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Oggi celebriamo la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne e sembra di vivere in un mondo meraviglioso fatto di grandi proclami, scintillanti promesse e incondizionato sostegno.

La verità, amara e sconsolante, è che viviamo in un mondo sempre più becero dove gli uomini troppo spesso perdono il confine della decenza e moltissime donne si allenano nell’arte di puntare il dito. Non voglio parlare degli uomini che ammazzano, stuprano, offendono, violano la privacy con meschini ricatti da miserabili. Non voglio parlare degli uomini che dicono di amarci e poi violentano centimetri della nostra libertà, fotografando i nostri diari privati, le nostre poesie e la nostra anima declinata fra sillabe per poi sbattercele in faccia come colpe per aver osato essere libere. Non voglio nemmeno parlare di quelli che si sentono in pace con se stessi pur imponendo la loro sgradita presenza in vari modi. Sono miserabili e le loro tristi vite possono riscattarsi a fatica.

Parlo delle donne. Le donne che accusano, le donne che dicono “io no, io mai”. Quelle ferree e intransigenti che fortunatamente sono state abbastanza forti da saper dire no quando era il momento di farlo. Quelle che non hanno nemmeno dovuto chiedersi cosa fare perché hanno percorso come me un cammino seminato di gentilezza e uomini che portavano vento alle loro ali desiderose di scoprire nuovi orizzonti Quelle che fomentano la caccia alle streghe misurando i centimetri di pelle scoperta quando qualcuna denuncia una violenza, quelle che con lo sguardo arcigno e il cuore di pietra sussurrano che se l’è andata a cercare. Quelle che fingono di capire chi vende il proprio corpo per poco e per costrizione, ma si accaniscono con parole di lama contro la ragazzina che vuole fare la modella o l’attrice e cede all’orco.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Ecco, io sto dalla parte di chi non ha saputo o voluto dire no. Sto con chi ha subito una violenza che non avrebbe dovuto esserci. Perché il punto fondamentale non è quanto io sia desiderosa di ottenere un risultato lavorativo e professionale né quanto sia competente e preparata per ottenere un posto di lavoro. E nemmeno quanto io decida di accorciare le distanze fra me e la meta ricorrendo a trucchetti antichi quanto il mondo.

Il punto è che fra me e la mia realizzazione di femmina, in carriera o meno, non deve frapporsi un maschio che pretenda da me qualcosa che non voglio dargli in cambio. MAI. Fra me e la mia porta di casa non deve frapporsi un maschio che interpreta la mia disinvoltura, il mio rossetto rosso, la mia minigonna troppo corta e l’andatura alticcia come un invito a sbranarmi. Io non sono solo carne, non sono un pasto da consumare. I miei piedi devono essere liberi di percorrere ogni centimetro di questo mondo senza che qualcuno si senta autorizzato ad aggredirmi, come se la mia libertà fosse una colpa e la sua violenza la giusta punizione.

In quattro anni trascorsi in Germania, ho viaggiato da sola, sono andata a concerti da sola, ho cenato in molti tavoli apparecchiati per me soltanto e sono sempre tornata a casa sana e salva. Proprio perché sulla mia strada non ho mai incontrato qualcuno intenzionato a farmi del male. Ho viaggiato in macchina con sconosciuti che, invece di aggredirmi, mi hanno consigliato libri, canzoni e luoghi da visitare. Semplicemente perché non ero la loro preda, ma un essere umano con cui scambiare una conversazione piacevole durante un viaggio con mete diverse per ciascun viaggiatore e ciascuna viaggiatrice.

Questa giornata la dedico a chi non ha saputo o voluto dire no, a chi non ha trovato la forza per imporsi e poi se n’è pentita. La dedico anche a chi poi ha trovato quella forza per ribellarsi e nessuna spalla che la sostenesse. A chi ha pagato il proprio coraggio con la lapidazione mediatica e a chi avrebbe voluto comprensione, ma ha trovato sguardi come saette.

E la dedico alle migranti e alle rifugiate che sono nostre sorelle e pagano un prezzo altissimo per i loro sogni di libertà. Un pensiero speciale lo dedico, infine, alla madre di un nostro figlio della fortuna che ha lasciato questo mondo senza la consolazione di poter riabbracciare il proprio figlio partito nel 2014 ed arrivato ad Augusta dove ho avuto il privilegio di conoscerlo. E a mia madre che sa piangere le lacrime di ogni madre e di ogni donna, obbedendo all’unica grande legge di questo universo: l’Amore.

di Maria Grazia Patania

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