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Why are they doing this to me”. Il messaggio è di Ousman, neomaggiorenne gambiano cui hanno notificato il trasferimento presso il CARA di Mineo come regalo per i suoi 18 anni. Del gruppo di minori a cui ho insegnato italiano fino allo scorso giugno lui è il più piccolo, l’ultimo a uscire dalla sfera di protezione legata alla minore età. Ousman è arrivato a novembre 2017 in Sicilia e subito dopo lo sbarco è stato trasferito ad Augusta dove è rimasto fino alla scorsa estate quando è stato assegnato a una struttura a Scordia (CT). Il centro per minori dove viveva, infatti, per mancanza di fondi e di nuovi arrivi, unita alle fughe volontarie e al raggiungimento della maggiore età da parte di molti suoi ospiti, ha dovuto chiudere e lui è stato portato altrove.

In un anno in Italia, è stato trasferito in tre posti diversi: ogni volta che si abituava a vivere in un luogo, arrivava il momento del trasferimento. Ad Augusta era stato inserito nel corso di alfabetizzazione di sei ore settimanali e seguiva con attenzione le lezioni dei volontari che per altre sei ore la settimana andavano nel suo centro a insegnare italiano. Ovviamente, non era abbastanza e ancora oggi parla con difficoltà. Fra le paure principali alla viglia dei trasferimenti c’è sempre la scuola e la possibilità di continuare a studiare che spesso non viene garantita. Anche la questione emotiva ha una sua importanza perché, vale la pena ricordarlo, non parliamo di pacchi o di oggetti da spostare qui e lì. Parliamo di persone, in questo caso di adolescenti sopravvissuti a ogni tipo di orrore che avrebbero solo bisogno di vivere serenamente, sentendosi al sicuro.

Il raggiungimento della maggiore età per le migliaia di minori non accompagnati che negli ultimi anni sono arrivati in Italia viene vissuto sempre con grande angoscia: spegnere quelle candeline significa entrare in una dimensione nuova che li rende più vulnerabili e comporta la perdita di molte garanzie. A prescindere da ciò che prevede ufficialmente la legge, la verità è che i ragazzi finiscono spesso parcheggiati in centri per neomaggiorenni o -peggio ancora- nei Cas che richiamano il pericoloso universo concentrazionario citato dalla Arendt fra gli elementi tipici di un regime totalitario. C’è poco da sminuire e sottovalutare rispetto ad un simile parallelismo e chi lo fa probabilmente preferisce cullarsi nell’illusione di sicurezza piuttosto che cogliere i pericoli che viviamo ogni giorno.

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Nel 2017, l’86% dei migranti sul territorio italiano si trovava all’interno di CARA o Cas, mentre gli Sprar registravano cali significativi prima di essere quasi completamente smantellati a causa di una precisa strategia politica che, negando i fondi, nega ogni forma di accoglienza positiva. Per definizione, un Cas è un centro per l’accoglienza straordinaria dove andrebbe a stare chi per motivi di sovraffollamento non trova posto in strutture di prima accoglienza e per il tempo necessario a presentare richiesta d’asilo prima di andare in un centro per la seconda accoglienza. Rispondendo alla logica emergenziale che domina la gestione dei flussi migratori, dietro i Cas e i CARA non c’è alcuna progettualità: le persone vengono abbandonate al loro interno senza un percorso formativo, senza crescita professionale né opportunità di apprendere la lingua e con altissime probabilità di finire per strada. Gli esseri umani diventano silenziosa fonte di guadagno per i gestori di questi centri, come confermato dalla “pessima esperienza che complessivamente ci consegna l’analisi delle strutture straordinarie”. “Il mio Cas si trova in campagna, non c’è niente intorno e non mi danno nemmeno l’acqua da bere. Devo andare a comprarla io coi miei soldi. Non imparo l’italiano perché al centro parlano solo in dialetto”, confessa Fofana, anche lui neodiciottenne del Gambia.

Dal 2014 al 2017, si è continuato a definire “emergenza” un fenomeno strutturale come quello delle migrazioni per nascondere l’inettitudine di chi dovrebbe gestirle razionalmente. Il Piano di Integrazione Nazionale del Ministero dell’Interno afferma che “la strategia di integrazione italiana deve essere sostenibile. Questo è possibile solo se la presenza degli stranieri è equamente distribuita sul territorio nazionale”, favorendo quindi “modelli di accoglienza diffusa” e rafforzando il modello SPRAR. Tuttavia, la prassi va in una direzione opposta e, secondo l’ISPI, “Se nel 2014 circa un migrante su 3 era ospitato nelle strutture SPRAR, adesso la proporzione è di uno su 7”.

Un elemento spesso trascurato è proprio il fatidico passaggio alla maggiore età. Secondo la burocrazia, nel giorno del 18esimo compleanno si perde il diritto di stare in una struttura per minorenni che, a sua volta, non ha nessun obbligo di tutela fino al trasferimento. Da quel momento, la struttura smette di percepire la diaria giornaliera che spetta pro capite agli ospiti e il neomaggiorenne diventa un fardello di cui liberarsi. Si spiegano anche così i tanti ragazzi che finiscono in strada senza troppi preamboli e che diventano facili prede della criminalità o fantasmi di cui parlare per affrontare la questione del decoro urbano. Ad Augusta, primo porto di sbarco per anni, ci si è cimentati spesso in questo vile esercizio ai danni dei più vulnerabili e si è proceduti all’unica soluzione che sanno applicare le amministrazioni incapaci: sgomberi. Improvvisamente, dei materassi nell’androne di un palazzo sono diventati il simbolo della lotta per il decoro cittadino: nessuna parola sui diritti di quelle persone, nessun interrogativo sul perché si trovassero a vivere lì, nessuna preoccupazione su cosa ne sarebbe stato dopo lo sgombero. Per una volta, maggioranza e opposizione convergevano quasi interamente su qualcosa: eliminare la presenza di quei ragazzi che creavano degrado. Che quei ragazzi venissero da Mineo (dove vivevano in condizioni al limite del disumano) o da Siracusa (dove erano finiti in strada appena diventati maggiorenni) non è interessato a nessuno.

Questo è il Paese in cui viviamo, un paese governato da incapaci che non hanno idea di come gestire le sfide attuali che, per inciso, non sono l’economia, la politica o i migranti. Le sfide attuali riguardano la nostra umanità. Il pericolo non sono i migranti, bensì la barbarie incombente che stiamo scegliendo come nostro destino. I migranti rappresentano un capro espiatorio perfetto per opporre i penultimi agli ultimi, ma non è cancellando i loro diritti che recupereremo i nostri. Non è negando l’acqua da bere a Fofana che renderemo migliore il luogo dove viviamo, né deportando Ousman in una struttura affollata e dimenticata nel nulla che diventeremo padroni del nostro futuro. Tuttavia, fino a quando le cose non cambieranno, qualcuno dovrà trovare il modo per spiegare a Ousman che portarlo a Mineo non è un gesto contro di lui, ma una semplice casualità dettata da una burocrazia che non l’hai mai guardato in faccia, ma pretende cieca obbedienza.

di Maria Grazia Patania

 

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