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Ho lasciato la Guinea quattro anni fa per un problema in famiglia: la causa principale è stata la separazione dei miei due genitori quando avevo solo due anni. Dopo la loro separazione sono rimasto con mia madre e la sua famiglia per qualche anno. Poi mi sono trovato a casa di mio padre per andare a scuola nel 2007, ma nel 2013 sono stato cacciato via perché non potevo permettermela.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Nel frattempo mio padre si è risposato con una donna che viveva con noi da quando ero ritornato da lui. Questa donna era felice di stare con mio padre, ma non che ci fossi anche io perché non mi ha mai considerato figlio suo o di suo marito. Non mi dava nemmeno da mangiare e mi faceva lavorare tutto il giorno. Mio padre avrebbe potuto farmi andare a scuola, ma con la complicità della sua nuova moglie non ha fatto nulla per i miei studi. Verso la fine del 2013 ho deciso di allontanarmi dalla mia famiglia per raggiungere mia madre in Senegal dove si era risposata con un alto uomo. I figli del nuovo marito di mia madre non andavano d’accordo con me e mi trattavano come un bastardo, così mi sono deciso ad andare altrove. Sono andato da un mio amico pescatore che mi ha insegnato la pesca, ma non osavo avventurarmi in mare perché avevo paura. Così il mio amico ha cercato un lavoro per me come giardiniere e per due anni ho fatto questo mestiere molto pesante. Ho sofferto molto finché il mio amico mi ha detto di smettere perché mi avrebbe fatto male nel futuro dato che ero troppo piccolo per quel tipo di lavoro.

A quel punto, ho deciso di lasciare il Senegal per il Mali attraversando anche Burkina Faso, Niger e Libia, dove ho trascorso un anno prima di ritrovarmi in Italia. Grazie a Dio ho realizzato il più bel sogno della mia vita: essere sul territorio italiano. Arrivato al porto di Augusta, sono stato ben accolto e mi hanno portato nel centro dove vivo ancora adesso con delle persone che si occupano molto bene dei miei documenti e di tutto il resto.

Abdullah, 17 anni, Guinea (Conakry)


Abdullah durante le lezioni di italiano era uno dei più motivati, intelligenti e veloci nell’apprendimento. Il suo punto forte erano i verbi: era una scheggia a coniugarli. Ogni tanto non veniva perché aveva mal di testa e quando gli chiedevo come mai, mi rispondeva che aveva troppi pensieri dentro. Un modo come un altro per comunicarmi che è molto semplice parlare di scuola per chi ha una vita ordinata e un futuro che non fa paura davanti a sé.

L’effetto del disastro umanitario che stiamo consentendo ogni giorno anche sulla terraferma ha fra le conseguenze più penose il senso di disfatta che provano questi ragazzi man mano che si rendono conto che qui non c’è posto per loro. Potrei dirlo in molti modi, ma la realtà è questa: capiscono che il sogno che li ha mantenuti in vita finora è pura illusione. Alle prime lezioni erano tantissimi, poi col passare del tempo e degli esiti negativi delle commissioni la motivazione diminuiva. Sempre più hanno cominciato a sentirsi intrappolati in un limbo senza speranza che contagiava anche noi. Perché avrebbero dovuto imparare l’italiano se tanto qui non li vuole nessuno? Perché sforzarsi di imparare la lingua di un paese che fa capire loro in ogni modo di non essere graditi? A quel punto, siamo diventati sempre meno, alcuni sono andati via verso altri paesi nella speranza di avere più chance e noi siamo rimaste qui nella speranza di poter ancora essere utile a chi decideva di restare.

Di Maria Grazia Patania

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