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Quando sono sbarcato, non riuscivo a tenere dritte le gambe. Mi tremavano. Mi hanno dato un panino, due mele e l’acqua. Erano tutti così bianchi. Mi facevano impressione”, racconta in perfetto italiano Doumbia, ridendo mentre ricorda il suo sbarco. Partito da Bamako e transitato dalla Libia a 16 anni, l’1 maggio 2014 è arrivato ad Augusta dove è cominciata la sua nuova vita. Trasferito per qualche mese nel centro di prima accoglienza per minori stranieri non accompagnati “Scuole Verdi”, passava il tempo giocando a calcio nel campetto vicino, placava gli animi durante le distribuzioni di vestiti e prodotti per l’igiene personale e coi primi 5€ ha comprato un piccolo dizionario francese-italiano.

Augusta è una città in provincia di Siracusa con circa 36.000 abitanti, generalmente è conosciuta per l’inquinamento ambientale causato dal petrolchimico che ha deturpato un ampio tratto di costa e sorge in prossimità del luogo di interesse archeologico Megara Hyblea in totale stato di abbandono. Per decenni, dopo l’installazione del polo petrolchimico, gli abitanti di Augusta, Melilli e Priolo hanno goduto di un sonnolento benessere le cui conseguenze si sarebbero mostrate in seguito: ambiente e salute compromessi dal ricatto occupazionale. Meglio morto che disoccupato.

Qui siamo geneticamente preparati all’idea che qualcuno arrivi dal mare e rimanga con noi per un tempo indefinito durante cui impariamo a cucinare piatti nuovi, scopriamo sapori sconosciuti, piantiamo semi mai visti e arricchiamo il dialetto con suoni o parole dei nuovi arrivati. Gli sbarchi in quest’area ci sono sempre stati, ma dal 2013 sono aumentati esponenzialmente e le scuole verdi di Doumbia hanno costituito il primo vero momento di incontro con la migrazione forzata. Il centro era in una zona densamente abitata, i ragazzi non erano nascosti agli occhi della cittadinanza che si dimostrò solidale coi nuovi arrivati. Ivolontari aumentavano costantemente, davanti al cancello c’erano sempre adolescenti del luogo che superavano con un pallone le fantomatiche barriere culturali, c’era chi portava teglie di lasagne, latte, biscotti e vestiti per i “picciriddi”. Alcune famiglie presero con sé dei ragazzi, alcuni dei quali vivono ancora in città.

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Ph. Francesco Malavolta, porto di Augusta

Quando nel maggio 2014 ho assistito al primo trasferimento di minori cui avevo appena distribuito la colazione, ho dato un sacchetto con acqua e cibo a ciascuno di loro e aspettato di tornare a casa per piangere. Capii che dovevo rinunciare a ogni progettualità, immergermi nel presente ed evitare di pensare al futuro. Quattro anni dopo non ho sviluppato nessun automatismo e niente mi prepara agli addii. Ogni volta mi sento tradita quando scopro che Valdez è scappato senza dire niente per andare in Francia a inseguire il sogno di diventare rapper, che Lancinet ha superato il confine perché la sua famiglia aveva venduto tutto per liberarlo tre volte dai torturatori libici e lui doveva aiutarli. Quando li trasferiscono in altre strutture, almeno c’è il tempo di fare la cena di addio, sistemare il borsone, dare una coperta e i biscotti “nsà mai c’hai fame durante il viaggio”.

Il profilo della città di Augusta è stato per migliaia di persone l’immagine della salvezza, il porto sicuro dopo l’inferno. Nella maggior parte dei casi, ad Augusta si arriva prima di ripartire. In alternativa, si rimane qui fino allo sfinimento fra documenti che non arrivano, quotidiani episodi di razzismo spicciolo, speranze in dissolvenza e crudele burocrazia.

Augusta è diventata frontiera come luogo fisico e immaginario di arrivo, partenza e transito. Vivere la frontiera significa abitare il tempo dell’attesa: si attendono i salvati, si piangono i morti mai visti, si curano ferite in angoli remoti, si soffre l’oltraggiodelle navi lasciate in porto con a bordo esseri umani sotto il sole implacabile, si finge di dimenticare che arriverà l’addio. C’è nei luoghi di frontiera la consapevolezza dell’umanità in cammino: le frontiere sono luoghi fluidi in cui tutto cambia velocemente. Alla vita bisogna trovare un senso più profondo del legame logico di consequenzialità fra causa ed effetto, guardando oltre la contingenza. Se guardassimo alla contingenza, non faremmo nulla: inutile sarebbe istruire i figli arrivati dal mare, superfluo curarli oltre l’emergenza, pericoloso affezionarsi.

Abitare la frontiera significa abitare la storia in un costante esercizio della memoria da costruire e preservare, significa essere in grado di comprendere la vastità degli eventi nel qui e ora, senza il lusso di aspettare che il tempo restituisca senso a tasselli in disordine. Per abitare la frontiera serve un atavico amore per la vita, per la libertà e i suoi figli in cammino e comprendere che in ciascun viaggiatore troveremo la parte migliore di noi stessi.

di Maria Grazia Patania

 

 

 

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