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Oggi è il compleanno di Chiara, c’è un vento leggero e siamo davanti l’ingresso della struttura con dei tavolini per le patatine e i pop corn. Tutto intorno ci sono le operatrici del centro per MSNA dove da gennaio insieme ad altri volontari cerco di insegnare l’italiano ai ragazzi che il mare ci porta.

Il giorno dopo MB, arrivato nel 2014 come Doumbia e oggi operatore presso il centro ed interprete per le commissioni che dividono i sommersi dai salvati, partirà per il Gambia. Dopo cinque lunghi anni rivedrà la sua famiglia, abbraccerà sua madre e tornerà col sorriso di chi ha avuto il riscatto tanto sperato. Ma intanto stasera si festeggia e prima di uscire, proprio come in una famiglia, si distribuisce la cena e si sta attenti affinché chi segue una terapia prenda le medicine.

Arriva Papis, 17 anni, nigeriano, alto e affusolato con la schiena un po’ curva e gli occhi dal taglio orientale. In silenzio si siede sulla sedia ed inclina la testa verso destra: ha avuto una brutta otite e deve mettere le gocce. Nel frattempo entra Valeria, gli mette le gocce da entrambi i lati e ridiamo in dialetto mentre lui si tampona le orecchie e ci sorride ripetendo i suoni dialettali che pronunciamo. Papis ha una storia terribile alle spalle. Me l’ha sussurrata una volta durante una lezione di italiano in cui ho potuto concentrarmi solo su di lui. Eravamo tanti i volontari, noi due abbiamo trovato un angolo dove studiare e a un tratto, senza preavviso, è partita una litania di cui comprendevo poco oltre alla necessità di raccontare non per essere capiti, ma anche solo per liberarsi di un peso dal cuore. Capivo “mamma”, “Libya”, “sex”, “forced”, “killed” e così -mettendo insieme pezzi di conversazione- ho intuito che mi volesse dire che in Libia lui era arrivato con la madre che però lì è stata uccisa perché non accettava di prostituirsi.

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Poi c’è Daniel, ivoriano, arrivato col terribile sbarco del 31 gennaio. Daniel forse non è mai andato a scuola, la sua mano è rigida mentre tiene la matita o la penna, ma studia continuamente e pian piano i risultati si vedono. È felice quando c’è mia madre a seguirlo e se manca le manda sempre i saluti. Tutti sono molto felici quando con me porto mia madre, mia zia, mio padre o la mamma della mia migliore amica. Probabilmente è diversa la tenerezza che trasmettono. C’è bisogno di famiglia qui. Più che mai. Sulle mani di Daniel profonde cicatrici rosa testimoniano il passaggio dall’inferno libico.

Poi c’è Michel, gambiano, che è vivo perché i suoi torturatori lo credevano morto e lo hanno buttato via per strada come si fa con la spazzatura. Michel sulle braccia ha impresso per sempre il significato della permanenza nei centri di detenzione libici. Nessuno potrebbe avere il coraggio di guardare il suo corpo martoriato e avvallare le nostre sporche manovre con un paese allo sbando dove la vita umana non vale nulla, dove si “muore per un sì o per un no”. Michel è sarto e ora finalmente è tornato a cucire, a sognare e a lavorare dignitosamente. Michel finalmente a volte sorride, ti abbraccia e senza protestare si fa colare addosso lo zucchero filato di mio nipote che una sera lo ha scelto come nuovo amico. A sei anni è facile essere amici: basta essere gentili e prendersi per mano per non smarrirsi nella folla.

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Anche Amadou viene dal Gambia e faceva il sarto, anche lui è stato torturato in Libia, ma non ha mai smesso di sorridere. Studia con una volontà e un accanimento che mi auguro solo vengano premiati dal nostro indifferente egoismo. Amadou è dolce e sempre sorridente. Un giorno sono andata a prenderlo all’uscita della scuola: era un giorno di sole, di quelli sospesi fra la brezza primaverile e la canicola estiva. Mentre lui e gli altri uscivano dal portone, nell’attesa di salire in macchina per andare al centro e continuare a studiare, ero felice. Ero felice nell’ingenua convinzione che un gesto piccolo e così insignificante potesse bilanciare l’ingiustizia subita. Infine ci siamo noi ragazze che, fra un arrivo e una partenza, questi figli di altre donne impariamo ad amarli e a sostenerli. Noi che ogni giorno cerchiamo di non farci sopraffare dal dolore e da un subdolo senso di sconfitta. È crudele che il tempo scorra implacabile avvicinandoli al fatidico 18esimo compleanno che segna l’inizio del conto alla rovescia: fra quanto li trasferiranno? Quanto abbiamo per finire di studiare l’imperfetto?  Li tratteranno bene nel nuovo centro?

Non li abbiamo partoriti, ma non per questo queste creature ci appartengono di meno. Noi siamo la loro primavera dopo il lungo gelo dell’inverno.

Dentro gli occhi c’è l’alfabeto che ci rende umani e scompone i sentimenti dentro le parole. C’è chi ha lo sguardo perso, chi sembra sempre triste, chi non può fare a meno di ridere, chi sboccia come un germoglio che si schiude al calore lento di un abbraccio. Quando arrivano la paura domina tutto, è una colla appiccicata addosso. Anche i movimenti sembrano più lenti e nei loro occhi lo smarrimento misto al sollievo per essere ancora vivi. Sembrano stupiti di essere trattati bene. Sembrano in attesa che arrivi il peggio e, solo quando iniziano a capire che qui nessuno li maltratterà, cominciano a respirare più forte. In alcuni il cambiamento è impercettibile o poco visibile. In altri è un disegno in divenire. Su tutti il sorriso è miracolo e promessa di rinascita. Sono salvi, sono vivi, sono al sicuro.

È difficile guardarli mentre facciamo lezione e intercettare piccole o grandi cicatrici ovunque. Sulle mani, in viso, sul collo, sulle braccia, sulla nuca. Se le guardo, mi perdo come fossero parte di una mappa, di una geografia perversa che esplora la crudeltà umana. Se le osservo troppo a lungo, scompare ogni fiducia nel futuro. Ma la mancanza di coraggio è un lusso che non possiamo permetterci. Nessuno di noi può permettersela.

Loro, i nostri figli portati dal mare, perché devono dare un senso alla partenza e all’inferno vissuto nella speranza di riscattarsi. Noi, madri di figli non nostri, perché arrendersi significherebbe eliminare l’ultima sponda anti-barbarie.

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Nessuna dittatura, nessuna oppressione, nessuna violenza sarà mai totale finché ci sarà anche una sola donna a contrastarla. Nessun dittatore o oppressore ha mai interamente sconfitto le femmine, né mai ci riuscirà.

Noi siamo in grado di generare la vita e non ha alcuna importanza se decidiamo o meno di farlo davvero. Il punto è che possiamo farlo e, ancora di più, che dobbiamo sempre tenere a mente la potenza creatrice che ci è stata affidata.

Quei figli sono i nostri figli.

La terra intera è contemporaneamente nostra figlia e madre. La gestazione, la gravidanza, il parto segnano una linea netta fra il prima e il dopo nella vita di chi lo prova. Per noi quella linea si crea quando arrivano, quando li vediamo per la prima volta, quando sorridiamo al loro sguardo impaurito, quando medichiamo ferite e distribuiamo aspirine.

Diventiamo madri ogni volta che siamo disposte a piangere e ridere con loro, a lottare al loro fianco, ad assorbire l’ingiusta sofferenza che trapela nei modi bruschi o nei pianti improvvisi, a farci carico del loro dolore e a partecipare alla loro gioia. Diventiamo madri quando litighiamo con loro, quando alziamo la voce e imponiamo scelte di buonsenso, quando li consoliamo e prepariamo le torte per festeggiare i compleanni.

Diventiamo madri perché sappiamo di dover intimamente rendere conto alle donne che li hanno messi al mondo e non fa nessuna differenza se non le conosceremo mai. Non ha importanza se sono vive o morte.Fra noi e loro, c’è un patto silenzioso e non scritto che tutela la vita dall’alba dei tempi. Quel patto scorrerà fino alla fine del mondo, fino alla fine dell’ultima donna.

di Maria Grazia Patania

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