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Ho 17 anni e il mio viaggio verso l’Italia è durato due anni.

Sono partito dalla Guinea Conakry e non avrei mai pensato di vivere quello che ho vissuto. Nel mio paese ho avuto tanti problemi, ma alla fine un mio amico mi ha convinto a partire dandomi il coraggio necessario.
Nel mio paese giocavo a calcio e questo mio amico pensava che in Mali avrei avuto più opportunità. Così, siamo partiti insieme.

In Mali avevo un fratello che ci ha ospitati a casa sua nella speranza che qualcosa cambiasse.
Ma non cambiava mai niente.
Mentre giocavo in strada a pallone, vedevo file di persone che si mettevano in viaggio per andare in Algeria. A quel punto, abbiamo deciso di partire anche noi.
In Algeria avrei potuto finalmente giocare a calcio.
Ma c’era il deserto nel mezzo e non credevo di poter soffrire così tanto.

Abbiamo incontrato più volte i ribelli ed è stato terribile quando ci hanno rapiti.
Per una settimana ci hanno torturati e maltrattati in modi che non pensavo esistessero.
Un giorno ci hanno liberati e siamo arrivati in Algeria. Qui un trafficante mi ha chiesto altri soldi, ma io non avevo niente con me perché i ribelli mi avevano rubato tutto. Allora il mio amico è riuscito ad andare avanti, mentre io sono rimasto indietro da solo.
Per due mesi ho vissuto in questo villaggio a lavorare per potermi pagare il viaggio verso la capitale.
Poi ho saputo che una persona in Guinea cercava giocatori, ma non ho potuto mandare i miei video perché i ribelli mi avevano tolto tutto e così ancora una volta dovevo rinunciare.
Con mio fratello ne abbiamo parlato e mi ha chiesto se potevo andare a fare quel provino, però era troppo difficile e pericoloso.
Non sarei sopravvissuto al deserto una seconda volta.
Potevo solo andare in Egitto dove hanno un campionato forte, ma anche questo era impossibile perché avrei dovuto attraversare la Libia e non avevo niente con me, nessun documento né soldi.
In Algeria ho incontrato un trafficante che mi poteva fare arrivare in Libia e poi in Egitto.
Allora mi sono affidato a lui, però passata la frontiera dopo otto km ci hanno fermato dei ribelli armati fino ai denti. Ci hanno arrestati, derubati e ogni tanto ci davano il telefono per avere altri soldi dalle nostre famiglie.
Mentre parlavamo al telefono, ci picchiavano forte così le nostre famiglie ascoltavano e si convincevano a mandare altri soldi.
In carcere un giorno è venuto un trafficante che ha detto che mi avrebbe fatto uscire permettendomi di pagare dopo il riscatto. Così, sono uscito di prigione e pian piano la mia famiglia gli ha dato i soldi. L’ho supplicato di farmi tornare a casa da mia mamma, ma non era possibile.
Non si torna indietro: puoi solo imbarcarti e attraversare il Mediterraneo.
Non avendo scelta, mi sono imbarcato una settimana dopo, ma poco dopo la partenza ci ha raggiunti una imbarcazione di ribelli che ci hanno riportato indietro e rinchiusi in carcere.
Qui sono ricominciate le torture solo per farci pagare altri soldi.
Chi non aveva soldi veniva messo all’asta e ci vendevano come cose.
A me non mi ha comprato nessuno e ho parlato con la mia famiglia che ha mandato altri soldi, anche se non sapevano dove trovarli.
I miei genitori hanno capito la sofferenza che provavo in quel carcere e hanno fatto di tutto per liberarmi. Mi vergognavo molto.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

In carcere eravamo solo dieci finché un libico non ci ha comprati tutti e portati in un’altra prigione.
Qui ci facevano stare spesso nudi e seduti in fila uno dietro l’altro.
Poi ci davano il telefono e se entro qualche minuto la nostra famiglia non diceva che avrebbe mandato i soldi, ci sbattevano la testa al muro prendendoci a calci.
Io ero lì, fermo, in fila quando senza motivo hanno accoltellato in testa un ragazzo che è morto davanti a me. Non potevo crederci, mi sentivo impazzire.
Il giorno dopo un trafficante ha detto che un ragazzo della Guinea poteva uscire. Purtroppo, non ero io.
La sera continuavano a torturarci e speravamo di essere salvati.
Di nuovo ci sbattevano la testa al muro e ad un ragazzo hanno sparato davanti a noi. La cosa peggiore non è tanto che quella persona sparava, ma che lo faceva mentre rideva.
Non eravamo persone, ma polli da scannare.
Quell’uomo continuava a puntare la pistola alla testa di tutti ed ero sicuro che sarei morto.
Sono rimasto 30 giorni dentro quella prigione e ogni giorno era sempre peggio.
Da mangiare ci davano solo un pezzo di formaggio da divedere in due.

Il mio destino è cambiato quando uno dei ragazzi che era lì ha pagato ed è stato liberato dopo che sono riuscito a dargli il numero per contattare mio padre.
Lo ha contattato e sono uscito anche io: in qualche modo a casa avevano trovato altri soldi per salvarmi la vita.
A quel punto, mi hanno riportato vicino al mare e mentre ero lì ad aspettare che la mia famiglia pagasse altri soldi per farmi partire sul barcone, sono passati due mesi. Io non volevo venire in Italia e ho pregato il trafficante di portarmi indietro almeno in Algeria, ma non era possibile.
O arrivi in Italia o muori in mare.
Quando sono partito, si è accesa di nuovo la speranza di continuare a vivere, ma chi guidava ha perso la rotta finché non ci siamo resi conto che stavamo tornando indietro verso la Libia.
A quel punto ci hanno ripresi e riportati in carcere.
L’incubo è iniziato di nuovo, ma ora i miei genitori non avevano più nulla davvero. Ho smesso di pregare dio di restare in vita. Lo pregavo di farmi morire.
Alla fine un mio amico ha pagato per me e un altro trafficante mi ha ospitato da lui, ma io non volevo più saperne di partire in mare.
Però lì non si poteva restare, così alla fine ho pagato e per fortuna questa volta siamo arrivati in acque internazionali.
All’improvviso il barcone si è bucato e siamo caduti in mare tutti. Ricordo le donne e i bambini che piangevano e morivano.
Dopo due ore finalmente è arrivata una grande nave italiana che ci ha salvati.
Così, sono arrivato in Italia lo scorso ottobre proprio qui ad Augusta dove vivo ancora adesso.
Non partirei mai più e farei di tutto perché nessuno sia costretto ad affrontare quello che ho vissuto io.

*Il nome del ragazzo è stato cambiato per proteggerne la privacy. Il resto, purtroppo, è tutto vero

di Maria Grazia Patania


Comincia oggi questo nuovo viaggio fra i paesi dei nostri Figli della Fortuna. Lo dedichiamo a chi sbraita abomini senza avere idea di cosa stia dicendo e a coloro che non hanno idea di cosa sia “casa loro”. L’ignoranza in questi casi è una colpa.

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