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Due migranti ricevono cibo e acqua dall’organizzazione Al-Salam a Bani Walid, dove il nostro testimone è stato ridotto in schiavitù e torturato.

Migranti ridotti in schiavitù in Libia (1/2):

“Sono stato rapito, venduto e poi buttato in prigione”

La Libia è stata costretta a confrontarsi con le vergognose pratiche perpetrate al suo interno dopo la pubblicazione online a novembre di un video dell’emittente americana CNN che mostrava le immagini di un’asta per la vendita di schiavi. Il Team di Osservatori FRANCE 24 ha ricevuto diversi messaggi da persone che hanno dichiarato di essere state vittime del traffico di esseri umani, tra cui un uomo guineano che è ora tornato a vivere a Conakry, Guinea. Questo è il suo racconto.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazione (OIM) stima che ci sono tra 700,000 e 1 milione di migranti in Libia. Il traffico dei migranti è la seconda attività più lucrativa del Paese dopo il traffico illegale di petrolio e rappresenta tra il 5% e il 10% del PIL nazionale.

Nella prima delle due parti di questo rapporto, il nostro testimone, un guineano di 22 anni, descrive l’infernale esperienza vissuta in Libia. Nella seconda parte descrive la sua raccapricciante e disperata fuga.

“Il mio amico è stato torturato con scosse elettriche. È morto sotto i miei occhi”

Ousmane K., un guineano di 22 anni, è stato venduto come schiavo in Libia nell’estate del 2016.

[Potete vedere la rotta seguita da Ousmane su questa mappa interattiva. Ogni marcatore rosso rappresenta una parte del viaggio di Ousmane. Per ulteriori informazioni cliccare sui marcatori rossi.]

“Dopo aver affrontato numerosi ostacoli sulla rotta da Conakry a Agadez, sono arrivato a Bani Walid durante il Ramadan [giugno 2016]. Qui sono stato rapito, gettato in prigione e venduto dai sequestratori alle guardie della prigione”

Il nostro testimone non era presente al momento della transazione. Pensa di essere stato venduto alla guardia con tutti gli altri migranti del suo gruppo. Coloro che comprano i migranti fanno soldi ricattando le famiglie.

Le famiglie devono comprare la libertà dei loro cari – e se non hanno i soldi richiesti, le vittime vengono torturate.

“Sul tragitto per la prigione, due dei miei amici hanno provato a fuggire. Uno di loro ci è riuscito e ora vive in Germania. L’altro è stato ricatturato. L’ho visto mentre veniva legato ad un palo e poi torturato con scosse elettriche e picchiato [questo tipo di tortura sembra essere la più comune, secondo i testimoni oculari. Gli aguzzini collegano cavi elettrici alla pelle delle vittime o li avvolgono intorno alle loro gambe o braccia]. È morto dopo una lunga agonia sotto i miei occhi. Il suo cadavere non è stato toccato per tre giorni. Poi le guardie ci hanno detto di lasciare il suo corpo sul ciglio della strada.

A Bani Walid, almeno due organizzazioni libiche provano a lavorare ed occuparsi dei migranti illegali vittime di torture, schiavitù e costretti alla prostituzione. L’organizzazione Al-Salam si occupa del ‘cimitero dei migranti’ – un pezzo di terra dove seppelliscono da 25 a 30 corpi al mese: le salme dei migranti lasciate sui cigli delle strade.

Un dignitario locale, Alhusain Khire, gestisce l’Hotel Ivoire, un rifugio per i migranti che sono scappati dalle prigioni. Qui si assicura che i migranti siano al sicuro e ricevano sostegno umanitario e cure mediche. In un rapporto del mezzo d’informazione francese France 2, ci spiega che gli individui che gestiscono queste prigioni illegali per i migranti sono ben radicati nella città, pertanto l’unica cosa che riesce a fare è fornire aiuto umanitario a queste persone solo dopo la loro fuga dalla prigionia.

“Questa prigione era una specie di hangar situata nella periferia della città. C’erano guardie armate e telecamere di sorveglianza. Direi che c’erano circa 200 persone all’interno. Non potevamo vedere il sole, non sapevamo mai che giorno fosse, ci privavano di cibo e acqua, non ci potevamo lavare. Facevamo lavori forzati – per esempio, mi hanno fatto trasportare massi pesanti o lavare tutti i tappeti nella casa del direttore della prigione.”

“Un amico è riuscito a nascondere un piccolo telefono cellulare permettendomi di avvertire la mia famiglia e indicargli dove mi trovavo. Una delle guardie ci ha scoperto, ha iniziato a sparare in aria e poi ci ha fatto mettere in fila. Voleva che gli dicessimo chi aveva il cellulare. Noi ci siamo rifiutati e lui ci ha picchiato; alcuni di noi sono stati puniti con scosse elettriche. Poi la persona che aveva il cellulare ha confessato. È stato picchiato “, continua il nostro testimone.

“Ci facevano chiamare i nostri genitori e contemporaneamente ci torturavano per spingerci a supplicarli di pagare il riscatto.”

“Le guardie ci dicevano che dovevamo aspettare lì prima di poter partire per Sabratah [una città sulla costa situata a circa 200 km a nord-ovest di Bani Walid e punto di partenza per il viaggio verso l’Italia]. Ci chiamavano uno per uno. Ci dicevano ‘Tranquillo, potrai partire’ ma poi ci mettevano tutti in una stanza, ci facevano chiamare i nostri genitori per spingerci a supplicarli di pagare il riscatto. Io non sono stato torturato perché i miei genitori hanno subito accettato di pagare 1,500 dollari [circa 1,200 euro]. Io sono uno dei pochi che è riuscito ad uscire da lì.

La mia famiglia ha fatto di tutto per trovare i soldi. Mio padre ha preso in prestito moltissimi soldi dai suoi amici e vicini.

Quelli che pagavano il riscatto erano un po’ più privilegiati degli altri prigionieri. Siamo diventati una specie di assistenti delle guardie e avevamo diritto a un po’ più di cibo degli altri – sostanzialmente riso con un po’ di sale. Io ero l’assistente di una guardia del Ciad.”

In Libia, i migranti venivano sempre privati dei loro cellulari. Il nostro testimone non ha potuto documentare la sua esperienza. Una volta tornato a Conakry, ha trovato il profilo Facebook di una delle guardie, un altro uomo guineano. La guardia aveva pubblicato sul suo profilo una foto (successivamente cancellata) dove era con il direttore della prigione, un uomo conosciuto come Abdulkarim.

“Grazie alla mia posizione all’interno della prigione, un giorno mi è stato permesso di andare in città con la guardia del Ciad. Sono riuscito a chiamare i miei genitori e trovare persone che mi aiutassero a fuggire. Il manager della prigione mi ha scoperto e ha chiesto ai miei genitori altri soldi per lasciarmi andare. Hanno dovuto pagare altri 1,000 dollari [930 euro]. Ma ovviamente non sono stato liberato.”

Di Liselotte Mas  
Traduzione di F. Colantuoni

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