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“Qualche giorno fa ero sul treno per Siracusa e mentre guardavo il mare me lo immaginavo pieno di morti. Per la prima volta ho realizzato che sta cambiando il mio modo di guardare il mare”, a dirmelo è una cara amica che ha il pregio di mettere a fuoco le cose in maniera semplice e ordinata. Senza fronzoli, senza sentimentalismi. “Di fatto, è pieno di morti. Muoiono ogni giorno probabilmente, solo che ormai manco lo sappiamo”, rispondo.

Chi nasce sul mare sviluppa un legame intimo ed inesprimibile con quella distesa azzurra che ti segue ovunque, mancandoti in molti modi. La scorsa estate, quando lasciammo per quasi una settimana la nave Diciotti ancorata al porto di Catania a cuocere sotto il sole implacabile e a inzupparsi sotto i rivoti estivi, guardare il mare mi dava la nausea. Di quei giorni ricordo un furore rabbioso che abitava me e tante altre persone: ci sentivamo personalmente oltraggiati perché questo scempio avveniva a casa nostra. L’idea di lasciare lì sospesi in bilico sulla barbarie 137 esseri umani ci disgustava e lo abbiamo dimostrato a modo nostro: dai presidi con gli arancini alla manifestazione del 26 agosto dove ci siamo sgolati per ribadire che “siamo tutti antifascisti”. Quel pomeriggio, molte delle persone che erano lì volevano semplicemente che i migranti non si sentissero soli. Ecco: speravamo in qualche modo di riscattare la figura miserabile che il governo nazionale imponeva alla nostra terra indomita e orgogliosa. Forse stavamo chiedendo scusa, forse volevamo solo esserci per esprimere il fatto che non fossimo allineati con gli sciacalli.

Non sapevamo che avremmo potuto vivere anche di peggio. Nessuno avrebbe immaginato di mangiare il cenone e il pranzo di Natale col veleno dell’ingiustizia in bocca, nella consapevolezza di una festa ipocrita se si scartano regali davanti al caminetto mentre in mare degli esseri umani sono abbandonati alla loro sorte. Fra uno show natalizio e una pubblicità scintillante, dominano le immagini di un’Europa vigliacca e pusillanime che gioca a fare un pietoso scaricabarile sulla viva carne degli ultimi. Noi di quell’Africa che abbiamo spolpato all’osso, dandole il contentino della libertà con una finta decolonizzazione, non vogliamo sapere nulla. Noi ci meritiamo la pace, la democrazia, i diritti umani, le convenzioni di Ginevra e l’eredità di Norimberga (di cui per inciso non sappiamo che farcene nel nostro delirio guerrafondaio). Gli altri affogassero pure in silenzio.

Moonbird - Flying Over the Rescue in the Mediterranean

*Ph. Alessio Mamo, giugno 2017, a bordo del Moonbird operato da Sea Watch e Humanitarian Pilot Initiative. Il velivolo sorvola la rotta migratoria più letale al mondo per individuare imbarcazioni in pericolo, chiedendo di metter fine alle morti in mare e consentire a chi fugge di arrivare in Europa senza rischiare la vita

In mezzo, il mare che raccoglie le vite indesiderate, le culla e le conserva sui suoi fondali, risvegliando in noi isolani paure e timori irrazionali che contagiano anche chi sull’isola non ci è nato. “L’estate scorsa sono stata a Marettimo, siamo andati in barca a fare un lungo giro con un pescatore. Quando mi sono tuffata, ho provato una sensazione orribile. Come se qualcosa mi stesse toccando. Ho pensato ai morti e sono uscita subito”, questo me lo racconta una amica a Roma. E mi vengono in mente i pesci. Penso ai pesci di cui ci preoccupiamo per via dell’inquinamento senza considerare che – in una perfetta metafora di come l’umanità passi il tempo a sbranarsi- anche loro mangiano noi. I più sfortunati ovviamente. Non noi noi. Noi loro. Quelli che dovevano crepare a casa loro.

Dal 2014 al 18 gennaio 2019, lungo la rotta del Mediterraneo Centrale sarebbero morte quasi 15.00 persone. Nei primi 19 giorni di gennaio ne sono morte almeno 200. Più di 10 al giorno. Sulle sponde libiche, le onde impietose restituiscono corpi devastati che smascherano le truffe politiche che ci vengono propinate ogni giorno. Tre superstiti aggrappati a una zattera di salvataggio hanno visto morire almeno altre 117 persone prima dell’arrivo dei soccorsi troppo lenti e troppo tardivi ora che sono scomparse le navi umanitarie. A queste vittime se ne aggiungono altre 53 di un altro naufragio e 47 sopravvissuti miracolosamente recuperati da Sea Watch 3. Poco dopo, altre 100 persone in pericolo hanno invano chiesto aiuto per ore finché la GCL ha mandato un cargo battente bandiera del Sierra Leone a recuperarli e riportarli indietro. Nel frattempo, dal Viminale si esprimeva soddisfazione per il buon funzionamento della collaborazione con la Libia e si annunciava che “143 sono stati riportati a Tripoli, 144 a Misurata, 106 ad al-Khoms”. Tuttavia, Nils Melzer, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, ha chiaramento affermato che “Se i paesi dell’UE stanno pagando la Libia per impedire deliberatamente ai migranti di raggiungere la sicurezza della giurisdizione europea, parliamo di complicità in crimini contro l’umanità, perché è noto a tutti che queste persone vengono rinchiuse in campi in cui lo stupro, la tortura e l’omicidio regnano sovrani”.

Moonbird - Flying Over the Rescue in the Mediterranean

*Ph. Alessio Mamo, giugno 2017, a bordo del Moonbird operato da Sea Watch e Humanitarian Pilot Initiative. Il velivolo sorvola la rotta migratoria più letale al mondo per individuare imbarcazioni in pericolo, chiedendo di metter fine alle morti in mare e consentire a chi fugge di arrivare in Europa senza rischiare la vita

Tuttavia, oltre ogni tentativo di ricostruzione di dati e fatti, il quadro rimane incompleto perché il mare non si divide in compartimenti stagni e dunque nulla esclude che i fondali della rotta centrale non ospitino anche qualcuno degli almeno 1.322 morti lungo la rotta occidentale dal Marocco alla Spagna o qualcuna delle 1532 vittime della rotta orientale dalla Turchia alla Grecia. Inoltre, la triste verità è che nessun accordo coi dittatori e i torturatori libici, nessuna intesa con la Turchia riuscirà a fermare chi è in fuga. Nessuna delle menzogne che ci raccontiamo per tacitare gli ultimi grammi di coscienza rimasti eviterà l’ennesimo naufragio. Chiudere una rotta significa aprirne un’altra verosimilmente più pericolosa come dimostra l’esponenziale aumento dei decessi sulla rotta occidentale dove solo nel 2018 sono morti in oltre 800 a fronte dell’anno precedente quando le vittime furono 224.

C’è chi muore con la pagella in tasca e il cuore pieno di sogni. C’è chi muore gridando il proprio nome per non essere dimenticato e chi piange pensando a sua madre. C’è chi muore con la sorpresa scritta negli occhi sbarrati e la speranza tradita. E ci siamo noi che aspettiamo sulle banchine vuote, mentre il vento si infila fra la pelle e i vestiti tormentandoci con mille domande. Avranno freddo. Avranno fame. Avranno paura. Dove sono tutti. Saranno sul fondale del mare. Quanti sono in Libia, quanti morti in acqua. Così, lentamente, anche noi paghiamo il prezzo del quieto vivere. Anche noi scontiamo la nostra pena mentre il mare -un tempo balsamo di consolazione- comincia a farci paura e ribrezzo proprio come chi causa tutto questo.

di Maria Grazia Patania


La prima edizione della programmazione sulla Giornata della Memoria risale al 2016 e in quell’occasione parlammo di Olocausto del Mare. L’espressione destò scalpore e indignazione in qualche caso, ma molti dei pezzi di quella settimana entrarono nelle aule scolastiche, fra i banchi di scuola, grazie ai tanti e alle tante insegnanti che ci seguono e che, lontani da ogni intento polemico, li usarono come spunti di riflessione. Parlammo del coraggio e dell’adamantina lucidità di una ventenne tedesca, Sophie Scholl, che insieme alla Rosa Bianca preferì morire piuttosto che cedere alla brutale ideologia nazista. La sua colpa erano le parole, la sua condanna decretata da un volantino all’Università dove si incitava la gioventù tedesca a resistere. Parlammo di Shlomo Venezia e della sua atroce esperienza nel Sonderkommando ad Auschwitz, dell’Arte della Memoria e di Felix Nussbaum (artista vittima dello stermino nazista). Yacob, arrivato dal mare ad Augusta e partito dalla Costa d’Avorio, parlò della sua personale visione dell’Olocausto. Da quel momento, ogni anno, abbiamo cercato di mantenere il filo rosso fra ieri e oggi, fra ciò che è stato e ciò che è e che può ancora barbaramente essere.

Quest’anno io ho deciso di lasciar perdere la Storia. Parliamo di noi. Oggi. Parliamo di cosa siamo diventati. Parliamo di come accettiamo che la gente muoia. E non si muore mica solo in mare dove sentiamo il ribrezzo assalirci mentre nuotiamo. No. Si muore anche dove noi le persone non le vediamo: si muore nel deserto in numeri quasi doppi rispetto al mare, si muore lungo le rotte migratorie che facciamo finta di chiudere pagando chiunque millanti di toglierci la seccatura dell’umanità in cammino. Si muore nei lager libici dove le donne, gli uomini e i bambini vengono oltraggiati da criminali cui forniamo aiuti strategici ed economici. Si muore. Ma a noi non interessa, purché non ci disturbino. Purché non arrivino qui a ricordarci che cosa può succederci domani stesso se qualcuno decidesse che siamo le pedine da sacrificare sul suo scacchiere. Purché non ci tocchi ammettere ineludibili colpe nei confronti di un intero continente che usiamo come bacino di schiavi e risorse o pattumiera per ciò che non ci serve più. Pensare che l’Africa non ci riguardi è pura ed ipocrita illusione, così come pensare di poter rimanere estranei ed indifferenti di fronte all’oltraggio nei confronti di qualsiasi essere umano. Siamo umani e nulla di ciò che è umano può essere considerato estraneo a noi*.

* Terenzio