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Il 30 gennaio la nave della ONG SOS Méditerranée è arrivata nel porto di Augusta dove sono sbarcate 215 persone tratte in salvo durante operazioni di salvataggio tragiche e sempre più complesse.

Poco prima era giunta la notizia del decesso di una donna, morta dopo essere stata evacuata d’urgenza dall’Aquarius insieme ad altre 15 persone, fra cui sei bambini con acqua nei polmoni, e ricoverata in ospedale a Sfax, in Tunisia.

Oltre ai vivi, sono giunte anche le salme di due donne che non ce l’hanno fatta e lasciano due bambini orfani. Uno di loro ha appena cinque mesi, come racconta il team dell’Aquarius che sui propri canali social ha pubblicato una foto del bambino addormentato e sereno nella sua nuova tutina. L’altro bambino ha quattro anni e mezzo e qualcuno forse gli spiegherà di essere diventato un minore non accompagnato.

Chissà se per loro la mancanza della madre sarà un odore, uno sguardo o la consistenza della pelle.

Chissà se un giorno, da grandi, riusciranno a comprendere lo sconfinato coraggio e l’enorme sacrificio delle donne di cui non si sa nemmeno il nome che non solo li hanno messi al mondo, ma hanno anche perso la vita pur di metterli in salvo.

mal ramiPhoto Copyright: Francesco Malavolta

Gli ultimi giorni sono stati segnati da un picco di sbarchi sulle coste siciliane tanto che, prima dello sbarco di Augusta, circa 800 persone erano state portate fra Pozzallo, Messina e Trapani dove la catena dell’accoglienza si è subito messa in moto per garantire una degna assistenza a chi arrivava.

In tutti i porti di sbarco le testimonianze dei sopravvissuti sono così tragiche che dovrebbero veramente interrogare le nostre coscienze sopite. Quei racconti dovrebbero farci vergognare nel profondo quando continuiamo a presentare il calo di arrivi come un successo degli accordi siglati con la Libia, un paese allo sbando dove l’unica legge è quella del più forte e i diritti umani un’utopia a stento immaginabile.

Proprio alla Libia abbiamo offerto mezzi, risorse e addestramento per potenziarne la Guardia Costiera in modo da evitarci anche il disturbo degli sbarchi. Quella stessa Guardia Costiera oggi è libera ed equipaggiata per intralciare i soccorsi in mare, per riportare indietro le imbarcazioni intercettate violando il Diritto Internazionale o per impedire le attività SAR, come successo anche lo scorso 27 gennaio.

SOS Méditerranée ha infatti denunciato come le sia stato impedito di assistere una imbarcazione in difficoltà prima di intraprendere un difficilissimo soccorso che ha consentito di salvare la vita a 98 esseri umani. Di questi 98, moltissimi erano in condizioni critiche tanto da far intraprendere una vera e propria corsa contro il tempo al team di MSF a bordo dell’Aquarius che si occupa del post-soccorso. Il numero dei dispersi rimane sconosciuto, mentre i decessi si aggiungono a un triste bilancio secondo cui almeno 215 persone sarebbero già morte nel 2018 sulla rotta migratoria più letale al mondo.

Vale la pena ricordare che il diritto internazionale codificato impone, dopo un salvataggio, l’obbligo di far sbarcare i sopravvissuti nel porto sicuro più vicino e che la Libia non può in alcun modo risultare tale. Inoltre, la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiato, pietra miliare per la definizione di questo stesso status da cui discendono precisi obblighi internazionali che però preferiamo ignorare.

Il vuoto lasciato in mare dopo l’infondata macchina del fango contro le ONG attive in mare e gli accordi con la Libia è lo stesso che c’è dentro ognuno di noi.

Sabato 27 gennaio il mare si è trasformato nel teatro di un mortale gioco di potere in cui era la Guardia Costiera Libica a dettare le regole.

Sabato 27 gennaio il mare ingoiava uomini, donne e bambini smascherando nuovamente la nostra ipocrisia.

Mentre con convinzione o per abitudine ricordavamo l’olocausto nazista, nessuno si preoccupava dell’olocausto del mare o del deserto, né di quello della disperazione di chi rimane bloccato nel limbo di una accoglienza lacunosa.

Mentre le istituzioni e le autorità varie si sperticavano in vuote promesse ripetendo mai più, la gente moriva in mare e i giusti del nostro tempo assistevano impotenti all’agonia di una umanità calpestata insieme ai suoi diritti fondamentali.

Il 30 gennaio 2018 ad Augusta sono arrivati i sopravvissuti e le sopravvissute dell’olocausto quotidiano davanti casa nostra. Sono arrivate persone con evidenti traumi fisici e psicologici che hanno conosciuto la brutalità dei campi di prigionia libici che, come affermato dallo stesso ambasciatore tedesco in Niger, nulla hanno da invidiare a quelli nazisti.

Ad Augusta, da anni primo porto di sbarco a livello europeo, per la prima volta dopo tempo immemore quelle persone si sono sentite sicure e riceveranno accoglienza nella speranza che, nonostante tutto, riusciremo ad essere all’altezza dei loro sogni e delle loro aspettative.

«Noi testimoni della Shoah saremo dimenticati stiamo morendo tutti, ormai siamo rimasti pochissimi, le dita di una mano, e quando saremo morti proprio tutti, il mare si chiuderà completamente sopra di noi nell’indifferenza e nella dimenticanza. Come si sta adesso facendo con quei corpi che annegano per cercare la libertà e nessuno più di tanto se ne occupa».
Liliana Segre, sopravvissuta all’olocausto e nominata da poco senatrice a vista.

Di Maria Grazia Patania

Articolo pubblicato sulla versione cartacea della rivista La Civetta di Minerva venerdì 2 febbraio 2018

 

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