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Io Rondino, Tu Rondini, Lui/Lei Rondina, Noi Rondiniamo, Voi Rondinate, Loro Rondinano.

Fofana mi fa cenno con la mano, mi avvicino e col dito punta un verbo coniugato ordinatamente accanto ad altri. Giocare, Parlare, Suonare. La radice in blu, le desinenze in rosso. “Maestra, ma è giusto?”, mi chiede indicando il neologismo Rondinare. Mi viene da ridere: “Questo verbo non esiste. Rondine è un sostantivo, un nome femminile e i nomi non si coniugano come i verbi. I sostantivi hanno solo maschile o femminile, singolare o plurale”. “Grazie, maestra. Cos’è rondine?”. È un uccello, un “oiseau”. Gli mostro una foto sul telefonino e troviamo l’equivalente francese. “Rondine” diventa la parola del giorno e ripassiamo l’indicativo presente per essere sicuri di non coniugare qualsiasi cosa ci capiti davanti.

Fofana ha 17 anni, viene dalla Guinea Conakry e durante il viaggio è caduto dal pickup dove era stato ammassato insieme ad altre persone. Cadendo si è fratturato moltissime ossa e da allora ha frequenti emicranie, sbatte spesso le palpebre e perde facilmente la concentrazione. Ma questo non scalfisce la sua voglia di imparare. È un ragazzo mite e silenzioso, so pochissimo della sua storia. Un giorno non si presenta a lezione, è malato. Scendo in camera sua e lo trovo tutto rannicchiato sotto le coperte, “Maestra” mi sussurra sorridendo. “Fofana, ma che combini? Guarisci e ti lascio le fotocopie”. “Grazie, maestra. Ciao, maestra”. Lo saluto con un bacio sulla fronte che scotta. Sua madre avrebbe fatto lo stesso. Risalgo le scale col cuore gonfio di nuvole, ma non c’è tempo per i melodrammi. Oggi facciamo l’imperfetto.

Io ho il gruppo intermedio, sono 11, per lo più francofoni della Guinea Conakry, Costa d’Avorio, Mali, e due gambiani a cui puntualmente parlo in francese finché non mi dicono “Maestra, Gambia”. Saryo e Omar sono in assoluto i miei preferiti: sembrano fratelli, ma si sono conosciuti ad Augusta. Sono sempre puntualissimi per la scuola, fanno tutti i compiti e non si perdono nemmeno una parola della lezione. Sulle loro mani, sul collo piccole cicatrici sottili mi ricordano cosa significhi Libia, il luogo che il mio Paese spaccia per porto sicuro senza nessuna vergogna. Omar ha una grafia perfetta, in Gambia andava a scuola e si vede da come muove la mano che impugna la penna. Altri non erano così fortunati e siamo state noi la prima scuola della loro vita.

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*Ph. Francesco Malavolta

Inizio le lezioni di italiano poco dopo Capodanno: fra fine gennaio e inizio febbraio ci sono gli ultimi trasferimenti in struttura. Sono gli sbarchi terribili che coincidono con la Giornata della Memoria, i sopravvissuti sono traumatizzati, molti sono stati ripescati dall’acqua gelida, tutti credevano di morire. Dosso non parla quasi mai, vuole studiare, ma bisogna cominciare da zero. Emilio, un volontario, incolonna lettere e vocali per fargli capire i suoni. B+A=BA; C+A=CA; D+A=DA. Quando c’è mia madre, glielo affido: inforca gli occhiali, sorride come fanno le madri, gli tiene la mano per fare le lettere e rispettare il rigo. Alla fine della lezione, si abbracciano. “Ciao, mamma”. “Ciao, Dosso, mangia e ricopiati gli esercizi”. Quando saliamo in macchina, mi dice sempre la stessa cosa “Io non ci vengo più qua. Poi me torno a casa angustiata, penso alle loro madri… Sarei impazzita a quest’ora”. Ma poi puntualmente torna insieme a me.

Per me migrazione significa questo. Leggo di come non si voglia più accordare la protezione umanitaria e penso a Fofana: dopo il rifiuto, svanirà l’ultima speranza di poterlo curare. Penso alle ruspe e alle promesse spazzatura: Dosso si è volatilizzato dopo l’insediamento del nuovo governo. Lui e altri ragazzi sono scappati per paura di chi dice che li riporterà in Africa, “a casa loro”, benché casa loro non sia un’opzione. A nulla serve rassicurarli parlando di Diritto Internazionale. Loro che hanno vissuto abusi ben al di là di ogni immaginazione sanno che il diritto non vale niente in certi casi. Un colpo sparato a bruciapelo è più risolutivo di qualsiasi convenzione.

Quando si parla di migrazione oggi, si ha la costante impressione di muoversi su un campo minato, di dire sempre la cosa sbagliata. Eppure, basterebbe concentrarsi sulle persone per proteggerle. Mettiamo da parte la politica, l’economia e la propaganda che ogni giorno ci viene propinata. Si tratta di esseri umani, di noi e del nostro mondo. Non stiamo decidendo la politica o l’economia dei prossimi anni. Stiamo scegliendo fra barbarie e civiltà. Stiamo decidendo se vogliamo rinunciare all’illuminismo, a Norimberga e Ginevra, elevare l’ingiustizia a codice di comportamento e affermare che non tutti hanno diritto alla vita. Abbiamo reso opzionale il salvataggio in mare, perso ogni empatia di fronte a chi muore, rinunciato a qualsiasi umanità.

Pensiamo veramente di salvarci lasciando morire gli altri?

di Maria Grazia Patania

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