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“Nel campo morivano ogni giorno centinaia di persone. Molti prigionieri morirono di tifo e di diarrea. I medicamenti fondamentali erano l’aspirina e le pastiglie di carbone di lena. Quindi persino la malattia più insignificante diveniva minacciosa. Per le scarpe inadatte si formavano sui piedi ferite e flemmoni. Il corpo del prigioniero malato di scabbia si copriva in breve tempo di vaste ferite, a causa della sporcizia. Le operazioni chirurgiche fatte dai medici delle SS finivano spesso con la morte dei prigionieri ed avevano il carattere di esperimenti proibiti”.

Tratto da qui

Mi chiamo Mohamed, ho 20 anni, vengo dalla Costa D’Avorio.

Come stai Mohamed?

Bene, sono felice di essere qui, ma mi brucia tutto.

Dove ti brucia? Cosa ti brucia?

Le gambe, mi bruciano e mi fanno male. Hanno iniziato a bruciare sul gommone, ero sommerso dall’acqua, c’era puzza di benzina ovunque, ma non potevo urlare, avevo paura di urlare, di dire qualcosa, avevo paura che mi buttassero in mare, che mi abbandonassero. Ho cercato di resistere, non ho pianto, non mi sono lamentato.

Mettiti sul lettino e fammi vedere.

E così Mohamed si avvia verso il lettino ed inizia a spogliarsi. Toglie la t-shirt e dopo i pantaloni.

fronte

Mi son trovata, per la prima volta in vita mia, di fronte alla cosiddetta “malattia dei gommoni”.  La descrisse per la prima volta il Dr. Pietro Bartolo, il medico della speranza, il medico di Lampedusa che presta le prime cure ai migranti.

Le persone vengono trasportate su queste carrette di gomma insieme alle taniche di carburante: quando qualcuna di esse si rovescia, si miscela con l’acqua salata provocando, al contatto con la pelle, ustioni da contatto più o meno estese e quindi più o meno gravi.

Mohamed era affetto esattamente da questa condizione. Ustioni estese ad entrambe le cosce e le gambe: ferite aperte che pulsavano; cute disintegrata, bruciata. Mentre lo visitavo, lo medicavo, lo curavo, non ha pianto; il suo volto era contratto da smorfie di dolore, le labbra serrate, i pugni chiusi.

Dopo tre giorni è stato trasferito presso un altro centro. Chissà se oggi la cute è ritornata integra oppure se porta ancora addosso i segni di queste ferite, vistose cicatrici fisiche che si sommano a quelle emotive invisibili, ai ricordi di quel viaggio in cui non ha urlato, non ha sfogato la propria sofferenza, ma ha subìto l’orrore e il dolore per non perdere la speranza di raggiungere un mondo migliore.

di Simona D’Alessi (foto e testo)