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«Entrare ad Auschwitz non è mai facile. Anche se sono passati 70 anni. Quando vedo da lontano la torretta mi succede ogni volta, comincio a stare male. Ma vengo lo stesso ogni anno. Per non dimenticare. Poi, quando la visita finisce, ricomincio a respirare. E io posso tornare alla mia vita. I tedeschi arrivarono prenderci di notte nella nostra casa di Fiume. Ci portarono in una minuscola cella nella Risiera di San Sabba, dove dovemmo stare in otto, nell’attesa di essere deportati in Polonia. Avevamo 4 e 6 anni».

Quando arrivarono i tedeschi, la madre le svegliò e le vestì in fretta. In soggiorno c’era confusione, la nonna si mise a piangere e si gettò per terra, aggrappata ai cappotti di questi uomini li implorò di prendere lei e di lasciare stare i bambini. Ma i nazisti li portarono via tutti. Arrivarono ad Auschwitz il 4 aprile.

«Non sapevamo ancora cosa volesse dire avere paura, ci fecero indossare vestiti grandi e sporchi. Poi ci marchiarono con il numero che ancora oggi portiamo sul braccio. E che non abbiamo mai voluto cancellare. La nonna venne sistemata in un’altra fila, insieme ai prigionieri destinati subito al gas. La mamma di giorno lavorava ma ogni tanto riusciva a venire a trovarci. Quando ci vedevamo ci ripeteva sempre i nostri nomi. E questo ci permise di non diventare solo numeri, come volevano loro, e fu importante anche per ritrovarci dopo la liberazione».

Decisiva per la loro salvezza fu la loro somiglianza, così marcata che le due furono scambiate per gemelle. Furono tenute da parte insieme ad altri bambini-cavia, perché proprio sui gemelli il dottor Mengele conduceva i suoi feroci esperimenti. Ma anche il ben volere della «kapò che si occupava del nostro blocco e con noi era molto gentile», ricorda Andra. «Un giorno ci prese da parte e, senza spiegare perché, ci disse: Domani vi chiederanno se volete rivedere la mamma, rispondete di no”. Dicemmo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa. Ma lui non ci diede retta. Quando ci fecero quella domanda, noi ubbidimmo. Lui invece fu portato ad Amburgo. Anche lì venivano fatti esperimenti sui bambini. Poco prima dell’arrivo degli alleati, i nazisti li drogarono, li impiccarono e bruciarono i loro corpi. Non lo vedemmo mai più».

Andra e Tati Bucci . Vissero ad Auschwitz dal marzo 1944 al gennaio 1945.

Fonte: http://www.corriere.it/reportages/cultura/2014/auschwitz/

Riccardo Pareggiani

Ph. Riccardo PareggianiPicture taken in the former refugees camp in Eidomeni, Greece

«Quando siamo arrivati ad Auschwitz, direttamente in campo, vedemmo questo camino grande e si pensava fossero fabbriche, ci siamo dette qua ci sarà da mangiare e faranno il pane, invece una ragazza che era incinta, incominciava a piangere. Le abbiamo chiesto perché e ha risposto: “Ragazze mie non sapete dove siamo arrivate”. Infatti, sotto vi erano i militari SS che ci aspettavano per accompagnarci (siamo arrivate di notte) e Auschwitz era suddivisa in tanti posti, uno di queste SS sapeva il serbo-croato e ci ha domandato a che religione appartenevamo e abbiamo risposto che appartenevamo alla religione cattolica. Ci ha risposto: “Siete fortunate perché vedete quel fuoco? Se foste state ebree questa notte sareste andate dritte lì”. Quando siamo arrivati ci hanno fatti andare in questa baracca, in un grande salone e ci hanno spogliati nudi, ci hanno fatto andare su un lungo corridoio e alla fine ci hanno tagliato i capelli e là si doveva entrare in una vasca ma non si sapeva quanto era profonda per cui si aveva paura di entrare. Dietro vi era un ufficiale tedesco che ci scortava e da lì si passava dentro ad un grande bagno con le docce. Là ho visto delle ragazze senza i capelli, a me li hanno lasciati corti. Abbiamo avuto paura perché si pensava che ci avrebbero messo insieme agli uomini, invece quelle erano ragazze con i capelli tagliati a zero. Lì ci hanno aperto l’acqua un po’ calda e un po’ fredda e appena insaponate hanno chiuso l’acqua e si doveva passare avanti. Nello spazio da dove siamo venuti vi era un mucchio di abiti sporchi di sangue e di tutto e ci si doveva vestire, più avanti un mucchio di scarpe, trovare un paio nemmeno a parlarne, dovevi scegliere subito. Il giorno dopo ci hanno messi in fila e ci hanno tatuati i numeri e non si poteva cancellare perché loro ti chiamavano per numero, il nome non esisteva, tu eri un numero come le bestie per il macello perché là si aspettava la morte. Ci hanno disinfettato sotto le braccia. Un disinfettante che era una tortura e lacrime che venivano giù, era veramente una tortura».

Komel Maria

Fonte: http://www.lageredeportazione.org/testimonianze/pagina65.html

Riccardo Pareggiani 2

Ph. Riccardo PareggianiCamp A in Eidomeni, Greece

«Non ho odio! Non ho vendetta. Anche se odio a cosa può portare l’odio. Sto male io e nient’altro. Tante volte me la prendevo con Dio, però dopo pregavo. I sentimenti non si possono uccidere».

L’odissea di Ines ebbe inizio il 6 marzo del 1944 quando, in occasione di uno sciopero proclamato nella ditta in cui lavorava, assunse la difesa della maestranza. Allora la gente comune non sapeva dei famigerati lager. Nel corso della notte, intorno alle ore 24.00, fu prelevata da casa da un gruppo di fascisti armati che la portarono in questura. Sottoposta a interrogatorio, fu trasferita in una palestra dove c’erano molte altre persone: partigiani, ebrei, scioperanti. Da lì, saliti su un vagone assegnato, arrivarono ad Auschwitz Birkenau.

«Io ho in mente ancora oggi gli scricchiolii dei vecchi catenacci che cigolavano all’apertura. Ci accolse un gruppo di ufficiali che destinavano parte delle persone al lavoro, altre da sottoporre agli esperimenti del dottor Mengele. Chi non scendeva rapidamente era preso a scudisciate. Scene infernali. Noi donne ci tenevamo strette e ci chiedevamo: “Ma dove siamo arrivate?”. Poi la divisone: mogli dai mariti. Bambini e anziani caricati sui camion: sapremo poi che furono inviati alla camera a gas. A me impressero sul braccio il numero di matricola 76.150. Poi l’inizio dei lavori nelle paludi per rendere i terreni fertili dove i terreni venivano concimati con la cenere prodotta bruciando gli Ebrei. Quando un prigioniero riusciva a fuggire, i soldati eseguivano la conta e impiccavano una decina di persone, quindi facevano passare davanti al luogo dell’esecuzione gli altri prigionieri, affinché la punizione fosse di monito per tutti, dissuadendo così altri gesti del genere. Quando giunse la certezza della liberazione, il 5 maggio 1945, da un ragazzino russo, penso di aver pianto tutte le lacrime che mi erano rimaste. Finalmente ero in Italia, ero a casa»

Ines Figini 

Fonte: http://www.resegoneonline.it/articoli/La-commovente-testimonianza-di-Ines-Figini-deportata-ad-Auschwitz-Birkenau/

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«Furono oltre seimila gli ebrei italiani deportati, ma a farne ritorno sono stati solo 363, lo racconto sempre ai ragazzi perché devono sapere. Quando si passa in una stazione qualsiasi e si vedono i vitelli o i maiali portati al mattatoio, penso sempre che io sono stata uno di quei vitelli, uno di quei maiali. Fui obbligata a intrupparmi nel gruppo delle donne e mio papà era là, oltre quella spianata, con gli altri uomini. Lasciai per sempre la sua mano, non lo avrei mai più rivisto ma allora non potevo saperlo. Il mio numero 75190 non si cancella: è dentro di me. Sono io il 75190. I lager nazisti erano isole circondate dal silenzio. Il silenzio della Chiesa, i cui vertici non denunciarono mai. E lì, su quelle strade, io ho visto un corteo di fantasmi in marcia. Come abbiamo fatto non lo so: forse era quella che chiamano la forza della disperazione. Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. Anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare».

Liliana Segre. Il 6 febbraio del 1944 arriva assieme a 605 deportati nel lager.

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Al di là del filo spinato ci sono ancora uomini, donne e bambini. Al di là del filo spinato ci sono ancora storie. Al di là del filo spinato c’è ancora vita. Non dimenticare vuol dire avere il coraggio di recidere ogni recinzione dietro la quale, ancora, si violano la libertà e la dignità di esseri viventi. Al di là del filo spinato saremo prigionieri tutti fin quando anche ad un solo uomo verrà negato il diritto alla vita.

Di Claudia La Ferla

 

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