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Soyez les bievenus, Bien arrivés, Ça va bien? Se avessi a disposizione solo poche parole per descrivere la permanenza nella Terra degli Uomini Integri, userei queste per trasmettere lo spirito di accoglienza dei burkinabé.

Appena usciti dall’aeroporto di Ouagadougou, la prima cosa che vedo è un enorme edificio abbandonato la cui costruzione è stata interrotta e mi sento a casa. Questo vizio di cominciare le cose senza mai finirle, da siciliana, lo conosco bene. L’aria è un misto di smog e sabbia particolarmente clemente in quel momento dato che è sera e non c’è nemmeno l’ombra del traffico. Guidare nelle ore di punta in capitale mette a dura prova i polmoni nella bolgia di clacson e tubi di scappamento. Andiamo subito a dormire perché l’indomani si parte presto in direzione nord verso Kaya e Tougouri dove la ONLUS Amani Nyayo cura alcuni progetti legati all’erogazione di energia elettrica, al sostegno all’agricoltura bio e all’assistenza sanitaria. Per uscire dalla capitale servono una decina di minuti durante cui, a ogni semaforo, gruppi di ragazzini vengono a offrirci le loro mercanzie. Ridono e ci salutano con gentilezza. La stessa scena si ripete a quello che possiamo considerare un casello dove pagare il pedaggio: due gabbiotti verniciati di giallo dove un funzionario ti dice quanto pagare in base alla distanza da percorrere. Qui a venirci incontro ai lati della macchina sono bambini, donne e ragazze coi loro vassoi stracolmi di papaie, arachidi, biscotti caramellati al sesamo (deliziosi!), banane e altro ancora. Anche se non compriamo nulla, ci salutano con dolcezza e alcune donne, quando si accorgono che scrutiamo i bambini, provano a svegliarli con delicatezza. Accoccolati sulle loro schiene, avvolti nei loro tipici tessuti coloratissimi, i piccoli aprono a stento gli occhi e anche loro accennano un sorriso prima di tornare a dormire mentre le mamme scoppiano a ridere coprendosi il volto con le mani.

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*Ph. Francesco Malavolta

Nelle oltre due ore di viaggio del primo giorno, percorriamo la strada nazionale numero tre: 310 km di asfalto più o meno compatto che da Ouaga arrivano in Niger passando per Kaya dove troviamo quel che resta della “bataille de fer” di Thomas Sankara, il presidente rivoluzionario assassinato il 15 ottobre 1987. Quel tratto di ferrovia che Sankara concepiva come uno strumento per “de-schiavizzare” il Sahel faceva parte di un progetto mirato a modernizzare i trasporti nel Paese e fortemente osteggiato dalla Banca Mondiale che rifiutò di garantire i fondi necessari. Ma questo non scoraggiò il Che Guevara africano che anzi chiamò a raccolta il popolo, l’unico verso destinatario e fautore del progresso. Così, è proprio il popolo a posare volontariamente i primi 100km di rotaie che all’altezza di Kaya ora sono in stato di abbandono e quasi divelte in alcuni punti.

Ai bordi della strada, esplode la vita: donne che vanno al mercato, bambini e bambine dirette a scuola, adolescenti coi libri in mano e la divisa beige o azzurra, asini che indugiano ai bordi della strada, capre che spingono i cuccioli per scansare i mezzi di trasporto, bambini che giocano con qualsiasi cosa capiti a tiro. In cumuli ordinati sono allineate le angurie, accanto si friggono dolci, le donne allattano prima di infagottare nuovamente i bambini. Arrivati a Tougouri, è tutto una confusione di polli e altri animali da cortile che si affannano a scansare biciclette e scooter che sfrecciano. In questo villaggio, l’associazione Amani Nyayo nel 2006 avviò il progetto per la fornitura dell’energia elettrica che da giugno scorso purtroppo non viene erogata a causa di un impasse burocratico. Dopo il tramonto, si sente il rumore dei generatori che illuminano botteghe e perfino discoteche con luci verdi e blu e musica a tutto volume. Altri si riuniscono attorno a piccoli fuochi e chiacchierano in gruppo. A tratti mi sembra di tornare indietro nel tempo nei racconti di mio nonno e di quando la sera non ci si chiudeva nella propria casa, ma si stava in gruppo a parlare e raccontarsi la vita. Durante la permanenza a Tougouri, di mattina sarà il richiamo alla preghiera e il raglio degli asini a svegliarci. Di ritorno a Ouaga, al tramonto, abbiamo la fortuna di incontrare quattro cammelli coi rispettivi padroni che si lasciano fotografare, mentre i loro animali sbadigliano annoiati. Nel frattempo, una madre con tre bambini si ferma a godersi la scena, approfittando della pausa per allattare il più piccolo. Dopo averci salutati, anche loro riprendono in cammino in direzione delle capanne che si profilano poco più lontano.

Il secondo giorno visitiamo dei progetti agricoli interamente bio e destinati ad aree particolarmente vulnerabili al cambiamento climatico. Il primo a Korsimoro e il secondo a Tangasogo, nella provincia di Sanmatenga che, trovandosi in prossimità della regione del Sahel, subisce desertificazione, siccità e carestie crescenti. Benché appaia tutto lontano e remoto, sono molte le somiglianze che riscontro con “casa mia”. Quasi nessuno crede davvero al cambiamento climatico per cui ci si dispera solo di fronte agli effetti più evidenti e devastanti senza attuare una strategia di lungo periodo. Dopo anni di uso indiscriminato di prodotti fitosanitari, in alcuni si è deciso di abbandonare l’uso di sostanze chimiche dannose per la salute e optare per concimi naturali. Un grosso ostacolo è dato dal fatto che i tempi sono lunghi e i profitti dilazionati spingono molti lavoratori a inseguire effimeri sogni di ricchezza abbandonando i campi e dedicandosi all’estrazione dell’oro. Sono in aumento le miniere informali in prossimità dei cantieri delle multinazionali straniere che danno lavoro a migliaia di persone. La ricchezza, però, soprattutto per i minatori informali, rimane un semplice miraggio dato che trovare l’oro non è così semplice e comunque nessuna cifra giustificherebbe i danni permanenti che provocano alla propria salute. In questa corsa all’oro dettata dall’avidità dell’uomo che rinuncia a se stesso inseguendo il dio denaro, come posso non pensare al disastro ambientale che nel siracusano abbiamo scelto in nome di un falso mito di progresso col polo petrolchimico? Non rinunciamo anche noi alla salute per il pane quotidiano che ci avvelena?

xNel nostro viaggio fra agricoltura e malnutrizione, scopro il grande paradosso del Burkina Faso dove non si muore per mancanza di risorse alimentari tout court, bensì per un fatale mix di mancanza di accesso costante alle stesse e ignoranza su come usare ciò che si ha a disposizione. Teoricamente nessuno dovrebbe morire di fame, la malnutrizione potrebbe essere solo un triste ricordo del passato e non una piaga che affligge milioni di persone in tutta la fascia del Sahel. Secondo il Cadre Harmonisé dello scorso novembre, in Burkina Faso attualmente oltre 300.000 persone (che l’anno prossimo potrebbero arrivare a quasi 700.000) soffrono crisi alimentari e, secondo le stime, da giugno 2019 quasi 4 milioni saranno sottoposte a stress alimentari. Quando incontriamo le madri che partecipano alle sessioni di sensibilizzazione, molte si fanno avanti per spiegare che grazie a questi programmi hanno imparato che essere povere non significa necessariamente morire di fame. Sono forti e concrete, mentre parlano. Sono aperte e felici di condividere le loro storie, sono consapevoli di poter fare la differenza. In un caso ci sono anche i mariti che ci accolgono a braccia aperte, ridono, scherzano e si mettono in disparte su due panche laterali distinte da quelle delle donne che sono tantissime.

Devo interrogarmi su molte cose, ma non mentre sono lì. Calpestando la terra rossa e ascoltando le storie che mi vengono affidate, devo liberarmi di ogni filtro che la mia mentalità occidentale impone. Soprattutto, devo cedere al senso di bellezza e di comunione col creato che inonda ogni cellula. In Africa, lungo la route numero tre e al barrage del Giardino delle Donne vedo il primo tramonto della mia vita con i rami dei baobab che come mani si arrampicano per accarezzare il cielo. La sera del 12 dicembre dopo la cena dalle suore di Tougouri vedo il cielo per la prima volta e mi rendo conto di non aver mai saputo niente delle stelle. Di fronte a due uomini di 36 e 40 anni di nome Omar, minatori informali ricoperti di polvere per la maggior parte del tempo, mi chiedo cosa sia la felicità, cosa siano i diritti e che peso abbia la vita. Se Omar mi dice di essere felice facendo quel lavoro, chi sono io per pensare il contrario? Se mi spiega di poter mantenere le sue tre mogli e i loro dieci figli mandandoli a scuola, come potrei contraddirlo? In fondo, anche io devo sembrargli strana con le lauree, i capelli impolverati e l’insolenza di rifiutare la sua proposta di matrimonio per un bizzarro progetto di viaggiare da sola in giro per il mondo. Quando Enzo gli dice che Maria non ne vuole sapere di famiglia, ma vuole vedere il mondo, Omar ha la mia stessa espressione di stupore e sgomento nel vederlo ricoperto di polvere bianca, ma mi augura di cuore di riuscire a realizzare i miei sogni, come io auguro a lui di conservare quella gioia intima e profonda che lo muove. Dopo aver chiacchierato con i minatori, devo abbandonare ogni idea preesistente di felicità. Devo chiedermi se in Omar posso davvero vedere una vittima inconsapevole dello sfruttamento, uno schiavo che non sa nemmeno di esserlo o un artefice del proprio destino che costruisce la sua vita coi limitati mezzi a disposizione. Mi domando se Sankara lo avrebbe considerato uno schiavo che non lotta per la propria liberazione e dunque non la merita oppure un uomo da forgiare per costruire il mondo a venire. Circondata da quegli uomini che mi raccontano la loro idea di libertà, non so davvero cosa sia auspicabile fra un grigio ufficio di una metropoli in mezzo a colleghi incattiviti e capi stronzi e il bianco riverbero della cava puntellata da esseri umani impolverati di ogni età che col sorriso inseguono la loro chimera. So di non sapere. Questo viaggio non serve a trovare risposte, ma a sviluppare nuove domande.

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*Ph. Francesco Malavolta

Tuttavia, sono le donne a incuriosirmi di più. Bellissime, statuarie, perfette nei lineamenti del viso, aggraziate in qualsiasi movimento, con le loro schiene ritte e i vassoi in testa, coi loro figli raggomitolati sulla schiena e altri tenuti per mano, sono il vero enigma di quei giorni. La loro fierezza traspare dai gesti sicuri e dal fatto che spesso prendono la parola o si infilano nelle foto di gruppo. Sono sempre l’unica donna bianca e mi guardano come un’amica mentre mi mettono in braccio i bambini o li svegliano per farli fotografare. Alcuni toccano la mia pelle chiara per capire dove sia il trucco, ma si rassegnano quando capiscono che sono proprio fatta così: bianca! Vorrei tanto sapere cosa sognano quelle donne, mi chiedo il limite fino a cui si possano spingere i sogni: puoi sognare una cosa che non sai nemmeno se esiste?Cosa sono io per loro? Come mi vedono? Sognano anche loro di diventare medici o ingegneri anche se il destino le ha fatte nascere in un villaggio remoto e senza scuole dove l’unica prospettiva è il matrimonio e la nascita di molti figli? Sognano di poter sfamare la propria famiglia, considerando il cibo una benedizione inaspettata? In alcune, poche per la verità, traspare un dolore primordiale che impedisce qualsiasi accenno di sorriso. Lontane, estranee ed impermeabili alla gioia contagiosa della comunità che le circonda, rimangono in disparte come in un bozzolo inaccessibile. Fra loro c’è Salimata che non ride mai, tranne mentre imbraca i suoi due figli per pesarli. Quando la lancetta decreta i progressi fatti dai bambini non più malnutriti, il sorriso diventa quasi una risata prima di scivolare nella distante tristezza di prima. Vedendola per la prima volta, non avrei mai pensato che proprio lei avrebbe preso la parola. E invece è la prima ad alzarsi quando suor Hélène chiede alle madri di affidarmi le loro storie, facendo da apripista per le altre. Benché non avessimo nessuna lingua in comune, ci guardavamo in attesa della traduzione della suora che era con noi, riconoscendoci sorelle e responsabili del reciproco destino.

“Allora tu racconterai le nostre storie?”. Sì. Perché nessuna storia merita di essere perduta.

di Maria Grazia Patania

Da quando abbiamo saputo di Edith Blais e Luca Tacchetto, scomparsi proprio nei giorni in cui ci trovavamo in Burkina Faso, non abbiamo smesso un attimo di pensare a loro che speravano di arrivare in Togo per unirsi come volontari ad una organizzazione attiva in quel Paese. L’unico nostro augurio è che stiano bene e che presto possano mettersi in contatto con le proprie famiglie.