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Il viaggio per andare in Libia non è facile, c’è il deserto e tante persone si perdono nel deserto. Anche il viaggio in mare fa tanta paura e non è facile. Ci sono tante persone morte nel mare. Quando siamo arrivate a Chivasso non sapevamo né leggere né scrivere. Un giorno siamo uscite per andare a fare la spesa a Torino, ma poi non sapevamo come tornare a Chivasso. Non ricordavamo neppure il nome di Chivasso e non sapevamo leggere cosa c’era scritto sui pullman. Abbiamo preso un pullman, ci siamo perse e siamo scese a Crescentino. Non sapevamo dove eravamo.

Avevamo molte borse con frutta e verdura, erano pesanti, perciò le portavamo sulla testa, come era normale per noi. Abbiamo iniziato a chiedere alle persone, ma non sapevamo l’italiano allora abbiamo provato a parlare in francese, ma nessuno ci capiva. Alla fine abbiamo camminato tanto e poi abbiamo preso un pullman e siamo tornate a Chivasso, ma non so come abbiamo fatto perché non capivamo niente. Adesso mi fa un po’ ridere a ricordarlo”. (Aicha)

Negli ultimi due anni ho avuto la fortuna di confrontarmi quotidianamente con questi fratelli e sorelle che arrivano da lontano: abbiamo parlato a lungo, inizialmente in un italiano stentato e fantasioso, poi con una scioltezza maggiore e, a tratti, commovente; abbiamo mangiato, bevuto, riso e pianto; abbiamo litigato e ci siamo riconciliati; ci siamo raccontati storie pesanti come macigni e abbiamo scoperto che ognuno di noi ha un peso nel cuore; siamo andati oltre le apparenze e abbiamo instaurato relazioni profonde. In tutto ciò, la cosa più importante che ho imparato è che non posso dare nulla per scontato.

Le azioni di ogni giorno, quelle banali, che noi facciamo automaticamente, che ormai diamo per assodate, ecco, sono proprio quelle che creano le maggiori incomprensioni. All’inizio venivo presa dallo sgomento, poi ho imparato a riderci sopra trovando l’aspetto comico della situazione. In due anni ho capito che se io dico “ci vediamo davanti al supermercato”, quel “davanti” può essere interpretato liberamente: Agosto, 35 gradi all’ombra, umidità all’80%, mamma italiana prossima allo svenimento ha un appuntamento davanti al supermercato per consegnare un libro ad uno dei suoi figli africani. “Che bello! Vuole leggere! Sono molto fiera di lui!”

Passano dieci, quindici minuti, la mamma italiana decide di entrare nell’atrio del supermercato per godere dell’aria condizionata gentilmente offerta dal gestore del locale e pensa: “Beh! È in gamba, immaginerà che sono qui dentro…”. Passano altri eterni minuti. La mamma italiana decide di telefonare: “Ciao Theo, dove sei?”. “Davanti al supermercato, ti sto aspettando”. “Come davanti al supermercato, IO sono davanti, anzi adesso sono dentro e da qui non ti vedo”.

“Ma come non mi vedi, io il supermercato lo vedo”. E in quel momento mi si accende una lampadina da 100 watt, sparata direttamente nel cervello. Mi precipito fuori, attraverso il parcheggio e, dall’altra parte della strada, con un sorriso a 32 denti lo vedo: è lì, che aspetta, sotto il sole cocente. Lo raggiungo e, con aria serafica, mi dice: “Hai visto che ero davanti? C’è solo una strada in mezzo”. In quel momento ho capito che la strada che avevo scelto di percorrere non sarebbe stata in pianura.

Ho imparato che abbiamo un concetto diverso di tempo. Se qualcuno mi dice: “Passa un attimo che ti preparo il tè”, so per certo che quell’attimo si trasformerà in 1 ora e mezza di rituale, chiacchiere, risate e abbuffate solenni. E quando mi osservano con aria critica decretando: “Mamma! Ma sei ingrassata!”, so chi posso ringraziare per quei quattro chili in più: il riso con il pollo, i piattoni di mafe, le insalate di patate alle tre del pomeriggio e l’affetto che dispensano a piene mani. Ho capito che i racconti arrivano quando meno te lo aspetti e, comunque sia, non si è mai davvero preparati.

Se siamo a cena può capitare che qualcuno ti dica:

“Ti racconto della Libia”.

“No dai, la Libia no, per favore. Stiamo mangiando”.

“È vero, ma io te la racconto lo stesso”.

E da lì sai già che la cena è finita, che non avrai più voglia di toccare un boccone perché il tuo stomaco lo sa che quando l’orrore è grande non si può che ascoltare, senza commenti, aspettando solo che il racconto arrivi alla fine. E quando cala il silenzio, sei sicura che butterai quello che hai nel piatto, ma sai anche che è stato aggiunto un tassello alla vostra relazione.

So per certo che nemmeno il divano è un luogo “sicuro” perché un film, un libro letto insieme, un momento di relax, possono portare ricordi. A volte dolorosi a volte, per fortuna, piacevoli. E il divano diventa anche il luogo delle litigate: “Adesso ti siedi lì e mi ascolti finché non ho finito. E togliti quel cappello dalla testa che ti devo fare il cazziatone!”; delle prese in giro: “Mamma! Ma stai russando! Non riesco a sentire il film!”; delle coccole: “Dammi le dita dei piedi che te le tiro”…

Ho scoperto che quando ti chiamano “mamma” lo fanno in segno di rispetto e non perché si aspettano che tu ti prenda cura di ognuno di loro. Le prime volte mi guardavo attorno, per verificare che stessero parlando proprio con me. Capito che non c’erano dubbi e il “mamma” ero proprio io, rispondevo: “ma dai, ma come faccio a essere la mamma di tutti”. Un giorno Youssouf mi ha chiarito il concetto ed è stato lì che mi sono resa conto della differenza di significato che diamo alle parole.

“Youssouf, non posso essere anche mamma tua, mi sto già occupando di Amadou e Bea”. “Se tu hai fatto una bambina, sei la sua mamma. Una volta che diventi mamma di uno, lo sei per tutti e tutti ti devono chiamare così”. Ecco fatto, intrappolata in un ruolo che porterò avanti per tutta la vita e, forse, anche dopo. E io che speravo bastasse sopravvivere all’adolescenza di mia figlia…

Mamma di uno, mamma di tutti.

di Daniela Mussano

Qui il primo pezzo di Daniela per il Collettivo Antigone.