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L’OIM ritiene che circa l’80% delle migranti nigeriane arrivate via mare nel 2016 sia probabile vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia o in altri paesi dell’Unione Europea. Secondo l’Organizzazione le donne ed i minori non accompagnati di nazionalità nigeriana sono fra i più a rischio di essere vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, anche se non si può escludere che anche migranti di altre nazionalità siano coinvolti nel traffico. Significano anche questo gli attuali flussi migratori: brutalità, violenze, stupri, gravidanze e malattie indesiderate, isolamento e solitudine.

Negli ultimi anni sono aumentati gli arrivi dalla Nigeria e hanno riguardato in maniera esponenziale donne e ragazze sempre più giovani che, tratte in inganno con la promessa di una vita migliore, si trovano imprigionate in un destino che non hanno scelto. Rimangono fantasmi, privi di identità e di futuro, sullo sfondo delle nostre vite ordinate e concentrate sul decoro urbano che, con la loro sfacciata presenza ai bordi delle strade e dell’esistenza, catalizzano il nostro sdegno. Invece di ammettere che l’offerta risponde sempre alle leggi della domanda, non ci preoccupiamo troppo del loro destino. Se la loro presenza aumenta e la loro età diminuisce costantemente, vuol dire che il fiorente mercato dello sfruttamento sessuale va a gonfie vele grazie ai nostri connazionali che impunemente sfogano le peggiori perversioni sui fragili corpi di queste donne, poco più che ragazzine.

Storicamente il corpo delle donne è il campo di battaglia dove si lottano le guerre sporche degli uomini. Storicamente siamo noi che subiamo atroci umiliazioni spesso dettate dal semplice essere donna.

Un aspetto a lungo taciuto e fino ad oggi relativamente poco conosciuto riguarda gli abusi sessuali sistematici cui erano sottoposte le prigioniere dei campi di concentramento nazisti: tali abusi variavano dagli stupri da parte del personale del campo alla compravendita di favori sessuali in cambio di generi alimentari o altre cose necessarie fino alla creazione all’interno dei lager di veri e propri bordelli dove -nel fondo della miseria assoluta- si diventava tutti uguali. Le ragazze solitamente venivano da altri campi di sterminio e, prima di diventare vere e proprie larve umane, venivano allettate con promesse di ottimo vitto, coperte e vite agiate. All’apparenza, infatti, erano delle privilegiate: il cibo e l’alcol abbondavano, ricevevano trucchi e vestiti puliti, oltre alla biancheria intima che era un vero lusso, avevano acqua calda e sapone per lavarsi, controlli medici a disposizione, una saletta di servizio dove esercitare la professione. Nei fatti la loro miseria non era in nulla diversa da quelle delle prigioniere fuori dalla finestra dove vivevano confinate. Il loro universo di abusi fisici e psicologici era spesso privo anche di quelle spontanee forme di solidarietà che riuscivano a instaurarsi fra le prigioniere che vivevano nelle normali baracche del campo. Inoltre, la maggior parte delle donne costrette a prostituirsi dietro la facciata della libera scelta non trovarono mai il coraggio di denunciare ciò che avevano vissuto.

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Ph. Valentina Tamborra – CHOKORA

Come spesso accade per le vittime di violenze sessuali, le prostitute dei lager preferirono tacere al mondo i tristi piaceri che dovettero soddisfare, le umiliazioni che dovettero sopportare quando, ad esempio, venivano costrette ad avere rapporti con uomini giudicati omosessuali che, a loro volta, subivano loro malgrado questa “terapia” folle. Come le donne prostituite da gente senza scrupoli hanno enormi difficoltà a raccontare il dolore che provano, così la guerra sporca alle donne e al loro corpo non conosce limiti temporali e spaziali. Oltre alle violenze fisiche, inoltre, le donne subiscono profondi traumi psicologici a causa della promiscuità, della assoluta mancanza di privacy e del mutamento del proprio corpo in seguito alle privazioni e alle violenze. Nei campi di concentramento le prigioniere si vedevano strappare la propria femminilità bruscamente: venivano loro rasati i capelli e consegnati abiti informi non troppo diversi da quelli maschili, con la perdita di peso scomparivano le mestruazioni e le forme si assottigliavano fino a rimanere pelle e ossa. Studi recenti sugli attuali flussi migratori hanno messo in evidenza conseguenze simili in termini di amenorrea e scompensi emotivo-psicologici fra le donne e le ragazze vittime di violenze sessuali a dimostrazione che possono mutare i barbari motivi della violenza o i modi in cui essa viene articolata, ma la violenza rimane sempre tale: ingiustificabile e da evitare come le armi e la guerra.

“Nell’ottobre del 1943, Oswald Pohl, capo del WVHA (ufficio centrale per l’amministrazione economica del Reich) dichiarò: <<Poiché tramite la capacità lavorativa i prigionieri dei campi di concentramento contribuiscono alla vittoria della guerra, è giusto che ci prendiamo a cuore il loro benessere fisico>>. Ovviamente si riferiva solo al benessere fisico, o meglio sessuale, dei detenuti maschi. Le prigioniere del Sonderbau erano state degradate a oggetto il cui corpo doveva servire all’incremento della produzione bellica del Reich”. Corpi che non dovevano essere altro che sesso.” La baracca dei tristi piaceri, Helga Schneider

di Maria Grazia Patania

*frase tratta dal libro di Daniela Padoan “Come una rana d’inverno”

 

 

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