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“Noi celebriamo una morte difficile da comprendere e da giustificare ma celebriamo anche una vita che va oltre la morte. Di fronte a queste ragazze che non abbiamo conosciuto, noi diciamo che sono nostre sorelle. Dobbiamo farci carico di questa morte. Noi siamo chiamati a fermarci, guardarci intorno, prenderci cura di ognuno e far sì che ognuno ritrovi la condizione vera della vita, la pace nel cuore e la pace nei confronti degli altri”. A dirlo mons. Luigi Moretti, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, nel corso dei funerali delle ventisei migranti, tenutisi al cimitero monumentale di Salerno. La preghiera musulmana recitata, invece, dall’imam Abderrhmane Es Sbaa è stata: “Preghiamo Dio che abbia misericordia per queste anime. Ci rivolgiamo tutti allo stesso Dio, che è Dio di pace.”

Questa è la fine di un viaggio che doveva condurre a una vita migliore. Questo è l’epilogo di storie di cui, forse, non sapremo mai nulla ma che tutto sommato possiamo provare ad immaginare. Speranza, questa è la parola con cui si può riassumere un concetto talvolta così effimero come il sogno. E questa speranza si è dissolta nel nulla, tra le onde di un mare troppo freddo e troppo profondo.

I funerali delle 26 giovani migranti recuperate dalla nave spagnola Cantabria, arrivata a Salerno lo scorso 5 novembre, si sono svolti la mattina del 17. L’imbarcazione aveva a bordo 401 migranti soccorsi in quattro diversi search and rescue a largo delle coste libiche. Secondo la Procura di Salerno, le 26 donne sono morte per annegamento.

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Photo Copyright: Francesco Malavolta

Si chiamava Marian Shaka una delle prime donne riconosciute. Era nata in Nigeria il 7 febbraio del 1997, aveva solo vent’anni. Prima che il marito Sule Shaka la riconoscesse, nella disperazione più totale, la ragazza era stata identificata solo da un cartellino che la indicava come la numero 2. Insieme a lei un’altra donna è stata strappata dall’anonimato, la salma numero 8, riconosciuta dal fratello. Si chiamava Osato Osaro, era nigeriana e aveva, anche lei, 20 anni.

Durante la funzione gli studenti della Consulta provinciale hanno deposto rose bianche su ogni bara. Sulla bara di Osaro, però, le rose erano 3: una rosa bianca e due più piccole di colore rosa e celeste per il bambino che portava in grembo, ancora troppo piccolo per poterne riconoscere il sesso. Sulla bara di Marian è stata, invece, deposta una rosa celeste per ricordare quel maschietto che non conoscerà mai il mondo. Per lui, immagino, Marian aveva deciso di affrontare quel viaggio e sicuramente i suoi sogni come le sue speranze erano aggrappate al nome e al futuro di quel bambino. Così diventa consequenziale chiedersi, quale madre non lo farebbe? Non è facile rispondere a un dilemma che oscilla tra la vita e la morte quando si è adagiati su una vita confezionata come il miglior pacco di Natale.

Altre ragazze, intanto, non sono più soltanto un numero attaccato su una bara. Contattando dei numeri telefonici che le giovani avevano nascosto tra i vestiti si è potuta scoprire l’identità di Ugechi Fawour Omba, 29 anni, Loveth Jonathan di cui non si conosce l’età, Ozuoma Okpara, 24 anni.

Vestite come una qualunque ragazza, in jeans e maglietta, diventano specchio della morte di un pezzo di ognuna di noi. Alcune indossavano due pantaloni, due slip, due t-shirt, presumibilmente come ricambio da portare con sé. Altre, invece, non avevano la parte di sopra degli indumenti, probabilmente deterioratasi durante il naufragio. Nessuna di loro porta addosso tracce di recenti violenze. Alcune erano state infibulate in tenera età. Altre presentano segni, vecchie lacerazioni e mutilazioni a testimonianza di un dramma che nessuna di loro potrà, purtroppo, più rivelare.

Non c’è spazio per le lacrime. E’ il momento del dolore, sordo come un pugno sferrato allo stomaco, come il tonfo della terra che si apre senza lasciare appigli. E’ il momento delle colpe. Le nostre. Nessuno, nessuno escluso. Siamo tutti testimoni immobili di speranze dissolte, di sogni lacerati, di destini barbaramente negati alla vita. Il mare, qualche volta, ci restituisce i corpi di questa incalcolabile tragedia per permetterci di specchiarci nella nostra stessa vergogna. 

“Se è vero che l’acqua ha memoria, si ricorderà sicuramente anche di questo”.

Di Claudia La Ferla

 

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