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Welcome to the Smiling Coast: Living in the Gambian Ghetto è un documentario che offre una particolare quanto rara visione della vita di un paese in cui quotidianità vuol dire speranza e difficoltà. Il film segue, così, le giornate di quindici ragazzi che lottano per sbarcare il lunario vivendo ai margini dell’industria del turismo. Anche il più piccolo paese dell’Africa occidentale, il Gambia, è diventato, infatti, una popolare destinazione per le vacanze dei turisti europei. Dal 2005 il paese riceve in genere oltre 100.000 visitatori stranieri ogni anno, guadagnandosi la reputazione di Costa del Sol africana. Lo stesso titolo conduce, già, lo spettatore al cuore del problema e al nocciolo delle questioni su cui si vuole indagare: la costa felice meta di vacanze di lusso contro la realtà del ghetto. Molti gambiani, in particolare i giovani, risiedono nei quartieri poveri che sorgono ironicamente a pochi passi di distanza dagli alberghi turistici e dalle spiagge. Il netto contrasto tra le strutture di lusso e la vita povera e arrangiata del popolo, si fa così nettamente evidente attraverso una linea di confine che separa il sogno dalla realtà, il benessere dalla fame, un mondo da un sotto-mondo.

Nel corso degli ultimi anni, il Gambia è diventato una meta scelta prevalentemente da donne bianche e anziani in cerca di sole e mare o turisti interessati ad una vacanza meramente sessuale. Questa è la triste realtà che sta investendo questo paese al pari di tante altre destinazioni orientali che vedono le donne ma soprattutto le bambine schiave e vittime di una ormai consolidata abitudine conosciuta come turismo sessuale. Spinte dalla povertà e dalla disperazione – in nessuno di questi casi è accostabile il termine vita se non nell’accezione di mera sopravvivenza – sfruttano il loro corpo come fonte di guadagno. In quest’ottica, il turista bianco lo trasforma in semplice oggetto del proprio piacere incluso nel suo pacchetto vacanze di lusso.

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I giovani gambiani raccontano nel corso del documentario la loro vita creando, spesso, uno strano corto circuito tra i loro occhi traditi dalla stanchezza e dalla tristezza e le loro labbra sorridenti che riescono comunque a pronunciare parole d’amore per quella terra martoriata. Cercano di cavalcare l’ondata di turismo crescente in modo da guadagnarsi da vivere e lo fanno offrendo servizi di taxi ed escursioni oppure arrangiandosi come musicisti di strada o come procacciatori di donne per i turisti che vanno lì solo alla ricerca di sesso. Il film mostra, quindi, le strategie creative che i ragazzi usano per riuscire a sbarcare il lunario e l’impatto che il turismo ha avuto su questa piccola nazione africana, attraverso uno sguardo critico ma leggero con la presenza di molta bella musica ad accompagnare le immagini. Mostrando le loro lotte, speranze e sogni, il documentario restituisce un volto umano alla realtà che sta dietro lo scintillio della Costa del Sol dell’Africa, fatto di resistenza e desideri da voler realizzare.

Il Gambia viene fuori nelle sue due facce. Da un lato una popolare destinazione turistica favorita del suo clima caldo, dalla bellezza paesaggistica e dal sesso a buon mercato con turisti che soggiornano circondati dal comfort dei resort all-inclusive, lontano dall’esperienza quotidiana che appartiene ai suoi abitanti. Dall’altro la popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà ricordando che il Gambia è attualmente, 50 anni dopo la sua indipendenza, una delle nazioni più povere dell’Africa. Confinati “nel ghetto”, ai margini dell’onnipresente industria del turismo, a loro resta soltanto di poter sognare quella vita, la vita dei bianchi. A causa dell’illusione di un futuro migliore in relazione allo stile di vita dei turisti proprio accanto a loro, molti giovani scelgono di intraprendere la “back way”, ovvero la traversata che conduce in Europa con tutti i rischi che essa comporta. Come sottolinea uno dei ragazzi protagonisti del documentario: “i nostri ragazzi credono che l’Occidente sia migliore! Perché pensano che tutto quello che viene dall’Occidente sia meglio della propria cultura.”

Il merito di questo documentario è di mostrare una triste realtà legata anche alle conseguenze che il turismo occidentale ha portato in Gambia ma allo stesso tempo di porre l’accento sulla positività di questo popolo che continua a sorridere e a lottare e in questo senso l’onnipresenza della musica è capace di accompagnare lo spettatore lungo un viaggio fatto di emozioni tangibili. Welcome to the Smiling Coast: Living in the Gambian Ghetto è una storia di ambizioni, opportunità e tentazioni che trova nella creatività la chiave per la sopravvivenza.

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Realizzato dagli olandesi Bas Ackermann (regista) e Emiel Martens (produttore) in collaborazione con il Gambia Media House, con un budget minimo messo insieme dalle loro tasche, senza alcuna forma di sovvenzione, è stato senza dubbio una scommessa vincente. Il film è stato, infatti, presentato in prima mondiale al Pan African Film Festival di Los Angeles, il più grande festival del cinema nero negli Stati Uniti e dopo è stato proiettato in oltre 30 film festival ed eventi, tra cui la Premiere africana al AfricanBamba Human Rights Film Festival di Dakar, in Senegal, e la prima europea al Galway African Film Festival in Galway, Irlanda. Dice il regista Ackermann: “l’idea del film è nata circa otto anni fa, quando ero in Gambia un centro audiovisivo per i giovani con l’obiettivo di formarli come professionisti dei media. Alcuni di loro hanno lavorato come membri della truope in Welcome to the Smiling Coast come Pasquale Manka, ora uno dei principali produttori del suo paese. Mentre il produttore Martens sottolinea: “in tempi di immagini negative, in particolare intorno all’attuale crisi dei profughi, cerchiamo di dare un volto più umano e positivo dell’Africa e degli africani. Vogliamo anche mettere una nota critica circa l’impatto del turismo occidentale nei paesi non occidentali.”

Le ultime parole vorrei lasciarle proprio a due dei ragazzi intervistati nel documentario simbolo di un amore tormentato quando indissolubile con la propria terra: “in questo mondo oggi non c’è nessuna simpatia, nessuna pietà. Tutti vogliono andare in paradiso, ma nessuno vuole morire”.  “Ringraziamo Dio perché stiamo avendo la pace, lo sai. Ma la povertà è sempre più alta, questo è il problema. Però il Gambia è un paese dolce.”

Di Claudia La Ferla

Immagini prese dal Web.

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