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Oggi il Collettivo Antigone è lieto di inaugurare la sezione AMBIENTE ospitando il progetto portato avanti da una giovane coppia che sta viaggiando in giro per il mondo alla scoperta dei movimenti sociali e di riappropriazione della terra. Il tema ambientale quindi la fa da padrone per Daniela Biocca e Stefano Battain. Ma non è il solo ! Accanto alle varie tematiche che si snodano partendo da quella ambientale, questo progetto ha un altro grande asse: il ruolo delle donne  nel percorso di emancipazione e consapevolezza ambientale.

Il Collettivo Antigone è onorato di presentare: ALTERRATIVE che nasce dalla unione delle parole “terra” ed “alternative” proprio per esplorare potenzialità ed opzioni “verdi” di successo. La voce dei contadini, il fruscio dei passi sui campi, l´odore e la consistenza della pioggia si mescolano nei loro diari di viaggio che costituiscono una vibrante testimonianza di speranza ed impegno personale.

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Carissimi Daniela e Stefano, innanzitutto auguri per il vostro percorso da neosposi. E poi un infinito grazie per la gentilezza e disponibilità con cui mi avete risposto fin dalla prima mail. Mi ricordo perfettamente quando sono venuta a conoscenza del progetto e ho pensato “Io li contatto!”. Presentatevi tramite punti salienti o idee chiave che vi contraddistinguono.

Carissima Maria Grazia, grazie a te e al Collettivo Antigone per seguire e dare spazio al progetto ALTERRATIVE, siamo molto contenti di averti conosciuto (anche se per ora solo virtualmente) ed aver scoperto il Collettivo Antigone che crediamo sia un’iniziativa molto interessante e stimolante. Iniziamo quindi con il presentarci.

Come persone, nel lavoro, nella vita quotidiana e nel viaggio, crediamo che alcuni dei punti chiave che ci contraddistinguono siano: prima di tutto, provare ad adottare il punto di vista delle persone che abbiamo incontrato lungo il cammino, sedendo dalla parte di chi vive in condizioni di vulnerabilità ed emarginazione. In secondo luogo, mettere in discussione questa prospettiva, metterla alla prova, cambiarla, provare a capire il punto di vista degli altri non significa adottarlo al 100% e fingersi quello che non si è. Abbiamo sempre provato a conservare una nostra opinione riguardo alle persone e realtà che ci circondavano, con senso critico e razionalità. Infine, possiamo anche dire di non essere persone totalmente razionali, abbiamo spesso fatto scelte (discutibili) ascoltando il cuore, quello che ci sembrava giusto in quel momento, dando priorità a valori diversi da quelli del denaro, della carriera e della soddisfazione materiale.

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Come è cominciato tutto? Se ho ben capito eravate entrambi in Africa impegnati in progetti ambientali, quando è nata la parola ALTERRATIVE… Immagino sia stato un percorso di crescente consapevolezza, una sorta di viaggio interiore cominciato molto prima di decidere di fare i bagagli. E soprattutto chi vi ha sostenuti ed incoraggiati in questo percorso dove vi siete messi in gioco totalmente?

Abbiamo trascorso in Africa gli ultimi 6 anni della nostra vita. Abbiamo iniziato entrambi in Tanzania e ci siamo spostati poi in Sud Sudan. In entrambi i paesi abbiamo collaborato con ONG europee in progetti di sviluppo rurale, lavorando a stretto contatto con organizzazioni e associazioni della società civile locale contadina, soprattutto piccoli agricoltori e gruppi di donne e ragazze coinvolte in programmi di microcredito, formazione tecnica e istruzione.

Il lavoro ci ha portato ad interrogarci su alcune dinamiche interne alle organizzazioni dei movimenti sociali della società civile locale con i quali collaboravamo per capire le ragioni per le quali, ad esempio, un’associazione riesce a mobilitare le comunità e un’altra no, una ottiene i propri obiettivi e un’altra si dissolve nel giro di pochi mesi. Uno dei nostri compiti era proprio affiancare queste realtà e volevamo quindi andare più a fondo.

Abbiamo tenuto sempre un occhio aperto sul resto del mondo e cosi ci siamo detti che era giunto il momento di prendere una pausa dal lavoro per approfondire le tematiche che ci stavano a cuore, per incontrare le persone che sono l’anima, gli occhi e il cuore di piccole o grandi realtà sociali dalle quali poter imparare e insieme riflettere sulle problematiche presenti in ogni angolo del pianeta.

Nel tempo libero che avevamo dal lavoro abbiamo cominciato a mettere nero su bianco le nostre idee, delineare l’itinerario, organizzare la logistica e contattare le organizzazioni che ci sembravano più interessanti. Ci sono voluti mesi nei quali abbiamo ricevuto l’appoggio e il supporto delle organizzazioni stesse per cui lavoravamo e con cui avevamo collaborato in passato, che ci hanno consigliato e guidato. Abbiamo ricevuto anche email che ci dicevano di lasciar perdere perchè ci sono molti professionisti che da anni si occupano di queste tematiche. Chi non ci ha capiti o non ha voluto capire il nostro progetto ci ha forse scoraggiato nei giorni più complicati, ma sicuramente non ci ha demotivato … infatti eccoci qua, da 4 mesi in viaggio, ora in Bolivia. Ci hanno supportato, anche economicamente, le nostre famiglie e i nostri amici che come regalo di nozze ci hanno aiutato a riempire il salvadanaio del progetto. A viaggio iniziato, abbiamo trovato persone che ci hanno accolto calorosamente, che ci hanno ospitato nelle loro case, offerto pasti e sentimenti veri e trasmesso tanta energia e fiducia verso di noi, il nostro progetto e le nostre idee.Piedi felici

 

*Partire, incontrare e condividere sono i tre fondamenti del viaggio”. Cito testualmente le vostre parole per affrontare proprio il tema del viaggio, un tema a me carissimo. Cosa amate del viaggio? Quali sono invece le cose che vi disturbano o spaventano maggiormente?

Crediamo che quello che amiamo di più e che più ci spaventa siano due facce della stessa medaglia. Amiamo senza dubbio la libertà e la possibilità di gestire il tempo secondo i propri ritmi ed esigenze che il viaggio permette. La scoperta dei nuovi luoghi e la storia che racchiudono ci spingono a conoscere ed a sapere sempre di più. Un flusso continuo, una catena che da un posto ci porta ad un altro. La parte più bella e sicuramente più complicata, e quindi che più ci spaventa, è l’incontro con l’altro, il confronto tra mondi diversi, durante il quale si sfiorano equilibri delicati dal quale nascono o legami indissolubili o distanze difficili da colmare. Da un punto di vista piu’ pratico, a volte viaggiare ci porta in luoghi molto turistici e spesso il contatto con il turismo “di massa” dei tour organizzati, delle tappe forzate e delle file per poter fare la foto ad un monumento ci frustrano parecchio. D’altro canto quasi sempre affrontiamo volentieri il disagio che ci causa il turismo di massa, spesso chiassoso e superficiale, per poter vedere con i nostri occhi angoli di mondo che sognavamo fin da bambini quando sfogliavamo curiosi libri di storia e geografia.

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Le vostre ricerche partono –oltre che dalla diretta osservazione in loco ed in prima persona- da un questionario che fate compilare alle persone con cui vi interfacciate. Ovviamente anche il dialogo e l´empatia che riuscite a generare sono fondamentali. Ma sono molto curiosa in merito al questionario. Ce ne parlate?

Nel nostro viaggio stiamo incontrando rappresentanti di organizzazioni di movimenti sociali, professori universitari, ONG che lavorano per rafforzare la società civile, membri di collettivi. Le domande cambiano sensibilmente in base alla natura dell’intervistato. Ad esempio con professori e ONG tendiamo più a costruire il contesto paese nel quale ci troviamo, ci presentano i problemi a livello generale e ci facilitano la lettura delle notizie con le quali ci imbattiamo. Per le organizzazioni dei movimenti sociali e attivisti abbiamo preparato un questionario composto da 12 domande molto semplici che danno alla persona intervistata il pretesto per spiegare chi è e cosa fa, di parlare delle organizzazioni di cui fa parte e/o rappresenta, la storia dell’organizzazione e il contesto nel quale è inserita. L’intervistato ci racconta gli inizi della mobilitazione, gli obiettivi da raggiungere, gli strumenti di protesta e di lotta civile, i risultati raggiunti nel corso del tempo, le sconfitte e i piani/previsioni future. Gli incontri sono sempre faccia a faccia, non stiamo raccogliendo questionari scritti, quando possibile registriamo le interviste in video, sia per conservare il 100% di quello che l’intervistato o intervistata ci dice, sia perché potrebbe tornarci utile per mettere insieme un video del progetto.

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Il trinomio donne-agricoltura-ambiente è molto ricorrente soprattutto nei programmi di aiuto delle Nazioni Uniti. Ho letto di parecchi programmi –in particolare in India dove le questioni ambientali e femminili hanno estrema urgenza di essere risolte- che combinano agricoltura e diritti delle donne in termini di emancipazione e uscita dalla povertà. L´elemento chiave è la scolarizzazione e la diffusione delle buone pratiche agricole da un lato e la dinamica emancipazione delle donne che mettono la conoscenza in una rete condivisa dall´altro. Il tutto con obiettivi anche di parità di genere. Avete incontrato idee, realtà e progetti similari nei luoghi visitati?

Nei paesi che abbiamo visitato fino ad ora, abbiamo ricevuto diverse risposte riguardo il trinomio donne – agricoltura – ambiente e il concetto di partià di genere. Se da un lato il legame tra i tre aspetti è inscindibile, da un altro lato sono diverse le azioni messe in atto volte a favorire il riconoscimento del ruolo chiave giocato dalla donna nel settore agricolo e nella protezione dell’ambiente. Abbiamo visitato realtà in cui non sono presenti organizzazioni esterne o agenzie delle Nazioni Unite, che stanno cercando di creare un sistema capace di favorire l’equilibrio di genere. L’alfabetizzazione e la scolarizzazione sono al centro del processo per il riconoscimento del diritto all’educazione delle donne, ma molte organizzazioni stanno lavorando affinché le donne siano capaci di fare molto di più che essere capaci di mettere la propria firma su un pezzo di carta. In molte occasioni il rapporto è dettato dalla cosmovisione indigena e dalla costruzione sociale del concetto di terra e di acqua, considerate vere e proprie divinità in molte comunità (soprattutto ora che ci troviamo in America Latina), queste risorse non sono considerate come diritti, sintomo di una visione antropocentrica, ma come elementi di un tutto universale al quale appartiene (e da cui dipende) anche l’uomo. Queste esperienze ci stanno offrendo nuove prospettive di riflessione alle quali aggiungeremo le altre che incontreremo in Asia e Africa pe sviluppare una visione più ampia e globale al termine del nostro viaggio.

La prossima tappa sarà l´Uruguay: vi invidio moltissimo! Il mio sogno sarebbe andarci e piombare a casa del buon Pepe Mujica per ascoltarlo parlare senza sosta. L´Uruguay di Mujica è diventato ufficialmente un “paese agrointelligente” tramite la coordinazione acuta delle risorse naturali del paese: migliore gestione dei suoli tramite rotazione obbligatoria e controllata delle colture, tracciabilità peculiare per ogni capo di bestiame tramite un database governativo che permette di identificare un animale dalla nascita, gestione delle acque piovane per prevenire l´erosione del suolo. Potremo usufruire delle vostre scoperte in loco? Ci piacerebbe ripubblicare i vostri resoconti.

L’Uruguay rappresenta senza dubbio un paese molto interessante in tema di agricoltura e preservazione delle risorse naturali. Come in altri paesi dell’America Latina, però, l’ingombrante presenza delle multinazionali non arresta il dibattito continuo sullo sfruttamento delle risorse e degli investimenti esteri di cui i governi locali potrebbero utilizzare per intervenire sulle problematiche del paese. Piacerebbe anche noi incontrare l’ex presidente Pepe Mujica e tenteremo di farlo! Intanto possiamo confermare che incontreremo un movimento contro la privatizzazione dell’acqua e altri gruppi a Montevideo e sicuramente condivideremo tutto quello che riusciremo a documentare durante la nostra visita in Uruguay. Un altro aspetto che ci sta riservando amare sorprese, soprattutto nei paesi della America Latina, è constatare quanto sia difficile anche per paesi “progessisti” come Ecuador e Bolivia, riuscire ad mettere in atto quanto scritto nelle nuove costituzioni nazionali approvate 6-7 anni fa. Abbiamo constatato seri scollamenti fra alcune regole definite dalle carte costituzionali e l’operato dei governi in questi paesi.4

 

L´agricoltura è anche un virtuoso esercizio di pazienza. Come ha mutato il vostro sguardo il continuo contatto con la natura, l´ambiente e chi di essi vive?

Il contatto con la natura e con chi la conosce e la rispetta ha sicuramente dato al nostro sguardo la possibilità di osservare e comprendere la completezza della ciclicità degli eventi e dei fenomeni naturali. Dalla scelta dei semi al raccolto, dalla trasformazione dei prodotti alla molteplicità degli usi che ne derivano, abbiamo imparato il rispetto del tempo atmosferico e di quello cronologico, l’imprevedibilità delle condizioni e il modo di affrontarle, i molteplici usi di una pianta o di un frutto, le loro proprietà curative o il loro valore come dono alla madreterra o durante la celebrazione di particolari festività. Abbiamo assistito, stupiti, alla trasformazione del cotone in filo con semplice uso delle mani e saliva, niente di più, alla trasformazione dell’argilla, all’applicazione di metodi di coltivazione per salvare spazio e ottimizzare quindi il raccolto. Soprattutto abbiamo avuto la possibilità di visitare realtà in cui la creazione di un orto comune, soprattutto nelle aree urbane, rappresenta un momento molto importante di aggregazione e comunione per le persone, uno spazio in cui le persone apprendono come coltivare, riscoprono l’importanza di una alimentazione libera da pesticidi e organismi geneticamente modificati, dove adulti, giovani e anziani, uomini e  donne, lavorano insieme ed educano i propri figli al valore del lavoro della terra e all’ importanza dei suoi frutti.

di Maria Grazia Patania

*Tutte le immagini provengono dal blog alterrative.net

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