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Era un giorno terribilmente caldo quando Manal venne al mondo circondata dalle donne della sua famiglia, mentre gli uomini attendevano impazienti nel patio all’ombra. Suo padre fumava una sigaretta dietro l’altra e mentre tutti gli auguravano un figlio maschio, lui sperava che la moglie partorisse una bambina. Non sapeva spiegare perché, ma desiderava moltissimo crescere una donna, anche solo per il gusto di sfidare il mondo educandola alla libertà. L’aveva sognata da subito, spesso quella bambina era andata a trovare in sogno sua moglie e lui, assumendo caratteristiche diverse e confondendo i dettagli che si raccontavano al mattino. A volte aveva il viso ovale e gli occhi verdi screziati di riflessi color oro, altre volte aveva lunghi capelli biondi e occhi castani, altre ancora era soltanto un’ombra su uno sfondo grigio come un brutto presagio.

Quando Manal venne al mondo, fu un giorno di festa anche se in lontananza si sentiva la guerra. Era così bella che sembrava disegnata e suo padre era sicuro che fosse destinata a grandi cose. La sera, prima di andare a dormire, le raccontava il loro paese, l’Iraq, e le descriveva il luogo dove vivevano, Kirkuk. Prendeva un foglio e disegnava la geografia di quella città nel nord-est del paese a 233 km da Baghdad e vicino ai monti Zagros, soffermandosi sulla sua parte più antica: una cittadella che sorge su un’altura artificiale nella piana oltre il fiume Khasa. Il Khasa era un fiume tanto gentile da donare la propria acqua al Tigri che, insieme all’Eufrate, avevano benedetto nei secoli la Mesopotamia, divenuta culla dell’umanità. Lì aveva mosso i primi passi una grande e raffinata civiltà che, incapace di guardare solo alla terra, scrutava il cielo per carpirne i segreti più profondi fino a scoprire i rudimenti dell’astrologia e individuare i 12 segni dello zodiaco.

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Manal, una bambina irachena vittima di una esplosione a Kirkuk che con la sua storia ha ispirato questo racconto. Scatto finalista al WPP 2018 nella categoria PEOPLE. Photo Copyright: Alessio Mamo / MSF

Man mano che Manal cresceva, aumentava la sua curiosità e si appassionava ai colori. Non le bastavano più le parole di suo padre e i racconti di sua madre, che con una matita tracciavano confini e segnavano nomi di città. Il bianco della carta e il nero della matita erano incapaci di rendere giustizia al mondo che le veniva descritto e in quella grigia penombra la sua fantasia viaggiava a fatica fra le valli, le montagne, i fiumi. A sei anni il nonno materno le regalò dei colori: con quei pastelli sua nipote avrebbe evocato l’azzurro cupo dei fiumi che sfrontati dormivano nei letti di vari paesi, avrebbe riprodotto il profumo verde delle foglie delle palme da datteri e tratteggiato il volto marrone e rugoso di quei piccoli frutti estremamente dolci. Tutti intorno a lei raccontavano storie incredibili e a cavallo delle sillabe Manal percorreva Kirkuk perdendosi fra i suoi vicoli, senza mai dimenticare di guardare il cielo sopra la sua testa come i suoi antenati. La affascinavano le nuvole, soprattutto quelle bianche che si rincorrevano in cielo ad una velocità folle nelle giornate di vento forte. Le piacevano soprattutto perché non riusciva a disegnarle, il bianco non rendeva sul blu del cielo e le venivano meglio i nuvoloni pieni di acqua che poteva riprodurre con una semplice matita nera che sfumava piano. Avrebbe dato qualunque cosa per andare al mercato, per sentire gli odori che abbinava ai colori delle spezie e toccare le stoffe coloratissime che le sue cugine usavano per cucirsi i vestiti.

Suo zio le aveva raccontato che sotto la terra di Kirkuk c’era la loro fonte di ricchezza, il petrolio, mentre suo nonno lo considerava una grossa sventura che dentro gli oleodotti si propagava fino al Mediterraneo. Manal era troppo piccola per capire i motivi dei dissidi fra la visione di suo zio, così incantato dal progresso e dalla prospettiva della ricchezza, e di suo nonno, così stanco di conflitti per il controllo di quei pozzi che valevano più della vita delle persone. Col dito seguiva la ragnatela di tubature che suo zio imprimeva per lei sulla carta e sognava di essere una sirena che nuotando dentro i tubi arrivava al mare; quell’oro nero non la toccava nemmeno, era libera di nuotare, di viaggiare e di scoprire il mondo che la circondava. Trascorreva ore a fissare fuori dalla finestra o a guardare il soffitto mentre si succhiava il dito indice con del sale sopra per immaginare il mare.

Manal viveva una vita di fantasia e reclusione dentro un mondo immaginato a occhi chiusi o aperti all’interno del perimetro della casa dentro cui moltiplicava lo spazio coi racconti della sua famiglia. Un giorno, d’improvviso, la sua vita cambiò. Un uomo e una donna arrivati da un’isola al centro del Mediterraneo arrivarono alla sua porta e si fermarono chiedendo ospitalità. Dato che nella sua terra gli ospiti sono sacri, la tavola quella sera fu particolarmente ricca, nonostante i razionamenti e le privazioni dettate dalla guerra per quello stesso petrolio che secondo suo zio li avrebbe resi ricchi. Gli stranieri parlavano una lingua sconosciuta, ma furono accolti in casa e Manal mostrò loro i suoi disegni. Così, percorrendo le linee tracciate  sulla carta, viaggiarono insieme oltre i confini imposti dagli uomini: se erano liberi i fiumi, era libera anche lei. Se il petrolio si muoveva attraversando paesi in guerra, lei poteva fare lo stesso chiudendo gli occhi. Se i pesci potevano conoscere il mare e rigirarsi il sale in bocca, lei poteva succhiarsi la lingua imitandone il sapore sul letto di casa sua.

Di tutti i desideri, il più grande era viaggiare libera per il mondo e dopo quel giorno in cui gli stranieri arrivarono a casa sua poté farlo. Manal visitò 45 paesi, soggiornando in 100 città diverse e parlando al cuore di almeno quattro milioni di persone fino a divenire una moderna eroina con le sue unghie smaltate, il vestito a pois e un sorriso enigmatico sulle labbra e dentro gli occhi. Da ogni città in cui andava inviava una cartolina alla sua famiglia affinché tutti potessero viaggiare fra i colori di quei posti che lei imparava a conoscere.

A Kirkuk arrivarono cartoline da Berg en Dal, in Olanda, da Valencia, in Spagna, da Kitzingen e Oldenburg in Germania, da Yangon, in Myanmar, e Islamabad in Pakistan. Così, Manal, nata e cresciuta dentro l’angusto perimetro della guerra, viaggiò per il mondo insegnando la pace.

Di Maria Grazia Patania


In verità a viaggiare sarà lo scatto di Manal ritratta da Alessio Mamo che insieme alle altre foto finaliste del World Press Photo verrà esposta in una mostra itinerante che attraverserà 45 paesi. Lei, infatti, per adesso sta percorrendo un lungo cammino verso la guarigione dopo essere stata ferita durante un’esplosione provocata da un missile che la costringe a indossare per molte ore al giorno la maschera con cui la vediamo qui. Il 2007, anno di nascita di Manal, è stato il più letale dell’ennesima guerra in Iraq iniziata nel 2003: a novembre si contavano 852 morti, mentre già a inizio anno fra le truppe americane era stata superata la soglia delle 3000 morti dall’inizio della guerra. Nel 2013 un controverso studio ha ipotizzato che le morti fino al 2011 si aggirassero intorno al mezzo milione e i suoi autori ritengono che almeno “56mila morti non sono state conteggiate a causa della migrazione”. All’apice del conflitto il rischio di rimanere uccisi era aumentato di tre volte per gli uomini e del 70% per le donne. “Gli intervistati hanno attribuito il 20% delle morti dei propri familiari alla violenza bellica. Le morti violente sono state in primo luogo attribuite alle forze di coalizione (35%) e alle milizie (32%). La maggior parte delle morti violente era causata da spari da arma da fuoco, mentre il 12% è stato attribuito ad autobombe”. I dati UNHCR aggiornati a dicembre 2017 parlano di oltre 2.9 milioni di sfollati interni (ritenuti fra i gruppi più vulnerabili al mondo), oltre 1.4 di sfollati in insediamenti temporanei, 260.000 iracheni sono rifugiati in altri paesi, nell’area del Kurdistan iracheno una persona su quattro è rifugiata o sfollata. Il paese è sull’orlo del collasso, mentre si verificano esecuzioni di massa, stupri sistematici e altri orribili atti di violenza. Manal nella lotta per esportare democrazia a colpi di bombe è solo un’inezia, un danno collaterale: lì dove un tempo nacque la civiltà muore ogni giorno la nostra umanità.

 

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