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Alle otto di mattina del 12 marzo 280 persone sono arrivate nel porto di Augusta dopo essere sopravvissute ad un viaggio che le ha messe a dura prova sia fisicamente che emotivamente. Fra loro 47 donne e 32 minori hanno ricevuto per la prima volta da tempo immemore cibo, acqua e cure mediche in un luogo che per loro resterà sempre simbolo di salvezza. Uno dei minori non accompagnati era Allah, 14 anni, libico e affetto da una leucemia incurabile nel suo paese sventrato da anni di conflitti fomentati dalle nostre democratiche armi. Allah era con due fratelli maggiori che, non vedendo altra soluzione plausibile all’orizzonte, hanno preso un barcone e 200 litri di benzina e hanno affrontato il mare di notte con un coraggio che non credevano di possedere.

La ONG spagnola, una organizzazione umanitaria che instancabile continua a riscattare vite dal Mediterraneo, li ha intercettati la notte del 10 marzo ed è riuscita a trasferirli a bordo prima che il mare li inghiottisse. In seguito, durante la giornata, ha assistito altre 106 persone alla deriva, fra cui molte donne incinte e minori non accompagnati, denunciando ancora una volta sia le terribili condizioni di salute che l’operato della Guardia Costiera Libica che, col plauso e l’appoggio dell’Europa, compie crimini contro l’umanità e abusi degni dei peggiori criminali nazisti. L’11 marzo Oscar Camps, fondatore di Proactiva OpenArms, annunciava che a 40 miglia dalla costa libica erano state intercettate 150 persone alla deriva e, mentre le lance di salvataggio si mettevano in mare per raggiungerle, si avvicinava anche una imbarcazione libica con a bordo solo armi, ma nessun giubbotto salvagente.

L’obiettivo? Riportarle in Libia per ricominciare il ciclo interminabile di torture ed estorsioni finalizzate a ottenere ulteriore denaro dalle famiglie delle vittime che, se incapaci di pagare, vengono brutalmente uccise o vendute come schiavi. Tutto questo con il beneplacito del nostro paese che ha lautamente elargito fondi, motovedette e training al personale libico. Tutto questo in assoluto spregio del Diritto Internazionale codificato che nel “non-refoulement” (non respingimento) trova uno dei principi fondanti e del fatto che la Libia, a cui abbiamo in pratica dato carta bianca nella gestione dei flussi migratori al suo interno, non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato. Insomma, siamo disposti a qualunque cosa pur di non assumerci le nostre responsabilità per il salvataggio e l’accoglienza di queste migliaia di vite umane.

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Foto d’archivio_Photo Copyright: Francesco Malavolta

Quello stesso giorno le 108 persone a bordo della Open Arms sono state trasferite a bordo della Aquarius gestita da SOS Méditérranée e MSF dove avevano già trovato accoglienza altri 62 naufraghi precedentemente salvati dalla nave mercantile Asso Trenta in prossimità di una piattaforma petrolifera al largo della Libia. A quel punto, la Aquarius ha fatto rotta verso Augusta mentre la nave di Open Arms si dirigeva a Pozzallo, facendo sbarcare 93 sopravvissuti le cui condizioni fisiche e psicologiche ricordano tragicamente quelle dei prigionieri dei campi di concentramento nazisti.

Dopo la corsa contro il tempo del personale medico a bordo per assistere le emergenze più gravi, anche gli operatori di terra e le autorità locali hanno denunciato il diffuso stato di profonda denutrizione e le ferite delle torture o delle armi da fuoco riportate. Tuttavia, lo sbarco questa volta non ha rappresentato per tutti la fine dell’incubo e l’inizio di una seppur stentata vita nuova: se il piccolo Allah è stato subito assistito prima nell’ospedale di Augusta e poi a Catania, un altro ragazzo sbarcato a Pozzallo è morto poco dopo. Segen, 22 anni, eritreo era troppo deperito, troppo denutrito e il suo fisico troppo provato per farcela. Nemmeno il tempo di assaggiare la libertà, di sentirsi al sicuro, di toccare con mano quella salvezza per cui aveva sopportato l’insopportabile che Segen è morto di fame e problemi respiratori.

Nella Sicilia dell’abbondanza, nella terra in cui la convivialità è la base di ogni rapporto umano, nella regione conosciuta in tutto il mondo per la sua cucina, un ragazzo tocca terra e non riesce a rimanere in piedi perché gli mancano le forze e nessun alimento o farmaco può compensare la devastazione vissuta in un anno e 7 mesi di Libia. Volendo ricorrere a una simbologia del paradosso, possiamo concludere che abbiamo toccato il fondo e stiamo già scavando la nostra stessa fossa comune dove ci seppelliremo tutti e tutte insieme alla nostra umanità tradita.

Gli attuali flussi migratori, i conflitti in corso, le crisi umanitarie e le carestie che serpeggiano in tutto il pianeta costringendo masse sempre più ingenti di disperati a spostarsi per trovare sostentamento, salvezza e acqua potabile non hanno affatto compromesso il nostro sistema democratico, né l’economia mondiale, europea e italiana in particolare. Hanno piuttosto messo a nudo ciò che siamo veramente oltre i proclami, oltre l’illuminismo, oltre i diritti umani sbandierati nelle convenzioni, oltre le tutele millantate negli accordi fra paesi che lasciano circolare le merci e bloccano le persone, oltre Norimberga e Ginevra.

E così emerge la dura verità: siamo incapaci di vivere pacificamente, ma perfettamente in grado di chiudere gli occhi e silenziare la coscienza di fronte a un ragazzino di 14 anni che arriva su un gommone per curarsi o a un giovane eritreo di 22 anni che non conoscerà mai i sapori della nostra terra e della libertà che inseguiva. L’anno scorso nel solo mese di marzo sono sbarcate quasi 9mila persone in Italia, quest’anno solo 693 secondo i dati del Ministero degli interni italiano aggiornati al 13 marzo. Eppure nessun miglioramento si è registrato in Libia dove rimane bloccato un numero imprecisato di persone in condizioni da lager nazista, mentre una domanda dovrebbe tormentarci costantemente: dove sono gli altri?

di Maria Grazia Patania

*la foto non si riferisce ai salvataggi oggetto del post. L’articolo è stato pubblicato sull’edizione cartacea de La Civetta di Minerva

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