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Come spesso accade qui nel Collettivo Antigone si aprono filoni che pian piano prendono forma e cominciano a vivere di vita propria. Nascono da un’idea, da una riunione o semplicemente dall’esigenza condivisa di scrivere per raccontare, tramandare, spingere alla riflessione. Abbiamo osservato sgomente l’inasprirsi della violenza sociale che si infiltra ovunque, lo scadere del dibattito politico ridotto alle sue forme più elementari e violente, alla celebrazione della barbarie assoluta codificata tramite accordi siglati col sangue degli innocenti, alla quasi normalizzazione degli abusi sulle donne fatte passare per complici. Abbiamo faticato ad orientarci in questo mondo dai connotati sempre più rudi e ci siamo chieste come avremmo potuto esprimere il nostro disagio nella speranza di liberarci da un lato e di invitare alla riflessione dall’altro.

E allora ognuna di noi ha scelto di raccontare qualcosa che le sta a cuore, un’esperienza personale o un sogno di speranza. Di sicuro, anche quando racconteremo di altre donne parleremo di noi stesse e nel loro disagio emergerà il nostro disagio. Il loro dolore diventerà nostro e nelle nostre parole speriamo di far riecheggiare la loro voce per chiedere giustizia o offrire consolazione alle nostre sorelle. Nel tempo racconteremo di madri che cercano i figli, di nonne che non si arrendono, di donne che hanno rinunciato alla maternità per accogliere una esperienza universale e condivisa di amore verso tutti i figli e le figlie della Terra.

Si aprirà oggi il coro di voci a cui speriamo se ne aggiungano anche di esterne e alterneremo pezzi nuovi ad altri di archivio che fanno da eco a quanto sentiamo. Si aprirà con un tema caro al Collettivo Antigone: la maternità universale e condivisa che ci fa sentire responsabili verso creature che non hanno abitato il nostro corpo nella semplice ed inconfutabile certezza che nessuna madre è più madre di un’altra. Nella sicurezza che ogni figlio o figlia della terra sia stato partorito da una donna con dolore e speranza e nessuno può ignorare il dolore e la speranza di una madre.


Questa storia, come ogni storia, è in parte vera, in parte inventata.

Ma anche la parte inventata risponde comunque ad una verità. Allo stesso modo in cui la verità a tratti combacia con l’invenzione.

Arrivai al villaggio una domenica di Maggio. Il mese delle promesse. Mi sembrava un buon momento per iniziare un nuovo capitolo della mia vita. La primavera era già avviata e lentamente virava all’estate col suo carico di frutti maturi e dolci.

Arrivai al villaggio e scoprii che già si sapeva di me. Trovai le donne ad aspettarmi e darmi il benvenuto. Ero frastornata dal viaggio e dalle novità che mi attendevano, quando Meriam arrivò col suo passo di tigre domata e mi accompagnò alla mia casa. Una capanna che mi sembrava leggera abbastanza per tollerare il peso della vita.

Ti aspettiamo lì, mi disse Meriam indicando un’altra capanna e aprendo la porta della mia. Quando hai fatto, ci trovi lì. Quando ho fatto cosa?, pensai. Ma non dissi nulla, sorrisi e la salutai entrando nella penombra della capanna. Era piccola, ma spaziosa e arredata in un modo minimalista ed essenziale che scoprii essere praticamente l’equivalente del lusso in quel luogo remoto e dimenticato del mondo.

Dove sono i nostri figli.

Questa domanda mi aveva spinta su un aereo e poi trasportata in un villaggio remoto fatto di persone colorate per resistere al sole. E io ero lì, di un bianco pallido ed imbarazzante che denunciava un certo agio che pure avevo conosciuto nella mia vita ordinata di figlia fortunata in un mondo crudele.

Dove sono i nostri figli, fu la domanda che Meriam mi piantò –occhi negli occhi, cuore nel cuore- appena varcai la soglia della capanna dove mi aspettavano le donne. Le femmine, portatrici di vita erano tutte di fronte a me e mi chiedevano conto e ragione delle loro creature strappate da un destino infame.

Ero lì di fronte a non so quante donne con gli occhi spalancati e bagnati di luce e lacrime.

Vogliamo sapere dove sono i nostri figli. Sono partiti e non abbiamo più avuto notizie.

Una donna mi si avvicinò timida con del tè che offrì una breve tregua per mettermi a sedere. Ero partita per cercare delle risposte, ma con quella piccola scodella di tè in mano capii che non ne avrei trovate. Ma magari contava solo ascoltare una storia, tante storie e restituirle al mondo che non avrebbe più potuto ignorarle. Una volta raccontata, una storia, sviluppa radici che si irradiano nel sottosuolo e diventa reale come il sibilo del vento in una notte di burrasca.

Moussa, 18 anni. Lamin, 11 anni. Ahmed, 15 anni. Youssef, 17 anni. Yacob, 14 anni. Mohammed, 12 anni. Abdullah, 16 anni. Ebrima, 17 anni. Gabriel, 20 anni. Yacine, 13 anni. Ousmane, 12 anni. Aliou e Moustafà, gemelli, 15 anni. Souleymane, 21 anni. Martin e Robert, fratelli, 11 e 17 anni. Moses, 15 anni.

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*Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

E molti altri ancora. Partiti senza la consolazione del ritorno, abbandonati alle onde di una vita ingiusta che assume un peso diverso sulle diverse latitudini. Quelle madri cercavano i loro figli partiti con un carico di sogni e mai più ritornati. La debole illusione del ritorno si affievoliva nel cuore delle donne che inventavano scuse improbabili per giustificare quel silenzio di pietra e deserto. Non avrà soldi, si dicevano. Ma conoscevano i propri figli e ogni madre sa che, alla fine, un figlio resta un figlio e non esistono condizioni così definitive da giustificare la totale assenza di notizie. E un tarlo si era annidato nel cuore, poco dietro lo sterno. Subdolo e penetrante scavava i pensieri e suggeriva ipotesi impronunciabili per chi quelle vite le aveva messe al mondo.

Dove sono i nostri figli? Sono morti o scomparsi? Non sappiamo niente di loro.

Era sempre Meriam, distaccata e in prima fila rispetto alle altri madri che pian piano si facevano avanti per raccontare la propria storia di dolore e lutto mai pianto. Ogni storia era diversa, ma tutte conservavano la medesima tragedia impregnata di un enorme senso di ingiustizia: la ricerca di una vita migliore in un posto lontano ma accogliente tradiva pericoli sconosciuti e eliminava l’illusione di un abbraccio ritrovato. Quelle madri mi raccontavano dei loro figli e, celebrandone il ricordo, li partorivano nuovamente fra le mie braccia su cui pesava il segreto insondabile della vita tradita. La delusione, il ricordo, la paura che diventava a tratti terrore si arrampicavano fra le mie costole e sapevo che non sarei mai più stata la stessa: dovevo denunciare quel sistema criminale di reclutare giovani uomini, ingannandoli con un dedalo di aspettative dentro cui si sarebbero facilmente smarriti.

Ma non sapevo come, non sapevo da dove partire e ancor meno come proseguire. Tuttavia, dovevo rimanere lucida, raccogliere le storie e aspettare che i tempi fossero maturi per la semina.

Iniziai a vivere la routine del villaggio, penetrando sempre più in quel microcosmo di madri che non si arrendevano, che lottano per sapere la verità, che esigevano risposte quantomeno per poter seppellire i propri figli nel cimitero della memoria. Un giorno si avvicinò a me una donna che scoprii avere la mia età, aveva perso il figlio di 14 anni che era partito alla ricerca di un futuro migliore senza più dare notizie. Nelle sue parole emergeva una sottilissima vergogna, quasi insinuando che fosse talmente sconsiderato da non averla mai cercata. Ma poi mi prese le mani e mi disse soltanto “Era il mio bambino. Non lo avrebbe mai fatto. Mi ricordava ogni giorno che la vita può essere meravigliosa nonostante tutto. Ho perso la luce da quando è partito”. Il nonostante tutto, mi spiegò in seguito Meriam, era il fatto che quel figlio fosse nato da uno stupro in un bosco vicino da un uomo che sparito subito dopo, lasciandola con un seme avvinghiato dentro. Eppure lei, quel seme divenuto frutto e sbocciato in inverno, lo aveva amato di un amore immenso e viscerale, scoprendo che da ogni tragedia potevano restituire grammi di senso ad una vita apparentemente insensata. Altre non erano state così fortunate e non erano mai riuscite ad amare i frutti della violenza di fronte alla quale si erano arrese.

E tu? Dov’è tuo figlio? Cosa ne è stato di lui?, chiesi a Meriam che mi guardò fra lo stupito e lo sconcertato.

Io non ho figli. E nemmeno ne voglio. Come si fa a partorire figli in un mondo che te li strappa a morsi…

E allora perché hai sposato questa causa se nemmeno ti appartiene?

Mi appartiene, eccome. E l’ho sposata per lo stesso motivo per cui l’hai sposata tu. Perché non si è madri solo partorendo, perché in ogni donna è nascosto il segreto e il mistero della vita. E quel mistero, quel segreto lo sentiamo tutte. Quei figli sono i nostri figli. Sono miei e tuoi. Appartengono all’umanità intera perché sono nati dalla Madre Terra che ci ha generati tutti e nessuna di noi può dirsi estranea al dolore di una madre, di una donna, di una ragazza che soffre. Esiste una maternità universale che oltrepassa lo spazio e il tempo per ribellarsi sempre all’ingiustizia che mortifica la vita. Io e te non abbiamo partorito e forse non lo faremo mai, e forse nemmeno ci interessa farlo… Ma la vita è vita. La vita ha le sue leggi che gli uomini tendono a infrangere. Ma le donne sono lì proprio per vigilare che qualcuno si ribelli all’ingiustizia. Ogni creatura maltrattata, sparita, violentata, uccisa o torturata ha vissuto una vita sottomarina nel corpo di una donna che l’ha messa al mondo con le migliori speranze. E della mattanza delle speranze e dei sogni siamo tutte responsabili. Nessuna esclusa.

Hai ragione, risposi semplicemente mentre cominciava un nuovo capitolo della mia vita fatto di lotte, di madri, di donne, di figli e ingiustizie. E oltre a quel nuovo capitolo cominciava anche una solida amicizia da sorella con Meriam che mi accompagnò per sempre.

Di Maria Grazia Patania

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