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Da quando anche le scuole clandestine sono chiuse vado col vecchio a raccogliere carta e cartone. Ci pagano in semi di zucca e legumi secchi, sempre troppo pochi. Raccogliamo anche oggetti che possono essere riutilizzati: vecchie scarpe, pezzi di coccio, contenitori di plastica. Magari una macchina da cucire può diventare una piccola màcina, una canna da pesca può farsi stampella e una caffettiera, con qualche sapiente modifica, potrebbe essere utile a distillare un po’ d’alcol dalle radici che ancora crescono in questa terra dura, piena di sale e polverosa.
Questa infinita landa rossa è l’unica cosa che si vede dalle poche alture della regione.
Terra e polvere a perdita d’occhio mentre io e il vecchio alziamo piccole nuvole intorno ai nostri piedi scalzi.
Rame non se ne trova più da anni. È come l’acciaio ma di un colore tra l’oro e il marrone, dice.

Com’è l’oro?

Oggi dobbiamo andare a prendere l’acqua, ché è finita. Abbiamo sistemato le taniche di plastica e i bottiglioni e i fiaschi sul carretto arrugginito.
Dice che l’ha fatto suo padre assemblando pezzi di un vecchio letto in ferro battuto. È proprio vero che la roba di una volta dura più a lungo, dice senza emozioni; poi sputa sulla sabbia tutta incrostata di sale.
Anche se a rilento, il carretto va che è un piacere purché qualcuno lo spinga.
Questo è il mio compito: portare il carretto fino alla fonte, riempire i contenitori e passarli al vecchio che li incastra, li ammassa e li lega con una lunga corda elastica. Fissa i ganci della corda al ferro rugginoso e si riparte.
Giro il carretto (che ora è parecchio più pesante) e avanti così, un passo dopo l’altro. Non so quante volte dovremo percorrere questo tragitto. Io non faccio domande e obbedisco.
Devo portare rispetto, dice mamma.
Si sa come sono i vecchi, raccontano sempre un sacco di storie e, man mano che li ascolti, ti accorgi che le storie son sempre le stesse eppure ogni volta diverse.
I vecchi sono così, aggiungono qualche particolare o si ricordano di un nome che la volta prima proprio non veniva loro in mente.
Io spingo il carretto e ascolto, senza interrompere.
Per raggiungere la fonte ci tocca attraversare quella che prima era una città. Una di quelle città grandi di cui resta solo lo scheletro, come la carcassa di un cane che non è sopravvissuto al deserto e che, a un certo punto, si abbandona senza un padrone che lo esorti a respirare e camminare, andare avanti.
Camminiamo, tra cumuli di macerie, attraverso quelle che un tempo dovevano essere piazze o strade.
È incredibile come il paesaggio cambi restando pressoché immobile, cristallizzato nell’abbandono.
Il vecchio mi ha giurato che stiamo camminando nel letto di un fiume. Ci veniva a pescare da bambino.
Io, i fiumi li ho visti solo in fotografia e anche mia madre.
Il vecchio deve essere parecchio più anziano di quanto sembra.
Gli chiedo com’era la città, prima che tutto seccasse. Prima che ogni cosa morisse. Quando c’erano i colori e gli animali vivevano in armonia con l’uomo.
Il vecchio mi risponde che l’uomo non è un animale capace di armonia e, guardando la desolazione del deserto che ci circonda, sputa ancora una volta sulla sabbia indurita dall’aria calda che spira verso il basso prosciugando l’acqua sino in profondità. Ho l’impressione di camminare sul coperchio di una immensa scatola di sabbia.

Metto un passo davanti all’altro e provo a distrarmi dalla fatica ma le mani fanno male strette intorno ai manici ossidati del carretto. Il vecchio deve averlo capito perché, dopo essersi schiarito la gola un paio di volte, riprende a raccontare. Sa che non possiamo fermarci, lo so anche io, ma apprezzo il suo tentativo di distrarmi.

Una volta, tanto ma tanto tempo fa, il nostro paese faceva parte della regione più ricca del mondo.
L’acqua arrivava nelle case e usciva dai rubinetti: bastava girare una maniglia e ci si poteva fare addirittura il bagno in grandi vasche chiare e lucide, colme di acqua calda e limpida, tanto cristallina da far apparire i piedi e le braccia e ogni cosa ci venisse immersa, ingrandita. Non avevo idea che l’acqua fosse trasparente.
In passato, dice il vecchio, le persone avevano a disposizione tutto il cibo che desideravano ma andavano comunque a lavorare però si trattava di lavori che permettevano loro di guadagnare denaro e non legumi secchi o semi di zucca. Molti lavoratori stavano seduti tutto il giorno e non sudavano nemmeno.
Coi soldi ci si poteva comprare il cibo: carne, frutta, verdura e dolci già fatti. Si potevano comperare anche i vestiti. Il vecchio dice che le persone davano molta importanza agli abiti e al cibo.
C’erano i negozi. Si entrava in questi posti e, in cambio di denaro, si potevano comprare le cose di cui si aveva bisogno. Per un pezzo di carta magari portavi a casa chili di verdura, o carne addirittura; oppure potevi scegliere quali vestiti comprare: ce n’erano in quantità e in varietà di ogni colore.

Anche bronzo?
Anche oro.

I tessuti erano diversi, ce n’era uno chiamato “seta”; da quello che ho capito era molto pregiata e prodotta da grosse larve ma, nonostante fosse fatto da animali senza le mani, era molto leggera e sottile e delicata.

Ora che ci penso, una volta la nonna raccontava di quanto fosse grande il mobile in cui sua madre teneva gli indumenti. Ne aveva a decine e di ogni colore. Tutti nuovi, mai indossati da altri.

Ora, invece, andiamo a caccia e passiamo le giornate in cerca di frutti o germogli sugli alberi e radici, insieme a qualche lumaca o larva, sottoterra.
Speriamo non si tratti delle larve che sanno fare la seta.
Quando il sole calava, il mondo non restava al buio perché piccole luci iniziavano a brillare sulla sommità dei pali che costeggiavano le strade. Enormi fiammiferi che non si estinguevano mai. L’idea che le strade fossero illuminate anche di notte mi pare più vicina alla stregoneria che alla scienza ma se lo dice il vecchio, ci credo.
All’epoca le persone non si muovevano quasi mai a piedi e solitamente lo facevano comunque per svagarsi, nel tempo libero. C’era un liquido chiamato petrolio che, da quello che m’è parso di capire, veniva utilizzato per far muovere le automobili e gli aerei. Anche le navi.

Una volta – dice il vecchio asciugandosi la fronte – i viaggi si facevano per piacere.
Ora, invece, se qualcuno parte speri solo che arrivi a destinazione. Nessuno torna.

Il vecchio dice che, verso la fine del secolo (lui non era ancora nato ma suo nonno sì), gli stati del mondo occidentale finirono per annientarsi a vicenda.

Molti missili vennero lanciati dall’Asia verso gli ex Stati Uniti d’America mentre altri razzi vennero fatti esplodere negli ex Stati Uniti d’Europa.
Nel giro di qualche anno gli abitanti del mondo occidentale dovettero fare a meno dell’acqua corrente perché le falde erano avvelenate dai gas sprigionati dalle armi.
Tutti furono poveri all’improvviso e coloro che, pur vivendo in Europa, erano originari del sud del mondo, fecero i bagagli per tornare nelle loro terre.
Se i loro paesi erano troppo devastati dalle guerre passate o se erano divenuti irraggiungibili a causa della guerra in corso, puntavano verso l’Africa occidentale in un serpentone di fagotti, bagagli mal rattoppati, vecchi mobili e materassi.
Fu così che in Africa si raccolsero più o meno tutte le etnie ancora esistenti sulla terra. Si dice che ci fossero anche degli armeni.
Il vecchio dice che gli armeni sono abitanti di un posto che non esiste.

Come gli ebrei?
No.

Poi continua a raccontare, tiene lo sguardo lontano, gli occhi semichiusi per il riverbero della luce contro un cielo tanto bianco da essere l’unica cosa candida in questo posto di fango e polvere.

Il continente africano quindi si ripopolò e si liberò delle vestigia lasciate dal colonialismo nei secoli passati.
Per molti anni gli africani bonificarono le terre e i laghi dai rifiuti lasciati dagli americani e dagli europei. Smantellarono le cattedrali nel deserto lasciate lì dagli asiatici e smembrarono le navi che avevano saccheggiato i loro mari, dissotterrarono le scorie e i rifiuti tossici che per secoli i paesi più ricchi avevano nascosto sotto il manto delle loro strade.

I secoli di migrazioni, le guerre e le epurazioni avevano decimato la popolazione maschile per cui restavano pochi uomini ed erano per lo più anziani decrepiti o poppanti.

L’amministrazione delle città, ma anche dei più piccoli villaggi, venne affidata alle donne finché, tra tutte, una voce si alzò più alta e chiara, più giusta e limpida delle altre. Quella voce non aveva sete di vendetta. I suoi ventitré figli erano morti in guerra.

Che guerra? Domando.
La guerra degli altri, dei ricchi che per diventare più ricchi mandano i poveri al macello.

La donna aveva imparato a leggere da sola facendo affidamento su mezzo volume di una vecchia enciclopedia francese. Aveva poi tradotto nella sua lingua ciò che aveva imparato. Poiché la sua lingua veniva tramandata solo in forma orale, capì che ciò che aveva fatto fino ad allora non sarebbe bastato per salvare il suo popolo.
Raccolse le rappresentanti di tutte le città, di tutti i villaggi e, insieme, si chiusero nella grande Moschea Celeste.
Gli uomini non si opposero perché dio era ormai un lontano ricordo, un contenitore vuoto. Quasi nessuno lo ricordava e in pochi si domandavano ancora se fosse mai esistito.

Facciamo una pausa. Beviamo dell’acqua dal piccolo fiasco che abbiamo riempito per il viaggio.
Vorrei usarne un goccio per rinfrescarmi le mani tutte impastate di sudore e terra ma quasi non mi azzardo a pensarlo.
Il vecchio siede su un lato del carretto. Punta le mani sulle ginocchia e chiude gli occhi per proteggersi dalla luce accecante. Poi mi guarda tra le ciglia e dice che il motivo di un litigio, ciò che ci muove allo scontro, viene dimenticato una volta che ci si è battuti: per questa ragione lo chiamiamo pretesto.
Ho ripetuto la frase tra me e me per tutto il tragitto: devo ripeterla alla mamma perché me la spieghi. Non voglio fare troppe domande, non voglio interromperlo perché poi non rammenterebbe più cosa stava raccontando prima e lascerebbe i ricordi a metà.

Lo faccio proseguire e riprendo a spingere il carretto in silenzio, guardandolo quando si ferma ad asciugarsi il sudore per prendere fiato. Ha, infatti, il respiro affannato: alla sua età deve essere faticoso parlare e camminare, fare le pause giuste e non affannarsi.

Le donne rimasero chiuse nella moschea per anni – prosegue dopo uno sbuffo.
Nessuno poteva entrare, disturbare in qualche modo l’azione costituente di cui si erano fatte carico.
Finalmente, un mattino, il grande portone venne spalancato. I primi a uscire furono un paio di uccelli dalle piume grigie e dalle zampe molto lunghe.
Una ad una, le donne si dileguarono senza troppe cerimonie e portando con sé sacchi colmi di matite e carta.
Il vecchio dice che una volta la carta era bianca e veniva tagliata in fogli che le persone consumavano senza limiti, come fossero certi che le riserve non si sarebbero mai esaurite però, mi ha anche spiegato, le riserve della carta sono gli alberi e quelli non sono inesauribili. Ora che ci penso, l’unico albero che conosco è quello del villaggio.
Ognuna delle donne tornò al proprio paese dove venne intrapresa la costruzione di complessi scolastici con grandi aule nelle quali i più saggi e istruiti cominciarono a insegnare.
Prima furono insegnati i fondamentali; poi la confederazione di villaggi e paesi e città mise a disposizione i saperi di ognuno per avviare un programma di istruzione di secondo livello e così vennero formati nuovi insegnanti ma anche infermieri, medici, fabbri, giuristi, carpentieri, meccanici e contadini, allevatori, giardinieri.
La conoscenza portò grande entusiasmo nell’animo degli africani poiché tutti avevano visto coi propri occhi quanto si poteva realizzare per il bene comune, considerando ogni uomo come un fratello.

In quei mesi di rinascita, tanti alberi vennero piantati: ogni albero veniva da un seme, il seme germogliava nel terreno che, a differenza di questa sabbia rossa e sterile che si fa strada nei miei bronchi, era grasso, morbido, umido e odorava di ferro e muffa.
Conservato nella penombra del sottosuolo, il seme si schiudeva e, aprendosi, cresceva. Inizialmente provava a bucare lo strato di terra con le sue foglie più tenere, poi, sempre più forte per via dei nutrienti del terreno, si ergeva nell’aria già sensibilmente più fresca rispetto all’alito del deserto che aveva mangiato l’Africa come un cancro ceruleo e inesorabile. Seme per seme, germoglio dopo germoglio, il Continente si coprì di un manto verde. Persino sulle pietre era tornato a crescere un muschio molto odoroso che i locali chiamavano kubemba[1] per via della sua morbidezza.

Intanto erano sempre più numerosi i bianchi che sbarcavano sulle coste dell’ex Libia, alla ricerca di una nuova vita.
Le zone costiere di quella scatola di sabbia disponevano di risorse insufficienti ad assistere tutti i rifugiati in arrivo.
Tanti di loro morivano in mare perché i mezzi di fortuna con cui si affidavano al Mediterraneo, affondavano tra le onde o si schiantavano contro gli scogli invisibili di notte.

Mamà Grande, così nel frattempo avevano iniziato a chiamarla, si recò sulle coste dell’ex Libia dove era stata invitata dalla Mamà del posto.
Arrivata al vecchio porto in cui i bianchi venivano accolti, rimase impietrita dallo spettacolo disumano che le si presentava.

Peggio di come viviamo ora e qui? – penso. Lui sembra avermi letto nel pensiero e abbozza un ghigno. S’interrompe un attimo e cambia tono. Diventa grave ora, il vecchio.
Poi continua:

I suoi avi erano stati deportati, secoli prima, negli ex Stati Uniti d’America dove erano stati usati come bestie da soma nei campi di cotone e tabacco. Molti di loro erano stati uccisi, linciati, impiccati. Altri erano stati liberati e dopo molto tempo si erano fatti una famiglia e avevano preso il proprio posto nella società, ma i tempi bui non erano finiti. Molti di loro continuavano a essere uccisi perché scambiati per malviventi.
Tanti altri, tempo dopo, iniziarono a fuggire in Europa poiché gli ex Stati Uniti erano diventati irraggiungibili.
Molti morivano durante il viaggio, poi si perdevano tra i buchi della rete del malaffare nei paesi che li ricevevano. Tanti europei non conoscevano il valore dell’accoglienza e li facevano sentire indesiderati, dei reietti: rifiuti inutili di una società che non aveva spazio per loro. Tanti morivano di stenti, tanti vennero cacciati, tanti vennero rinchiusi e poi deportati finché non si scatenò un effetto domino in tutti i paesi che costituivano gli ex Stati Uniti d’Europa.
Il vento dell’odio iniziò a soffiare dalla ex Francia e, piano piano, riaccese i focolai del razzismo.
Si trattava di una malattia che trasformava le insicurezze e l’ignoranza in odio verso chiunque fosse diverso, mi spiega il vecchio.
I più malati vestivano sempre di nero e avevano le teste rasate: amavano ricordare e celebrare tempi lontani in cui dei folli sterminarono persone innocenti sulla base di teorie pseudoscientifiche.
Era strano, pensava Mamà Grande che non aveva studiato la Storia dell’Europa, vedere come delle teste rasate celebrino lo sterminio di gente talmente uguale da avere anche lo stesso taglio di capelli.
Le avevano parlato, infatti, di un tempo in cui milioni di persone erano state eliminate fisicamente da altre persone, spesso connazionali.
Mamà Grande non si stupiva troppo di quelle azioni poiché aveva osservato come nella Storia, gli olocausti si ripetessero ciclicamente.
Così, infatti, era avvenuto successivamente anche per i milioni di rifugiati che raggiungevano l’Europa nel Duemila.
Dopo anni di intolleranza ideologica, si era passati alla fase dell’eliminazione fisica.
Il flusso di esseri umani veniva indirizzato verso centri di detenzione temporanea; da lì, con ponti aerei, venivano deportati nelle galere libiche dove, quasi sempre, trovavano la morte. Se non morivano in carcere, nell’arco del primo anno di detenzione, venivano sfruttati fino all’ultima goccia di vita all’interno di campi di lavoro. I cadaveri venivano bruciati dentro a grandi fosse, nel deserto dove nessuno poteva vedere le montagne di corpi, ne’ sentire l’odore di carne bruciata.

Sulla riva libica, Mamà Grande osservava grappoli di braccia bianche e gambe bianche e facce bianche ammonticchiate sull’ennesima nave arrugginita e fatiscente che entrava in porto.
Scuoteva la testa, Mamà Grande.

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Ph. Copyright Valentina Tamborra. Chokora – Il barattolo che voleva suonare

Nel giro di poco, le coste africane si saturarono di bianchi sporchi, smunti, pieni di pidocchi e terrorizzati.

Il Consiglio, riunito nuovamente nella Moschea Celeste, dopo giorni di scontri giunse a un accordo per far fronte all’emergenza umanitaria: non potevano continuare a ignorare il fatto che centinaia di migliaia di persone stavano morendo di stenti quando l’Africa aveva tanto da dare a tutti in egual modo.

Non fu semplice giungere a un’intesa.
Alcuni capi villaggio non avevano dimenticato le angherie subite nei secoli passati e i loro cuori non potevano trovare la strada del perdono.
Altri non volevano accogliere i rifugiati poiché temevano che, una volta aiutati e resi autonomi, sarebbero tornati a essere prepotenti, egoisti e spietati.
Altri ancora temevano che la cultura bianca avrebbe portato a uno stravolgimento nei valori Africani.
Altri infine pensavano che sarebbe stato meglio aiutarli a casa loro.
Terminato il confronto, Mamà Grande prese  la parola e concluse che, sebbene la memoria delle antiche ingiustizie fosse viva, non si poteva permettere al passato di trasformare l’accoglienza in rifiuto, rigetto, crudeltà e morte. Osservò, inoltre, che solo il perdono avrebbe rinfrancato i loro cuori e che in questo modo anche i bianchi avrebbero preso parte alla ricostruzione di un grande continente in cui le leggi dell’Uomo non avrebbero mai più avuto la meglio sulle leggi morali, naturali e universali.
Aiutarli a casa loro era poi assurdo poiché le loro case non esistevano più dopo che era stata sganciata la Grande Bomba. Nessuno riuscì a contraddirla, nemmeno su questo punto.

Le Donne conclusero che avrebbero accolto chiunque fosse sopravvissuto alle maree ma presto realizzarono che ciò non bastava: molti annegavano perché le imbarcazioni di fortuna sulle quali viaggiavano affondavano durante la traversata.
Venne istituito un comitato che coordinasse le operazioni di soccorso e, in questo modo, molte altre vite vennero risparmiate.

Man mano che i bianchi arrivavano, venivano rifocillati, accolti, abbracciati.
L’integrazione era diventata prassi e il Nuovo Continente diventava ogni giorno più florido, pulito e felice.

Il primo giro è finito, siamo arrivati in paese. Ci fermiamo sotto al grande albero. Infondo non è così grande ma è l’unico che abbia mai visto.
Il vecchio suona il campanaccio. Tutto ciò che è rimasto del suo gregge.
Le donne, circondate da uno sciame di bambini, ci vengono incontro.
Li guardo da lontano, unici resti di quelle che un tempo venivano chiamate famiglie.

Guardo il Vecchio e capisco che non ha altro da raccontare, voleva solo ingannare il tempo e farmi macinare il tragitto di buona lena.

Provo rabbia che è mista a frustrazione ma in bocca sento solo il salato della polvere. Vedo solo la linea piatta di questa terra vuota.

Perché noi siamo ancora qui?

 

di Cristina Monasteri

 

 

[1] Dallo Swahili, accarezzare