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«Aveva mia madre quella sua natura così lieta, che investiva ed accoglieva ogni cosa, e che di ogni cosa e di ogni persona rievocava il bene e la letizia, e lasciava il dolore e il male nell’ombra, dedicandovi appena, di quando in quando, un breve sospiro.»

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, 1963

Mi ritrovo, per motivi professionali, a leggere un libro* sulle dinamiche psicologiche che intervengono nella mente del bambino durante l’apprendimento. Dopo poche pagine sono già in crisi. Perché (e c’era da aspettarselo) esiste una profonda analogia tra rapporto madre-bambino e docente-allievo.

Leggono questo libro alcune madri, mie colleghe, e ci ritroviamo a discuterne insieme. Loro sono chiaramente più in crisi di me: chi ha già figli adolescenti, chi è in attesa, chi ha un marito o dei nonni presenti e disponibili, chi si è trovata improvvisamente a dover essere sia madre che padre.

Mi confidano di temere di aver sbagliato tutto e di avere la percezione di quanto sia facile commettere errori con i figli; lentamente, vengono fuori tutte le loro ansie e preoccupazioni. Sono donne nella quotidianità, donne diverse tra loro, ma “come tante“, che sembrano non fermarsi mai, che cercano di fare il loro meglio affinché i loro figli siano e si sentano sani, felici, amati.

Photo Copyright Francesco Faraci

Eppure, in queste eroine silenziose, sembra covare anche una fragilità assoluta quando si fermano a pensare alle implicazioni che concretamente comporta l’essere responsabile di un essere umano che sentono parte di loro, ma che è a loro esterno. Si chiedono che tipo di uomini e donne saranno un giorno i loro figli, soprattutto si preoccupano della capacità che questi bambini-futuri-adulti avranno nell’affrontare l’altalena emotiva congenita nel processo di crescita. Certo, una madre sa che il figlio ha bisogni necessari fisiologici, sa che deve prendersi cura del bambino affinché cresca sano e forte, vorrebbe essere sempre infallibile e sentirsi una madre perfetta. Ma qual è il modo giusto per garantire, oltre che un corpo, una mente emotiva e relazionale sana, una volta che il figlio andrà solo per il mondo?

Ed è qui che il “mestiere” di madre diventa difficile. Se ci sono istruzioni su quanti millilitri di latte dare e ogni quanto, non ci sono regole esatte e assolutamente infallibili che garantiscano di aver fatto la cosa giusta per contribuire in modo positivo alla formazione dell’individuo.

Ed è crisi. Perché il bambino, in quanto figlio, ha diritto ad avere un’emotività che si forma e si trasforma, ma la madre? La madre come fa con la sua emotività? Come fa a gestire ciò che comporta il suo essere diventata madre?

Ciò che percepisco confrontandomi con queste donne-madri è proprio la difficoltà ad essere madri sempre, imponendo a se stesse scelte che comportano il loro continuo mettersi in discussione, in un precario equilibrio tra il voler essere all’altezza del compito e il timore di non riuscirci. Lo dicono a voce bassa, hanno paura di essere giudicate o, peggio, di sentirsi loro stesse madri snaturate o inadeguate.

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Photo Copyright: Francesco Faraci

Leggendo il libro, invece, viene fuori che l’eventuale senso di inadeguatezza derivante dall’essere diventata madre è, non solo legittimo, ma va riconosciuto ed affrontato, sia per ricostruire la propria identità, inevitabilmente modificata dal nuovo ruolo genitoriale, ma soprattutto per instaurare un più sano legame e poter contenere le frustrazioni del bambino.

«Se la mamma può accettare i propri vissuti di inadeguatezza, anziché proiettarli sul bambino vissuto come figlio inadeguato e persecutore ingrato, permetterà il prevalere della fiducia nelle proprie risorse e in quelle del bambino, contribuendo al formarsi di quelle ipotesi e pensieri che costituiranno le premesse per il normale sviluppo cognitivo del bambino.»*

Una donna-madre non può ignorare se stessa perché il rischio è che, non solo non sia abbastanza forte da contenere le spinte emotive del figlio, ma possa involontariamente e inconsciamente riflettere sul figlio le proprie frustrazioni negate.

Certo, una madre mette sempre il figlio al primo posto, ma non può trascurare sempre la propria emotività, anche quando serve coraggio per guardarsi allo specchio e accettare il fatto che non c’è nulla di sbagliato nell’essere fragile, nulla di inadeguato nel desiderio di continuare a sentirsi un individuo legato, ma anche staccato e diverso da quel figlio che altro da sé.

L’amore per i figli non vacilla, non si placa, non si assopisce, non si altera, eppure non si smette di essere donna perché si diventa madre. Queste donne-madri sono straordinarie. Sono quelle che riescono a rispettare e indirizzare le spinte naturali di quei figli che troppo spesso si vorrebbe fossero come i genitori; sono quelle che riescono a dare ai figli gli strumenti di discernimento affinché trovino il loro modo di stare al mondo; sono quelle che accettano la diversità del figlio senza dimenticare la propria e continuando a scoprirsi sempre nuove e capaci di trovare la forza anche quando credono di non farcela. Sono tutte le madri che lavorano dentro e fuori casa e che sembrano non stancarsi mai; quelle che non si lasciano sopraffare dalle ansie, ma imparano a gestirle e a contenere quelle dei figli.

«La funzione genitoriale può aiutare il bambino a trasformare e attenuare la sofferenza psichica dell’apprendere a relazionarsi con il mondo esterno, anziché annientarvisi, nella misura in cui la stessa madre può trattenere e trattare nella sua mente le proprie angosce e difficoltà e rimanere, nel contempo, in contatto con il bambino quando questi evidenzia modalità e ritmi relazionali incomprensibili o, per lei, negativi e difficili da accettare.»*

Leggendo questo libro mi sono sentita profondamente colpevole per aver capito troppo tardi che avrei potuto fare a mia madre una carezza in più, per non aver compreso che lei ci ha provato come poteva e che spesso le circostanze l’hanno costretta a fare anche scelte, suo malgrado, dolorose. Eppure, vedendo quanto ero attaccata alla sua gonna, ha deciso di non trattenermi, dandomi l’occasione affinché imparassi a camminare con le mie gambe e scoprissi chi sono, costruendo la mia identità. Lei mi dice che alcune mie scelte, a suo avviso, sono state coraggiose. Io, invece, tremo al pensiero di fare ciò che ha fatto lei e di ciò che fanno queste meravigliose donne-madri. Sono io in realtà ad invidiare il loro coraggio che, purtroppo, a volte viene quasi dato per scontato, come se fosse tutto facile e naturale.

Adoro queste donne-madri che, quando piangono, lo fanno nel silenzio e senza drammi, che sanno chiedere aiuto se serve, che capiscono e comprendono, sia se stesse che i propri figli, con cuore aperto; ma adoro soprattutto la magica intimità negli sguardi che si scambiano con i loro figli e il loro linguaggio complice, come se avessero un luogo segreto tutto loro nel quale sanno di potersi sempre ritrovare.

*G. Blandino, B. Granieri, La disponibilità ad apprendere. Dimensioni emotive nella scuola e nella formazione degli insegnanti, 1995.

di Alessia Alicata

Ph. Francesco Faraci

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