171.239 persone sono arrivate via mare in Europa fino al 29 Dicembre 2017.

3.081 sono morte o disperse nel tentativo di raggiungere un porto sicuro.

16.500 minori, vale a dire il 16% del totale degli arrivi, sono stati registrati in Italia, Grecia, Spagna e Bulgaria nei primi sei mesi del 2017. Fra loro il 72% non era accompagnato da familiari.

Le nazionalità più comuni sono: Nigeria, Siria, Guinea, Costa d’Avorio, Marocco, Bangladesh

A Dicembre, inoltre, è stato pubblicato il report relativo allo sfollamento interno in Africa del 2017 in riferimento ai dati raccolti durante l’anno precedente. Dalla prima mappa emerge chiaramente un elemento che abbiamo sottolineato varie volte: la correlazione fra abbandono forzato del proprio paese e cambiamento climatico. Sono due, infatti, le cause individuate e considerate ai fini del report per spiegare lo sfollamento nel continente africano: violenze e conflitti armati e disastri naturali. Conflitti e violenze hanno causato solo nel 2016 2.8 milioni di nuovi sfollati e a fine anno il numero totale di sfollati interni costretti alla fuga per questo motivo era 12.6 milioni. Di contro, disastri e catastrofi naturali hanno provocato 1.1 milioni di nuovi sfollati, ma non si conosce la cifra totale a fine 2016. A livello mondiale, invece, l’anno scorso si sono registrati 65.6 milioni di persone sfollate a causa di violenze e confitti.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

In paesi come Etiopia, Sudan, Somalia i due fattori –considerati singolarmente- provocano quasi lo stesso numero di sfollati interni. Nella Repubblica Democratica del Congo, in Nigeria, Chad e Uganda invece sono i conflitti a provocare la quasi totalità degli sfollati, contrariamente a Kenya, Madagascar, Senegal e Tanzania dove sono proprio i disastri naturali a costringere alla fuga. Solo in Sud Sudan e Libia lo sfollamento interno viene totalmente ricondotto alla violenza armata. Eppure, è ormai evidente l’impossibilità di separare nettamente i due fattori sia perché spesso sono così interconnessi da alimentarsi a vicenda, sia perché una carestia può velocemente degenerare in una lotta armata per accaparrarsi le risorse in esaurimento.

Già dalla fine degli anni 90 era chiaro come la Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato del 1951 non fosse più sufficiente a garantire adeguata protezione al crescente numero di persone in fuga dal proprio paese. In particolare, oltre alla categoria contemplata di “rifugiati politici”, occorre garantire la giusta tutela anche a “chi fugge per motivi ambientali, in particolare perdita e degrado del terreno e catastrofi naturali”. Occorre quindi pensare a una protezione specifica per i cosiddetti “rifugiati ambientali” perché è innegabile che la distruzione dell’ambiente vada per lo più di pari passo con la demolizione della democrazia, un assunto già chiaramente ribadito in un report sulla Regione dei Grandi Laghi risalente al 2007. Più recentemente, invece, è stato illustrato l’impatto a livello mondiale delle catastrofi naturali: nel 2015 colpivano 102 milioni di persone per un danno complessivo di 90 miliardi di dollari, mentre nel 2016 si è saliti a 204 milioni di persone e 147 miliardi di dollari di danni.

Altri dati sconfortanti si trovano fra quelli relativi a dati e tendenze globali in campo umanitario con riferimento al decennio 2006-2016. Innanzitutto, è esponenzialmente aumentato il numero stesso dei conflitti passando da 278 a 402 con grande beneficio dell’industria bellica e a discapito dei civili. Sono proprio i civili infatti a pagare il prezzo più alto: benché destinatari di tutela e teoricamente a riparo da ogni attività bellica, sono loro i bersagli privilegiati delle bombe che fanno aumentare PIL e fatturati di chi vende morte. Nel 2016 il 70% dei morti e dei feriti a causa di armi esplosive erano civili e nelle zone più densamente popolate si è arrivati anche al 90%.

Ricordiamocelo quando ci propinano la menzogna della guerra giusta per portare democrazia, benessere e progresso. Ricordiamocelo quando in Afghanistan si verifica l’ennesimo attentato, ma soprattutto quando questo paese martoriato da decenni di guerra viene etichettato come “paese sicuro” per i rimpatri dalla Germania. Ricordiamocelo quando personale armato viene presentato come garante di pace e sicurezza, omettendo che in verità la violenza genera solo ulteriore violenza.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

A fronte di questo scenario globale, è ridicolo, irresponsabile ed irrealistico pensare di poter fermare le migrazioni e certamente negarne l’esistenza ignorando la questione non aiuta a risolverla. Quando ci chiediamo “perché vengono qui”, una risposta riduttiva ma certamente emblematica è: per non venire uccisi o perché hanno fame e sete, di certo non per un vezzo o spirito d’avventura. L’inadeguatezza della politica è ogni giorno più evidente: con uno stratagemma antico quanto il mondo, la reazione più comune è chiudere le frontiere, denigrare chi fugge e criminalizzare la solidarietà. Eppure, nessun risultato apprezzabile è stato raggiunto perché non è trasformando i diritti umani in privilegi elitari che restituiremo dignità alle persone che sono nate nel posto sbagliato al momento peggiore.

Il nostro augurio per il 2018 è che, nel trambusto delle armi e dei conflitti che echeggiano in lontananza, riusciremo finalmente a riconoscere una  minaccia globale da evitare a favore di un pacifismo che non ha nulla di utopico o sognatore. Se non vogliamo che il pianeta si trasformi in un immenso campo di battaglia che si autodistrugge, è molto più concreto e razionale scegliere di abbandonare la via delle armi per costruire percorsi di pace, dialogo e solidarietà. Così come la guerra ha bisogno di armi anche le armi hanno bisogno di guerra.

Chi vuole che il mondo rimanga come è non vuole affatto che rimanga

Erich Fried, Status Quo

di Maria Grazia Patania