Tag

, ,

 Il 18 marzo 2018 la guerra alla solidarietà ha raggiunto una nuova vergognosa vetta, ribaltando il comune senso di giustizia e umanità. Una volta terminato lo sbarco di 218 persone, fra cui 31 donne e 28 bambini, a Pozzallo la nave della ONG spagnola Proactiva Open Arms è stata sequestrata. Il 27 marzo a Palermo presso il circolo ARCI Porco Rosso, Riccardo Gatti e Ana Isabel Mentes Mier, fra gli altri, hanno esposto le loro ragioni e raccontato come sono andate le cose il fatidico 15 marzo. Quel giorno ha infatti segnato una ulteriore svolta nel processo di criminalizzazione della solidarietà che va avanti ormai da oltre un anno.

Non paghi della campagna denigratoria nei confronti delle ONG, ree di salvare vite umane da morte certa e di rispettare i dettami del Diritto Internazionale, si è deciso di pervertire la legge per farne strumento con cui perseguire chi tutela gli esseri umani a favore di chi li abusa, li tortura, li schiavizza.

Il 15 marzo inizia come una normalissima giornata per l’equipaggio SAR che dall’MRCC (Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo) con base a Roma riceve le coordinate di una imbarcazione in pericolo verso cui si dirigono. Nel frattempo, viene loro comunicato che a occuparsi del coordinamento del salvataggio sarebbe stata la Guardia Costiera Libica, ma partono comunque le due lance di salvataggio e il team SAR porta a termine la distribuzione dei giubbotti salvagente, dando priorità a donne e bambini come da prassi. Terminata questa fase, sopraggiunge l’autonominatasi Guardia Costiera libica che, in modo del tutto arbitrario, pretende la riconsegna delle donne e dei bambini appena messi in salvo. A questo punto inizia un pericoloso braccio di ferro fra l’equipaggio di Open Arms e la Guardia Costiera libica che, per piegare la resistenza degli operatori SAR, li minaccia di morte. Per oltre due ore, sono rimasti in balìa di criminali senza scrupoli che sono poi andati via, consentendo di terminare l’evento SAR.

banner_open arms

Le condizioni dei migranti a bordo erano disperate e, fra le molte urgenze mediche, una madre col figlio neonato sono stati evacuati e portati a Malta per ricevere cure di emergenza. Ma non finisce qui: nonostante la situazione precaria a bordo per via delle drammatiche condizioni di salute delle persone salvate e benché solitamente nel giro di qualche ora venga assegnato il porto di sbarco, si configura una situazione di stallo che impone una attesa di 24 ore e costringe la Spagna a presentare una richiesta per far sbarcare le persone salvate. L’imbarcazione si dirige dunque verso Pozzallo e dopo essere stati interrogati in merito a quanto avvenuto in mare, il comandante della nave, Marc Reig Creus (42 anni) e la capo missione Ana Isabel Mentes Mier (31 anni) si vedono notificare un documento che li accusa di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina cui si accompagna il fermo amministrativo della nave. Con questi capi di imputazione, si rischia fra i 5 e i 15 anni di carcere oltre a una multa di 15mila euro per ogni persona trasportata a bordo. Se non fosse drammaticamente vero, sembrerebbe una scenetta da teatro dell’assurdo: viviamo in un paese in cui si può finire in carcere per aver salvato delle vite umane e rifiutato di riconsegnare persone indifese a chi le tratta come merce di scambio priva di valore.

Da quel momento, è iniziata una campagna mediatica e non solo per sostenere Open Arms e difendere il diritto/dovere alla solidarietà oltre all’obbligo morale, prima ancora che giuridico, di salvare chi è in pericolo. Come ribadito in un comunicato del 28 marzo dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) “salvare vite umane deve restare una priorità nella gestione del fenomeno migratorio” e “il rafforzamento delle operazioni di ricerca e soccorso dovrebbe avere la precedenza su qualsiasi valutazione politica”. Nel frattempo, il 27 marzo è caduta l’imputazione per associazione a delinquere, facendo passare la competenza territoriale da Catania a Ragusa, ma rimangono l’accusa di immigrazione clandestina e il sequestro della nave.

Il 24 a Pozzallo un centinaio di persone hanno fatto un sit-in per ribadire la propria solidarietà a Open Arms, come avvenuto martedì sera a Palermo quando sono stati chiamati in causa l’intramontabile eredità di Antigone e il prezioso contributo di Danilo Dolci alla disobbedienza civile. È chiaro, infatti, che qui non si tratta più di diritto, ma di umanità. Se il reato contestato nasce dal rifiuto di riconsegnare ai propri aguzzini i sopravvissuti ai campi libici, dichiariamoci tutti colpevoli. Se il crimine commesso è aver disobbedito all’ordine di lasciare persone indifese in mano ai libici, ricordiamo quanto ribadito a Norimberga dove è stato sancito ufficialmente che se un ordine è sbagliato non lo si esegue. Se non bastassero Norimberga e Ginevra, torniamo indietro fino all’eterna lotta tra Antigone e Creonte, tracotante omuncolo aggrappato a ingiuste leggi.

Salvare vite umane, rispettare le persone e onorarne i diritti umani non sono scelte. Sono obblighi etici, morali e giuridici non negoziabili. Sosteniamo Open Arms e ribelliamoci fermamente ad ogni criminalizzazione della solidarietà!

Senza solidarietà e senza altruismo non vi è civiltà”, Pietro Calamandrei in difesa di Danilo Dolci nel 1956

di Maria Grazia Patania

Articolo uscito sulla versione cartacea della Civetta di Minerva del 30 aprile 2018

Annunci