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Anna, Brenda, Sebastiano, Aldo, Valerio, Angelo: questi sono i nomi di alcuni bambini e bambine che sabato 24 hanno partecipato all’incontro con il fotografo Alessio Mamo e la giornalista e scrittrice Marta Bellingreri. Avevo fortemente sperato di far raccontare ad Alessio e Marta la propria esperienza presso l’ospedale di chirurgia ricostruttiva di Amman in Giordania con cui Medici Senza Frontiere ripara -letteralmente- le vittime innocenti delle guerre che da troppo tempo dilaniano il Medio Oriente. Questo ospedale nei suoi primi 10 anni di carriera ha curato 4500 pazienti e realizzato 11mila interventi chirurgici che hanno aiutato i “danni collaterali” della guerra a guarire -parzialmente o del tutto- dalle ferite riportate. Nell’attesa che arrivassero Marta e Alessio, ho parlato del progetto del Collettivo Antigone, della sua genesi e delle sue finalità e non avrei immaginato di suscitare così tante domande.

Anna mi chiede perché ho deciso di creare il collettivo e mi rendo conto che solitamente sono io a spiegare la motivazione, mentre qui è lei che me la chiede esplicitamente. Le racconto delle scuole verdi, di quel primo approccio coi flussi migratori e i minori non accompagnati. Le spiego candidamente che è stato uno shock scoprire che nella mia scuola elementare, vicino alla casa dove vivono i miei, ci fossero decine e decine di ragazzi minorenni partiti senza la propria famiglia e arrivati per miracolo dopo aver superato mille ostacoli. Le spiego che non c’era altro da fare, se non rimboccarsi le maniche ed essere di aiuto perché di fronte alle persone che soffrono chiudere gli occhi non è mai la risposta giusta. Le confesso sorridendo che, di tutti gli anni lontana da casa, ricordo la mancanza di mia madre come un dolore costante, una ferita aperta che aspettava di rivederla per potere guarire. Sebastiano mi chiede perché abbiamo colonizzato l’Africa e non l’America e ridiamo pensando che, effettivamente, una capatina l’abbiamo fatta anche lì distruggendo tutte le popolazioni native che incontravamo sul cammino. Per quanto riguarda adesso, essendo l’Africa ricchissima di materie prime, nessuno ha la volontà di andar via e permettere una vera autodeterminazione. Nessuno di quelli che sbraitano “a casa loro” potrebbe vivere rinunciando al benessere costruito con le risorse altrui. Serena mi dice che ha un fratello che viene da Banjul, in Gambia, e le dico che me lo ricordo bene anche se sono passati anni da quando ci siamo incontrati in quella scuola verde all’epoca dismessa. Aldo fa molte domande, come Valerio: perché non mandiamo delle navi con le risorse per aiutarli? Perché alcuni stati europei non fanno la loro parte accogliendo le persone? Cosa può fare l’Italia per aiutare chi fugge dal proprio paese? Come possiamo aiutarli a “casa loro”?

scuola

Quello che si percepisce con certezza, oltre le domande, è la totale apertura nei confronti di chi migra e il desiderio di poter fare qualcosa. Nel mio piccolo, cerco di far capire che oltre i numeri, ci sono le storie e che, oltre le storie, ci sono le persone, cuore pulsante del progetto di Antigone. Guardando in tv gli sbarchi ci confondiamo e non sappiamo da dove partire, eppure dobbiamo conservare dentro di noi la capacità di immedesimarci in quegli occhi, oltrepassando ogni distanza emotiva. Prima di chiudere, dico che ci sono più convenzioni per proteggere diritti che diritti da proteggere a testimonianza che non sono gli strumenti legali a mancare per tutelare le persone, bensì la reale volontà di farlo. Accogliere non è un atto di generosità, né una gentile concessione elargita dall’alto della nostra posizione privilegiata. Accogliere degnamente e con rispetto è un dovere, un obbligo sancito dal Diritto Internazionale.

scuola marta

Arrivano Alessio e Marta che si presentano e spiegano perché sono lì prima di farci vedere alcuni degli scatti realizzati per il decimo anniversario della struttura, celebrato con una mostra che ripercorre il bianco e nero della sofferenza fino ad arrivare ai colori della ripresa o della guarigione. Si è parlato dei vari tipi di fotografia e di come uno scatto realizzato in pochi secondi abbia solitamente una lunga storia alle spalle, di come loro abbiano trascorso molto tempo dentro la struttura di MSF per conoscere i pazienti -poi divenuti amici e protagonisti di foto e storie. Sul cellulare di Marta abbiamo visto pezzi di vita quotidiana, foto mandate da quelle stesse persone che noi vedevamo in bianco e nero o a colori su uno schermo per far capire come l’amicizia non conosca limiti geografici. Alessio e Marta ci hanno presentato Haydal, un elettricista di Bagdad rimasto casualmente ferito ad una mano e ospite dell’ospedale di Amman. In bianco e nero lo smarrimento e il dolore, a fianco il sorriso suo e della moglie che esplode coi colori del mercato dove vengono ritratti. Poi è il turno di Amal, una sarta di soli 23 anni, che un giorno rimane vittima di una esplosione che le danneggia proprio le mani. A sinistra lo sguardo cupo e lo smarrimento, a destra i colori e la felicità condivisa con la madre di poter tornare a cucire. Incontriamo il piccolo Ibrahim che viene dallo Yemen e ha ingerito un potente acido: senza MSF a trasportarlo d’urgenza via dal paese, non ce l’avrebbe fatta. Il prossimo è Wa’el che per rivendicare i suoi diritti è stato colpito da un lanciarazzi nel 2011, quando la speranza risvegliava il mondo arabo come una primavera. Ed infine arriva Manal, la bimba undicenne irachena che col suo sguardo fiero, le unghie smaltate e il sorriso enigmatico celato dietro la maschera ammonisce il mondo intero sulle catastrofiche conseguenze delle guerre, delle bombe, delle armi. Proprio il suo fiero coraggio è valso ad Alessio la nomination come finalista al World Press Photo 2018 nella categoria People.

L’esito finale del concorso si conoscerà il prossimo 12-14 aprile ad Amsterdam, ma per tutti noi Manal ha già vinto: il suo sorriso nascosto, le sue mani che disegnano e suonano la chitarra, la sua gioia estroversa e la sua voglia di vivere sono la beffa più grande per i potenti signori della guerra. Manal ha vinto la vita stessa, l’ha riconquistata quando avrebbero potuto portargliela via e viaggerà per il mondo con le altre foto finaliste del WPP 2018 per ricordare a tutti che la guerra è un insensato abominio.

di Maria Grazia Patania

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