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Etimologicamente decòro viene dal latino decorum e indica “dignità nell’aspetto, nei modi, nell’agire”. In riferimento all’urbanistica, il decoro urbano fa riferimento a criteri sia estetici che igienici, definendo la bellezza e la dignità dello spazio soprattutto nelle parti di uso collettivo. Benché solitamente eventuali provvedimenti relativi al decoro urbano riguardino cose o comportamenti da evitare per non compromettere l’integrità del luogo oggetto del provvedimento sempre più spesso si rivolgono alle persone. Da tempo, infatti, in Italia chi rimane ai margini della nostra società, caratterizzata da un consumismo galoppante e spietato, viene accusato di alterare il decoro urbano. Al pari della spazzatura o dei rifiuti ingombranti, i senzatetto urtano la nostra sensibilità e la loro povertà ci infastidisce. Non ci disturba, però, il fatto che siano costretti a vivere in condizioni degradanti per un essere umano, non ci interessano le cause che hanno ridotto quelle persone all’indigenza assoluta e nemmeno di essere governati da amministrazioni incapaci di dare risposte concrete alle esigenze dei più vulnerabili, rispettando i diritti umani fondamentali. Ci disturba la loro presenza lì a ricordarci che nessuna certezza è mai assoluta, che nessuna sicurezza è mai definitiva nemmeno se ci rintaniamo nel nostro piccolo egoismo. Ma soprattutto quelle persone ci infastidiscono ancora di più se non sono dei “nostri”. Come se un italiano meritasse maggior rispetto e attenzione di un migrante tagliato fuori da eventuali percorsi di accoglienza. Come se non fossero entrambi persone da tutelare.

Ogni angolo della città di Augusta è invaso da sacchetti di spazzatura, i rifiuti si moltiplicano ovunque divorando i pochi angoli verdi e rovinando scorci suggestivi, eppure adesso ci accorgiamo che delle persone vivono accampate all’aperto nell’androne di un palazzo in disuso. Non una parola sul perché di una simile scelta (se di scelta si può parlare quando non esistono alternative), né un cenno di preoccupazione per il loro stato di salute fisica o emotiva. Ad Augusta, da anni ormai, questa situazione va avanti, ma ora salta agli occhi dei cittadini inorriditi per questa immagine di “intollerabile degrado” sottolineato in un articolo che pone domande fra l’insidioso e il ridicolo. Insidiose quando avanzano pericoli per la salute pubblica (la nostra, ovviamente) e ridicole perché si sa benissimo che a vivere lì sono dei migranti e non dei “clochard nostrani”, benché una tale distinzione risulti pretestuosa ed incomprensibile.

Che differenza farebbe? Forse gli esseri umani non hanno diritti umani universali validi in ogni luogo e in ogni tempo? E proprio quello alla salute non è uno di questi come sancito dall’Art. 32 della nostra Costituzione secondo cui “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”?

La verità è che da anni ormai il peggior degrado che affligge la nostra città è etico, morale e culturale. A parte poche iniziative degne di nota, c’è un deserto di menefreghismo e propaganda contro i migranti ritenuti la fonte di tutti i mali. Il porto non funziona? È colpa dei migranti che arrivano, degli sbarchi che paralizzano il nostro commercio potenzialmente fiorente. L’economia non decolla? Colpa di chi specula sui migranti che vengono a rubarci il lavoro e il futuro, come se i migranti traessero beneficio dall’essere sfruttati da chi si arricchisce sulla loro pelle. La città vive nel degrado? Colpa dei migranti che si accampano dove possono disturbando il senso estetico ad intermittenza della cittadinanza che però non ha remore a imbrattare la sua stessa città. Da anni siamo abituati alle inesattezze di chi ci governa e dipinge i migranti come potenziali terroristi che gravano sui nostri bilanci, decurtando preziose risorse che potrebbero essere usate per il “nostro” territorio. Non una parola viene spesa per ricordare che quegli elementi di degrado in realtà sono persone, esseri umani cui spettano diritti e tutele specifiche sancite dal Diritto Internazionale. In nessuno degli interventi recenti provenienti dal mondo politico o del giornalismo ci si è preoccupati di fare le uniche domande sensate: perché stanno lì? Cosa ne è dei loro diritti e della loro dignità? Che alternative abbiamo loro offerto come collettività per evitare che si ritrovassero a vivere per strada? Da cosa sono fuggiti e cosa sperano per il proprio futuro?

Fra poco sarà la Giornata della Memoria e si moltiplicheranno iniziative per ricordare la liberazione di Auschwitz e l’olocausto degli ebrei durante il nazismo. Invece di reiterare promesse vuote, sarebbe ora di comprendere come si arriva a certi orrori, riconoscendo che ogni violenza fisica parte dalle parole che seminano odio, divisione e abusi. Ricordiamoci che le prime vittime dell’olocausto furono i disabili, ritenuti un onere per le casse del Reich. Ricordiamoci che la prima a cambiare fu la narrazione degli eventi convertita in propaganda per denigrare e sminuire la vittima, privandola dei suoi connotati umani. Ricordiamoci che anche la comunità dei sinti e dei rom venne liquidata in quanto disturbava il decoro e la purezza della razza ariana da proteggere ad ogni costo. Ricordiamoci che dietro ogni migrante, dietro ogni persona in difficoltà c’è un essere umano come noi che merita il nostro rispetto e la nostra fattiva solidarietà per non rimanere escluso. Ma soprattutto ricordiamoci che i diritti umani non sono opinabili, né sono privilegi da centellinare a piacimento secondo la convenienza o il decoro del momento.

di Maria Grazia Patania

*Questo articolo è stato pubblicato il 19 gennaio in versione cartacea sulla rivista culturale La Civetta di Minerva

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