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Omar ha 17 anni, ma ne mostra almeno 3 in meno con la sua figura esile e lo sguardo timido da pettirosso. Ha gli occhi buoni, le dita affusolate e una voce sottile che è quasi un sussurro. È il primo che incontro nel corridoio e mi sorride mentre gli chiedo il nome e l’età. Mi rendo subito conto che non parla italiano tranne qualche parola stentata. Nel frattempo arriva Sekou che ho già conosciuto una sera in cui sono passata dal centro per salutare MB e Doumbia e ho chiesto se ci fosse qualcuno da aiutare coi compiti. Quel qualcuno erano Sekou,15 anni, e Luis, 17 anni. Il primo del Costa d’Avorio, il secondo della Nigeria. Ci sediamo in uno studio e Sekou mi mostra il suo quaderno coi verbi coniugati: in rosso il significato francese, in blu l’italiano coniugato al presente. In un’altra lista ha un elenco di parole: parole che sente, che vede, che gli danno a scuola. Mi colpisce la sua voglia di imparare e studiare. Sta tutto il giorno in camera a studiare, mi dicono, e quando gli chiedo se gli piace andare a scuola, mi risponde solo “Oui, j’aime l’école”. Gli piace e il giorno dopo torno per fare lezione.

Alle scuole verdi ero quella che puliva e li obbligava a tenere le camere in ordine. Qui sono “la scuola”, un bel progresso, direi. Una cosa che non ho ancora imparato è misurare tempo e reazioni in modo diverso: succedeva così anche alle scuole verdi, avevo sempre paura che non venisse nessuno alle lezioni che organizzavamo, ma alla fine erano in tanti. Qui è lo stesso: sono quasi tutti in classe, una cosa mai successa, e alla spicciolata qualcuno continua arrivare anche quando abbiamo cominciato.

Iniziamo con le presentazioni e frasi semplici che per noi sono scontate possono essere difficili per chi è arrivato da poco e ancora non ha potuto essere inserito a scuola per l’alfabetizzazione. A turno mi dicono il nome, il paese, l’età, da quanto tempo sono in Italia e dove vivono. Ogni volta c’è un dettaglio da spiegare, una lettera da correggere, una domanda a cui rispondere. Non ha importanza da dove arrivino, né cosa abbiano fatto prima di giungere in Italia, siamo tutti lì per imparare: io a interpretare i loro sguardi per vedere se hanno veramente capito, loro una lingua che può renderli liberi.

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Ph. Valentina Tamborra / Moira, Lesbo, Grecia, dicembre 2017: Provare coi colori a dipingere un mondo migliore

Alla fine della lezione scrivo sui loro quaderni le frasi che abbiamo ripetuto, domanda e risposta, con la raccomandazione di scriverle almeno 20 volte. Ridono, dicendo che sono matta, ma il giorno dopo lo hanno fatto e vengono in fila a farmi vedere i compiti. Vogliono imparare e il fatto di essere lì per loro è importante, è un regalo di tempo che decidiamo di passare insieme. Omar ha bisogno di un aiuto in più, sia perché è arrivato da pochissimo sia perché alcune cose vanno spiegate meglio in inglese quando la classe –per lo più francofona- ha terminato. Allora lui aspetta paziente che arrivi il suo turno e cerchiamo insieme di mettere ordine fra le parole e le idee, gli riscrivo tutto chiedendogli di ricopiare i verbi, di costruire le frasi e di chiedermi ciò che non capisce. Tutto chiaro, ci salutiamo, mi abbraccia e mi dice grazie. Grazie a te, Omar.

Il giorno dopo torna col suo quaderno aperto e un sorriso disarmante: ho fatto i compiti. Sai, io in Pakistan andavo a scuola. Secondo te potrò andarci anche qui? Certo che ci andrai. Devi solo avere pazienza. Ti piace studiare, vero? Abbassa lo sguardo e, timidamente, mi dice: Sì, mi piace tanto. E nel frattempo ripassa l’alfabeto, inserisce lettere mancanti nelle schede che ho portato per chi è indietro. Un albero, un fuoco, un taxi, un kiwi, un due. Accanto a me sulla destra, Yacob che a scuola non ci è andato mai e la sua mano va guidata per costruire le linee che formano le lettere, mentre lui ti guarda con tutta la fiducia del mondo. Non si sa nemmeno come sia arrivato qui, forse venduto, forse imbarcato a forza. Lui non sapeva  che colore avesse il mare e che sapore avesse la paura liquida di annegare. Di fronte a me Araf, egiziano, parla solo arabo e, se non c’è Yousef che gli traduce la lezione dal francese, trascorre il tempo nel tentativo di capire quello che dico mentre io mi arrovello per capire come fare. Poi c’è Ibrahim che ripete mille volte le parole sotto voce e inciampa nelle sillabe mentre Mohammed cerca di aiutarlo. Anche lui mi dice che nel suo paese andava a scuola, però poi ha dovuto smettere.

Forse sembrerà ingenuo o utopistico, ma in quella stanza finché dura la lezione ho la sensazione che un mondo più umano sia ancora possibile. Insegnando l’italiano a questi figli della fortuna mi illudo di poter parzialmente compensare tutto ciò di cui la vita li ha privati, di poter restituire loro centimetri di libertà grazie allo studio. In quella stanza insieme siamo veramente tutti fratelli e sorelle mentre ripeto per l’ennesima volta che tutto quello che hanno dentro la testa e dentro il cuore è loro per sempre e nessuno potrà portarglielo via. E intanto spero che abbiano una famiglia a cui raccontare che studiano, una madre che magari quella sera andrà a dormire col cuore un po’ più leggero, cercando un senso al vuoto terribile che ha lasciato la partenza di quel figlio tanto amato.

di Maria Grazia Patania

*I nomi dei ragazzi sono stati modificati


Per una fortunata coincidenza, Valentina Tamborra è da poco rientrata dalla Grecia dove ha potuto vedere coi propri occhi la terribile realtà dei campi per richiedenti asilo dove languono migliaia di persone di cui avevo scritto qualche giorno fa. Con questo primo scatto, le diamo il benvenuto qui sul Collettivo Antigone.