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Il 5 agosto 1942 203 orfani ebrei polacchi vennero svegliati presto la mattina, fecero colazione, indossarono vestiti puliti, ricevettero la merenda e cantando con inconsapevole gioia si diressero verso il treno che li avrebbe portati nel campo di concentramento di Treblinka. Una volta saliti, di loro si perse ogni traccia e la loro storia si smarrì nella nebbia.

Il 5 agosto 1942 un uomo ebreo mite ed amorevole diede degli ordini agli ufficiali nazisti arrivati per compiere il proprio dovere: evacuare l’orfanotrofio da lui gestito dove trovavano riparo 203 vittime della guerra. Gli ufficiali nazisti, impettiti e ridicoli nelle loro uniformi, con l’arroganza di chi esegue ordini senza interrogare la coscienza, giunsero in pompa magna davanti l’orfanotrofio con una condanna: i bambini a morte, il loro educatore -Janusz Korczak– libero di fuggire con un salvacondotto. Avrebbe potuto andare via, ma non lo fece: non sopportava che i bambini piangessero. E allora non solo rifiutò l’offerta di mettersi in salvo, ma ordinò perentoriamente ai nazisti di mettere da parte i cani che avrebbero terrorizzato i bambini perché, con lui a guidarli, tutto si sarebbe svolto senza incidenti. Così fu: 203 bambini andarono a passo spedito e con cuore allegro a morire nei campi di concentramento.

Dal 1939 al 1942 Janusz curò i suoi orfani con l’amore di un padre e di una madre, mettendo su un orfanotrofio modello dove i bambini vivevano secondo un modello democratico in cui avevano un parlamento, un giornale e una scuola. Appena 18 giorni prima della partenza, i bambini avevano sfidato la censura e l’ignoranza nazista recitando Tagore e mettendo in scena la storia di un bambino malato che, confinato nella propria camera, muore sognando di correre libero nei campi. In questo modo, Janusz voleva farli abituare con leggerezza alla morte senza spaventarli, ma coltivando l’intima ingenuità del loro cuore martoriato dagli stenti della vita quotidiana nel ghetto di Varsavia.

Janusz non poté metterli al riparo dalla morte, dalla violenza e dalle privazioni, ma lottò fino all’ultimo respiro per evitare che patissero oltre il necessario, risparmiando loro un universo di atroce miseria dentro le mura protettive dell’orfanotrofio. Si calcola che l’olocausto sia costato la vita a circa un milione e mezzo di bambini, bambine, ragazzi e ragazze. Oltre un milione avevano avuto la colpa di nascere da genitori ebrei o di sangue misto, gli altri erano altrettanto trascurabili: erano figli di oppositori politici o dissidenti, erano polacchi o russi sotto l’occupazione, erano sinti o rom. Eppure, a spianar loro il cammino verso la fine, erano stati altri bambini tedeschi perché le prime vere vittime delle atrocità naziste furono proprio fra i cittadini del Reich. Le prove tecniche dello sterminio nazista si fecero sulla pelle di disabili, malati e persone non produttive perché inadatte al lavoro. A loro Hitler concesse “una morte pietosa” data la loro condizione di incurabili: con Aktion T4 vennero sterminate oltre 70mila “vite indegne di essere vissute” e almeno 350mila persone furono sterilizzate contro la propria volontà. Dopo il decesso del paziente ritenuto incurabile, la famiglia riceveva una lettera in cui in poche righe si comunicava la morte per cause naturali e l’avvenuta cremazione per evitare epidemie.

Alle famiglie non restava nulla oltre il ricordo e il dolore, come accade con le migliaia di morti senza nome che affollano il deserto, il mare e altri angoli della terra dove si consumano terribili viaggi della speranza.

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Ph. Alessio Mamo – The Dawn of Recovery- Portraits of War per MSF in Giordania

Stando all’UNHCR, donne e ragazze da un lato e bambini dall’altro costituiscono circa metà della popolazione mondiale di rifugiati: sono loro a pagare il prezzo più alto di ogni conflitto, guerra, persecuzione sia in termini di violenze fisiche o psicologiche, sia in termini di privazioni che si ritorcono poi contro l’intera comunità globale. Oltre ad essere particolarmente vulnerabili in termini di sfruttamento sessuale e tratta di esseri umani, si vedono negato il diritto allo studio che li priva di un normale percorso formativo che ne aumenterebbe competenze e capacità: a perderci non sono solo loro, bensì tutti noi che veniamo privati del loro talento.

Nel 2017 sono sbarcati quasi 16 mila minori non accompagnati sulle coste italiane, circa 10 mila in meno dell’anno precedente, e sono loro a catalizzare una enorme parte del business che specula sui flussi migratori. Inoltre, nei teatri di guerra i bambini, oltre ad essere le prime vittime delle armi, non hanno tempo per l’infanzia: la guerra con le bombe e il suo enorme carico di paura dilania corpi e sogni, dimostrando che ci vuole pochissimo a distruggere e moltissimo per ricostruire. Il progetto Dawn of Recovery, con le foto di Alessio Mamo e le parole di Marta Bellingreri, ripercorre il lungo cammino verso la guarigione dei pazienti curati presso l’ospedale di chirurgia ricostruttiva di Amman, in Giordania. Proprio i pazienti e il personale medico sono i protagonisti delle foto dove emergono nitidamente l’orrore e la perversione causati dalle armi e dalle guerre. I loro volti, i loro sguardi, i loro arti sono un monito perenne contro i pericoli di politiche che accantonano il dialogo a favore della violenza e ci ricordano che per molte regioni del mondo l’olocausto è ogni giorno.

di Maria Grazia Patania

*Affrettati lentamente è un motto su cui si basa il metodo pedagogico appreso in Svizzera da Janusz Korczak e applicato nel suo orfanotrofio dove, fra l’altro, ai bambini veniva insegnata la resilienza necessaria per sopravvivere alle atrocità del ghetto di Varsavia.

Nella foto: Aisha, or Ayyoush, little Aisha, as the nurses call her, always wears beautiful and colorful dresses, with a rose straw hat on her head. She loves collecting roses and balloons during the children trips of the hospital: to the Children Museum or at some playgrounds. Together with Noor, one of the occupational therapy’s nurses at the MSF hospital, she practices with her left amputated hand to button up and unbutton t-shirt and skirts, to cut papers with her drawings with the scissors, to draw a circle or a line and to cut it following the lines. Aisha was only six months when the fire of a candle burns the left side of her face and arm in her city Ib, Yemen. After four operations in Yemen, the doctor in Sana’a told her father about MSF where she is now undergoing frequent surgeries over a long period of time.
Between the surgeries, she has three-six months resting time, where together with her father go back to Yemen: “Ayyoush continuously improves, slowly but she is always doing better”.

Words by Marta Bellingreri
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Over the past 10 years, we have helped rebuild lives in the Middle East by providing specialised reconstructive surgery, physiotherapy and mental health counselling at our hospital in Amman, Jordan. MSF’s reconstructive surgery programme was set up in 2006 in response to the high numbers of severe casualties from the Iraq War. As further conflicts erupted in the region, we opened our doors to wounded from Syria, Yemen and Palestine. Specializing in orthopaedic, maxillofacial and plastic surgery for the war-wounded, the programme has treated over 4,500 patients and performed over 11,000 life changing surgeries since its inception.

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