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La Guinea è uno stato dell’Africa occidentale che si affaccia sull’Oceano Atlantico e confina con Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Liberia, Sierra Leone e Guinea Bissau.
Il nome deriva dal berbero aginaw il cui significato originario è “terra dei negri” (adottato dai portoghesi)

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fonte: Google Maps

Spopolata dalla tratta degli schiavi, la Guinea è stata colonia francese dal 1890 al 1958, anno in cui ha avuto inizio il governo non democratico di Ahmed Sékou Touré, in carica fino al 1984. La forma non democratica di governo, diciamo pure dittatoriale considerato il controllo sui media, prosegue con Lansana Conté fino al 2008, anno della sua morte.
La stessa mattina in cui muore Conté, la Guinea è sotto attacco per via del golpe militare mediante il quale l’esercito interrompe ogni attività politica sciogliendo l’Assemblea Nazionale e sospendendo la Costituzione. Il Capitano Camara, responsabile dei carburanti per il governo Conté, diventa la guida del paese promettendo libere elezioni che si sono tenute solo due anni dopo, nel 2010, consegnando il paese nelle mani dell’opposizione di Alpha Condé e del suo piano di riforme.

Professore di diritto alla Sorbonne, Condé è stato condannato a morte in contumacia da Sékou Touré, nel 1970.
Rientrato in patria negli anni ’90 dopo 30 anni d’esilio, ha trascorso due anni nelle prigioni di Conté e, una volta eletto, ha dichiarato di voler costruire la Guinea mediante un governo di unità nazionale che rappresenti tutte le identità e le sensibilità all’interno della società guineana e che ponga fine all’impunità e alla corruzione.
In un contesto di “ricostruzione”, purtroppo le forze di sicurezza continuano a usare la forza contro chi esprime dissenso nei confronti del governo. Diciotto persone, secondo il rapporto di Amnesty International, sono state uccise e altre decine sono state ferite durante le manifestazioni dell’ultimo anno.
Il 20 febbraio, sette attivisti per i diritti umani appartenenti al movimento “La voix du peuple” che manifestavano a Conakry per chiedere la riapertura delle scuole, sono stati arrestati per reati contro l’ordine pubblico.
Anche molti giornalisti i quali si sono espressi contro il governo sono stati detenuti arbitrariamente come Aboubacar Camara che, durante una protesta nella periferia di Conakry aveva documentato l’abuso della forza da parte dell’esercito.

Il paese dispone di immense ricchezze minerarie ma metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, basti pensare che il PIL pro capite (anno 2012), è pari a 519 dollari.
In Italia, il PIL pro capite (anno 2016), è pari a 30.527 dollari.
Data l’influenza dell’esercito, il piano del Presidente consiste nel restituire dignità alle forze armate, formando i militari al rispetto e al servizio dei cittadini e dei beni dello Stato al fine di poter collaborare per risollevare l’economia agricola del paese che non è in grado di provvedere all’autosufficienza alimentare e che rimane in uno stato di arretratezza delle infrastrutture ereditato dalle precedenti dittature e dall’epoca coloniale.

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Foto aerea della Capitale Conakry. La Repubblica di Guinea viene infatti chiamata spesso Guinea-Conakry per distinguerla dalla Guinea-Bissau. Fonte http://bomdiaafrica.blogspot.it/2010/11/introducao-conakry.html

Gli esseri umani provenienti dalle Guinea rientrano nella tipologia di migranti economici i quali, secondo un’equazione d’ipocrisia, si ritiene non abbiano alcun motivo per lasciare la Patria, ne’ alcun diritto alla vita fuori dai confini del paese di nascita.
Evitare di morire di fame non è un buon motivo per venire in Europa.
Aspirare a una vita in un paese che tuteli e garantisca l’accesso a istruzione e sanità senza dover percorrere chilometri a piedi, non sono buoni motivi per venire in Europa.
Aspirare a una carriera lontana dal lavoro in miniera o dai pozzi di petrolio non è un buon motivo per venire in Europa perché, viste le innumerevoli risorse, è sempre stata l’Europa a venire in Guinea per svuotarla di ogni ricchezza che renderebbe il paese realmente indipendente. Aiutarli a casa loro? Già fatto e con risultati catastrofici. È ora di fare di più, invece ci arroghiamo il diritto di pontificare su chi debba morire di stenti perché non vogliamo farci carico di politiche coloniali e post coloniali spregiudicate.

Ci giriamo dall’altra parte, facciamo spallucce: “tutta l’Africa in Italia non ci sta” motteggiano i sostenitori dei partiti razzisti i quali, in nome di una crisi che è più nella testa che nei portafogli, hanno il coraggio di stigmatizzare la povertà.

 

Di Cristina Monasteri

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