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*Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea.
[Primo Levi]

Qualcuno ha tentato di negare l’Olocausto, una delle pagine peggiori della storia dell’umanità. Certo, sarebbe un sollievo immaginare di essere stati ingannati e che, non solo nella realtà un tale male non si sia mai manifestato, ma soprattutto che un tale sentimento di odio possa non appartenere all’animo dell’essere umano.

Purtroppo non è andata così.

Purtroppo l’essere umano sa essere crudele e spesso incapace di discernere il bene e il male, per egoismo o solo (e questo forse è il suo peccato peggiore) per ignoranza.

Ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo mediocre, in cose spesso futili ed effimere. Intanto le persone sono morte e noi ne commemoriamo la memoria, impotenti di fronte a ciò che ormai è storia. In fondo noi neppure c’eravamo.

Eppure il mare ci dice che l’Olocausto non è mai finito. Il Giorno della Memoria non ci ricorda davvero qualcosa di atroce, perché se così fosse, un male così grande e così assurdo, non avrebbe mai dovuto ripetersi. Ma si ripete ogni giorno e ogni giorno dimentichiamo coloro che non ci sono più col nostro atteggiamento, ostile o inetto che sia.

Non sono solo io a dirlo, ma la voce di Liliana Segre, una donna che ha certamente tutta la consapevolezza che manca a noi che possiamo solo immaginare, ma non sapere; noi che leggiamo sui libri di storia, ma non abbiamo visto i volti, né sentito le voci di una dolore così inenarrabile che solo provare a metterlo in parole lo cambia, lo placa, lo allontana.
Il razzismo e l’antisemitismo non sono mai sopiti, solo che si preferiva nel dopoguerra della ritrovata democrazia non esprimerlo. Oggi è passato tanto tempo, quasi tutti i testimoni sono morti e il razzismo è tornato fuori così come l’indifferenza generale, uguale oggi come allora quando i senza nome eravamo noi ebrei. Oggi percepisco la stessa indifferenza per quelle centinaia di migranti che muoiono nel Mediterraneo, anche loro senza nome, e ne sento tutto il pericolo“.

Senza nome. Troppi morti senza nome.

Tra questi, alcuni di loro, sono rappresentati a Budapest dove, il 16 aprile del 2005, è apparsa lungo il Danubio, un’installazione intitolata Scarpe sulla riva del Danubio (in ungherese Cipők a Duna-parton).

(Foto da web)

Si tratta di un’opera realizzata dal regista Can Togay e lo scultore Gyula Pauer, in occasione della Giornata della Memoria ungherese, sul lato Pest della capitale: 60 paia di scarpe in ferro di vario tipo per sottolineare come l’Olocausto non abbia risparmiato nessuno e coinvolto uomini, donne e bambini.
L’installazione intende ricordare il massacro che ha visto vittime i cittadini ebrei ungheresi che, durante la seconda guerra mondiale, furono uccisi dai soldati del Partito delle Frecciate, la milizia ungherese che agiva in collaborazione con i nazisti. Dopo aver individuato gli Ebrei, la milizia decise di sterminarli direttamente nella loro città a colpi di pistola, portandoli sulla riva del fiume. Vennero legati tra loro in gruppi in modo che, fatto fuori uno, questo trascinasse gli altri con sé; i corpi vennero quindi gettati nel fiume, lasciando che fosse il Danubio a portarli via. Prima di sparare, però, tolsero loro le scarpe per poterle vendere al mercato nero durante la guerra.
Lungo l’installazione si trovano tre targhe commemorative, sempre in ferro, che riportano in lingua ungherese, inglese ed ebraica: “Alla memoria delle vittime gettate nel Danubio dai miliziani della Croce Frecciata nel 1944-45.”

(Foto da web)

Senza nome. Troppi corpi senza nome allora come ora.
Eppure noi non abbiamo più il deterrente del non sapere e del non vedere. Oggi noi tutti sappiamo, anche se ci voltiamo dall’altra parte. Gli Ebrei e il male che hanno subìto avrebbero forse potuto avere un senso se il mondo avesse imparato, se fossimo guariti dall’indifferenza, se fossimo diventati migliori come individui e come umanità. O forse no, forse il male senza senso rimane senza senso sempre e comunque, ora come allora.

In un futuro, probabilmente ancora troppo lontano, l’umanità ci guarderà con disprezzo e ci riterrà colpevoli di tutto ciò di cui siamo, direttamente o indirettamente, responsabili. Forse, così come il Danubio era considerato il “cimitero degli Ebrei”, il Mediterraneo sarà identificato con il “cimitero dei migranti” (ma la verità è che lo è già) e sulle coste italiane apparirà un monumento a ricordarci cosa è accaduto, quando ci credevamo civili ed evoluti, quando celebravamo il Giorno della Memoria per la Shoah, fingendo che i morti di allora fossero diversi da quelli di oggi.

Immagino tanti giubbotti di salvataggio in uno dei porti chiusi, a ricordare tutti quelli che potevamo salvare e che abbiamo lasciato morire. Allora nessun motivo che oggi riteniamo legittimo ci salverà dalla vergogna di aver lasciato che tutto ciò accadesse, non come italiani, né come Europa, ma semplicemente come esseri umani verso altri essere umani.

Photo copyright Francesco Malavolta

I morti sono morti, che i cadaveri siano portati via dal Danubio o dispersi nel Mediterraneo. Così come gli uomini sono uomini, con una memoria troppo spesso troppo corta.

di Alessia Alicata

*Tengo a precisare, a scanso di equivoci, che non intendo paragonare lo sterminio degli Ebrei alla condizione dei migranti e, a tal proposito, mi associo a quanto scritto da Cristina Monasteri. La mia intende essere una riflessione sull’indifferenza umana e sulla nostra assoluta mancanza di empatia verso chi subisce ingiustizie e atrocità.