Tag

, , , , , , , , , , ,

Dapchi, stato dello Yobe – la sera di lunedì 19 febbraio, il Government Girls Technical College della città nigeriana ha subìto un attacco da parte delle milizie di Boko Haram durante il quale più di un centinaio di studentesse sono scomparse.
Nei giorni seguenti alcune delle studentesse fuggite per nascondersi dai terroristi sono tornate a scuola.
Molte di loro hanno camminato per decine di chilometri nella foresta pur di non essere portate via dalle milizie degli integralisti.
Il bilancio, all’indomani dell’attacco, ammontava a 111 studentesse scomparse; due giorni dopo, 48 di loro sono tornate a scuola ma, a una settimana dall’attacco, molte studentesse mancano ancora all’appello.
Il Presidente nigeriano Buhari ha inviato i suoi ministri nella regione per poter raccogliere informazioni utili alla pianificazione di un intervento contro i terroristi.

Dopo l’attacco del 2014 a Chibok (stato del Borno) durante il quale furono rapite 276 studentesse sollevando la mobilitazione della comunità internazionale con la campagna #BringBackOurGirls, l’esercito nigeriano, questa volta, non ha atteso a dare un segnale. Mediante diverse operazioni nella zona del lago Ciad, è stato possibile liberare 1100 prigionieri di Boko Haram (tra cui anche donne e bambini) e sequestrare le armi ai terroristi.
Pochi giorni fa c’è stato un nuovo attacco dei jihadisti di Boko Haram: il 2 marzo presso il campo sfollati di Rann (Borno), sono state uccise altre persone tra cui due cooperanti dell’Oim, un medico che lavorava per l’Unicef e alcuni militari. L’ipotesi è che il vero obiettivo dei terroristi fosse una base dell’esercito nigeriano e che le vittime siano state colpite in quanto si trovavano nei pressi dell’obiettivo dei terroristi.

Di fatto non possiamo dire quante tra queste persone siano state rapite a Chibok o a Dapchi, o in qualsiasi altra città dello stato che è il più popoloso d’Africa: un sesto della popolazione dell’intero continente vive in Nigeria, paese che ha raggiunto l’indipendenza dalla gran Bretagna nel 1960.

Boko Haram, fondata nel 2009 e alleata dell’ISIS a partire dal 2015, letteralmente significa “l’istruzione occidentale è proibita” ed è un’organizzazione terroristica sunnita salafita che definisce i propri adepti “Gente della Sunna per la propaganda religiosa e la guerra santa”.
Questi criminali rapiscono le donne per farne le proprie mogli o per venderle come schiave in quanto merce di scambio visto che spesso vengono costrette a farsi esplodere durante attacchi kamikaze le cui notizie vengono battute dalle testate occidentali, utilizzando determinate scelte lessicali:

ansa_boko

fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2018/02/17/nigeria-3-kamikaze-a-mercato-18-morti_1187aaa3-56da-4ddb-a53e-35880a8a52fd.html

Come se le donne kamikaze di cui si parla fossero parte attiva del gruppo terroristico, come se avessero scelta e, tra le tante possibilità, avessero proprio deciso di farsi saltare in aria per una causa che non le riguarda affatto.
Non le riguarda affatto e, nonostante ciò, se vengono rilasciate o riescono a scappare, spesso vengono ripudiate dalle proprie famiglie.
Non le riguarda perché i terroristi non sono musulmani o cattolici in un paese in cui metà della popolazione è musulmana o cattolica (in maggioranza protestante); i terroristi sono criminali e non perdono occasione per ammazzare indiscriminatamente musulmani o cattolici.
Non le riguarda perché sono solo corpi, strumenti per raggiungere l’obiettivo della Jihad.

dsc_0188

Photo Copyright Michelangelo Mignosa

Il punto è che, anche e soprattutto in guerra, i rapimenti, gli abusi, gli stupri sono un’arma a disposizione di eserciti avversari.
La storia è vecchia, purtroppo, ma è dalla guerra di Troia (mi viene in mente il mito di Criseide e Briseide), che le donne vengono schiacciate per annientare il nemico: perché non c’è niente di peggio della violazione del “territorio” di un altro maschio.
La guerra è un gioco tra uomini in cui le donne possono essere merce di scambio, trofei o territorio di conquista.
Gli stupri di guerra sono un modus di qualsiasi esercito, in qualunque epoca storica e l’assenza del riconoscimento ufficiale di questa barbarie nell’ambito del diritto internazionale, consente il perpetrare della pratica di cui viene fatta menzione già nella Bibbia (Isaia 13,16).
In epoca contemporanea, ogni esercito colonizzatore si è macchiato di terribili torture e omicidi ma l’accanimento contro le donne è sempre andato oltre il concetto di “nemico”.
Le donne, se incinte vengono torturate, poi sventrate, infine uccise; altrimenti vengono stuprate, costrette a prostituirsi, torturate, infine ammazzate. Gli episodi sono tanti, praticamente in ogni guerra che si è combattuta dalla notte dei tempi. Le stesse barbarie sono state compiute dai giapponesi durante Massacro di Nanchino del 1937 e dagli americani durante l’occupazione del Giappone, o dagli italiani durante la riconquista della Libia da parte dell’esercito fascista, nel 1931.

La storia del secolo breve è segnata da episodi di violenza mirata alle donne del nemico ma uno dei casi di violenza più atroce è quello della Bosnia: sono circa cinquantamila le donne musulmane violentate dai serbi in campi di stupro appositamente realizzati.
Bottiglie rotte, bastoni, manganelli, armi. Questi gli “strumenti” che i valorosi uomini avevano a disposizione per violentare le prigioniere con l’obiettivo di effettuare una vera e propria pulizia etnica visto che, in una società patrilineare come quella serba, l’etnia viene ereditata dal padre.

I campi di stupro vennero costruiti anche in Cile e Argentina negli anni Settanta durante la guerra sporca delle dittature militari da parte dei militari e, questa volta senza l’obiettivo di sostituzione etnica ma come mero atto punitivo nei confronti delle donne che non si assoggettavano a un’idea di figura femminile relegata a un ruolo subalterno.
In Italia e negli stessi anni, anche lo stupro di Franca Rame fu un atto punitivo contro una donna libera, intellettuale e socialmente attiva.
Il 9 marzo del 1979, 5 uomini di estrema destra rapirono, torturarono e violentarono Franca Rame.
Quella che condividiamo di seguito è la testimonianza di Nicolò Bozzo, allora Capitano presso la Divisione Pastrengo di Milano:

«Arrivò la notizia del sequestro e dello stupro di Franca Rame. Per me fu un colpo, lo vissi come una sconfitta della giustizia. Ma tra i miei superiori ci fu chi reagì in modo esattamente opposto. Era tutto contento. “Era ora”, diceva. […] Era il più alto in grado: il comandante della “Pastrengo”, il generale Giovanni Battista Palumbo. […] Allora io vissi quella reazione di Palumbo solo come una manifestazione di cattivo gusto. Credevo che il generale fosse piacevolmente sorpreso della notizia, nulla di più. D’altronde Palumbo era un personaggio particolare, era stato nella Repubblica Sociale, poi era passato con i partigiani appena prima della Liberazione. Non faceva mistero delle sue idee di destra. E alla “Pastrengo”, sotto il suo comando, circolavano personaggi dell’estrema destra, erano di casa quelli della “maggioranza silenziosa” come l’avvocato Degli Occhi»

tutta1-cas_letto_e_chiesa

Una vecchia locandina dello spettacolo “Tutta casa, letto e chiesa” all’interno del quale venne inserito il monologo “Lo Stupro” di Franca Rame che, per molto tempo, raccontò di essersi ispirata a un episodio di cronaca senza rivelare di essere lei stessa la vittima di quella violenza. (Immagine presa dal web)

All’inizio degli anni Novanta durante il genocidio del Ruanda, nonostante non siano state trovate prove scritte, è evidente l’incoraggiamento dei capi militari Hutu allo stupro delle donne Tutsi. Anche in questo caso, come confermato dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, la violenza sessuale diventa uno strumento di sostituzione etnica. Quasi cinquecentomila donne ruandesi furono vittime degli stupri da parte degli Hutu che si sono macchiati di crimini come mutilazioni genitali, schiavismo e infezione del virus dell’HIV.

Durante la guerra del Congo, più di duecentomila persone furono vittima di violenze sessuali perché nessuna arma è più semplice ed economica da impiegare e, solo dopo che il processo di pace ebbe inizio, si venne a conoscenza delle prove degli stupri che, quindi, furono perpetrati per anni.

Non è facile parlarne, non è facile scavare in queste storie perché sento l’utero contrarsi ogni volta che mi imbatto in una delle disumane pratiche adottate da questi valorosi, grandi uomini per cui la guerra è un gioco e le donne giocattoli rotti.

“…no, la sola risposta che lei gli avesse dato in questo giorno agì sull’ira confusa del soldato come un segnale di rivolta per una trasgressione immensa. Inaspettatamente la tenerezza amara che lo aveva umiliato col suo martirio fino dalla mattina gli scatenò una violenza feroce: “fare amore! FARE AMORE!” gridò, ripetendo, in uno sfogo fanciullesco, altre due delle quattro parole italiane che, per sua propria previdenza, s’era fatto insegnare alla frontiera. E senza neanche togliersi la cintura dalla divisa, incurante che costei fosse una vecchia, si buttò sopra di lei, rovesciandola su quel divanoletto arruffato, e la violentò con tanta rabbia, come se volesse assassinarla”

Elsa Morante, La Storia. Einaudi, Torino, 1976.

 

 

Di Cristina Monasteri

Annunci