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Le frontiere, materiali o mentali, di calce e mattoni o simboliche, sono a volte dei campi di battaglia, ma sono anche dei workshop creativi dell’arte del vivere insieme, dei terreni in cui vengono gettati e germogliano (consapevolmente o meno) i semi di forme future di umanità – Zygmunt Bauman

 

Guardo la carta geografica e, cercando il Mali, mi rendo conto di come siano lineari i suoi confini e quelli di molti altri paesi. Come se qualcuno, un bel giorno, avesse deciso di giocare a Risiko con l’Africa: “Toh! Da qui a qui è roba mia, oltre la linea è roba tua.”
Che cosa assurda i confini! Quando vengono tracciati con il righello, poi, mi rendo conto (ancor di più), di quanto siano arbitrari (e insensati). Certo, le etnie e le identità vanno riconosciute e rispettate; certo bisogna riconoscere ai popoli il diritto di appartenenza. Tutto vero, tutto giusto ma se l’idea di nazionalità per gli umani di serie B (i poveri), fosse un concetto utile a farli restare poveri laggiù, in un posto lontano che ci immaginiamo “con le capanne e i leoni della savana”?
Un posto lontano da noi “civilizzati” che i “nostri” poveri li multiamo per aver rovistato nella spazzatura (nella quale sicuramente troveranno i duecento euro per pagare la contravvenzione).

Non divaghiamo, oggi vi porto in Mali che spartisce i suoi confini fatti col righello con Algeria, Niger, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea, Senegal e Mauritania.

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Fonte immagine: Google Maps

Il Mali ha circa sedicimilioni e centosettantaquattromila abitanti e un PIL (nominale) pro capite di 631 dollari (anno 2012). L’Italia ha più di sessantamilioni e cinquecentomila abitanti con un PIL (nominale) pro capite di 30.527 dollari (anno 2016).

Mentre la penisola italiana veniva conquistata dai Longobardi nel VI secolo, il Mali intratteneva un vivace scambio commerciale di oro, sale e schiavi con i popoli che vivevano al di là del Sahara. Il conseguente arricchimento del paese favorì l’ascesa del primo Impero del Ghana (che non ha collegamenti con l’attuale Ghana), il cui territorio si estendeva fino al Senegal e che fu rimpiazzato, nel XI secolo, dall’Impero del Mali: un vasto territorio che occupava la parte occidentale del continente, dalle rive atlantiche alla Nigeria. L’Impero del Mali, di cultura islamica, faceva del commercio la principale attività economica. La città di Timbuctu, ad esempio, fu il polo commerciale e culturale del mondo arabo tra il 1300 e il 1500.

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La porta Sacra della moschea di Sidi Yahia di Timbuctu durante i lavori di restauro e reinstallazione dopo i danni causati da un attacco degli estremisti islamici del 2012. Ph. copyright UNESCO / Clarisse Njikam – fonte http://whc.unesco.org/en/news/1557

Di quell’epoca restano i “Manoscritti islamici di Timbuctu”: circa settecentomila manoscritti arabo-islamici africani di epoca medievale che trattano di cultura islamica, astronomia e diritto. Purtroppo i manoscritti sono stati conservati in condizioni precarie per cui l’UNESCO ha fondato, nel 1970, un’organizzazione che possa aiutare a preservarli senza ottenere grandi risultati fino al 2000 quando, tramite il Timbuktu Manuscripts Projects, l’Università di Oslo ha fornito assistenza circa le modalità di conservazione e digitalizzazione predisponendo un catalogo informatico al fine di organizzare un database elettronico dei manoscritti.

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Un manoscritto appartenente alla collezione della Mohamed Tahar Library, Timbuctu. Fonte immagine -> https://web.archive.org/web/20100301113714/http://www.sum.uio.no:80/research/mali/timbuktu/privates/tahar/index.html

A partire dal VII, l’Impero del Mali fu sostituito da una nuova dinastia di fede animista la quale esercitò il proprio dominio sul territorio africano occidentale fino al X secolo, quando l’esercito marocchino di Ahmad al Mansur conquistò la zona ponendo fine all’Impero Songhai.

Successivamente, considerato il declino della dominazione marocchina, il Mali venne assoggettato alla colonizzazione francese a partire dal 1864 e fino al 1960, anno in cui lo stato entrò a far parte dell’ONU. Sotto il controllo di Parigi, il paese venne integrato all’Africa Occidentale Francese e ribattezzato Sudan francese.
Con il termine della dominazione europea, il Mali si separò dal Senegal ed elesse il suo primo presidente, Modibo Keita.
Il regime, d’impronta marxista a partito unico di Keita, fece scelte politiche ed economiche disastrose che piegarono il paese fino al colpo di stato di Moussa Traoré, nel 1968.
Un altro colpo di stato spodestò Traoré nel 1991 ma i militari che l’avevano organizzato decisero di favorire il processo democratico portando il paese alle elezioni, nel 1992.
Il Mali divenne una repubblica parlamentare con regime semipresidenziale e le prime elezioni democratiche furono vinte da Alpha Oumar Konaré che venne rieletto anche nel 1997 e che si fece carico di contrastare la corruzione oltre che a garantire una politica di riforme economiche.
Superato il vincolo di mandato nel 2002, Konaré non potè ricandidarsi per la terza volta e gli seguì il governo di Amadou Toumani Touré, anch’egli riconfermato nel 2007.

A partire dall’autunno del 2008 si sono riacutizzate le tensioni tra i Tuareg (popolazione minoritaria del nord) e le restanti etnie presenti nel paese e le violenze nei confronti dei Tuareg si sono perpetrate senza interventi da parte delle autorità.
Nel 2011 il presidente Touré ha nominato Cissé Mariam Kaïdama Sidibé come prima donna capo del governo.
L’anno seguente, dei soldati ammutinati e guidati dal capitano Sanogo hanno preso il controllo dei media e delle istituzioni costituendo un “Comitato Nazionale per il ripristino della democrazia in Mali” e sospendendo la Costituzione.
Il nuovo Primo Ministro Diarra, nominato ad interim per favorire il processo democratico, è stato, fino alla fine del 2013, a capo di un governo in cui i ministeri più importanti erano assegnati a membri della giunta militare.
La situazione politica incerta ha lasciato spazio all’infiltrarsi di gruppi fondamentalisti anche tra i tuareg (un’etnia prevalentemente laica), fino all’alleanza del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad con al-Qa’ida.
Mentre si continua a sostenere l’esercito per evitare altri golpe o interferenze di stampo religioso sulla politica maliana filo-occidentale, la crisi alimentare continua a mietere vittime tra i quindici milioni di abitanti colpiti.  Inoltre, a causa dei disordini, centinaia di migliaia di persone hanno lasciato il nord del paese: se non coinvolte dagli scontri tra fazioni, molte vengono arrestate arbitrariamente e torturate e stuprate.
Dopo l’ammissione del governo di “casi in cui elementi delle forze di sicurezza hanno agito in modo indipendente dell’autorità”, gli Stati Uniti hanno contribuito alla formazione del personale militare cui hanno fornito la dotazione di attrezzature e armi, mentre l’Europa ha inviato una missione militare denominata European Union Training Mission Mali con il compito di riorganizzare le forze armate.

Per Gaetan Motoo, ricercatore di Amnesty International sull’Africa occidentale, questa è la peggiore crisi che il paese sta affrontando dal 1960: il nord è nelle mani di gruppi armati e la popolazione che scappa rappresenta una grave crisi umanitaria che colpisce il sud del paese e gli stati confinanti.

Di Cristina Monasteri