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Cara Silvia,

sono più di tre mesi che non abbiamo tue notizie e abbiamo perso le tue tracce. Sappiamo cosa stavi facendo prima che arrivasse il buco nero del rapimento seguito da una marea di volgari insulti e autentica solidarietà.

Peggio di leggere la notizia della tua scomparsa, Silvia, c’è stato il dover leggere i commenti per capire ancora meglio cosa è diventato il nostro miserabile Paese. Un mese dopo era Natale, io tornavo dal Burkina Faso e mi chiudevo tre giorni dentro casa per non affrontare la realtà. Ti ho pensata moltissimo in quelle 72 ore di isolamento dal mondo esterno impazzito dietro le luci, i regali, i menu per festeggiare un giorno di cui non ricordiamo più il senso.

Mi sono seduta a tavola e mi chiedevo dove fossi tu. Nel frattempo, dovendo per forza trovare qualcosa di positivo, pensavo “Menomale che non ci sei, Silvia. Non sai quanto è pietoso pranzare con la Sea Watch che balla in mare, non sai che schifo è il pranzo di Natale mentre sai che quelle persone sono lasciate in balìa del mare. Respinte e ignorate da tutti”. E nel frattempo, oltre la nausea, devi ascoltare i commenti di tutti. Tutti sanno, tutti sentenziano e tu sei solo una sprovveduta in cerca di emozioni forti.

Silvia

Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona” / foto presa dal web

Non so come faremo a spiegarti cosa è successo quando tornerai, mi vergogno per quando arriverai e dovrai scoprire cosa ha pensato il tuo Paese mentre tu affrontavi la sfida più difficile della tua vita. Come ti diremo che i tuoi sogni sono stati derisi? Come ti spiegheremo che del tuo desiderio di giustizia non sappiamo cosa farcene? Capirai quando realizzerai che mentre tu vivevi nel terrore noi facevamo battutine sessiste? Non credo.

Silvia, la verità è che se tu fossi andata in Africa con un tailleur e una valigetta piena di contratti per depredare le persone che ti avrebbero ospitata avresti avuto il rispetto del tuo Paese. Se fossi andata lì a rubare qualsiasi risorsa accaparrabile, ti avremmo ammirata. Se fossi andata per conto delle multinazionali che pagano bene la tua ambizione di arricchirti per acquistare cose che non ti servono, non avremmo esitato a trattare con chiunque potesse liberarti. Perché, cara Silvia, la verità è che le cose contano più delle persone e il petrolio, l’oro, i diamanti e i minerali preziosi vengono prima delle vite umane.

Ma tu sei andata lì con il cuore pieno di sogni e il desiderio di conoscere luoghi e persone nuove. Tu eri pronta per il mondo, ma il mondo non è pronto per chi sogna. Si può essere spietati, cinici ed opportunisti. Ma non si può essere sognatori. La solidarietà è un crimine, la generosità qualcosa di cui vergognarsi in un mondo che si contrae e riduce al perimetro del proprio tornaconto.

Tutto quello a cui ambire è un lavoro deprimente e sottopagato che ti consenta di sopravvivere al circo consumista dove sei solo un pezzo di ricambio. Un mutuo impossibile, una casa da arredare con cura risparmiando i soldi per comprare un nuovo smartphone e prenotare una vacanza sempre insufficiente a farti recuperare dalla quotidianità. Ormai si sogna dentro perimetri angusti e qualsiasi aspirazione a fare di più e fare di meglio è ridicolizzata da chi ha dimenticato che un tempo aveva sperato in un mondo più giusto prima di cedere alla convenienza più remunerata.

“Sono pragmatico” è diventato il modo per liquidare qualsiasi tentativo di sfuggire al pericoloso intruppamento emotivo e professionale che ci viene propinato. In realtà, non siamo pragmatici. Siamo stronzi. Viviamo in un mondo becero che ha deciso di rimanere tale. Mentre io e te diventavamo adulte, probabilmente succedevano le stesse nefandezze di oggi, ma adesso le sappiamo e per ignorarle ci vuole una cecità che non tutti possediamo, sai? Un tempo, almeno era lecito aspirare alla giustizia, all’eguaglianza e alle pari opportunità. Oggi no. Oggi bisogna accontentarsi delle briciole del banchetto capitalista, riempirsene la bocca per rimanere in silenzio e sentirsi perfino grati perché qualche padrone dà lavoro.

Sai, Silvia, io abito ad Augusta che non è uno dei posti peggiori dove nascere, ma nemmeno quello benedetto dal destino. Augusta è in Sicilia, in provincia di Siracusa, e si muore soprattutto di cancro. Ci hanno venduti per poco decenni fa, ci hanno ubriacati con una finta opulenza che è durata giusto il tempo di farci abituare a un certo lusso che si trasforma in rabbia quando svanisce. Ora abbiamo il pane avvelenato e un tasso di disoccupazione spaventoso quanto quello dell’inquinamento ambientale. C’appizzammu l’ammuru e l’isca, Silvia. Abbiamo perso l’amo e pure l’esca. Non ci resta quasi nulla oltre la speranza e i fenicotteri che stagionalmente tornano a trovarci per ricordarci il significato della parola resistenza.

Ma lo sai qual è il problema secondo le persone? I migranti. Altre persone quindi. Perché Silvia devi sapere che Augusta per vari anni è stata il primo porto di sbarco per l’umanità in cammino dall’Africa e dal Medio Oriente. E noi siamo così fessi che preferiamo pensare di essere invasi piuttosto che derubati del futuro, della salute, della dignità. Anzi, quando possiamo, cerchiamo di metterci noi nei panni dei predatori e con la scusa del lavoro andiamo a rubare qualsiasi cosa rimanga nelle terre di origine di quelle stesse persone che respingiamo. Però noi rubiamo in giacca e cravatta, coi titoli di studio e i corsi per il controllo qualità. Mica rubiamo come i pezzenti dei braccianti che muoiono nei roghi che appiccano per scaldarsi. Noi rubiamo per costruirci la piscina, per farci la villa in campagna, per mandare i nostri figli nelle scuole che sognano, per viziarli e coccolarli illudendoli che sia questa la vita che meritano. Noi non rubiamo per fame. Noi rubiamo per ingordigia e per il telefono nuovo. E poi ci accaniamo con chi non ci sta, con chi come te sogna un mondo più giusto.

Il giorno in cui morì Vittorio Arrigoni, piansi, si bruciarono i biscotti al cocco che mi aiutarono a giustificare le lacrime e promisi di non farli mai più. Sono passati anni e non ho più infornato un solo biscotto al cocco, ma ti prometto che se torni te li faccio e te li vengo a portare. O se vuoi vieni tu ad Augusta che è bellissima nonostante tutto e ha una scogliera che quando la guardi ti passa la tristezza. E mentre ce li mangiamo, ti parlerò di tutte le persone che non si arrendono a vivere una vita senza dignità e giustizia, di tutte le persone che ti hanno aspettata e che ti ammirano per il coraggio, di chiunque pensi che nessun lavoro giustifichi l’umiliazione di altri esseri umani, di chiunque resista.

Ti racconterò che non sei sola, Silvia. Non siamo sole, facciamo solo meno rumore.

di Maria Grazia Patania

*Questa lettera è per Silvia Romano, Luca Tacchetto, Edith Blais, Giulio Regeni, Vittorio Arrigoni e per chiunque non si arrenda alla brutalità di questi tempi orribili. C’è chi non cede alla convenienza, al tornaconto personale e alle contropartite economiche. C’è chi crede nella dignità e nell’uguaglianza di ogni essere umano. E oggi più che mai serve rivendicare questo spazio nella vastità dell’egoismo e dell’indifferenza.