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Tutto è cominciato  a inizio febbraio, mentre ero in Portogallo. Tornando non ho trovato Alì e solo davanti all’evidenza della sedia vuota ho saputo la verità. Nessuno aveva avuto il coraggio di dirmelo mentre ero lontana. Alì, il gigante buono. Alì, col cappellino da super man che sorride sempre e impara velocemente. Alì che balla scatenato sul sagrato del Duomo di Augusta con l’inseparabile cappellino rosso e blu durante la festa di carnevale. Alì, 17 anni, maliano, è scappato per rincorrere il futuro per cui ha rischiato tutto.

Di nuovo ritorna la triste realtà degli addii a cui non ci si abitua mai. Questa volta però è lui a scegliere di andarsene. Senza dire una parola, un giorno parte e poco dopo scriverà dalla Francia. Come sia riuscito ad arrivare resta un mistero. Da quel momento le cose cambiano velocemente e ad aprile arriva il primo grosso trasferimento di neo diciottenni: ne vengono trasferiti dieci in un colpo solo. I corridoi diventano silenziosi, il morale è a terra e noi che siamo rimasti qui ci chiediamo chi sarà il prossimo. E quando.

La prima volta che sono entrata ad Albachiara era inizio gennaio ed era una confusione di voci, di musica, di ragazzi provenienti da vari paesi dell’Africa fino al Pakistan. La prima volta che ho provato a fare lezione sembravamo un gruppo di squinternati: loro numerosi e attentissimi davanti a me che avevo solo una piccola lavagna ad aiutarmi e nessun pennarello funzionante a disposizione. Da quella prima volta fino a giugno erano cambiate molte cose: avevamo creato 3 gruppi per vari livelli di conoscenza della lingua, altri volontari si erano uniti e, appena mi vedevano arrivare, i ragazzi si chiamavano a vicenda ripetendo “scuola, scuola!”

Ora è rimasto solo Cima ad Augusta, gli altri sono stati tutti portati via. Saryu è l’ultimo ad andare via. Lo sapevo che sarebbe successo, ma niente prepara a questo tipo di addii. Niente cancella questo terribile senso di ingiustizia. Quando mi scrive su whatsapp per dirmelo, piango. Ma gli chiedo solo se gli va di venire a cena dalla mamma. La mamma è la metafora di tutta la famiglia e la presenza più necessaria di tutte. La mamma è l’unica àncora di salvezza, l’unico riparo dal naufragio del cuore, l’unica medicina possibile di fronte alla malattia degli addii forzati.

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*Ph: Francesco Malavolta, agosto 2018 dopo la chiusura ufficiale del CPA Albachiara di Augusta

Dopo quattro anni di migrazione vissuta ogni giorno, in ogni angolo della mia vita ho capito che migrazione significa ingiustizia. Significa dolore, perdita, frustrazione. Ma soprattutto ingiustizia.

Io sono stanca di vedermeli portare via come pacchi. Sono stanca di inventare bugie e storie a lieto fine che tanto non si avverano. Sono stanca di dire “non preoccuparti” quando io sono terrorizzata perché fatico a riconoscere il mondo bestiale in cui vivo. Se quattro anni fa, avevo la speranza. Adesso a poco a poco mi stanno togliendo anche quella.

Questi figli li abbiamo curati, educati, inseriti in qualsiasi progetto potesse evitarne l’isolamento, abbiamo insegnato loro la nostra lingua nella speranza che imparassero a usarla in modo gentile. Io non ho insegnato italiano per pietà o per lavarmi la coscienza. Ho insegnato italiano perché credo che la conoscenza sia l’unico modo per salvarci tutti insieme: non rimanere ignoranti è l’unica speranza che ci resta. Far sì che loro riescano dove noi abbiamo fallito. Consegnare uno strumento potente come la parola affinché venga usata per costruire il mondo migliore che vedo allontanarsi ogni giorno, ma che con tenacia dobbiamo continuare a perseguire.

Non sono andata al centro di prima accoglienza per pietismo, buonismo o altre parole vuote. Sono andata da loro per un prepotente senso di ingiustizia che non si arrendeva nemmeno all’evidenza delle fughe volontarie dettate dalla disperazione o dai trasferimenti. Tre volte a settimana per mesi, sono stata con loro. Li ho rimproverati come fossero figli miei, ho ascoltato la voce delle loro madri dall’altro capo del telefono, ho pianto il loro dolore e assorbito il veleno dei loro racconti di torture e violenze. Mi sono illusa che la sera le loro famiglie potessero andare a dormire con un sorriso pensando che i loro figli stavano studiando. Mi sono illusa che saremmo durati insieme e che qualcosa di positivo l’avremmo fatta insieme. Come ogni storia di amore, quando inizia non si pensa mai alla fine. Non la si prende nemmeno in considerazione. Durerà, mi ripetevo. Questa volta durerà sicuramente. Ho fatto progetti, ho tentato di seguire un programma per far imparare la lingua italiana con meticolosità.

Non so se quelle lezioni siano servite per sciogliere la loro lingua, per aiutarli con le parole del paese dove vivono adesso. Ma so con certezza che quelle lezioni sono servite a me per salvarmi da un abisso di impotenza e dalla pericolosa gabbia del “io non posso farci niente”.

Io posso farci tutto.

di Maria Grazia Patania

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