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Diciassette anni fa, per la prima volta, è stata celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato al fine di sensibilizzare sulla situazione dei rifugiati a livello mondiale e far comprendere cosa significhi dover abbandonare la propria casa per motivi di guerre, persecuzioni, violenza diffusa e conflitti. In questa giornata si moltiplicano gli eventi mirati a far conoscere la condizione di rifugiati e sfollati interni nel mondo, ma nessuna di queste edizioni o iniziative sembra essere stata utile per evitare l’aumento esponenziale del livello di barbarie da parte dell’opinione pubblica.

Non solo siamo indifferenti alla sofferenza di milioni di persone costrette a lasciarsi tutto alle spalle nella speranza di sopravvivere, ma l’abbrutimento attuale rende quelle stesse persone il capro espiatorio perfetto per la massa di frustrati ed emarginati che preferiscono accanirsi sull’anello più debole di un meccanismo che in realtà schiaccia tutti e tutte.

In Europa in seguito all’intensificarsi dei flussi migratori in arrivo da Africa e Medio-Oriente a partire dal 2013, dopo una primissima fase in cui sembrava prevalere un approccio umano, si è passati alla più becera propaganda politica che ha trasformato le persone in numeri, i migranti in criminali o usurpatori del nostro benessere e ha annientato qualsiasi conquista realizzata in termini di diritti e tutele dal dopoguerra ad oggi. Il capolavoro dello sciacallaggio politico e giornalistico è stato quello di privare di un volto ciascuna delle persone in fuga, ammassandole in statistiche e numeri privi di contesto.

Non persone che hanno diritti e dignità, ma masse informi buone solo ad alimentare paure e stereotipi.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Tuttavia, arrivare dove siamo oggi non sarebbe stato possibile senza la complicità di ciascuno e ciascuna di noi. Fagocitati dalle nostre vite frenetiche, assorbiti dai problemi quotidiani e storditi dalla propaganda, rinunciamo a riflettere e a sentirci parte attiva di un sistema che sembra fluire indipendentemente dalla nostra volontà. Ed è li la vera vittoria di populisti, razzisti e xenofobi: il nostro silenzio, la nostra acquiescenza, la nostra inerme accettazione dello status quo e l’implicita rinuncia a combattere le ingiustizie.

Quando diciamo “non possiamo accoglierli tutti”, chi pensiamo di escludere? E poi… tutti chi? Chi sono tutti?

Quando diciamo “aiutiamoli a casa loro”, siamo solo ipocriti. Dov’è casa loro? Esiste? Lo sappiamo? Perché non troviamo almeno il coraggio di dire che vogliamo lavarcene le mani purché non vengano qui a disturbare le nostre vite?

Quando diciamo “accogliamo solo i profughi”, lo sappiamo che un profugo non arriva con lo status di rifugiato scritto sulla fronte ma deve sostenere una trafila legale che oggi sembra sempre più precaria? Lo sappiamo che cosa comporta fare domanda di asilo o richiesta di protezione umanitaria? Abbiamo idea di quanto tempo ci voglia? E che durante quel tempo le persone languono in un limbo burocratico che toglie loro ogni speranza? Ci rendiamo conto che questa stessa trafila è stata recentemente messa in discussione con tentativi di eliminare o abbreviare i ricorsi?

Quando dividiamo fra profughi e migranti economici, cosa stiamo dicendo esattamente? Stiamo dicendo che se scappi dalla guerra, forse ti accogliamo, mentre se a casa tua muori di fame, di sete o sogni un futuro migliore, a noi non importa nulla. La prerogativa dell’ascesa sociale è nostra. Noi possiamo spostarci e fare i cervelli in fuga, voi no. Voi non lo meritate perché siete nati nel posto sbagliato, lo stesso da cui verosimilmente attingiamo risorse da usare a “casa nostra” o che abbiamo eletto a discarica di ciò che ormai non ci serve.

Quando supportiamo tesi quali “apriamo dei centri in Libia e selezioniamo lì chi deve arrivare in Europa”, pensiamo forse a dei provini tipo Grande Fratello? Ci immaginiamo la Libia come un posto di sabbia dorata e dune punteggiate di palme rigogliose? Fino a che punto ci ostiniamo a ignorare in che condizioni versa il paese? Fin quando continueremo a esternalizzare le frontiere della Fortezza Europa sempre più a sud, facendo affari con qualsiasi dittatore ci capiti a tiro purché ci prometta di raggiungere l’obiettivo “sbarchi zero”. E cosa facciamo con le migliaia di uomini, donne e bambini bloccati in Libia che non passeranno il provino per l’Europa? Che ne sarà di loro?

Quando gioiamo di 629 sopravvissuti costretti a 10 giorni di navigazione per toccare terra in un porto sicuro, che tipo di vittoria stiamo festeggiando? In che modo abbiamo reso il mondo un posto migliore?

Quando assistiamo alla sistematica violazione dei diritti umani, perché non sentiamo la necessità di opporci in qualsiasi modo? Quand’è che ci sembrerà “troppo tardi” e ci sentiremo costretti a prendere posizione? Quando capiremo che in determinati momenti storici il silenzio, l’indifferenza e il menefreghismo sono precise scelte che connotano da che parte stiamo?

Quindi in questa diciassettesima edizione della Giornata Internazionale del Rifugiato abbandoniamo  categorie e fattispecie legali per concentrarci sull’unica essenziale verità: siamo esseri umani e ogni essere umano ha diritto a vivere in pace, a sognare un futuro migliore e a trovare ospitalità nel luogo in cui arriva. Esercitiamo la fantasia e proviamo a pensare a cosa faremmo noi se la nostra casa diventasse un luogo insicuro e mortale.

Fuggiremmo, questo faremmo.

di Maria Grazia Patania

 

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