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Entro in associazione in ritardo. Ho un po’ di ansia perché è il primo giorno e sono preoccupata che la mia esperienza da animatrice nel mio paese del Sud Italia non sia sufficiente. L’imbarazzo dura pochi minuti perché vedo subito il responsabile venirmi incontro ad accogliermi. Dopo le dovute presentazioni cominciamo. I ragazzi presenti, la maggior parte adolescenti, sono pochi, ma sono già stata avvisata che, tra di loro, molti hanno alle spalle situazioni difficili.

Vedo tanti volti diversi, fisionomie diverse. Mi guardo attorno e chiedo intanto i loro nomi (spero di ricordarli tutti). D’un tratto noto lui. Ci sono alcuni ragazzi di colore, ma lui mi appare subito come il gigante buono: silenzioso, timido, incerto nel parlare perché la lingua italiana ancora non gli appartiene. Vengo avvisata che si tratta di un ragazzo arrivato come minore non accompagnato (non l’unico) che, per fortuna, ora ha una famiglia che si prende cura di lui. Mi dicono che non ha mai parlato con nessuno della sua esperienza.

Passano le ore e i giorni. Insieme proviamo a trascorrere qualche ora di svago per aiutarli a ritrovare il senso e il piacere della sana e reciproca compagnia. Insieme parliamo di libri, film, giochiamo. Così, pian piano, imparo a conoscerli tutti. Hanno tutti una storia difficile alle spalle. La classica idea di “famiglia” si perde in decine di storie diverse che hanno in comune solo il fatto di essere complicate.

Penso a quanto erano diversi i miei 13 anni nella mia parrocchia, dove andavo con gioia per condividere un pezzetto della mia giornata con amici che conoscevo da sempre, quando vivevo in una famiglia che, per quanto in difficoltà, era una famiglia. Penso a come era semplice per me, a 20 anni, essere responsabile del gruppo di adolescenti della parrocchia, tutti bambini che avevo visto crescere e con i classici disagi da adolescenti. Qui e ora, in una realtà così diversa, temo di non essere all’altezza e di non avere l’empatia necessaria ad entrare in sintonia con loro e guadagnarmi la loro fiducia.

Silvia attira subito la mia attenzione. Lei e Omar scherzano spesso tra loro. Lei, piccola e agile, gioca con quel gigante buono che se ne lascia fare di tutti i colori. Io devo stare attenta che non si facciano male e dico: “Silvia, ma quante gliene combini? Omar ma tu te ne fai fare di tutti i colori!”

Alessia, non gli faccio male” dice Silvia. “Tranquilla, non mi fa niente” ribadisce Omar.

Basta che state attenti” dico io.

So che Silvia non può fargli male. Come potrebbe mai uno scricciolo così fare male ad un ragazzo grande e grosso come Omar? Ciò che vedo io, in realtà, è tutto il contrario del male.

Omar sta spesso in disparte e sono gli altri ragazzi a cercarlo. Mi colpisce il suo distacco: gli altri approfittano del primo momento possibile per allontanarsi da noi adulti e si racchiudono nei loro gruppetti. Lui, invece, rimane lì seduto. Spesso disegna.

Un giorno decido che voglio provare a parlargli: “Da dove sei arrivato? “ domando. “Dalla Libia” mi risponde. Non era quello che volevo sapere, ma probabilmente mi sono espressa male io, soprattutto verso un ragazzino che non sa bene l’italiano, anche se è uno dei pochi che azzecca i congiuntivi. Così mi spiega che è nato in Camerun e che è arrivato in Italia passando dalla Libia, “come quelli lì che si vedono in televisione”. Lo dice con un tono e un’espressione che tendono a sminuire la questione, come per dire che è uno tra tanti, come se la sua storia non sia solo la sua, ma sia una realtà talmente sentita e risentita da essere normale. D’altra parte in associazione non è il solo arrivato dalla Libia. Non si sente né eroe né vittima.

Stupidamente gli chiedo quanto tempo è rimasto lì e lui mi dice che non lo sa. Mi sento una cretina. Certo che non lo sa. Come si fa a scandire il tempo in un posto dove vivi ad istanti?! Mi dice che lì era bruttissimo e che ancora ricorda tutto, “ma prima o poi dimenticherò”. Gli racconto del Collettivo Antigone, forse leggendo quel blog può sentirsi meno solo. Gli spiego che se vuole può anche scrivere, magari può aiutarlo parlare in un luogo dove è al sicuro dietro uno schermo e tra persone che sicuramente sono pronte ad ascoltarlo. Gli lascio il link scritto su uno dei suoi fogli da disegno e lo saluto. Non so se leggerà mai il blog e, dopo averglielo detto, penso che è meglio che non lo faccia e impari a dimenticare: ha già davanti agli occhi troppe storie uguali alla sua.

É un gigante buono Omar. Ammiro il suo ottimismo e spero che abbia ragione lui. Spero che dimenticherà.

Per oggi basta così. Il pomeriggio è passato così in fretta.

Passa un altro giorno e un altro ancora. Torno in associazione e lui è sempre lì, seduto in disparte con i ragazzi che tentano di avvicinarsi e parlargli. Lui a volte si lascia coinvolgere, altre rimane lì, concentrato sul suo foglio, e dice semplicemente “Ci vediamo dopo”.

Io andrò via e mi chiederò se potevo fare di più, ma preferisco avvicinarmi in punta di piedi perché forse ho più paura di lui ad affrontare la sua storia. Temo di non essere in grado io stessa di capire. Ho paura di dire la frase sbagliata o fare una domanda inopportuna. Ho paura dei suoi ricordi e dei suoi pensieri, della sua storia.

Però lo osservo e lo vedo circondato da amore. Io sono la responsabile del gruppo ed è giusto che lui ricostruisca se stesso partendo dall’affetto dei suoi coetanei. Non sono le sue parole a darmi speranza, ma la convinzione che sono solo gli adulti a porsi un problema di integrazione che, in pratica, è già risolto.

Guardo questi ragazzi e mi rendo conto che per loro non c’è mai stata una realtà diversa da questa meravigliosa diversità. Cresceranno insieme come se lo fossero sempre stati. Il colore della pelle, il taglio degli occhi o il luogo di nascita diventano insignificanti.

Silvia e Omar sono già amici, lo sono diventati spontaneamente, senza porsi domande. Magari un giorno Omar sarà pronto a sviscerare la sua storia e aprirà il suo cuore a Silvia.

Sono loro la mia speranza.

di Alessia Alicata