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Il ruolo delle tante donne e madri siriane, in questi anni di conflitto, si è ridefinito del tutto. Le madri siriane, infatti, si trovano a rivestire il ruolo di capo famiglia assumendosi la responsabilità della tutela e del sostentamento di essa, perché rimaste in una condizione di solitudine. I mariti gravemente feriti in battaglia o peggio uccisi o in altri casi impegnati nei combattimenti o fatti prigionieri, non possono più adempiere al loro compito e spetta, pertanto, alle donne provvedere autonomamente ai bisogni dei propri figli.

Questo ha permesso loro, da un lato, di rivestire posizioni di maggior peso e credibilità all’interno delle proprie comunità per lo più maschiliste ma al contempo le ha esposte a pericoli e ingiustizie atroci, facendole diventare facile bersaglio di ribelli estremisti e non solo. Costrette a uscire di casa per lavorare o per procurare il cibo ai propri figli, le donne siriane devono quotidianamente affrontare una vera a propria battaglia per difendersi. Uno studio di Human Rights Watch, intitolato “We Are Still Here: Women on the Front Line of Syria’s Conflict,” (“Siamo ancora qui: donne sul fronte del conflitto siriano”), sostiene che in tutto il paese, le donne vengono “arbitrariamente arrestate e detenute, abusate fisicamente, molestate e torturate a causa del conflitto, sia da forze governative, che da milizie fedeli al regime, che dai gruppi di opposizione.” I racconti che arrivano dalla Siria sono drammatici, disumani, quanto del tutto inaccettabili: i cecchini, per noia o semplicemente per ricordare alle comunità locali chi comanda, prendono di mira i bambini che escono di casa mano nella mano con la propria madre, colpendoli a morte e risparmiando, invece, la donna solo con l’intento di lasciarla sola e farla convivere fino alla fine dei suoi giorni con il dolore della perdita del proprio figlio. Questo vuol dire essere madri in Siria, subire atrocità al di fuori da ogni contesto umano. Sì, perché qui l’umanità muore ogni istante nel silenzio assordante del resto del mondo.

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Ph. Francesco Malavolta

Il conflitto in Siria ha genera donne sole, sole nel ruolo di madri e sole nell’affrontare la maternità. Circa il 64% degli ospedali del paese sono danneggiati, ad Aleppo restano soltanto pochissimi medici a garantire soccorso. La Siria fa gravare su di noi il peso di storie che si materializzano come insostenibili macigni di vergogna: donne che avrebbero dovuto recarsi in ospedale per un normale controllo della gravidanza, non riescono ad affrontare la strada per via dei pericoli che le caratterizzano, piogge di proiettili, posti di blocco che non permettono di proseguire oltre, sono solo alcuni esempi del calvario che una madre siriana si trova ad affrontare quotidianamente. Save the Children ha pubblicato un dossier sulle condizioni di vita delle madri nel mondo delineando una situazione sempre più preoccupante. Le madri in Siria, costrette a partorire in casa, non sanno cosa ne sarà di loro e del proprio bambino e solo le più fortunate riescono a ricevere gli aiuti di alcune ostetriche che si trovano nelle vicinanze. Non vi sono cure per chi decide di affrontare una gravidanza così come non esiste il ciclo prenatale-parto-postnatale. Ma la testimonianza più atroce arriva da un chirurgo britannico, David Nott, che per anni ha lavorato negli ospedali siriani. Secondo quanto riferisce, i cecchini individuano le donne incinte e sparano su di loro, sui loro ventri, estraendo poi da quei corpi neonati di sei, sette, massimo otto mesi. Innumerevoli donne arrivano, infatti, in ospedale con ferite allo stomaco. Nott sottolinea come in più di vent’anni di volontariato in zone di guerra, non si sia mai trovato davanti a un simile accanimento verso le donne e la maternità definendolo un vero e proprio attacco alla vita.

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Ph. Francesco Malavolta

Vorrei, tra l’altro, riportare di seguito la testimonianza di una madre raccolta tra le pagine de L’Espresso:

“Potete immaginare cosa significhi vivere in un rifugio ascoltando ogni momento, per ore e poi per giorni questo frastuono, sapendo che il minuto dopo può toccare a te di morire?
I quartieri sono spettrali, non c’è pane, non c’è acqua.
La gente si nasconde sottoterra senza acqua e senza elettricità, senza sapere se vedrà la luce del giorno successivo. Ho visto i barili bombe cadere sulle case della gente. Perché sulla gente? Perché sui civili?
Se penso ai prossimi giorni, pernso che peggiorerà, non può che peggiorare.
E il mondo non sta facendo nulla per noi. Dov’è l’Onu, dove sono gli aiuti per la gente che sta morendo? Dove sono le medicine per curare i feriti?
Di quale diplomazia sono capaci i governi occidentali?
Nessuno fa nulla per fermare questo massacro, nulla per fermare Assad.

La comunità internazionale sta assistendo a questo genocidio senza fare agire, senza fare niente per salvarci.
Noi siamo qui, in mezzo a un genocidio, di fronte a tutto il mondo.

Devono permettere ai civili di scappare da questo inferno.
Siamo terrorizzati, siamo nascosti e non possiamo uscire da dove ci troviamo.
Ho fame, ho sete. Sono nascosta in una stanza sottoterra con i miei figli da ieri e da ieri i miei figli non mangiano e non bevono.
Non possiamo scappare. Scappare per andare dove? Non ci sono vie d’uscita, ci muoviamo come topi solo per nasconderci.
Hanno fame e sete i miei figli, sono nascosti qui con me e non so come sfamarli.
I dolori delle madri sono dolori uguali ovunque, in tutto il mondo.
Come possono le madri del mondo che assistono a questo massacro non sentire un dolore come il mio pensando di non poter sfamare i propri figli, o di sapere che non dormono, mai, perché hanno paura di morire?
Siamo sotto assedio da anni, se dovessi descrivere a un’altra madre la vita di mia figlia direi: fame, fame e fame.
A volte ho pensato che sarebbe meno doloroso per me vederli morire sotto le bombe che morti di fame.
Le madri vogliono vederei figli crescere e sorridere, le madri di Ghouta stanno vedendo i propri figli diventare scheletrici o peggio, cadaveri.
E non possiamo fare niente. Nulla è nelle nostre mani sotto questo inferno di bombe.
Come si descrive il dolore di una madre che sa di non poter salvare i propri figli? Non si descrive.
Lo sa il mondo che i bambini di Ghouta non mangiano, non si lavano e non sanno più cosa significhi giocare, da anni? Che i bambini di Ghouta hanno dimenticato cosa significhi aprire un libro? Imparare una parola nuova?
Sono una madre, vorrei che i miei figli fossero bambini, bambini come gli altri.

Di Claudia La Ferla

Ph. Francesco Malavolta

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