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Il borgo marinaro di Marzamemi ospita il Festival internazionale del cinema di frontiera giunto ormai alla sua quindicesima edizione. Per una settimana, dal 20 al 26 luglio, Marzamemi si trasforma nella sala cinematografica a cielo aperto più grande e più a Sud d’Europa diventando, in qualche modo, il centro della cultura non solo del Mediterraneo, ma punto nevralgico dell’incontro tra Europa, Asia e Africa. Lo schermo cinematografico si fa portavoce di un cinema attento ai temi delle frontiere, del diverso, dell’altro inteso non come discorde o esotico ma come arricchimento di uno sguardo che non prevede differenze: lo sguardo dell’arte. Il concetto di frontiera è centrale e rivoluzionario in quanto, spogliandosi dell’accezione simbolica e spesso pretestuosamente negativa di linea separatrice, assume in questo caso un nuovo connotato: la frontiera che non solo difende i labili e quanto mai promiscui confini dell’arte, ma che anche si estende e promuove. Come sottolinea Nello Correale, direttore artistico della manifestazione, “parlare di cinema di frontiera non vuol dire parlare di cinema di confine, marginale o di periferia; bensì un cinema indipendente, attento ai temi delle frontiere geografiche, artistiche e culturali che si interroga, che guarda all’altro da sé, aperto al nuovo.” Quello del Festival di Marzamemi è, quindi, lo sguardo a tutto tondo che ingloba il mondo.

Timbuktu” di Abderrahmane Sissako, un film di crudo realismo che ricorda la migliore scuola neorealista italiana, è stata la pellicola che ha inaugurato la sezione del concorso internazionale dei lungometraggi. È la storia di Kidane e della sua vita lontano dalla città sottomessa al regime di terrore imposto dai jihadisti. La tranquilla esistenza di Kidane viene sconvolta improvvisamente, trovandosi inevitabilmente costretto a scontrarsi con la nuova legge imposta dagli invasori. Timbuktu affronta con crudezza il tema del dilagare del fondamentalismo islamico in Africa, prendendo nettamente posizione contro il jihadismo. Trionfa agli “Oscar francesi” con sette riconoscimenti (Miglior film, Miglior regia, Miglior soggetto, Migliore montaggio, Migliore fotografia, Migliori musiche e Migliore suono), incoronando Sissako primo africano a vincere il prestigioso riconoscimento. Concedere proprio a lui l’apertura del festival del cinema di frontiera è assolutamente la chiave di volta di quanto posto fino ad ora in analisi. Sissako è uno dei registi più significativi e una delle presenze più riconoscibili tra i registi del panorama africano di quest’ultimo periodo. Ha vissuto molto fuori dal suo paese (vive a Parigi da quando aveva circa ventidue anni), la sua formazione è ibrida e complessa, frutto di vari elementi culturali che definirei forti e indelebili.

L’Africa quindi irrompe con prepotenza sulla scena del Festival di Marzamemi non come terra “altra” ; ma come mondo nel mondo, cultura nella cultura, sguardo attento su se stessi come parte integrante di un ampio respiro globale. Questo filone di registi ha fatto sì che venisse meno l’alienazione data dal non riconoscersi all’interno dei film occidentali, concedendo, di contro, allo spettatore la possibilità dell’immedesimazione data proprio dal racconto della cultura africana e del proprio essere.

 

Il Festival di frontiera di Marzamemi lascia spazio anche a una sezione molto interessante, il “concorto”. Il panorama di cortometraggi in concorso è molto vario e l’attenzione dall’estero per questo Festival è davvero notevole. Soprattutto la Spagna, quest’anno, ha voluto essere presente con un numero notevole di cortometraggi, anche se non mancano cortometraggi provenienti da tutto il mondo.

Nell’ambito “concorto” vorrei soffermarmi su un cortometraggio che credo meriti attenzione soprattutto per un grosso merito: la bellezza delle immagini. MAI, l’ultimo lavoro del giovane regista Giulio Poidomani, siciliano di Modica e cittadino del mondo. Si forma a cavallo tra l’Italia e l’America e continua a mantenere vivo questo lungo ponte di collegamento lavorando tra New York e l’Italia, mettendo in evidenza il suo approccio multiculturale e l’animo di chi vive il mondo non dimenticando mai il sapore forte e predominante delle proprie radici.

La prima di MAI arriva in un giorno fondamentale: la Corte Europea per i Diritti Umani ha deciso che l’Italia deve riconoscere le unioni omosessuali. Sembra un segno del destino per questo lavoro in bianco e nero che ha come tema centrale proprio l’amore tormentato tra due donne. Lungo tutto il cortometraggio, ispirato al film “L’avventura” di Antonioni, si nota un intricato sottotesto che intesse trame degne di essere sviscerate fino all’ultima immagine, fino all’analisi più recondita nascosta nei meandri di un ragionamento che porterebbe talmente lontano da rischiare di rimanere in bilico tra voli pindarici privi di àncora di salvataggio.

Eppure ciò che salta all’occhio è che è tutto lì: MAI è l’hic et nunc. E’ il qui e adesso. L’urgenza di un’arte che rinasce da se stessa. II lavoro di Giulio Poidomani è l’emblema del cinema che riflette su se stesso per rinnovare i propri passi, che ricammina su impronte ben definite impresse dalla luce sulla pellicola e ne fa tesoro, tradizione, idea, genio, intelletto, libertà. Il termine libertà non vuole apparire qui casuale, ma una presenza che volutamente e prepotentemente irrompe sulla scena, intesa come libertà di plasmare con un nuovo sguardo la tradizione del già detto.

Libero è colui che riconosce il valore del passato e lo rende presente. Libero è colui che sa scrivere una storia innovativa lungo delle linee già tracciate; libero è colui che sceglie di riscegliere ancora; libero è colui che non disincanta lo sguardo e sa ancora meravigliarsi di una sagoma riflessa sullo specchio di una stanza d’albergo (scena fondamentale per la sua ricchezza di tecnica ed emozione). Non c’è spazio per il rimpianto e tanto meno per le dissacrazioni: Giulio Poidomani accarezza con un guanto di velluto le trame “antononiane” di un certo cinema che si fa estetico, ragione e ad un livello superiore emozione. I personaggi principali appaiono in superficie persi nell’amore, salvo poi scoprire, forse, che restano persi solo dentro se stessi e dentro la piena accettazione del sé.

La Sicilia è la cornice perfetta per tutto questo gioco di rimandi, amori impossibili, amori forzati, rassegnazione mista a voglia di non arrendersi, uomini e donne sospesi nella ricerca di un amore che possa superare anche la concretezza dell’essere diventando immateriale, diventando ombra. La scenografia la fa da padrona in scene quasi tutte esterne che rinchiudono i personaggi in piccoli vicoli pittoreschi come a sottolineare le trame intricate e complesse che li avvolgono e in cui spesso sembrano annaspare alla ricerca della salvezza.

Seguendo l’entusiasmo del post-grande bellezza e quindi del sopravvento dello “sguardo-estetico” in MAI si pone fortemente l’accento sul fascino impeccabile della città di Modica rendendo lo spettatore muto e vinto davanti alla maestosità di una città-miniatura che ricorda un presepe finemente intarsiato nella roccia. Tutto inizia con una inquadratura di Modica dall’alto e quest’ultima rimane l’emblema dell’ampio respiro che si apre davanti allo sguardo dello spettatore il quale, inerme, può solo respirare all’unisono con i movimenti della telecamera.

Movimenti ora ampi, ora brevi, ora delicati, ora lunghi quasi insidiosi a seguire e spiare il movimento dei personaggi. L’occhio della telecamera segue i personaggi come il sommo occhio che li scruta con discrezione; a volte nascosta tra i vicoli, dietro le colonne o sulla sommità di una gradinata. L’occhio che mostra senza mai essere indiscreto. L’occhio che si fa sguardo senza mai tramortire. L’occhio che accompagna e che insegue, che sceglie di mostrare. L’occhio libero di guardare.

Vorrei indugiare sul concetto di libertà ancora un ultimo istante sottolineando come quello del regista Giulio Poidomani, sia lo sguardo libero del cinema che riflette su stesso per ricominciare, lo sguardo libero di chi come unica ancora ha quella legata saldamente al sogno.

Anche quest’anno, quindi, il Festival di Marzamemi si conferma come una imperdibile perla di arte e cultura. La Sicilia, di suo, rimane la perfetta location arricchita da un gioco di emozionanti rimandi nel tempo legati da un sottile fil rouge che da Verga ci traghetta ad oggi.

Di Claudia La Ferla

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