi di anni fa, quando ero un bambino e mia madre lasciò me e mio fratello a casa per andare a prendere qualcosa dal nostro vicino. Ma prima che lei rientrasse, dei mostri senza cuore fecero irruzione con la forza e portarono via il mio amato fratellino.

Nella mia mente si affollavano pensieri inquietanti ed avevo così paura che pensavo che sarebbe potuta risuccedere la stessa cosa. “Ma è quello è stato in Africa”, mi dicevo “e poi queste cose non esistono in Europa“. In Africa tutti dicevano la stessa cosa, anche i miei insegnanti: questo è quello che ho imparato e in cui mi fanno credere.

Ma era solo un illusione e alla fine fecero violentemente irruzione in casa. Già mi ero messo in ginocchio supplicandoli di lasciarmi andare, ma uno disse “Tu sei nero e malintenzionato. Non ci fidiamo di voi neri. Non abbiamo bisogno di voi qui”.

La mia risposta fu: “Io sono nero ma il mio cuore è bianco come la neve. Non farei del male a una mosca. Sono un povero ragazzo africano in cerca di una vita migliore. Se mi fai male, che ci guadagni Potrei essere tuo fratello o un amico, per favore ti supplico di non farmi male. Sono venuto qui per vivere insieme a te in pace: dobbiamo essere fratelli senza guardare il colore della pelle“. Si guardarono con gli occhi pieni di lacrime, abbassarono le braccia, stringendomi calorosamente la mano, e se ne andarono via.

Da quel giorno siamo diventati migliori amici e abbiamo messo fine alla discriminazione razziale.

Di Michel

Traduzione di Maria Grazia Patania

 

 

Interview with Denis Bosnic

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ITA

  1. Tell us about your work. Why did you become a photographer? What do you do?

This is one of those questions that probably most photographers dislike on a deep, visceral level. There are people who have a pre-packaged answer ready for this question. But in reality, I believe that most of us ended up in photography by accident, as a weird unconscious evolution that led us to it step by step… something that happens due to general messiness of life. I do have a messy story myself. I picked up my first camera when I was 7 years old. It was winter and we just arrived to Slovakia as refugees from the Bosnian war. My father, in spite of having almost no money – for a reason no one in the family is able to explain to this day – bought one of those plastic disposable yellow Kodak film cameras. The first picture that I took was actually of my parents. They were standing next to town’s graveyard, dressed in clothes donated by Caritas. My vantage point was low, so I was naturally pointing the camera upwards and you can clearly see that the sky was this depressing wintery shade of grey. And even though our lives were not easy or happy at that time, my parents were holding hands and smiling—their faces lit up by the automatic flash. I don’t remember looking through the viewfinder or why my infant mind decided to frame them the way it did, but I remember the sound the camera made when I pressed the shutter. *click* It was exciting. And I remember why I took the photograph: I was happy and free, unburdened from everything, present in the moment and my parents were the ones that made this feeling possible.

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Intervista a Denis Bosnic

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EN

1.Parlaci del tuo lavoro. Perché sei diventato fotografo e di cosa ti occupi?

Questa è una di quelle domande che probabilmente la maggior parte dei fotografi non ama ad un livello viscerale, profondo. Penso che sia proprio per questo motivo che alcuni usano una risposta pronta, preconfezionata.

Credo che in realtà la maggior parte di noi si sia ritrovato a far fotografia per caso, a seguito di una strana evoluzione inconscia che ci ha condotto verso di essa passo dopo passo… un qualcosa che accade in risposta al caos generale della vita. Io per l’appunto ho una storia confusa che mi ha condotto alla fotografia. Ho preso in mano la mia prima macchina fotografica all’età di 7 anni. Era inverno ed eravamo appena arrivati ​​in Slovacchia come rifugiati dalla guerra in Bosnia. Mio padre, pur essendo quasi senza soldi, per una ragione che ad oggi nessuno in famiglia è in grado di spiegarsi, acquistò una di quelle macchine fotografiche gialle di plastica usa e getta della Kodak. La prima immagine che ho scattato ritraeva di fatto i miei genitori. Sono in piedi accanto al cimitero del paese, indossano abiti donati dalla Caritas. Il mio punto di vista era basso, era quindi naturale che puntassi la fotocamera verso l’alto permettendo di immortalare chiaramente la tonalità invernale di un grigio deprimente del cielo. E anche se la nostra vita non era facile o felice in quel momento, i miei genitori si tengono per mano e sorridono con i loro volti illuminati dal flash automatico. Non mi ricordo perché, guardando attraverso il mirino, la mia mente infantile abbia deciso di fotografarli così come ho fatto, ma ricordo il suono della fotocamera quando ho premuto il pulsante di scatto. *Click*: E’ stato eccitante. E ricordo perché ho fatto quella fotografia: mi sentivo felice e libero, alleggerito da tutto, vivevo quel momento ed erano stati i miei genitori ad aver reso possibile questa sensazione.

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Dopo quel giorno non ho tenuto in mano una macchina fotografica per un lungo periodo di tempo, soprattutto a causa delle nostre priorità finanziarie che erano rivolte al sopravvivere piuttosto che alle fotografie. Questo è durato fino alla mia adolescenza inoltrata quando, tutto ad un tratto, il mio petto e la mia mente stavano scoppiando per le cose che avevo da dire così, mentre ero in vacanza con la famiglia in giro per la Croazia, ho iniziato a scrivere poesie e scattare fotografie. In realtà è stato lì che ho sviluppato un rapporto più stretto con la macchina fotografica, ma in ultima analisi, è stato durante il mio primo viaggio al Cairo che si è trasformato in qualcosa di molto più profondo. Lì il mio mondo si è confrontato con una realtà a me sconosciuta, vasta ed essenzialmente inesplorabile. E ‘stato allora e lì che ho capito che non volevo stare in un ufficio per il resto della mia vita, che volevo esplorare il mondo, stare in contatto con altre persone, capire e raccontare storie di altri così come comprendo e racconto la mia. Tutto ciò si è tradotto, in maniera naturale, nello scattare fotografie a persone, luoghi e temi a me molto cari: luoghi come Medio Oriente e Egitto; persone come gli omosessuali e i transessuali; tematiche quali le migrazioni e i rifugiati.

In questo momento sto lavorando con una ONG, la “Jesuit Refugee Service”, viaggio più di 6 mesi all’anno. Faccio foto e realizzo video cercando di mettere in evidenza la realtà della vita dei rifugiati in tutto il mondo: dalla loro vita nei campi fino alla loro integrazione in Europa.

2.Realizzi anche video? Sul tuo sito è possibile vedere un video reportage girato presso l’Ospedale di MSF sito al confine fra Siria e Giordania. Qual è la storia che ti ha colpito di più?

La cosa che mi colpisce sempre delle persone in fuga dalla guerra è per quanto tempo non siano disposte ad accettare la possibilità che una guerra venga a bussare alla loro porta. La storia è la stessa per tutti nel mondo: per la mia famiglia in Bosnia negli anni ’90 o per Zuhur, una donna siriana che io e Raffaella Cosentino abbiamo intervistato nell’Ospedale da campo di MSF a Al Ramtha, per il quotidiano italiano La Repubblica. Zuhur da settimane sentiva chiaramente le bombe cadere sulla sua città, vedeva la distruzione intorno a sé ma, poiché non aveva altra scelta, poiché non aveva mai voluto la guerra e non aveva mai creduto nelle ragioni per cui si combatteva, non riusciva ad accettare che alla fine la guerra avrebbe toccato anche lei e la sua famiglia.

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Quando scoppiò la guerra in Bosnia c’erano autobus pieni di profughi provenienti dalle zone orientali del paese che si fermavano al nostro ristorante, nei pressi di Sarajevo e ci chiedevano di usare il bagno. Vedevamo chiaramente i rifugiati che giungevano da luoghi a pochi chilometri di distanza dalla nostra casa, ma fino a quando la guerra non è arrivata alla nostra porta, non credevamo di essere anche noi parte di essa. Né poteva crederlo Zuhur fino a quando, però, una bomba ha colpito la sua casa e ferito seriamente lei e la sua famiglia.

Inoltre mi sorprende sempre come siano banali le cose che la gente fa nei momenti in cui si rende conto che la guerra è inevitabile. Mi ricordo che io guardavo la televisione, un film di cowboy, a Sarajevo nel nostro appartamento quando abbiamo visto il primo bombardamento della città; Zuhur stava facendo il tè per i suoi figli e il marito.

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Chi è il migrante?

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Si sente spesso parlare di un argomento attuale, quello delle migrazioni.
Ma in realtà chi è il migrante?
E beh… il migrante è qualcuno che emigra, spostandosi da un posto a un altro.
Di questo fenomeno sociale ci sono i pro e i contro.
Gli aspetti negativi sembrano prevalere al punto da sentire espressioni come “OGNUNO A CASA PROPRIA”.
Ma il vero problema sono i confini.
Perché se si cancellassero i confini non esisterebbero né nazioni né fenomeni migratori.
E il problema sarebbe così risolto.
Se siamo nati sullo stesso pianeta perché ad alcuni viene permesso di circolare liberamente ovunque desiderano e ad altri non viene concesso altrettanto?
Perché la terra sotto i nostri piedi appartiene più agli italiani piuttosto che agli australiani?
Nessuno ha meritato di essere di nazionalità canadese, inglese, ivoriana… Le persone sono solo nate in un posto del pianete e ciò rende uno filippino e un altro brasiliano.
Un immigrato che affronta mari e monti, arriva in Italia, fa di tutto per integrarsi, si reca negli uffici in attesa di avere un miserabile pezzo di carta che gli permetta di restare sul territorio e magari viene trattato male… Solo dopo dieci anni per legge avrà finalmente meritato di essere italiano.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Ma voi italiani che cosa avete fatto per meritarvi la vostra cittadinanza?
Direte che sono stati i vostri nonni a liberare il paese, lottare per i valori della nazione…
Ricordatevi che le guerre mondiali hanno visto la partecipazione di tutti i continenti del mondo anche se causate dalla follia di pochi.
Inoltre senza gli americani i partigiani non ce l’avrebbero mai fatta!
Concretamente i confini non esistono, sono solo linee immaginarie che possono essere naturali o tracciate dall’uomo.
Quando si nasce oltre questa linea immaginaria si acquista una cittadinanza diversa.
Per le acque sono state trovate delle soluzioni e si parla di acque internazionali.
Gli alberi che sorgono in prossimità dei confini che alberi sono invece? E di chi sono?
Anche gli animali se ne fregano alla grande dei confini.
Gli animali e le piante non saranno delle persone, però l’animale più selvaggio è e sarà pur sempre l’uomo.
A che servono i confini in realtà?
Bisogna sapere che i confini sono stati creati in Europa nel 1648 con i trattati di pace di Vestfalia con lo scopo di porre fine ai conflitti internazionali ma ciò portò più disastro che pace.
I confini fisici in realtà servono a conservare le proprie ricchezze solo per se stessi perché spesso non si emigra per piacere ma per povertà, fame, genocidi, guerre, persecuzione, ricerca di lavoro…
Fin quando da qualche parte del nostro pianeta qualcuno avrà sogni spezzati proverà sempre a mirare altri orizzonti .
Il tema dell’immigrazione ebbe inizio in tempi molto lontani da noi.
L’uomo arcaico è natonella Rift Valley circa 200 milioni di anni fa, si è poi spostato nell’Africa settentrionale e altri sono andati verso l’Europa fino ad arrivare nelle Americhe. Sono stati loro i veri campioni olimpici perché per camminare dall’Africa fino in Perù e in Messico dovevano essere determinati, assetati dalla voglia vivere con dignità.

In conclusione siamo tutti “dei pezzi di merda di immigrati”, come spesso si sente dire.

di Yacob Fouiny

Tornate a casa vostra

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Tornate a casa vostra.

È la prima cosa che mi viene in mente mentre vi guardo arrivare e vedo le foto di quella che noi continuiamo a chiamare emergenza ma di fatto è ormai diventata una routine.

Tornate a casa vostra anche se ve l’abbiamo distrutta con le bombe o i vostri terreni si sono impoveriti così tanto da negarvi ogni forma di sostentamento. Tornate a casa vostra anche se qualcuno arriverà di notte violentando le donne, uccidendo gli uomini e arruolando i bambini.

La vostra vita non ci riguarda. E nemmeno la vostra morte.

Continuando a venire qui, ci mettete di fronte alla nostra incapacità di gestire un fenomeno così complesso che ha radici lontanissime. Continuando a venire qui, ci mettete davanti alla nuda verità che rende effimere le nostre certezze.

Voi che avete perso la casa sotto una bomba o bruciata da uomini senza scrupoli, ci ricordate come queste mura dentro cui coltiviamo l’illusione della sicurezza siano fatte di cartapesta. Voi ci ricordate quanto il diritto internazionale codificato si riveli un vuoto orpello su cui si fonda molta teoria e poca pratica.

Parole come pace, libertà, democrazia –che con grande vanto studiamo e pronunciamo nei nostri discorsi- sono stanze vuote in cui risuonano le urla dei torturati, se nessuno vigila sulla loro applicazione.

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*Foto Copyright: Francesco Malavolta

Voi, coi vostri vestiti laceri e il viaggio tatuato sul corpo, siete la testimonianza della barbarie di cui è capace il genere umano e ci ricordate quanto illusorie siano le nostre sicurezze.

Voi che un giorno eravate medici, ingegneri, insegnanti…

Voi che coltivavate la terra e un tempo siete stati felici…

Voi venite qui e non vi accontentate della nostra benevolenza. Invece di essere grati per questa sopravvivenza misera e fluttuante che vi concediamo, vi ostinate a volerla vivere a pieno la vostra vita e con le vostre speranze -per cui siete pronti a rischiare tutto- ci dimostrate quanto siamo inadeguati a garantirvi i diritti che trasformiamo in privilegi.

Perché in fondo, al di là della retorica e delle valutazioni politiche, la sola grande verità è che nei vostri occhi possiamo vedere noi stessi. E ci fate paura ricordandoci come mutevoli siano il vento e il destino umano.

Quei figli sono i nostri figli e il corpo di quelle donne violate è il corpo di ogni donna oltraggiata. Quei sorrisi di salvezza nel toccare terra sono gli stessi sorrisi dei giorni importanti delle nostre vite: quei giorni in cui sai che la tua vita può cambiare in meglio. Fra i giochi di quei bambini con giocattoli rimediati ci sono le risate dei nostri bambini e della nostra infanzia: c’è un’infanzia a cui ogni essere umano ha diritto e quel diritto non deve essere negato.

Ma, poi la sera tornando a casa, l’unica cosa che torna in mente è il fragile peso del corpo di una neonata che sua madre mi mette in braccio ridendo come fossimo amiche. In quel peso, nel segreto insondabile del respiro innocente di quella creatura, grava tutto il nostro fallimento di esseri dis-umani e pulsa il battito del mondo intero.

di Maria Grazia Patania

Pasqua di Resurrezione

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Da sempre la Pasqua è il simbolo della Resurrezione. Di una vita nuova.
Eppure quasi tutte le notizie degli ultimi giorni parlano di morte e di guerra.
Tradendo l’originale messaggio di pace della Pasqua, viviamo in un mondo sempre più in guerra.

Nel Mediterraneo si continua a morire e i più fortunati vengono recuperati dal mare in condizioni disperate.

Nel frattempo sulla terraferma non si trovano soluzioni ragionevoli alla più grande crisi umanitaria dal Secondo Dopoguerra e gli alti valori incarnati dai diritti umani perdono significato di fronte a assurde violazioni che rimangono impunite di fronte ad una comunità internazionale inerme e distratta.

Noi, che ancora possiamo vivere sicuri nelle nostre case, non riusciamo a reagire in modo umano alla realtà che abbiamo di fronte.
Alziamo muri, chiudiamo frontiere, creiamo apposite strutture dove ghettizzare chi arriva dopo un viaggio infernale e ci barrichiamo, gelosi delle nostre presunte sicurezze.
Diventiamo ciechi. E sempre più spaventati.
Ma la paura non è mai buona consigliera. E infatti commettiamo errori.
Errori così madornali e lesivi della dignità umana posseduta da qualunque persona che mi chiedo cosa ci sia “qui dentro” di così prezioso da difendere a costo della vita altrui.
Cosa possediamo noi di così importante da considerarcene padroni assoluti? Cosa ci dà il diritto di arrogare per noi diritti che neghiamo ad altri?
Che società è quella che respinge i poveri che essa stessa crea e basa ogni considerazione sulla logica del profitto economico?

In questo contesto gli esseri umani diventano così piccoli e ridondanti tasselli di un meccanismo spietato in cui anche il godimento dei diritti fondamentali diventa il privilegio della fortuna geografica.

La Siria ha dimostrato che il diritto internazionale codificato, elaborato proprio per evitare gli orrori del passato, si rivela estremamente fragile di fronte ai soprusi dei signori della guerra.

Safety

*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Ci vuole molto a siglare un trattato internazionale, a negoziarne le clausole e molto poco a stralciarne il contenuto a suon di bombe. Continua a leggere

In morte dell’umanità

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Innocente – chi non è reo di colpa appostagli. Gli innocenti, i bambini. La strage degli innocenti: la commemorazione cattolica degli innocenti uccisi da Erode – “ammazzare gli innocenti a sciabolate”

Innocenza – di chi non conosce il male, di chi lo conosce e non lo commette, di chi non è in età da conoscere il male.

Dal Vangelo secondo Matteo:

Erode […] mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio […] Allora si adempì quello che era stato detto per bocca del profeta Geremia: “un grido s’è udito in Rama,un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più.

L’evangelista, citando Ramah e Rachele, fa un parallelo tra la strage ordinata da Erode e la strage dei bambini israeliti del 586 a. C. per mano dei babilonesi.
Erode sa che il suo potere è in crisi, sa che in futuro potrebbe perdere tutto per cui decide di ammazzare il futuro stesso. Cosa c’è di tanto differente rispetto agli eventi che hanno segnato gli ultimi secoli di storia contemporanea se lo stesso Matteo, già agli albori della civiltà cristiana aveva trovato un precedente a una strage di bambini?

Il progresso della scienza e della tecnica, governato dalle regole di un pantagruelico Risiko, è inversamente proporzionale al progresso morale di un’umanità che da sempre venera statue, icone dipinte e antichi poemi con l’unico fine di dare un senso alla morte, all’idea che tutto è destinato a finire nonostante s’ostini a volerci convincere di difendere la vita a tutti i costi.
Nel nostro paese si fanno tante chiacchiere sul diritto alla vita e si difendono con la stessa veemenza confini immaginari sporchi anche del sangue di milioni di bambini che avevano un cervello, due gambe, due mani, un’infanzia da trascorrere.

L’Umanità è morta. Lo dice l’Unicef.

L’Umanità è morta, di nuovo.
L’Umanità muore ogni giorno, ogni volta che permettiamo l’esistenza di un dittatore; ogni volta che quel dittatore malato di mente e legittimato da qualche super potenza, dà ordine di sganciare una bomba su una scuola, su un ospedale, su una casa.
L’Umanità muore ogni volta che una bambina viene data in sposa; ogni volta che un bambino lascia i quaderni per imbracciare un fucile, una vanga o una macchina per cucire.
L’Umanità muore ogni volta che i paladini della vacua cultura occidentale prestano il fianco a quest’assurda e forzata dicotomia tra Islam e Cristo perché, sarebbe ora di ammetterlo, l’unica cosa che continua a essere difesa è la ricchezza che passa dal petrolio ai signori della guerra, i finanziatori di queste stragi: i veri mandanti che un giorno non troppo lontano, laveranno via l’onta per mezzo di ridicole commemorazioni come fu per la Bosnia. La Bosnia però è vicina, è il cuore dell’Europa; il Sudan, la Siria, l’Afghanistan, lo Yemen, la Turchia sono abbastanza lontani da non poter fare veramente male. Non sono Parigi, Berlino, San Pietroburgo, il Colorado. Siamo onesti: chiudiamo fuori quell’orrore ‘ché non può raggiungerci.

Un orrore che è dentro di noi: siamo noi.
Dunque, aiutiamoli a casa loro con l’ignoranza, l’ipocrisia e l’inadeguatezza della nostra classe politica.
Quando una Stato si piega ai ricatti della strategia, rimpatriando un bambino e sua madre, rispedendoli là dove rischiano di morire – in Kazakistan, ad esempio – quello Stato perde il mio rispetto ma a quello stesso stato rappresentato dalla mediocrità più disarmante, non interessa il rispetto dei popoli quando si nutre della paura verso i potenti.
Uno Stato così scialbo e sciatto che non sapendo come difendere gli oppressi, li opprime; che non sapendo come parlare di persone, enumera percentuali e tassi e proporzioni e finti successi e presentazioni e tavoli e congressi.

Quando si uccide un bambino, quando lo si percuote, lo si stupra, quando lo si annulla, lo si cancella, quando non lo si difende, non si merita di arrivare a vedere la prossima alba.

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P.P Rubens – La strage degli innocenti, 1637. Alte Pinakothek, Monaco.

Di Cristina Monasteri