Tag

, , , , , , , ,

Màdre – Trae dalla radice sanscrita “MA” l’idea di preparare, formare sicché per madre varrebbe bene “la misuratrice”, “la curatrice”, “la ordinatrice”.

Femmina che ha partorito, genitrice. Ciò da cui una cosa procede. Ciò che produce, che contiene e quindi, in generale, Origine, Sorgente, Causa, Principio, Fondamento di una cosa.

Màmma – connesso al latino mamma, mammella, sembra sia semplicemente ripetizione della sillaba “ma”, una delle prime che il neonato impara a pronunciare ma è anche possibile che si confondesse questa voce con “magma” (da qui “mamma”), la materia che rimane da una sostanza spremuta.

La Mamà Grande aveva imparato a leggere da sola facendo affidamento su mezzo volume di una vecchia enciclopedia francese. Aveva poi tradotto nella sua lingua ciò che aveva imparato.
Poiché la sua lingua veniva tramandata solo in forma orale, capì che ciò che aveva fatto fino ad allora non sarebbe bastato per salvare il suo popolo.
Raccolse le rappresentanti di tutte le città, di tutti i villaggi e, insieme, si chiusero nella grande Moschea Celeste.
Gli uomini non si opposero perché dio era ormai un lontano ricordo, un contenitore vuoto; quasi nessuno lo ricordava e in pochi si domandavano ancora se fosse mai esistito.

Le donne rimasero chiuse nella moschea per anni.
Nessuno poteva entrare, disturbare in qualche modo l’azione costituente di cui si erano fatte carico.
Finalmente, un mattino, il grande portone venne spalancato.

I primi a uscire furono un paio di uccelli dalle piume grigie e dalle zampe molto lunghe.
Una ad una, le donne si dileguarono senza troppe cerimonie e portando con sé sacchi colmi di matite e carta.
Ognuna delle donne tornò al proprio villaggio dove venne intrapresa la costruzione di complessi scolastici con grandi aule nelle quali i più saggi e istruiti cominciarono a insegnare.
Prima furono insegnati i fondamentali; poi la confederazione di villaggi e paesi e città mise a disposizione i saperi di ognuno per avviare un programma di istruzione di secondo livello e così vennero formati nuovi insegnanti ma anche infermieri, medici, fabbri, giuristi, carpentieri, meccanici e contadini, allevatori, giardinieri.
La conoscenza portò grande entusiasmo nell’animo degli africani poiché tutti avevano visto coi propri occhi quanto si poteva realizzare per il bene comune, considerando ogni uomo come un fratello.

In quei mesi di rinascita, tanti alberi vennero piantati: ogni albero veniva da un seme, il seme germogliava nel terreno che, a differenza di questa sabbia rossa e sterile che si fa strada nei miei bronchi, era grasso, morbido, umido e odorava di ferro e muffa.
Conservato nella penombra del sottosuolo, il seme si schiudeva e, aprendosi, cresceva. Inizialmente provava a bucare lo strato di terra con le sue foglie più tenere, poi, sempre più forte per via dei nutrienti del terreno, si ergeva nell’aria già sensibilmente più fresca rispetto all’alito del deserto che aveva mangiato l’Africa come un cancro ceruleo e inesorabile. Seme per seme, germoglio dopo germoglio, il Continente si coprì di un manto verde. Persino sulle pietre era tornato a crescere un muschio molto odoroso che i locali chiamavano kubemba* per via della sua morbidezza.

Intanto erano sempre di più i bianchi che sbarcavano sulle coste dell’ex Libia, alla ricerca di una nuova vita.
Le zone costiere di quella scatola di sabbia disponevano di risorse insufficienti ad assistere tutti i rifugiati in arrivo.
Tanti di loro morivano affogati perché i mezzi di fortuna con cui si affidavano al Mediterraneo, affondavano tra le onde o si schiantavano contro gli scogli, invisibili di notte.

Mamà Grande si recò sulle coste dell’ex Libia dove era stata invitata dalla Mamà locale.
Arrivata al vecchio porto in cui i bianchi venivano accolti, rimase impietrita dallo spettacolo disumano che le si presentava.

I suoi avi erano stati deportati, secoli prima, negli ex Stati Uniti d’America dove erano stati usati come bestie da soma nei campi di cotone e tabacco. Molti di loro erano stati uccisi, linciati, impiccati. Altri erano stati liberati, si erano fatti una famiglia e avevano preso il proprio posto nella società ma i tempi bui non erano finiti. Molti di loro continuavano a essere uccisi perché scambiati per malviventi.
Tanti altri, tempo dopo, iniziarono a fuggire in Europa poiché gli ex Stati Uniti erano diventati irraggiungibili.
Molti morivano durante il viaggio, poi si perdevano tra i buchi della rete del malaffare nei paesi che li ricevevano. Tanti europei non conoscevano il valore dell’accoglienza e li facevano sentire indesiderati, dei reietti: rifiuti inutili di una società che non aveva spazio per loro. Tanti morivano di stenti, tanti vennero cacciati, tanti vennero rinchiusi e poi deportati finché non si scatenò un effetto domino in tutti i paesi che costituivano gli ex Stati Uniti d’Europa.
Il vento dell’odio iniziò a soffiare dalla ex Francia e, piano piano, riaccese i focolai del razzismo.
Si trattava di una malattia che trasformava le insicurezze e l’ignoranza in odio verso chiunque fosse diverso, mi spiega il vecchio.
I più malati vestivano sempre di nero e avevano le teste rasate: amavano ricordare e celebrare tempi lontani in cui dei folli sterminarono persone innocenti sulla base di teorie pseudoscientifiche.
Era strano, pensava Mamà Grande che non aveva studiato la Storia dell’Europa, vedere come delle teste rasate celebrino lo sterminio di gente talmente uguale da avere persino lo stesso taglio di capelli.
Le avevano parlato, infatti, di un tempo in cui milioni di persone erano state eliminate fisicamente da altri uomini, spesso connazionali.
Mamà Grande non si stupiva troppo di quelle azioni poiché aveva osservato come nella Storia, gli olocausti si ripetessero ciclicamente.
Così, infatti, era avvenuto successivamente anche per i milioni di rifugiati che raggiungevano l’Europa nel Duemila.
Dopo anni di intolleranza ideologica, si era passati alla fase dell’eliminazione fisica.
Il flusso di esseri umani veniva indirizzato verso centri di detenzione temporanea; da lì, con ponti aerei, venivano deportati nelle galere libiche dove, quasi sempre, trovavano la morte. Se non morivano in carcere, nell’arco del primo anno di detenzione, venivano sfruttati fino all’ultima goccia di vita all’interno di campi di lavoro. I cadaveri venivano bruciati dentro a grandi fosse, nel deserto dove nessuno poteva vedere le montagne di corpi, ne’ sentire l’odore di carne bruciata.

Sulla riva libica, Mamà Grande osservava grappoli di braccia bianche e gambe bianche e facce bianche ammonticchiate sull’ennesima nave arrugginita e fatiscente che entrava in porto.
Scuoteva la testa, Mamà Grande.

DSCF1885_N-1200x800_Valentina Tamborra

Ph. Copyright Valentina Tamborra. Chokora – Il barattolo che voleva suonare

Nel giro di poco, le coste africane si saturarono di bianchi sporchi, smunti, pieni di pidocchi e terrorizzati.

Il Consiglio, riunito nuovamente nella Moschea Celeste, dopo giorni di scontri giunse a un accordo per far fronte all’emergenza umanitaria: non potevano continuare a ignorare il fatto che centinaia di migliaia di persone stavano morendo di stenti quando l’Africa aveva tanto da dare a tutti in egual modo.

Non fu semplice giungere a un’intesa.
Alcuni capi villaggio non avevano dimenticato le ingiustizie subite nei secoli passati e i loro cuori non potevano trovare la strada del perdono.
Altri non volevano accogliere i rifugiati poiché temevano che, una volta aiutati e resi autonomi, sarebbero tornati a essere prepotenti, egoisti e spietati.
Altri ancora temevano che la cultura bianca avrebbe portato a uno stravolgimento nei valori Africani.
Altri infine pensavano che sarebbe stato meglio aiutarli a casa loro.
Terminato il confronto, Mamà Grande prese la parola e concluse che, sebbene la memoria delle antiche ingiustizie fosse viva, non si poteva permettere al passato di trasformare l’accoglienza in rifiuto, rigetto, crudeltà e morte. Osservò, inoltre, che solo il perdono avrebbe rinfrancato i loro cuori e che in questo modo anche i bianchi avrebbero preso parte alla ricostruzione di un grande continente in cui le leggi dell’Uomo non avrebbero mai più avuto la meglio sulle leggi morali, naturali e universali.
Aiutarli a casa loro era poi assurdo poiché le loro case non esistevano più dopo che era stata sganciata la Grande Bomba. Nessuno riuscì a contraddirla, nemmeno su questo punto.

Le Donne conclusero che avrebbero accolto chiunque fosse sopravvissuto alle maree ma presto realizzarono che ciò non bastava: molti annegavano perché le imbarcazioni di fortuna sulle quali viaggiavano affondavano durante la traversata.
Venne istituito un comitato che coordinasse le operazioni di soccorso e, in questo modo, molte altre vite vennero risparmiate.

Man mano che i bianchi sbarcavano, recuperati dalla flotta umanitaria fondata dalle Mamà di ogni regione, venivano rifocillati, accolti, chiamati per nome, abbracciati.
L’integrazione era diventata normalità quotidiana e il Nuovo Continente diventava ogni giorno più florido, pulito, felice e ricco.

di Cristina Monasteri

*Dallo Swahili, accarezzare

Annunci