Tag

, , ,

La prima volta che sono andata al centro è stato per caso. MB e Doumbia lavoravano lì da qualche mese e mi chiedevano di andare a insegnare italiano ai loro amici. Così una sera sono passata a trovare MB che era di turno e ho conosciuto i nuovi Figli della Fortuna. Sono rimasta due ore lì con Moustafa che voleva a tutti i costi imparare l’italiano e Cima che ci ascoltava interessato.

La prima volta che sono entrata in classe erano più di 30: una confusione di sguardi, di mani alzate, di voci in sottofondo e quaderni spiegazzati. Avevamo una piccola lavagna dove annotavo piccole frasi che ripetevamo fino allo sfinimento. Come ti chiami? Da dove vieni? Quanti anni hai? Da quanto tempo sei in Italia? Da quando vivi ad Augusta? Di fronte a me porzioni di Africa: Costa d’Avorio, Mali, Egitto, Gambia, Senegal, Ghana, Guinea (Conakry), Nigeria. Davanti ai miei occhi tanti miracoli quanti erano i sopravvissuti all’inferno del deserto, al mare che ti inghiotte e all’indifferenza che ti spegne una cellula per volta.

Le prime lezioni vanno così, con più volontà che organizzazione e un caos di nomi, occhi e volti in testa. Ci dividiamo in tre gruppi: uno base per l’alfabetizzazione e il primo approccio all’italiano, uno intermedio che seguo io e uno avanzato dove ci sono quelli che hanno maggiore dimestichezza con la lingua. Le prime settimane passano a conoscersi, a inventare un metodo per trasmettere l’italiano e per non farsi sopraffare dalla sensazione di non essere abbastanza. Dopo tre mesi tutto il gruppo ha un livello piuttosto omogeneo, leggono tutti più o meno bene e a forza di ripetere le regole grammaticali le hanno imparate anche i muri.

Si crea un nucleo di ragazzi che vengono sempre, che aspettano il mio arrivo e appena mi vedono prendono quaderno, penna e fotocopie precedenti per salire in classe. Parte della lezione è basata sulla disciplina e sulla solidarietà: il tempo insieme ce lo regaliamo pertanto nessuno si può permettere di sprecarlo con ritardi o inutili lamentele. La puntualità tuttavia scarseggia, ma non riesco mai a mandarli via se arrivano tardi. In fondo, l’italiano è importante, ma stare insieme è anche meglio. Mi piace che abbiano una routine: firmare il registro, scrivere il nome su ogni fotocopia, ricopiare i compiti sul quaderno, ascoltare in silenzio mentre a turno facciamo gli esercizi, conservare le lezioni precedenti e aiutarsi a vicenda. Chi è più veloce a finire o ha capito bene deve aiutare chi ha difficoltà affinché nessuno resti indietro o si senta escluso.

Passano i giorni e scorre la vita: qualcuno fa il compleanno e rimediamo torte e candeline, qualcuno arriva dopo l’ennesimo sbarco infernale con dentro agli occhi una paura difficile da dissipare, qualcuno inizia a sillabare o scrivere mentre gli teniamo la mano, qualcuno inizia a sorridere. Dopo ogni arrivo di ragazzi nuovi, torno a casa col loro sguardo conficcato nel cuore: come si fa a vivere in un mondo così ingiusto? Come posso ancora amare la vita se è così crudele? Perché dovrei fidarmi del prossimo se siamo capaci di questa crudeltà?

Alcune volte vorrei mollare tutto perché ho l’impressione di essere seduta sulla riva dell’oceano a svuotarlo con un secchiello. Mi sembra che, per quanto ci impegniamo a restituire umanità a questa tragedia chiamata migrazione forzata, non l’avremo mai vinta. Mi sembra che, per ogni centimetro strappato alla brutalità del reale, chilometri vengano guadagnati da indifferenza, razzismo e semplice noncuranza. Con lo scorrere del tempo, la vita ci passa addosso: ridiamo, piangiamo, ci lamentiamo, impariamo a volerci bene, a rispettarci e comprenderci. Ci sono giorni in cui la grammatica va a farsi benedire perché, imparando il passato prossimo, è necessario consolare la mancanza di casa, abbracciare con mani di madre e parole di sorella o ingannare l’attesa con storie di speranza inventate sul momento.

Ultimamente l’atmosfera generale è sempre più pesante fra attese di trasferimenti, impazienza di iniziare la nuova vita tanto sognata e così diversa dalla precarietà esistenziale attuale, esiti negativi dalle commissioni e tristezza diffusa.

Finché un giorno torno in classe e manca Alì, il gigante buono bravissimo a ballare. Alì, col suo cappellino da superman e il sorriso gentile sempre pronto ad aiutare tutti, è andato via. Alì, con la sua pazienza e la sua voglia di imparare, non c’è. Al suo posto una sedia vuota.

Nemmeno una settimana dopo la burocrazia fa il suo corso: i maggiorenni in attesa da mesi di essere trasferiti vengono portati via per andare in una nuova struttura. Burocrazia è fatta. La legge dice che appena diventi maggiorenne non puoi stare in un centro per minori. Sensato e razionale, ma crudele ed ingiusto perché nuovamente il sottile equilibrio creatosi si spezza. Queste vite già devastate vengono nuovamente stravolte: oltre i minori non accompagnati, al di là dei maggiorenni, superata l’età anagrafica, ci sono le persone. Persone che avevano instaurato legami interpersonali, che avevano imparato a conoscere la città, che avevano fatto amicizia. Persone, non pacchi da depositare tramite corriere allo scadere del tempo.

image1

Invidio chi riesce a guardare con fiducia a questi meccanismi burocratici e chi trova conforto nel rispetto di regole che io invece non capisco. Il giorno dei trasferimenti, fra un materasso spostato e un letto smontato in un’altra stanza, c’è una tristezza difficile da spiegare. Mentre facciamo lezione, tutti vorremmo consolarci, ma nessuno trova il coraggio di sputare il rospo e ci rifugiamo negli esercizi per evitare di prendere il discorso.

In quel tavolo mezzo vuoto, nello spazio che una volta era riempito dalla presenza di chi ora è andato via, c’è l’altra faccia della migrazione col suo enorme carico di ingiustizia e disumanità. A me quei figli mancheranno ogni giorno e quando non saprò se stanno bene o hanno fame, non troverò nessuna legge ad aiutarmi. Quando mi chiederanno perché non li vogliamo qui, nessun codice mi offrirà risposte plausibili. L’unica speranza che mi resta è che durante la loro vita penseranno a noi che ci ostinavamo a insegnare l’italiano come strumento di riscatto e si ricorderanno dei nostri abbracci dentro cui potevano sentirsi a casa.

Spero che ovunque andranno si ricorderanno il sapore delle ciambelle, il peso delle lacrime piante alla loro partenza e la forma dell’assenza che nessun nuovo arrivo colmerà.

di Maria Grazia Patania

 

Annunci