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Cosa dovremmo ricordare ogni volta che puntiamo gli occhi sul nostro smartphone, sul nostro pc o sulla nostra tecnologia d’avanguardia? Che esistono parti del mondo in cui la schiavitù è ancora una terribile realtà. Che il nostro benessere passa attraverso la disperazione. Che le miniere di coltan sono dei campi di morte.

Il termine coltan è usato colloquialmente in Africa come crasi di columbite e tantalite ed indica una miscela estratta in alcuni paesi africani, importantissima per il mercato della tecnologia. La polvere del coltan serve, infatti, a produrre dei micro condensatori utilizzati per la fabbricazione dei pc e soprattutto smartphone. È un componente essenziale dei chip di qualunque apparecchio elettronico che serve ad ottimizzare la durata della batteria e dunque a consentire un notevole risparmio di energia elettrica. È talmente importante per la vita di un apparecchio elettronico che l’impossibilità di trovare la PlayStation 2 in Italia, subito dopo il suo lancio nel 2000, pare fosse legata proprio ad un problema nell’estrazione del coltan.

Il coltan è un minerale di superficie e per estrarlo non bisogna scavare costosi tunnel lunghi chilometri, al contempo, però, è un minerale raro che è possibile trovare solo in Congo e in pochi altri paesi. Proprio dal Congo, si stima, infatti, che arrivi circa l’80% del coltan in circolazione, una estrazione che avviene con metodi tutt’altro che all’avanguardia: si lavora prevalentemente a mani nude, con dei setacci e delle piccole pale, immersi mani e piedi nel fango. Il coltan contenendo, tra l’altro, una parte di uranio, è radioattivo e può provocare tumori e impotenza sessuale. Chi lavora in queste miniere ne viene a contatto tutti i giorni e a mani nude.

Miniera di Coltan – Immagine dal web

La manodopera è semplice da reperire: la disperazione conduce queste persone a una schiavitù volontaria mentre la violenza le ingabbia in condizioni disumane. A Rubaya, per esempio, sono moltissime le vittime dei gruppi armati che attaccano la popolazione civile o che si scontrano con l’esercito di Kinshasa, dei mercenari travestiti da milizie etniche o da gruppi rivoluzionari. È così che ottengono la manodopera necessaria: saccheggiando le province limitrofe, violentando e uccidendo. Molta gente, terrorizzata, scappa lasciando spazio allo sfruttamento delle proficue ricchezze del sottosuolo, mentre altra, piegata dall’istinto di sopravvivenza, inizia a scavare nelle miniere di chi quelle guerre le crea e le alimenta.

L’estrazione del coltan è concentrata nella regione di Kivu, nell’est del Congo, la regione più ricca di risorse del paese, ma anche la più povera e la più tormentata da guerre alimentate con lo scopo di rastrellare le sue grandi ricchezze. La capitale Kinshasa è praticamente terra di nessuno, è controllata da guerriglieri che, terrorizzando e massacrando la popolazione, hanno preso il controllo di queste preziosissime risorse. I guerriglieri richiedono ai minatori una tangente sul coltan raccolto, che andrà a finanziare le armi necessarie alla guerra. I minatori, infatti, sono costretti a pagare una quota agli uomini armati per ogni chilo di minerale estratto e solo dopo aver versato la tangente, il materiale può andare fino a Rubaya o fino a Goma e da qui poi partire per il Ruanda, dove finalmente viene acquistato dalle principali multinazionali del settore high-tech. Il fatto che venga acquistato in Ruanda e non in Congo, tra l’altro, non è casuale: per arginare il fenomeno dei “minerali insanguinati”, nel 2010 il presidente Barack Obama ha firmato la riforma Dodd-Frank Act, che prevede l’obbligo di certificazione di provenienza. Una legge fatta per portare alla luce le aziende che si riforniscono nei giacimenti illegali del Congo. Ma per “aggirare l’ostacolo” le multinazionali, tranne quelle poche che hanno avuto i permessi del governo congolese, hanno iniziato ad acquistare il coltan a Kigali, in Ruanda; in questo modo il materiale risulta “pulito”. Se non fosse che in Ruanda non esistano miniere di questo minerale. È tutta roba che proviene comunque dal Congo: in camion, da Goma a Kigali sono meno di tre ore.

Coltan – Immagine dal web

Il trasporto della merce avviene quasi sempre “a spalla” in quanto sono gli stessi lavoratori  a portarla fino alla città in cui possono venderla, camminando per giorni e giorni con addosso sacchi di 30-40 chili. Il percorso del coltan è più o meno riassumibile in questo modo: gli uomini, ma anche molti bambini, estraggono le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le lavano a mano nell’acqua e le trasportano al mediatore più vicino camminando per giorni con i sacchi sulle spalle.

Spesso si pensa che alla base di molte guerre africane vi siano dei conflitti tribali, ma non è così. Da più di vent’anni in Congo si combatte per il coltan. E se si guarda, ad esempio, a luoghi come Rubaya non si vedrà altro che un insieme di baracche sorte ai margini di una striscia di fango dove quotidianamente si scrivono pagine di orrore e schiavitù.

In rapporti stilati da Amnesty e Afrewatch si parla di bambini di soli sette anni impiegati nell’estrazione del cobalto, mentre una inchiesta condotta da Sky News Australia ha riferito di piccoli di appena quattro anni sfruttati nelle miniere. In un video pubblicato dall’emittente televisiva si vedono Dorsen e Richard, di otto e undici anni, intenti a lavorare sotto la pioggia battente. E poi i sacchi caricati sulle loro spalle, gli adulti che li incitano a fare in fretta e i tunnel pericolanti per raggiungere la miniera. Gli occhi rossi, la fatica, le lacrime: “Mia mamma è già morta, sono costretto a lavorare tutto il giorno. Quando sono qui soffro tanto”.

Maurizio Giuliano, funzionario Onu la chiama “la maledizione della ricchezza”, ovvero “enorme quantità di risorse ma enorme povertà”. Quello del coltan è purtroppo un terribile circolo vizioso: l’estrazione e la vendita del coltan permettono l’acquisto di armi con le quali si occupano altre miniere e poi altre armi e così via.

Essere ridotti in schiavitù, subire maltrattamenti e rischiare la vita per cosa? Per 3-4 dollari al giorno e i bambini per soli 2 dollari mentre la terra sopra di loro può crollare da un momento all’altro a causa delle pessime condizioni di lavoro. Lo scenario su cui le grosse multinazionali chiudono gli occhi è questo: bambini analfabeti, orfani, condannati a tramandare da una generazione all’altra la maledizione delle miniere. Rapporti Onu parlano di 11 milioni di morti legati al controllo di questo business. 

© Marco Gualazzini/ Getty Images Grants for Editorial Photography Recipient 2013

In conclusione, riporto di seguito due testimonianze pubblicate sul Corriere della sera del 15 Aprile 2017:

Suor Catherine delle sorelle del Buon Pastore, in missione a Kowesi, nell’ex provincia congolese del Katanga si sforza di spiegare la corsa al coltan. «La gente non scava nelle miniere artigianali per diventare ricca. Lì si abbrutiscono, si prostituiscono, si ubriacano, si ammalano e muoiono. Chi comincia sa già quale sarà il suo destino. Eppure arrivano di continuo. C’entra il fatto che sono stati scacciati dalle loro terre, ma anche altro, come spiegare a un europeo?». Nella cornetta si sente un coccodé e Suor Catherine si illumina. «Ecco forse così potrete capire: lo fanno perché non hanno le galline. Questa gente ha fame, in un paradiso ricco d’acqua e piante meravigliose come il Congo, non sono in grado di coltivare o allevare un pollo, sanno solo scavare. Questi minatori «artigianali», dentro la giungla, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e trasportatori 2. I bambini anche meno. Però così riescono almeno a mangiare. Il cibo in Congo è carissimo perché importato. Uova dallo Zambia, fagioli dalla Namibia, cavoli e mele dal Sud Africa. Chi compra il minerale dai minatori è spesso lo stesso che gli vende il cibo riprendendosi gli spiccioli che gli ha appena dato. Basterebbero delle galline a dare un’alternativa».

«È la maledizione della ricchezza, sostiene il funzionario Onu Maurizio Giuliano, grande conoscitore dell’Africa. Da 20 anni a questa parte sono quasi scomparse per ragioni politiche le grandi compagnie minerarie che offrivano un certo welfare ai loro operai. C’era paternalismo sì, ma la privatizzazione delle concessioni in assenza di un aiuto alternativo ha distrutto la coesione sociale. Signori della guerra controllano decine di migliaia di lavoratori in schiavitù volontaria. Stupri di massa e abusi di ogni genere sono la regola. E chi non scava o spara, muore di fame». Bambini di 5 anni in miniera, bambine di 11 nei bordelli delle bidonville minerarie, madri abbandonate con 5-10 figli che muoiono di fatica e malattia a trent’anni, orfani, schiavi volontari per un uovo al giorno»

Di Claudia La Ferla

Foto prese dal web